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Josh - Now

Riponi il cellulare nella tasca posteriore dei tuoi jeans e tieni le mani ben salde al manubrio dell'auto di tuo padre. È restia a prestartela e lo sai, ma riesci a definirti abbastanza ipocrita da guidarla e la sera lasciare che venga incolpato tuo fratello maggiore. Non riguarda mai te, no.

Stringi gli occhi in fessure, controlli a stento il respiro e controlli che nel parcheggio non vi sia alcuno di tua conoscenza. È la quarta volta che vieni qui in una settimana e ti domandi quando è che quest'agonia --- questa battaglia devastante avrà un termine. Dentro di te pensi ci sia tanto, ma tutto si rinchiude in un liquido nero che non trova forza di iniziare da capo.

Ti volti verso di me, mi guardi ben bene. Anzi!, mi ammonisci con quei zaffiri blu ed è come se tu voglia dire Non dirmi cosa devo fare. Non hai mai ascoltato gli altri, tu, Josh, per tale motivo cambi direttiva per lo sguardo e fingi di non avermi intravista. Ma ci sono, Josh.

Tiri un ennesimo respiro e scendi dalla macchina nera; chiudi lo sportello con mancata grazia alle tue spalle e stai attento che nulla sia fuori posto. Ti avvicini, a passo ottuso, le tue scarpe stridono alle breccioline e sanno che sei un'altra volta in questo postaccio.

La signora dal seno abbondante e i capelli sempre sporchi ti sorride: sa già che comprerai dei tulipani perché tu sai quali fossero i suoi fiori preferiti.

«Ancora qui, ragazzo?» la voce è acuta, persino a tratti assordante. I suoi modi non sono dei più fini, il suo accento non del posto e certamente dentro di sé - pensi - starà bestemmiando per il caldo di questi giorni di Ottobre.

«Con l'inquinamento non si capisce più niente, ragazzo. Un giorno prima ci sono i panda, quello dopo non lo sai.» annuisci, battendo i piedi a terra, mentre ti guardi attorno e dai una occhiata rapidissima all'orologio. Conosci l'ora di arrivo dei genitori e non vuoi farti trovare.

«Un dollaro.» dice, porgendoti la mano. Sorridi e prendi i soldi dal portafogli -- che tanto li avevi già preparati.

Il telefono della donna squilla, lei sbuffa non appena lascia nei tuoi palmi la busta trasparente e «Jessica, dimmi.» dall'altro capo si sente una donna che le chiede se ha comprato il cibo per il cane.

«Ci passo dopo lavoro.» stizzita risponde. Batte anche una mano alla coscia grassa e si tocca avvilita la fronte sudata. La donna dall'altro lato dice che dopo è tardi.

«Ti ho detto che ci vado. Cosa ti cambia se lo compro ora o fra due ore?» lei risponde che il cane lo sa che sta finendo il cibo.

«Ma hai detto che ce n'è ancora per qualche giorno.» la voce stilizza la quantità e diviene più profonda: innervosita.

«Come si innervosisce il cane?» ridi, scrollando le spalle, e momentaneamente dimentichi che ci sono fattezze per le quali non dovresti ridere. Te ne stai scordando, ma ti basta attraversare il macabro cancello - che avrebbe bisogno di una riverniciata - e ti assale il rimpianto, ancora. Non lo mostri, hai l'andatura secca, una postura fredda. Le tue mani non sudano mica: sei assente e manipolato dalle sensazioni.

Agguanti la tasca del giubbotto, per conforto, con il palmo che non tiene stretti i fiori e sai già dove andare, le tue scarpe nere trovano la via da sé. Hai il cervello disconnesso.

Impieghi poco a raggiungere la lapide che manca di descrizione e quant'altro. È distaccata, esattamente come Carolina. Rabbrividisci a quel misero nome che incute tanta fragilità in te.

Ti inginocchi, le braccia pendono dalle gambe e con valori nascosti cambi i fiori - tulipani rossi per quelli gialli - che hai portato ieri. Cammini a passo svelto fino alla fontanella, riempi il vaso d'acqua e tiri un respiro quando vi poni dentro il mazzetto appena acquistato.

La lapide è grigia - non come il cielo. Quello è azzurro, è fastidiosamente felice, oggi, il cielo, sebbene stia diventando buio. L'allegria del mondo che passeggia su ciò che è stato ti ammattisce. Il mondo dimentica, il mondo suggerisce a se stesso di far silenzio. Il mondo ha bisogno delle persone, e le persone di altre persone; allora perché se ne viene a mancare una, il mondo persiste nella sua andatura divoratrice? Il mondo è bizzarro, tu lo sei e non puoi invertire un sistema.

Il mondo è un sistema e ti dici che Carolina non è stata abbastanza forte da sorreggerlo, questo sistema. Per questo è morta. Tu non c'entri, Josh. Tu non hai ucciso Carolina, tu --- stanno arrivando i genitori e ti sposti, guardandoli da lontano assiso su una delle tue solite panchine arrugginite.

Loro fissano noncuranti la tomba della figlia, loro piangono e la madre starà urlando contro il fantasma della ragazza che anche loro -ritieni - hanno permesso scivolasse via.

Ad una certa, il padre tira via la madre, il cui volto non pare addolorato: stressato, incazzato, dinamico, sì. Non addolorato. Non triste. Quella donna non ha ancora accolto in sé la tristezza, dici.

Se ne vanno, con andatura cedevole sfuggono via dai ricordi - apparentemente - e tu vuoi tornare lì, guardare il terriccio nel quale giace la ragazza dai capelli talvolta mossi, altre volte lisci. Vorresti, fai per alzarti, ma noti una figura. Il mondo è anche di figure, ti ammetti.

Ha il cappuccio della felpa sollevato, il volto coperto, ma riconosceresti quei capelli ondulati ovunque. Il suo passo è nevrotico, avanza per interesse di concluderla in fretta e si guarda a stento attorno. Sarà la prima volta che viene, non teme che qualcuno la veda.

Da perfetta credente, dona una preghiera ad una ragazza che lei sa essere stata agnostica e poggia qualcosa al di sotto del vaso di tulipani gialli. Si alza, nuovamente il segno della croce, e cammina via di lì.

Vuoi capire di cosa si tratti, vuoi venire a conoscenza di un metodo per smaltire i sensi di colpa. Esiste, Josh? Oltre comprare il silenzio, c'è un metodo per non essere denigrato dalla colpa?

Ma torna, si guarda attorno stavolta e stringe le braccia al petto nel suo passo felpato. Riprende tra le mani la lettera, la tiene ben salda e poi scava una piccola buca pochi centimetri in là rispetto al tumulo sotto il quale sa trovarsi quella che era stata la sua migliore amica. Tu ti affacci con discrezione, non ti nota, ma tu ti accorgi di lei e stai ben attento ai movimenti.

Un altro segno della croce e fugge via. Scommetti che pianga, in effetti lo fa, e ti dici che è stata la prima volta con sicurezza.

Tiri un respiro, ancora uno, un altro e cammini, frettolosamente, e col fare di uno che vuole espiare se stesso, ti inginocchi e scavi dove lei ha lasciato qualcosa.

Una manata, qualcuna in più, e fra le tue mani c'è una busta. Una lettera.

La giri e Per Carolina. Per la Morte. Il cuore ti cade nelle viscere.

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