Connor - Past (I)
N/A: no, non ho scusanti. Sono stati solamente dei mesi del cazzo e non ho scritto quasi per niente. non aspettatevi chissà cosa, ma in compenso sono qualcosa come diecimila parole ok. sciao.
Quanto avete aspettato per questo scellerato racconto da due spiccioli? Ma dovete scusarci, mettere d'accordo due artisti indigesti quali i sottoscritti non è risoltutato per niente semplice. Per un po' ce la siamo cavata e poi c'è stata quella frattura, una fessurazione via via più profonda e ci siamo detti: è difficile dire addio a qualcuno ancora prima che qualcuno se ne sia andato. E neppure l'altra sciagurata vivesse per contraddirmi ha aggiunto: immagina la difficoltà che v'è nel raccontare di qualcuno che è già andato via. Ma intendeva via, senza mezzi termini.
Ma questo blando discorso di scuse non è altro che un'apologia della mia misera situazione. Mi penetra la consapevolezza di dover rispondere di accuse in piena libertà --- o coscienza. Ma questa parte, ve lo assicuro, vi sarà cara. E io altrettanto, pieno e gonfio e ripetutamente innamorato di una storia che mi ha ingannato e intorpidito.
Come? Ti sei chiesto chi diavolo sono? Il cuore, e il mio parlare è tra i più sentimentali e disgustosi, nonché strabordanti di fascinosi ornamenti. Mi odierete o amerete o vi sarò indifferente.
Ma vi starò annoiando di certo.
La prima volta che Connor vide Carolina pensò che quel vestito fosse troppo lungo per le sue gambe sottili e gracili e che necessitasse di una piastra per i capelli fin troppo crespi. La detestò. Sedeva di fronte ad una sua amica dai capelli ricci e mossi, bensì curati, e straparlava, arrogandosi il diritto di poter rigurgitare tutto il suo silenzio - tale da sconfortarla dall'interno - su coloro che le tracciavano anche con poco l'anima. E gesticolava. Connor la osservò e la detestò dal tavolo affianco mentre raccontava di un libro di Bukowski. Connor odiava Bukowski.
Pensò che il suo atteggiamento e il carisma accentuati fossero il risultato di una perbenista che per sfuggire alle regole genitoriali si affacciava all'universo di un alcolista fissato per il sesso e le bestemmie - Hank, altri direbbero, - e che si fosse semplicemente dimenticata di cambiare il vestito a fiori che le copriva fin troppo il corpicino esile (e di più se possibile).
E così, convinto di averci visto giusto su una stampella indossante un giubbotto largo di jeans, accese una sigaretta e scrisse al compagno di darsi una mossa ché la noia si faceva sentire abbastanza. E poi sentì qualcosa, dopo la quarta o quinta tirata di sigaretta, e quasi sputò nel suo drink scadente, «Come hai detto che si chiama questo libro?»
«Panino al prosciutto.»
«Che cazzo di nome è?» Carolina - allora soltanto la ragazza dai capelli crespi e il viso scavato - non parve accigliarsi e, percorsa da un'ondata di leggerezza ed entusiasmo, «È Bukowski, Catherine.»
«Sarebbe a dire?»
«È sopravvalutato, stimato e letto da chiunque. Ma in sintesi fa schifo e non ha un senso.»
«E perché l'hai letto?»
«Non fa schifo finché non lo provi. E poi non è che faccia schifo nel senso schifo vero e proprio. Lo trovo emancipato e sarcastico, ma il suo egocentrismo non gli permetteva di far funzionare correttamente la sua mano. Ma è una pecca dei pazzi e degli artisti, quelli seri, non far funzionare il cranio o la mano. Magari se quel giorno non avesse bevuto o rischiato di prendere un'altra malattia sessualmente trasmissibile o magari non avesse fatto a botte, il libro avrebbe avuto senso per i due terzi. O no? Forse no, ma è Hank e gli do il beneficio del dubbio.»
«Io non ti capisco quando parli, Carol. Ma mi fai venire voglia di leggere.» e anche a lui. Deglutì e spense la sigaretta all'interno del posacenere mentre la ragazzina si alzava ed aggiustava con pudicizia la gonna. Il compagno era con ogni probabilità davanti lui, ma poteva solo guardare Carol indossare correttamente il giubbotto rovinato e sgambettare al di fuori del parco nel quale sedevano per bere qualcosa, non prima di aver ironizzato e asserito un sonoro «Forse dovresti farlo. Leggere, intendo. Ti apre la testa.»
«Ma scopi di meno.»
«Io non scopo affatto, ma intanto leggo.» e corse al di fuori del cancello di metallo arrugginito, dopo averlo strillato, curandosi però di sorridere all'amica. Forse era una il cui padre accompagnava a destra e a manca, o forse una ricca bamboccia tutta da smontare, o tanti - troppi - forse da non poter reggere il conto sulle dita della mano. Tutti questi forse e la sera, Connor, per la prima volta nei suoi diciotto anni, era steso a letto e aveva un libro aperto davanti agli occhi. Era anche entrata la compagna della madre - al tempo aveva i capelli bruni - e «Cosa leggi?»
«Panino al prosciutto.»
«Buon per te. Com'è?»
«Fa schifo.»
«E perché lo leggi?»
«Due ragioni. Avevo voglia di leggere e perché da adesso potrò dire che fa schifo.» e lo terminò quella stessa notte.
*****
La seconda volta che scorse il visino candido, nonché marcato da punti rossi ed insopportabili, di Carolina tra tanti altri, lei stava lamentandosi con il coach che l'aveva punita consegnandole nelle mani un fogliettino rosa e due ore di sport libero - eppure obbligatorio - da svolgere durante il pomeriggio. Lei cercava di tirare al canestro e, in molti tentativi, non centrò nemmeno una dannatissima volta. E ciò che lo incuriosì maggiormente del suo fare scontroso fu il gettare il capo indietro quando la palla arancione - ogni santa volta - non riusciva né a raggiungere l'altezza sperata né a passare il canestro (nei pochi casi nei quali l'aveva quasi fronteggiato).
«Andiamo, mister. Faccio cagare.» urlava e l'uomo panciuto non si degnava di alzare lo sguardo dal suo cellulare.
«Porter, le mie lezioni non sono facoltative. Ti converrà darti una mossa o ti butto in piscina.»
«Poi affogherei e la denunzierebbero.» Carolina tirò su i pantaloncini, evidenziando involontariamente il fisico magro e delicato. Lui sollevò gli occhi dall'aggeggio e «Vedremo.»
«E che cazzo.» sbuffò lei. I suoi movimenti erano sbadati a tal punto che, nel lanciare il pallone contro la base di metallo del canestro, esso ritornò indietro, colpendole il ginocchio. «Pallone di merda.»
«Porter hai due minuti per fare un canestro o l'alternativa saranno le vasche.»
«Ciccione obeso.» sibilò innervosita e batté con nervosismo gli occhi.
«Suppongo significhino la stessa cosa.» Connor l'aveva osservata e ascoltata dal campo di football in cui si allenava e si era man mano avvicinato, mentre il cuore pareva stringersi in gola per le attenzioni che dava ad una sconosciuta antipatica e sgraziata. E si avvicinava.
«Voleva rafforzare il concetto.» alzò gli occhi al cielo e tirò su i capelli in una coda disordinata. Connor la guardava.
«Hai bisogno di un aiuto.»
«Di un miracolo.» non voleva flirtare o stare al gioco e ciò riempì Connor di una strana sensazione che veniva partorita dallo stomaco e vagava all'interno del corpo intorpidito. Sorrise.
«Posso aiutarti.»
«Posso farcela, eh.»
«Allora perché sei ancora qui?»
«Perché quel cazzone obeso --»
«Okay, ho afferrato.» lei si voltò, da che gli dava oramai le spalle per afferrare la palla, e il suo volto assunse una nuova, stramba piega. Storcendo il naso, sollevò le spalle. «Se hai la voglia di sprecare il tuo tempo.»
«Almeno imparerai a giocare.» le porse la mano e lei accettò riluttante.
Impiegò poco Connor per accertarsi della scarsa attenzione della ragazza e delle sue incapacità sportive, ma «Fai miglioramenti.»
«Cerchi un modo gentile per dirmi quanto faccio schifo?» e gli sorrise. Non era stata inopportuna, né si era lasciata coccolare dalla solita e sconfortante indole boriosa di benvenuto: ottimale, immaginò Connor, ma essa allontanava tutto e tutti. Ma aveva sorriso.
«Non sei un totale disastro.» scrollò le spalle. Una mano dietro la nuca ed un'espressione impacciata in viso.
«No.»
«Scusami?» strinse i pugni dietro la schiena.
«So cosa stai facendo. E la risposta è no. Mi dispiace.» gli lasciò il pallone tra le mani delicate e, afferrando la sacca dagli spalti, corse verso l'uscita di quel campo con fare maldestro.
Connor restò lì, immobile. La testa che doleva grazie all'uragano che lei generava. E non era nemmeno entrata.
*****
«Andiamo, amico. Un aiuto.» lo supplicò quasi, bloccando il suo passaggio dalla ormai deserta aula. Il suo volto possedeva una genuina curiosità impagabile.
«Te lo darei, ma io e Carolina non siamo amici.» rispose l'altro.
«Ma se lei ti sta sempre dietro. Forse tu non sei suo amico, ma lei ti considera tale.»
«Ti dirò, no.»
«Andiamo, Taylor. Che ti costa? Chiedile se le piaccio.»
«Non le piaci. Che io sappia, le interessa un altro.» Connor provò il tremendo impulso di colpirlo mentre lo osservava con sufficienza e beffardamente gli rispondeva. Il corpo in forma del ragazzo ombreggiava su di lui, per altezza, ma le difficoltà sociali di Taylor erano state le prime ad essergli riferite quando aveva chiesto di lui.
«E chi?»
«Un coglione. Sociopatico. Brutta roba. Molla.»
«Senti, amico, a me Carolina piace.»
«Ma se fa cagare.» e impiegò poco, mentre lui prestava attenzione al cellulare, per capire la situazione corrente.
«Sei tu.»
«Hm?»
«Tu sei il coglione sociopatico. Per questo ti segue sempre. Ma a te lei non piace. Perché non la molli e basta? So che la tratti male, comunque.»
«Perché così è più semplice. Prima di Carolina, nemmeno mia mamma mi guardava. Ma siccome sei un tale genio, arrivaci da solo, al modo per parlarle. Buona fortuna, è strana.» e così, senza troppi giri di parole, segnando con un nero marcato la sua scelta, camminava al di là del corridoio, senza neppure voltarsi. Infilò le cuffie nelle orecchie e come una rondine in primavera, per necessità, abbandonà l'ultima scheggia del miserabile cuore della ragazzina appostata di fianco agli armadietti.
Allo stesso modo, Carolina venne fuori, col capo leggermente chino, un fiato soppresso e le mani ad attorcigliarsi fra di loro, e Connor la vide sistemarsi di sbieco, nei suoi jeans larghi ed a vita alta.
«Meglio perderlo che acquistarlo.» lei accennò ad un sorriso. Spostò l'attenzione delle sue dita prepotenti ai bottoni della camicia bianca e mutò lentamente la sua espressione -- le labbra sottili, tinte di rosso si incresparono e gli occhi, delineati da un delicato strato di mascara, batterono più volte, dando segno di voler versare qualche lacrima. «È okay se piangi, eh. Ma è stronzo, ne vale la pena?» scrollò le spalle.
«Ho smesso di chiedermi cosa valga o meno la pena per quello lì da qualche tempo.» saltellò appena, incrociando poi i piedi. Parve non desiderare più di divorare un gelato accanto ad un gatto. «Mi infastidisce come l'acqua nei calzini con i suoi commenti del cazzo, ma ormai ci ho fatto l'abitudine. Rivelargli cosa provo, poi, ha praticamente messo in ginocchio la mia capacità di averci un rapporto normale.»
«Eppure non sembri fargliene una colpa.» sottolineò Connor, avvicinandosi, e si appoggiò - con fare da poco imbarazzato - con la spalla sinistra al muro grigiastro. Lei incrociò le braccia e fece altrettanto con il capo dai capelli crespi.
«Non merita di essere incolpato perché non prova lo stesso. Per altre cose, può essere. Ma non potrei mai torturarlo per non corrispondermi.» spiegò con un tono per niente desolato.
Ne seguirono minuti di sfrigolante silenzio, con occhiate ai cellulari e all'orario perché la campanella suonasse. E sguardi. Tanti sguardi.
«Potresti torturare me.» se ne uscì lui. «Magari oggi pomeriggio.»
Carolina schiuse le labbra, mordendo appena la parte superiore e «Come amici.»
«Magari.» gentilmente concesse.
******
«Okay, okay. Quindi mi stai dicendo che il vecchietto ti ha licenziato perché pensava tu avessi mangiato le sue caramelle?» risero di nuovo.
«No. Cioé, sì. Ma le avevo davvero mangiate. Credevo che quel vecchio rincoglionito non se ne sarebbe mai accorto. Capisci, sono caramelle.»
«Le sue preferite.» rimbeccò lei.
«Diavolo, erano proprio buone.» scoppiarono in un'ennesima risata assordante, seduti su una panchina dai contorni arrugginiti. Il vestito blu che Carolina indossava, dalla scollatura delicata, non marcava il suo fisico magro, ma la rendeva più adulta di quanto in realtà non fosse. E Connor la guarda incuriosito. E lui non era abituato. E la guardava incuriosito.
Si guardavano incuriositi: come ogni amore dovrebbe nascere. Dalla curiosità, l'intento di scavare e sorprendersi con le parti peggiori, privandosi di cattivi sentimenti.
Qualsiasi tipo di amore - e non è di quello eterosessuale o omosessuale che si sta parlando. Ma dell'amore passionale, o di qualche nota platonica, o perfino del semplice scoprirsi fino a ricordare perché prima si stava da soli, amando i propri calzini spaiati.
L'amore dovrebbe incominciare così e basta.
Guardandosi incuriositi.
O così vorremmo iniziasse. O Carolina. Lei desiderava proprio guardare incuriosita.
E si guardarono incuriositi.
«Cosa ti piace fare nel tempo libero?» le chiese ad una certa.
«Non so,» gli rispose, per poi parlargli di Gatsby. Perché se c'era qualcosa che Carolina non sapeva tenere lontana nemmeno dagli occhi indiscreti o indelicati, essa era la sensazione di appartenenza che la legava al personaggio del vecchio Jay. Non che avesse studiato per fortuna ad Oxford o che vestisse di rosa per provarlo - per quanto ammetteva che il rosa fosse un colore amabile - o che regalasse litri di champagne per vedere Daisy. No. Lei poteva essere solamente Peter, con la sua testa; il dannato inventore di sogni di Ian Mc Ewan e nient'altro. Ma le bastava. Con Gatsby bastava questo: l'appartenenza. A non si sa che cosa. Forse all'altruismo, ma rifletté spesso che ogni tipologia di altruismo è egoismo più puro ed incondizionato.
Come la raccolta differenziata. È affascinante constatare come per i primi mesi - soltanto quelli, dannazione, - ogni cittadino dal calibro intellettuale un po' più funzionante di quello di un'oloturia di mare - comunemente definita cetriolo - si impegni nella realizzazione di questo grande progetto: il riciclaggio.
L'ambiente ne ha bisogno, ci ha creati. L'ambiente ci distruggerà.
Ed è qui che sta il problema, nell'incapacità umana di considerarsi un semplice nutrimento per vermi e quanto più riesce, l'uomo, a rimandare il fatidico attimo fatale - compreso il gioco di parole? - più sente la sua coscienza viva.
Non che all'uomo freghi una ceppa della raccolta differenziata, vuole soltanto godersi la madre terra più a lungo. Eppure appare così profondamente altruista nel mentre.
«Perché continui a legarti a quel tipo? Capisco se non vuoi rispondermi.» la interruppe per qualche secondo rubati e conservati nello scrigno di attimi disdicevoli e lei si voltò si scatto, «Taylor, per la cronaca.» lei annuì in un sorriso, asserendo di aver capito.
«Sai cosa? Taylor non fa schifo come vuole che sembri o come gli altri vogliono che sia. O io voglio. Per tanto tempo mi sono chiesta perché fosse una tale testa di cazzo e perché non avesse rispetto del fatto che io gli abbia messo in mano il mio cuore o perché nel momento in cui ho avuto questa brillante idea mi abbia risposto grazie. Ma non mi ha mai mancato di rispetto, mai una volta che si sia approfittato della mia attrazione nei suoi riguardi, del sentimento che gli ho dimostrato. E se inconsciamente, talvolta ha fatto qualche osservazione --- lui non è cattivo. E sono così felice che il mio primo amore sia stato lui. Capisci. Anche se ormai è quasi del tutto evaporato. . . Io sono felice.» aveva stretto i pugni sulle ginocchia, il sorriso che lottava per crescere e prendere piede sulle sue labbra rendeva così difficile il credere che una ragazza di questo tipo potesse essere toccata senza delicatezza. Carolina non era bella, ma aveva un'aria di grazia e amore e libri che aveva accolto Connor e non gli permetteva di sfuggire al carisma che la caratterizzava o alle parole strillate che usava.
«Ne parli come se conoscessi cosa potrebbe succedere in caso contrario.» considerò, infine, deglutendo, «Sai, se qualcuno si approfittasse della tua debolezza.»
Lei schioccò la lingua al palato, scrollando con una leggerezza ingenua le spalle e «Sai cosa, vaffanculo. C'era questo tipo --- non lo odio mica, sa'. Mi fa pena. È stato più o meno un paio di mesi fa e lui era mio amico. Più volte avevo colto la tensione fra di noi e lui era sempre così gentile e --» si fermò, respirò. Le frasi venivano fuori disconnesse, scorrette. In lei, pulsavo con frequenza maggiore di quella consentita e le sue mani sudavano drasticamente. Poi sorrise ironica, «Una volta provai a baciarlo, era palesemente eccitato e mi teneva in braccio e non so, non mi piaceva in quel modo, ma mi fidavo e lui mi ha praticamente fermata, dopo avermi tenuta in braccio, dicendomi che i baci sono tutt'altra cosa. Scopare è un conto e --- le persone sono vuote. Sono così vuote e provano una tale soddisfazione a renderti misera che non puoi immaginare e vivono di questa grande voglia di esistere nella più totale noncuranza. Io sono stata stupida. E mentre scendevo da quell'appartamento, sai quale cazzo è stata l'unica cosa che ho pensato? Cazzo, ho cercato di buttare via Taylor con 'sto tipo; sono proprio una merda.» piangeva, ora. Connor percepiva un vuoto in grado di risucchiare le sue intere viscere -- o immaginai lo avvertisse per la dolcezza che il suo sguardo riservò alle lacrime inconsolabili di Carolina. Lei aveva questa cosa che era soltanto sua: se era contenta, spensierata, avresti scommesso avrebbe illuminato la stanza e il palazzo e il continente. Tuttavia, volendo il caso o persone terze, nel caso in cui il suo corpicino venisse travolto da pura tristezza o rancore o vergogna o dispiacere, avresti pensato di essere in dovere di regalarle qualche gocciolina dai tuoi occhi e non potevi evitarlo. Era come un cazzo di pacchetto di merda.
«Ci parli ancora?»
«No, assolutamente no. Cercò anche di aggiustare la situazione, o di aggiustare me, totalmente disillusa sul suo cazzo di letto. E sai cosa, penso ricordi ancora quel che gli ho detto prima di scendere.»
«Che gli hai detto?»
«Che sarei tornata a farmi sfasciare l'autostima da Taylor, almeno lui lo faceva con gentilezza --- Taylor è proprio una bella persona. Merita tanto, peccato che non se ne renda conto. È un po' ingenuo, lui è fissato con questo cavallo triste e sovrappeso - Bo Jack, non so se conosci, - e utilizza questi suoi momenti tragico-comici per descriversi. Ma è un tipo apposto. Mi ha fatto conoscere la mia band preferita, condividiamo la filosofia e la storia e la letteratura, anche se lui non legge. Taylor è una bella persona, anche se mi ferisce ogni tanto, lui davvero non vuole. Ma vedi, si traveste. Ha proprio bisogno di fare tabula rasa per sentirsi capace. Peccato. Davvero, un peccato.» e parlava, parlava. Ma Connor non provò nemmeno una volta dell'insana gelosia, anzi. Era ammirevole, credeva, la forza con la quale la ragazza ricordava il sentimento che l'aveva strutta poco tempo prima. Poteva infastidirla, poteva renderla nauseata, però ne parlava e aveva quella voce, quel tatto incredulo e tu, tu lettore del cazzo che te ne stai seduto, che ti stai chiedendo chi fosse quel pezzo di merda, avresti cercato, al posto del ragazzo, di ascoltare dj più, di più.
Ad ogni modo, quando terminò di parlare e parlare e parlare e parlare senza che Connor distogliesse per un momento l'attenzione da ciò riguardo cui conferiva, lei prese una boccata d'aria e «E tu?»
«Suono e da ora pare ascolterò te parlare.» si avvicinarono un po', senza esagerazioni.
«Cosa suoni?»
«Il violoncello.»
«Pare più duro di un violino.» disse, «Intendo, da suonare.»
«Sembra sempre meno comune o più difficile, o qualsiasi cosa al momento le persone vogliano pensare. Per quanto mi riguarda, è un modo per starmene da solo, anche in mezzo alla gente. Ed è come se ballassi, capisci, con me stesso. In una casa fatta per me. In un mondo fatto per me. Con qualcosa che faccia per me. Non so, può suonare sciocco.»
«Suona assolutamente perfetto.» decise lei, lui sorrise addolcito, «E capisco la sensazione. All'improvviso hai quella voglia di odiare i tuoi amici, i professori e la tua intera famiglia - soprattutto tua madre - e c'è un solo mezzo di sfogo. E lo devi cogliere. E se hai pianto, non avrai bisogno di rileggere --- o di risuonare, e poi c'è il fattore unicità. Tu appartieni. Funzioni in condizione di te stesso e chiunque leggerà o ascolterà, potrà percepire non la tua delusione o il tuo rancore o qualunque negatività che spinge la composizione, ma la tua bellezza. Quella eterea. Quella personale e intima e nessuno te la potrà mai strappare. Né se farai loro schifo, né se ti ameranno: tu appartieni e il mondo appartiene con te.»
«In questo momento, non avrò bisogno di chiederti il permesso di baciarti.» buttó fuori.
«Eh? Neppure fossimo in un libro.» si lamentò lei. Ma lo bacióò comunque. Una sola volta. Per poco tempo. Tuttavia fu abbastanza per realizzare che quel ragazzo l'avrebbe potuta rendere tremendamente giusta.
O miseramente infelice.
Magari, entrambi. Ma, per allora, le interessava solo di guardarlo incuriosita.
E se ve lo state chiedendo, stronzi, quel ragazzo non meritava nemmeno un posto fra queste scevre righe. Quindi, no. Non lo conoscete. Né una volta nominato. No. Ma starete bene anche senza, parola mia.
*****
Lui l'ascoltava, la capiva, la accettava. Lui era Connor e non necessitava di spiegazioni se di sera, completamente smarrita, Carolina aveva il bisogno prorompente di telefonargli e rammentargli quanto si sentisse inutile. Lui non aveva da ridire se Carolina odiava se stessa --- tutti hanno questa impellente necessità. Quella di stare male con se stessi per qualche tempo. E nessuno dovrebbe impedirlo a qualcun altro, pensava Connor.
Ogni tanto, ciascuno ha la capacità di sbraitare e gridare bestemmie contro uno specchio per l'immagine che gli spetta.
Ogni tanto, la gente si annoia. E non è che tu casuale puoi farci qualcosa. Puoi portarla fuori, farla divertire. Ma si annoierà e tornerà a casa e dormirà e ti ignorerà.
E, ogni tanto, le persone avvertono l'improvvisa pulsazione di scaraventare all'aria le proprie sicurezze e gettarsi in qualcosa di sciocco. E non puoi fermarle o rimproverarle.
E hanno bisogno di chiarirsi, le persone. Di riflettere. Di chiedere troppo o troppo poco. E non puoi stare lì a decidere se sia giusto o sbagliato. Devono avvilirsi, ma non essere avvilite. E se hanno la voglia matta di impazzire o di affrontare le faccende con ansia, vanno lasciate fare. O di fumare. O di infilare la testa nelle inferriate. O di dire parole orrende dal suono cacofonico.
O di sbagliare i congiuntivi.
L'individuo ha necessità specifiche e generiche, e certamente esse non hanno senso. Ma il gioco sta lì, perché se tu trovassi un significato nei problemi altrui e l'altrui nei tuoi, non saresti più uomo, ma una macchina dal cuore fragile e dalla testa che esploderà per la bolla ovattante nella quale l'umanità si è rinchiusa.
E Carolina doveva smanettare con se stessa ogni tanto e Connor accettò che lei lo facesse. Che corresse o parlasse o piangesse o si lamentasse o non capisse e non solamente per il tempo a lui riservato, no, ma anche per quel che spettava ad altri.
Entrambi smanettavano e si stavano innamorando nel mentre.
Si innamoravano, smanettando con le loro ansie.
******
«Vedi, la questione è semplice.» farneticava, accoccolandosi al fianco di Connor, stesi sul letto della camera del ragazzo, e gesticolava pure, senza darsi un freno.
«Stai dicendo che è semplice, ma io ancora non ho capito che cosa.» lui le pizzicò il fianco, ridendo della sua faccia buffa quando sì alzò, scostandosi dalla sua presa candida, e lo guardò dall'alto con un'espressione sconvolta.
«Allora. C'è questo tizio che vuole morire ---»
«Cazzo, Carol, ma ogni tanto scrivi qualcosa che finisce bene.»
Lei sbuffò innervosita, colpendolo ad un braccio, «Vuoi ascoltarmi o no?»
«Okay. Questo povero disgraziato vuole suicidarsi e ---»
«No, no. Non vuole suicidarsi, vuole morire. Poi deciderà di uccidersi. E allora, indovina cosa succede. Cerca di capire come: uno sparo alla testa? Buono! Ma non ha una pistola e questo è un bel dilemma, cazzo. Quindi cambia idea e pensa che impiccarsi sarebbe una buona soluzione, ma poi dovrebbe procurarsi una corda, uno sgabello, e quant'altro. E allora si muove e se li procura, per rendersi poi conto che nessun sostegno a casa reggerà il suo peso e pensare alla faccenda del ritrovamento. Brutta storia, capisci. Poveri quelli che lo ritroveranno e se lo ritroveranno. Quindi decide che è meglio buttarsi da un palazzo, però qui c'è un altro grosso problema: e se non morisse? Avrebbe perso la sua grande occasione, capisci. Allora cambia di nuovo e sceglie l'opzione del veleno, ma vedi, Connor, non è una cosa semplice perché non tutti i veleni sono in commercio e poi dovrebbe spiegare anche perché lo sta comprando: "Mi scusi, ha appena acquistato dell'arsenico?", "Sì, sa, le piante. Ne hanno bisogno.", "Le piante?", "Certo, è un casino, sa, con tutte 'ste robe e le radici,", "Le radici, certo." --- Sarebbe una seccatura, spero sia chiaro. Quindi deciderebbe di scegliere qualcos'altro. Ma le opzioni prima o dopo finiscono e lui si ricorderà di quella padella grande, appartenuta alla pronipote della bisnonna della cugina di quarto grado della sua amica Jennipher --»
«Chi cazzo è Jennipher?»
«Non è di certo questo il punto! Connor, cazzo, seguimi. Dicevo, si ricorderà di questa padella e penserà di darsela in testa, ma non la troverà subito e boom, farà un bordello assurdo. Allora il vicino, un vecchio sulla sessantina, un uomo perbene, dalla barba sfoltita e le guance incave - uno serio, insomma - aprirà la porta del suo appartamento, dopo aver bestemmiato un po', e passerà il pianerottolo, bussando e lamentandosi. Lui, che ancora non ha trovato la padella, ma che ha la casa sottosopra, andrà ad aprire in calzini e mutande e "La posso aiutare?", "Non faccia casino.", "Pardòn?", "Sì, la perdono, ma per favore la smetta con questa confusione. Ho una certa età, si renderà pur conto e ho bisogno di dormire e riposare gli occhi. Insomma, se ne stia buono.", "Ma vede, mi devo suicidare,", "E richiede tutto questa confusione?", "Si sta forse lamentando del mio suicidio?", "E lei sta forse dicendo che un suicidio richiede tutto 'sto rumore? Non può per caso, sa..", "Che cosa?", "Farlo in silenzio.", "Che?", "Il suicidio; le dispiace mica suicidarsi in silenzio? Rispetto le sue scelte, eh, ma sono le tre, le persone dormono.", "Ma certamente. Starò in silenzio,", "Intendo, niente contro di lei o la sua decisione. È l'orario, il posto. Il mezzo, insomma. Faccia lei, basta che mi lascia dormire." --- Ora capirai che botta, oh, lui voleva soltanto togliersi la vita. E invece no, doveva farlo in silenzio. Qualcuno si stava lamentando della sua ultima scelta e questo gli diede un tale fastidio che scelse di starsene soltanto fermo a contemplare il quadro di fronte a lui perché, cazzo, era una situazione di merda. Così rimise tutto al proprio posto e si sedette sul divano. Alla fine, da quanto ne so, è diventato il rettore di un giornale importante. Beato lui.»
«Proprio una merda.» commentò, appoggiando il viso sulle gambe della ragazza. Lei avvicinò le dita sensibili alla cute di Connor e iniziò a giocare con i suoi capelli.
«Immagina,- sospirò, - Io cerco disperatamente di uccidermi e mia madre si lamenta.»
«Come ti viene in mente?» si scostò.
«Dicevo. Non la sopporto da viva, figuriamoci sull'orlo della morte. Già me la immagino, sei stupida. Oppure mentre sto per uccidermi, lei che compare da sotto e Con quest'ansia mi stai ammazzando. Penso mi farebbe passare la voglia.»
«Speriamo si lamenti, allora.»
«Certo.» accennò un sorriso, appena abbozzato. Lui probabilmente sentì lo stomaco formicolare e richiudersi su se stesso, dall'espressione che il suo volto le dedicò.
«Dove l'hai sentita, comunque, questa storia?» cercò di tagliare la tensione.
«I dialoghi sono i miei, a raccontarmela è stata una signora che ho incontrato l'altro giorno al cimitero. Una strana, dovresti vederla, si lamentava in giro del caldo e dei fiori appassiti e dei tacchini --- dei volatili in generale. Diceva che la cosa peggiore a 'sto mondo è entrare in un pollaio.» lui la guardò per qualche attimo senza dire una sola parola. Sapeva che avrebbe dovuto chiederle perché ci fosse andata, in quel posto. Ma in fondo lo sapeva, il perché. Ne era a conoscenza e la sensazione di stordimento che questa consapevolezza instaurava nel suo esile, ma sanguinante cuore era più efficace e duratura della capacità di accorgersi che la sua fidanzata gli stava scomparendo da davanti agli occhi. E lui non poteva far nulla se non confidarle quanto avesse bisogno di lei e «Credo di essermi innamorato di te.»
Lei si voltò, corrugò la fronte e «Cosa?»
«Ne sono quasi del tutto sicuro.» lei non disse altro. Le bastò stringergli la mano.
«Comunque, la odio, mia madre.» gli disse.
«Come fai ad odiarla? Cazzo, Carol, sarà anche una madre di merda ---»
«Io non penso sia una madre di merda, io penso non sia stata una mamma per me. Tu ce l'hai presente, no, quel momento quando sei piccolo e tua mamma ti tiene in braccio e ti dice che l'hai resa felice, no? Io ero piccola, massimo cinque anni, ruppi un cazzo di piatto di merda e mi disse che non mi avrebbe mai perdonato perché le faceva schifo anche starmi a guardare, cazzo. Una mamma apprezza le tue passioni, no? Ti incita. La mia mi urla di smetterla di spendere soldi appresso ai miei cazzo di libri, di piantarla di scrivere perché lei non vuole essere un mio cazzo di fenomeno da baraccone. Bene, ora ti svelo una cazzo di cosa di merda. Nelle mie storie o la mamma è dannatamente a tre metri sottoterra - e quelle sono le migliori, te lo giuro, - o è una stronza del cazzo piena di rimpianti o è semplicemente assente. Perché io una mamma non ce l'ho, cazzo. E quando, quelle poche volte in cui decide che vale la pena strillarmi i suoi sbalzi di tiroide contro, esiste, non è una mamma. Per niente. Una mamma dice alla figlia che sta bene se esce, lei mi dice che ci ho messo un sacco di tempo e che sono una insicura di cui le persone si scocciano. Le mamma difendono le figlie se queste soffrono di bullismo, io - quando mi è venuta la brillante idea di parlarle delle stronzate che ho passato - mi sono sentita dire che lei è una forte, una che cacciava le unghie al tempo sua. E Carolina, dirai? Dove cazzo sta Carolina in tutto questo? Carolina non c'è, minchia, e a lei non importa. Il mondo gira intorno a lei e mi fa così tanto schifo, lei, mio padre che non riesce a puntare i suoi piedi per terra, la mia intera famiglia --- tutto, okay. Tutto mi fa così tanto schifo che se avessero il coraggio di lamentarsi per il mio cazzo di suicidio di merda, penso finirei per uccidere loro, invece che me stessa. E la parte peggiore di tutto questo è che 'ste robe mica le penso. Ogni tanto mi viene la voglia di parlarne e di incazzarmi, ma mica le penso. Sarebbe più bello se riuscissi almeno a convincermi per un po'. Sarebbe bello. Almeno sarei coerente.» sospirò, dando fugaci occhiate al ragazzo che la guardava intenerito.
«Io ti amo, comunque.»
«Lo so, ed è bello avere finalmente qualcuno.» e si dimenticarono per un attimo del cimitero.
*****
Ognuno dei litigi con i genitori, durante i quali erano impegnati a ripetere alla figlia la sua inutilità crescente man mano che gli anni proseguirono, fu circondato di affetto da Connor. La raggiungeva sotto casa o la chiamava o aspettava un messaggio scrivendole quanto credesse nella sua abilità di ignorare le cattiverie che le due persone che l'avevano messa a mondo le riversavano addosso.
Di sicuro, non ci credeva. Connor teneva Carolina fra le mani con un'accortezza disarmante. La coccolava, le permetteva di crogiolarsi in una presa ferrea e non poneva diniego ad ogni sua richiesta. Connor ne era innamorato, su questo non ci piove. E Carolina era in grado di dargli altrettanto, soltanto lo mostrava con appariscenza diversa.
E più i genitori erano convinti che la testa di Carolina fosse semplicemente il suo tentativo di recalcitrare la loro autorità di madre e padre, più non osservavano la figlia come una realtà pensante ed in grado di scandagliare la quotidianità fino a ricavarne un pensiero tutto suo, più lei si rifugiava nelle braccia del suo ragazzo, rifiutando la dabbenaggine - così insieme avevano deciso di definirla, poiché ciascuna cosa ha bisogno di un'etichetta - e la severità genitoriale, fino a ritenersi ormai fuori dalla monotonia familiare e le regole e opinioni che lei, dalla mente disegnata dai libri, non riusciva per nulla ad accettare, pur ammettendo la loro validità in quanto idee.
E ne parlarono pure, lei e Connor, si intende.
Erano pressocché ubriachi, camminavano per la cittadina da ventimila abitanti all'una di notte - Carolina non tornava mai più tardi delle dieci, a casa, ma quella notte sarebbe stata da Molly e nessuno l'avrebbe controllata - e decisero di prendere le bici dal garage di Connor e di affrontare il fresco estivo con un'atteggiamento differente.
Il liquore ingerito non permetteva loro di guardare con lucidità la strada, né riuscivano ad immettersi negli incroci perché troppo impegnati a ridere o a percepire la nausea che pareva evaporare nel loro intestino e stavano bene. Non avvertivano il freddo, le pressioni o i pregiudizi. Se ne andavano parlando dell'equilibrio e fui allora che Connor lo disse: «L'equilibrio di una persona è come la percezione di un fraintendimento in una coppia.» alzatosi su una panchina, alle due di notte, cercò di far ordine nella sua miserabile esistenza da diciottenne. «Quelle cazzo di coppie che cercano di far funzionare la relazione e allora tengono tutto dentro ed ingeriscono e ingoiano merda. È tutto un cazzo di schifo, Carol. Davvero. Non c'abbiamo idea. E allora loro - singhiozzò, prendendo un altro sorso di vodka alla fragola, - cercano di non litigare. I litigi sono pesanti. Ma la moglie si alzerà una mattina e urlerà a quel fottuto grassone del marito che la casa va finita, che bisogna mandare la figlia al college e il piccolo a ripetizioni di non so che cosa. E così siamo noi: in un costante bilico che non si capisce, eh. Dondoliamo tra la sensazione di poter pisciare in testa al mondo e quella di piangere abbracciati a una bottiglia di vino. E abbiamo appena diciassette, diciotto anni. Ma è sempre così, il cuore mica assorbe sempre tutto. Ma tutto è un casino e noi siamo un casino. Vorresti non sentire quella nausea, invece sboccia il fraintendimento. E tu ti senti come se dovessi scavarti la fossa. Come quando quel coglione ti ha rifiutata o come quando mio padre ha deciso che mia madre era troppo bionda o bella o mora o rossa per lui. E cazzo. L'ha mollata. A me sta bene avere due cazzo di madri eh, figurati. L'altra, sa', mi rispetta. È una tipa apposto, ma se penso a tutti i cambiamenti che hanno avvolto la mia vita, non vorrei altro che piangere. A volte ho bisogno di sedermi e suonare il violoncello o di infilare la mia testa nel violoncello o nelle inferriate o all'interno di un cartoncino di latte. È tutto come in una coppia. Soltanto, facciamo coppia con noi stessi e puoi immaginare quanto sopporterai la cosa. Ma è proprio così. Mica un paragone crudele, proprio una vera e propria cagata. Mi pare quasi io indossi una maschera e mi senta obbligato ad ammettere che la maggior parte della mia vita sia ottima. E questa maschera mi asfissia, è una messinscena ridicola e temo il giorno in cui le persone mi vedranno per quello che sono: un fottio di robe orribili. Dio si è impegnato con me, Carol. Ti amo, comunque. E mi piace affrontare i miei casini con te. E tutto il resto.» e appoggiò gli occhi.
«A volte mi sembra siamo tanti piccoli Jay Gatby, sai Connor? Impariamo le buone maniere, vestiamo di rosa perché farà un po' Oxford e terremo tra le dita calici di cristallo con cui ostentare la nostra ricchezza, il nostro palazzo. Bellissimo, per carità. Ma Gatsby l'ha comprato, questo palazzo, per Daisy. Gatsby l'ha allestito per Daisy. Gatsby veste per Daisy. Ascolta musica per Daisy e lo fa anche tutta la notte. Gatsby dà feste con la speranza che Daisy vi si rechi. Ripeto, siamo tanti piccoli Jay Gatsby. Siamo così certi che l'esterno, la parte superficiale di noi debba essere la più toccante, ché perdiamo la coerenza con noi stessi e fran, si scassa tutto. Avere la tenacia che ci consenta di prendere un macete e buttare giù a colpi sempre più stancanti la nostra farsa è complicato, se lo guardiamo da qui: impossibile. Eppure ce le abbiamo le qualità positive, quelle per cui varremmo la pena nonostante il resto. Ma è 'sto dannato resto che ci ammattisce perché se fran, scassiamo il sipario o qualcosa di simile, potremmo portare su questa luce, tuttavia Daisy potrebbe non amarci più e questa è la nostra più grande ossessione.» restarono un po' in silenzio.
«Qual è il tuo fiore preferito?» la sorprese.
«Che? Ti viene in mente ora?» ridacchiò Carolina, socchiudendo gli occhi color mandorla.
«Sì, perché non lo so.»
«Idiota,» alzò gli occhioni al cielo, «Il tulipano, comunque. Lo dicevo proprio l'altro giorno alla signora del cimitero. Non ne ho mai ricevuti, ma ne sono totalmente innamorata: non sono banali, anzi, sottovalutati. Tutti concentrati su quelle rose del cazzo o i gigli, ma i loro significati sono così poco preziosi, oramai, che sono divenuti scontati. E i loro petali, sempre osannati. I tulipani hanno tutto, ma sfugge agli occhi di molti. E io li adoro.» intanto lui si addormentava accanto alle sue parole confortanti.
******
«Dove mi porti?» la sua mano fredda e morbida, dal tocco tanto delicato da permetterle di dimenticare la restante parte di quel tracciarla, la conduceva attraverso il fogliame di un prato trascurato alle pendici di una affascinante casa abbandonata. I silenzi si alternavano ai risolini di entrambi che sussurravano parole. Sussurravano parole e ridevano, borbottavano segreti e le loro dita si incastravano neppure se si vestisse l'intera scena di un incantamento profondo e sospeso. Una nuova realtà. Sussurravano e Fitzgerald non le apparve mai più realizzabile di allora.
«Ora vedrai.- la trascinava e i suoi occhi erano coperti da una leggera benda di seta scadente e rosea. Pareva magica, dovette pensare Connor, mentre sgambettava e si lamentava dei sassolini che, associati al suo tipico impacciarsi, le garantivano di cadere continuamente, -Ora vedi.»
«Connor, se è uno scherzo fa schifo.» e sussurravano ancora. Sussurravano. Ridevano e giocavano, senza accorgersene. Sviluppavano sentimenti via via, pian pianino e io rimbombavo in entrambi. Io, loro misero muscolo involontario, per poco non sfondai ambedue le casse toraciche. E sussurravano.
/////
«Che diavolo --» sbottò deliziata. I suoi occhioni marroni e stanchi erano ammaliati. L'interno sgraziato dell'abitazione, diroccato, eppure vivibile era interamente decorato da fiori di ogni tipo. Rose, tulipani - i suoi preferiti -, margherite, girasoli --- erano così vivi. I girasoli erano tanto vivi, le permettevano di accumulare allegria e spensieratezza nei sensi anche ad una singola occhiata. E tutti venivano ad essere sistemati in delle ceste di vimini vecchie e sudicie, nonostante la loro bellezza. E tutto le sussurrava felicità. Tutto sussurrava.
Connor poté giurare di percepire il suo flebile battito essere infilzato da una forchetta per la genuinità della sua fidanzata. E non mosse lo sguardo, non osò denigrare la visione di una ragazza che roteava su se stessa e chiedeva se fosse possibile amare un posto con tanta ferocia. «Lo amo, Connor.» amare. Ti amo, Connor, intendeva e quelle magiche e trascendenti paroline le restavano imprigionate nelle fenditure più solcate della sua fragilità. Cadeva a pezzi, aveva i sentimenti in subbuglio, un'intera vita da mettere su ed aggiustare per quanto le fosse concesso e lo amava. Amava. Guardava tutto il resto con un'ansia tale, con un'impazienza agonizzante da non godere dei singoli attimi. Scrutava, scrutava e il dettaglio non sfuggiva al suo sentimento buono.
Connor si apprestò a sistemare ciò che gli occorreva al piano superiore e indossò una camicia rosa --- quella camicia rosa. Carolina gli aveva donato me quando gliel'aveva comprata e «Vedo Gatsby nei tuoi occhi.»
«Vuoi che Larry suoni qualcosa?» non servì che lui ripetesse. Al nome, i suoi occhi raggiunsero quelli di lui, al piano superiore e la vestaglia che le aveva fatta indossare, nera, di seta, dai bordi dorati, era un incanto su quei jeans a vita alta, larghi per il suo esile corpicino, e quella camicia bianca e candida, pura.
«Come?» temette di ripetere. Il suo palmo destro formicolava e gentilmente tremava. Connor la guardava. Lei lo osservava.
«Ho chiesto se hai bisogno che Larry suoni qualcosa.» sorrise. Lei si illuminò. Ah, si riempì. Ah, sì. Si riempì.
«Chi sei, Gatsby?» domandò cortese. Non le sembrò di necessitare una risposta.
«Certo. Musica, voglio la musica. Musica, cosicché possiamo ballare tutta la notte. Musica!» girò su se stessa, la vestaglia divenne l'abito ideale e il suo volto era inspiegabile. Le leggere curvature del suo sorriso donavano alla sua aria con costanza innervosita, e la fronte rilassata! Avreste potuto vedere le rughe, sulla sua fronte, ebbene lui credette non potesse essere più bella. Non tentò di nascondere la nostalgia dei primi tempi, quando ancora non l'aveva mai violentata di pessimi sentimenti. Non vi badò, no. In un attimo accese la cassa che si era procurato e la collegò al cellulare, e la canzone partì. L'avrebbe ancora amata quando non sarebbe stata più tanto giovane e bella? Quando non avrebbe avuto altro che la sua anima frantumata?
«Cosa?» strillò, rideva. I suoi occhi blu si chiusero in fessure e cominciò a girare per il pianerottolo e «Vuoi la musica?»
«Così possiamo ballare tutta la notte!» ruotò su se stessa, le sue mani gracili accarezzavano l'aria e Connor non perse l'occasione per divertirla.
«Un mio caro amico le vende,» non le occorrevano ulteriori informazioni. Rise. Rise fino a tenere con i palmi freschi la pancia e lui le lanciava con gentilezza le camicie e «Basta, Connor. Basta!» e ridevano.
«Ancora? Ho sentito ancora?» e lanciava, lanciava. Carolina era spontanea, ballava male, Lana Del Ray cantava e le camicie arrivavano al pavimento sporco dopo che lei le appena sfiorava. E rideva. Lui rideva. Lei rideva. Ridevano.
«Basta!» ed era leggermente differente. La vocina ingegnosa più ingobbita, accartocciata. Piano, piano. Pensò Connor. Piano. Camminò piano fino a lei e la abbracciò. Stava piangendo e sì, basta, basta, basta, diceva. Basta, singhiozzava. Stringeva nel palmo ora sudaticcio una delle camicie e piangeva.
«Possiamo ballare tutta la notte. Tutta.»
«Fa così caldo, Connor, così caldo.» e tutti avrebbero capito. «E tu profumi come la primavera.» gli aveva detto che lo amava. Tutti avrebbero capito.
E basta, basta, basta, diceva. In poco la vestaglia fu a terra, la camicia rosea altrettanto. Basta, stava piangendo. E diceva sì, sì, sì. Durante, basta, piangendo e certo, sorridendo.
E lui, Connor, dalla pelle di porcellana, «Quando avrai solo questo,» le toccò il seno sinistro, intendeva me, «Anche quando avrai solo questo, balleremo tutta la notte.» le aveva detto che l'amava. Chiunque avrebbe compreso.
E sì, sì, sì. E le prendeva le vesti. E sì, sì, basta. Gemeva. E sì, profumi di primavera. E sì, so che lo farai. Sì, sì, cosa? Lo farai. E gli abiti erano a terra. E sì, sì. Improvvisamente fu il primo novecento. Subito. Sì, sì, tutto correva. Erano a New York. E sì, le macchine erano gialle, blu. Le macchine sfrecciavano e tutto era così elegante. Basta, sì. I loro corpi non erano più stesi su un pavimento sporco, protetti soltanto da delle camicie stropicciate --- erano nudi, i loro corpi. Sì, sì, dentro. Sì, basta. Erano nudi, certo, ma tutto brillava e si sarebbero amati? Ah, se Carolina avesse potuto saperlo. E sì, sì. So che lo farai, dicevano. E un letto. Un letto, finestre aperte. I veli, tutti i veli. E sì, sì. Si incontravano, si imbattevano, danzavano. Bacino, bacino, anca. E sì, sì, basta. E sì, più lungo, di più, di più, Larry suonerà tutta la notte. Tutta la notte.
«Profumi di primavera,» gli sussurrò, un gemito più acuto.
«Tu sembri seta,» le parlò.
Tutto molto fitzgeraldiano, sicuramente, e sono quasi certo che non sia andata proprio così. Forse qualche metafora in meno, uno o due gemiti in più, meno camicie e di sicuro una location meno anni venti, più sporca e meno dedita all'ostentazione delle ricchezze e dei buoni modi. Tuttavia, in mezzo a questi meno e più c'ero io che non capivo più un cazzo. Connor ci insegnò che l'amore è roba seria e che l'hai trovato se ti ama anche con delle camicie di cotone. Non di seta. L'amore è anche semplicità, difetti e insicurezze e se sei cotone e lui ti ama per tale - senza rammentarti quanto saresti meglio da seta - allora funzionerà. Perché l'amore di cotone è tutt'altro. È ruvido, difficile da trovare puro al cento per cento e ci sono tante, troppe imitazioni. Come le fibre sintetiche --- quelle sono le peggiori. Ma quando è cotone per davvero, sarai la persona più felice al mondo.
Ricordo, al tempo, le mie pulsazioni, la consapevolezza - per la prima volta nella mia vita - di sentirmi amato, concepito. I suoi tocchi mi davano energia e quella misera pietà che il suo sguardo mi concedeva, oh quella pietà, mi donò tanta forza da poter fingere di non notare quanto dolore quelle mani mi avrebbero procurato. O quella bocca. E l'insanità di quell'amore.
O il suo semplice rivelarsi di nylon. Ma questa sì che è un'altra storia.
N/A: sì se non provavo almeno a fare un riferimento a Joyce e a Molly (Ulisse) non mi davo pace. Sì fa cagare ma la devo concludere e in quattro mesi è uscita solo sta schifezza. mi dispiace.
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