Daisy - Now
L'aspetto meticcio di questi ultimi giorni trascorsi non è parso solito alla tua cerchia di amicizie ristrette -- se tu ne avessi una.
La tua indifferenza, l'arroganza seviziosa dei tuoi atteggiamenti e gli occhi con costanza spinti verso un modo di superiorità ricorrente hanno consentito a chi ti cammina intorno di abbandonare l'idea che tu stia male. Annoiata, forse. Probabilmente arrabbiata per dei vestiti che non t'hanno comprato o attraversata da uno dei consueti momenti no in cui persino il resoconto - di norma ottimo - a scuola risulti non dei migliori.
La verità è che ci sono dei possenti mostri a corrodere le tue meningi, prendono o soffocano a piena stretta i tuoi polmoni. Una corda rude che esaurisce il sano delle tue pareti, vi si trascina contro con durezza innata. Distrugge la tua integrità circondando - prima soavemente - i tuoi organi e poi, poi, poi vi si aggancia con forza, li strozza e ti rende incosciente sull'orlo di un nuovo rimettere. Rigurgiti insopportabili che risiedono nella tua normalità, considerando le non moderate sbronze, ma questa volta c'è una differenza quasi decisiva: non sei tu a stringere le redini. Il controllo è sfuggito dalle tue mani sottili ed è adesso nelle mie, decisamente ansiose di permetterti di ricrederti.
Inutile che provino a salvarti, possono trovarti, ma l'opulenza, l'ostentazione della tua materialità ti hanno resa quanto di più consumato, privo di valori e recitato ci sia nella generazione alla quale appartieni. Ti fotografi -- non ti interessa l'attimo, vuoi che si sappia e la tua debolezza, non l'accetti. Ti mascheri forte, intoccabile, esattamente come se nulla ti potesse calpestare.
Ma eccoli, i demoni, che camminano spensierati nella stanza e ciao, sembrano dirti. Ti guardano. Tu hai dato loro vita.
Ma quelle lettere, ricche di compassione, generanti attrito fra loro sfiorandosi nel tuo cassetto - d'altronde ora sei a scuola, passeggi senza sapere dove andare - ti stanno perseguitando. Persino Elizabeth. C'è un brancolamento a farti da garante mentre compi un altro passo ed arrivi all'aula che con probabilità cercavi.
Loro ti appaiono spensierati, insofferenti. Sembra che ciò che tanto li tormentava, - o pareva a te li tormentasse - nelle righe scritte con foga e colpa, sia dissoltosi. Evaporato, non è più affar che riguarda i loro corpicini. E noti come Catherine sta sorridendo a Christina, raccontando un aneddoto riguardo il fratello scombinato. Batte le mani, aggiusta una ciocca di capelli e non si mostra come la ragazza devastata dalla perdita di una delle sue migliori amiche. Nasconde gli occhi dietro una risata sommessa. Nasconde se stessa in favole della buonanotte per sguardi di potenziali giudici.
Non impiega molto, a voltarsi, e ti guarda. Sa che la stai osservando, Jennifer gliel'ha fatto presente e socchiude gli occhi sbigottiti. Le labbra sottili, le corruccia e l'espressione diviene di un candore che ti è nuovo, ma che è suo tipico. Si divincola con un sorriso abbozzato, abbassando il capo e tornandosene nella realtà.
Tu, invece, poni le mani al ventre e cerchi riparo. Aggiusti gli occhiali sul naso e cerchi un banco a cui appoggiarti ed è quando ti sposti che noti anche lui. Josh è in piedi, accanto alla cattedra. Ride spassosamente, passa le dita lungo le sopracciglia folte da sua abitudine, e continua ad ascoltare quel che hanno da svelargli. Ti guarda, d'impaccio, e capisce tu lo stia fissando. Spiegazza gli occhi, accompagna il movimento con un sorrisetto amichevole - suo atteggiamento nei tuoi confronti oramai tipico -perché non sa.
Scuoti la testa, fai per scrollarti il peso incombente sulle tue spalle strette. L'abitudine, l'hai sempre considerata la più grande tortura -- quella straziante monotonia che, per antonomasia, attacca di sera, scandagliandoti fino a ridurti nelle macerie di te stessa. Ma tale sensazione nascente ed ingombrante è peggiore di un semplice ripetersi. Non demorde, pacata - innanzitutto - la volontà di porvi una misera fine: emerge che stai al banco. Vi poggi lo zaino e ti siedi, tenendo la testa fra le braccia sottili e toniche. Abbandoni il cellulare fra le gambe e provochi un rutto scomodo piuttosto silenzioso. Percepisci di dover rigettare, di avere la orrenda voglia di rimettere sul pavimento e trascinarti sciancata, ti manca la forza. Diventi debole e lo sei. Non l'accettavi, ma gli altri stanno bene.
Non ho ucciso Carolina, piantala!, pare che tu voglia affermarmi quando mi guardi e gemi con disinteresse. Ti accasci sul ripiano, ma hai quelle fessure vuote rivolte a me. Mi imponi di tacere, queste frasi devastano la tua sicurezza, fomentano i tuoi ricordi.
È Taylor a toccarti la spalla e «Cosa cazzo vuoi?» un po' indietreggia. Ma è palese quanto ti ammiri e ami per lasciarsi tediare dalle tue parole scortesi. I suoi occhi si incupiscono, però, ed inarca le sopracciglia.
«Non serve aggredirmi così. Volevo chiederti cos'è che hai.» si gratta una spalla nella sua postura eretta. La figura alta e muscolosa che lo caratterizza complotta contro il carattere in realtà fragile che da tempo si ritrova da bagaglio.
«Ma cosa volete, da me? Non rompetemi il cazzo.» abusi delle frasi senza prestarvi attenzione. Lo scacci con una mano e appoggi il capo fra le mani, tentando di riprendere un respiro tranquillo, calmo.
«È inutile che ti pavoneggi da offesa. Non ti ho fatto niente.» e fa per andare via, ma «E per la cronaca,» senti i suoi occhi color nocciola scrutarti con disinvoltura, «Misura ciò che dici.»
«Parli tu! Guarda che non l'ho uccisa mica solo io, quella schizzata. Sei stato anche tu e non fingere che --» alzi il tono con eccessività, i tuoi compagni si voltano e ti osservano. Hai stretto i pugni, li batti con furore e «Cosa cazzo guardate? Tutti a fare commemorazioni, ma ve lo dico io! Stupidi, stupidi, stupidi! La detestavate tutti, perché negarlo? Abbiamo soltanto --» è Elizabeth a stringerti il braccio piena di fermezza. Le sue unghie scavano nella tua pelle e ti costringe a smuoverti. «Che diavolo ti prende?» sibila e sai che sta guardando Catherine e Josh seduti sulla cattedra, uno vicino all'altra, combattuti. I loro occhi ti investono di consapevolezza e vuoi andare via.
«Ma andatevene a 'fanculo tutti!» strilli e afferri le tue cose frettolosamente, correndo al di fuori della classe. Vuoi che ti lascino in pace. Vuoi che non ricordino quanto tu ti sia spogliata e speri non abbiano capito -- ma sai che, invece, se ne sono resi conto.
Qualcuno ti insegue, ti afferra per il braccio e spalanca la bocca notandoti tremante e pallida. «Ti serve aiuto?» porta i consoni occhiali da sole tra i capelli, ora li hai guardati.
«Taylor, mollami,» lo spingi via da te, urlando, «Non mi serve il tuo fottuto aiuto.»
Provi a mettere distanza fra di voi, ma ti ricordi che sei restia dal portare con te il materiale di cancelleria e «Vuoi aiutarmi?»
Impunti i piedi a terra e lui solleva il capo nel freddo e grigio corridoio, sconfortato. Come te, detesta gli affissi che si schierano contro il suicidio. Il suo è moralismo, la tua è ipocrisia. Annuisce, ma non incrocia i vostri sguardi.
«Dammi una penna e coprimi oggi.»
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