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Catherine - Past

La prima volta che Cath si imbatté in Carolina, non aveva la minimale intenzione di introdursi in rapporti che le erano nuovi. 

Poteva avere pressappoco undici anni e non conosceva alcuno nella nuova classe che l'avrebbe accolta. I suoi capelli mori e ricci erano raccolti in lunghe trecce che donavano al viso rotondo che la caratterizzava; allo stesso modo, erano suoi degli stivaletti marroni e delle gonne a fiori che apparivano bislacche a chi si sentiva in dovere di avere una prima impressione su di lei.

Non è cambiata chissà quanto da allora, Catherine. Probabilmente indossa qualche colpa in più, tiene in bocca segreti da spifferare e cammina con postura bugiarda. È l'adolescenza: smussa chi riesce, altri, invece, li distrugge.

Senza sviare il racconto, mi presento da subito, io sono la Sensazione. Ognuno ha a che fare con me, mi trattiene ben nascosta nella tasca delle frivolezze oltraggiate e sa che lavoro in perfetta armonia con la memoria.

Dicevamo, quindi, che Catherine e Carolina si sono incontrate che erano piccolissime. La trovò, la prima, a cancellare con una gomma rossa e blu i disegni che sporcavano il banco verde dell'aula soleggiata e notò divertita che indossasse degli abiti bizzarri. Non badava, difatti, a come apparisse: abbinava ciò che più era di suo gradimento, con ciò che nulla aveva a che farci.

Quella mattina, (come potrebbe dimenticarselo?) vestiva con una maglia color giallo acceso, qualche brillantino sul petto, dei pantaloni che arrivavano al ginocchio e dei sandali della lelly kelly. Le piacevano, perché contestarglielo?

Frontino fra i capelli mossi e crespi, braccia gracili e una madre che le diceva sempre cosa fare già dal primo attimo.

Era seduta nel banco da sola e non si preoccupava che a qualcuno andasse di farle compagnia, vi era drasticamente abituata. Ma Catherine la trovò di peculiare simpatia, pertanto decise di accomodarsi al suo fianco e si lasciò persino ignorare durante la prima settimana, ascoltando come gli altri bambini la prendessero in giro per i suoi atteggiamenti buffi o troppo stravaganti per loro.

Lei si appoggiava con il capo ad un palmo e si perdeva in una miriade di riflessioni, assorbendo, però, tutto quello che la circondava. Catherine ne era ovviamente affascinata: la rendeva sicura osservare come permettesse che ogni cosa le scivolasse da dosso. Non la toccasse o, se lo avesse fatto, non lo avrebbe dato a vedere.

Fu quando la stava morbosamente fissando che lei si voltò, i capelli le profumavano di fragola e le disse: «Chi è il tuo attore preferito?»

Cath restò inerme, scrollò le spalle appena e non rispose, non sapendo cosa affermarle. Non aveva gusti suoi, le piaceva quel che trovava in giro. Non gradiva affezionarsi radicalmente, poteva scottarla e l'aveva appreso fin da subito.

«Il mio attore preferito è Leonardo Di Caprio. Anche se il mio film preferito non è Titanic, ma Romeo e Giulietta. Ti piace leggere?» terminò il suo breve soliloquio, non prese respiro fra una parola ed un'altra, ridacchiava fra sé e sé. Giocava con alcune ciocche castane ed era divertente guardarla divagare, e Catherine lo capì dopo una quantità da definirsi limitata di tempo.

«Mi piace Harry Potter.» disse soltanto l'altra, assumendo una posa meno eretta ed iniziando a conoscere una ragazza dagli aspetti differenti: Carolina, imparò, portava bene il peso di situazioni di cui non amava parlare, tuttavia si deduceva esistessero con lei.

La morale di una piccola amicizia fra i banchi di scuola non fu delle più semplici da calzare. Le due iniziarono a frequentarsi assiduamente, magari costruendo stazioni della lego con i giochi del fratello di Catherine o, forse, arredando le case delle bambole della più stravagante.

Il loro legame si fondava su una ramificata diversità, la quale era il pilastro portante del loro stimarsi. Alle feste di compleanno, ad esempio, Carolina aveva la forza di vestire come una principessa adorante delle smancerie e festeggiava anche quando i bambini non volevano avere a che fare con il suo corpicino esile. E Catherine, invece, la osservava interdetta, seduta in un angolino con la torta al cioccolato che la prima tanto desiderava e la mente altrove. Ove le persone non feriscono, non hanno pregiudizi e non sono devote all'alienare coloro che non si amalgamano. Ma quello che immaginava con prorompente interesse non era il mondo. Era l'idealizzata terra che sbordava di buona volontà, di affetto e di amore --- sentiva che mancava terribilmente nel posto in cui abitava.

Dentro di lei, si avviava una catarsi ogni qualvolta Carolina era esclusa o veniva trattata con malizia ed invidia. Era intelligente, Carolina, e nemmeno i professori se n'erano miseramente resi conto.

Scriveva sempre, stava costantemente con la testa chinata ad arruolare nuove storie per la sua mano mai stanca. Mentre Catherine, con le parole, non aveva niente da condividerci. Detestava il loro scorrere, odiava che potessero imporle una maniera data per esatta e si chiedeva quanta pazienza scorresse nella sua amica per venerarle incondizionatamente.

«Però ti piace J.K. Rowling,» la rimbeccò Carolina, che erano già più cresciute ed iniziavano ad avere un petto più accentuato e delle curve da donne, mentre se ne stavano assise su un'altalena in un parco non molto distante dalle loro case confortevoli.

«A me piace il film,» le rispose con veemenza, accompagnando con un risolino l'affermazione sconsiderata. L'altra tirò indietro il capo per le risate, manteneva la pancia con le manine sottili e piccole e rischiava di cadere; lei era così. Esagerava, strillava e sensibilizzava estremamente tutti i particolari attraverso i quali scopriva momentaneamente l'esistenza.

«Viene sempre da un libro, Cathy.»

«Per fortuna che ci hanno fatto il film sopra, quindi.» e scoppiarono nuovamente a ridere, quel benedetto pomeriggio, fra i silenzi dell'isolato.

Quel che scorreva fra le due anime in repentina crescita era un movente nuovo, di assoluta fiducia e disinteresse verso i resoconti. Restava una delle amicizie che diresti genuine, non esose o quant'altro. Serene, illusorie, ricche di segreti confidati sotto le coperte.

Ma crebbero, questo è ciò che con rammarico hanno assimilato, attuando il processo che spetta ad ognuno, in un modo o in un altro. E se non spetta, è perché l'incombenza di un finale ha preceduto l'impatto col colpo di scena centrale. È così, il crescere, e ci sarà sempre la minaccia che qualcosa non duri in eterno; tuttavia non assemblate le vostre frasi recitate, poiché un punto viene richiamato dalle parti in questione -- tutte le parti in questione.

In effetti, muovendosi nei riguardi del falsato mondo degli adulti, il Tempo per dichiararsi apertamente l'affetto e per ascoltarsi --- anzi, per parlarsi, veniva a mancare.

Le bambine che recitavano la preghiera la sera prima di andare a letto si erano sperse fra i costumi di una società agnostica. Accettare ci sia, ma non volerne sapere di più era per entrambe il più grande frammentarsi di un uomo in grado di intendere e volere, ma vi erano miseramente precipitate, all'interno del misero meccanismo.

Non si tratta di religiosità, perdonate l'esempio eccessivamente disinvolto. Le due bambine dalla stima reciproca, dai battibecchi semplici su chi dovesse scendere per prima dallo scivolo, dai pomeriggi passati a prendere il tea con i peluche e dalla risata spasmodica erano divenute delle perfette estranee.

Ed è qui che vi racconterò come ci si possa sentire dal lato di chi ormai non puó parlare.

Carolina ne fu strutta, devastata. Perse una delle poche certezze che credeva di poter trascinare con sé in eterno.

Tutto ebbe inizio nel primo anno della scuola secondaria, entrambe non proprio convenzionalmente pronte ad introdursi in schemi fino ad allora sconosciuti.

I corridoi della scuola erano bianchi, di uno spento e non vissuto colore che intristiva i ragazzi già non in grado di concepire che tutto quello stesse donando futuro ai loro corpi sciancati.

Carolina e Catherine non riuscirono ad ottenere neppure una lezione insieme, se non quella di biologia, sonoramente divertente per le battute sull'accento bislacco dell'insegnante dai boccoli neri e gli abiti stravaganti. Gesticolava, poggiava peperina gli occhiali sulla gobba del naso e raccontava di come fosse portata per tutte le materie scolastiche durante il liceo.

Non potendo passare chissà quanto tempo da condividere l'una con l'altra nelle classi, decisero di trovare un punto di incontro in un bar dall'atmosfera calma e familiare, quale Chemical Romance. Portava il nome di una band che Carolina ascoltava saltuariamente in quel periodo e parve loro una magnifica idea avere delle conversazioni sconvenienti sedute ad un tavolo di legno dal profumo di rosa in un ambiente gremito di chiacchiericci.

Le pareti erano di un beige delicato, apostrofato da accenni di viola chiarissimo, con cornici di finto legno e una libreria con cui i clienti deliziavano i pomeriggi altrimenti spenti.

Il proprietario, il vecchio Thomàs, era di origini argentine e adorava sgambettare fra un tavolo ed un altro per ascoltare cosa i suoi amati figlioli (così definiva i clienti che con frequenza trascorrevano i pomeriggi nel suo locale) pensassero delle letture che mettesse a disposizione dopo essersele pienamente godute.

«La professoressa di storia è una troia, Carol. Mi ha presa di punta,» era un pomeriggio del primo anno e si rivolgevano parole consone, tipiche dei giorni già vissuti.

«Chi è?»

«Jenser, è quella che mette le gonne a tubino. La milf.»

Il volto di Carolina si illuminò, esalando un'armonia ed una risata di poco conto verso le buone maniere, mentre l'altra cercava di zittirla, osservandosi intorno e sorridendo nel bere il caffélatte che aveva ordinato.

«Carol, shh.» ed invece, in quegli attimi, vi era tutto fuorché contegno con gli esercizi di matematica da svolgere e le occhiate di minuzioso sdegno dei clienti.

«È la stessa che non mette il reggiseno con le maglie chiare?» Catherine soffocò una risata e sputò leggermente il contenuto del suo bicchiere, cercando di rimediare con un fazzolettino tenuto dalle dita sottili. 

*****

«Cath!» la richiamò per il corridoio, evitando accuratamente le occhiate delle compagne di classe già pronte a ridersela, e cercò di farsi notare dalla ragazza silenziosa uscente dall'aula di biologia.

«Carolina,» accennò, incrinando il capo dalla lunga chioma folta, ed il trucco indossato rispettando la decenza diede maggiore risalto alle sue gote rosee.

«Oggi andiamo da Chemical Romance? Ho bisogno di parlarti.»

«Devo prepararmi per il test di matematica, mi --»

«Non importa. So quanto tieni ai crediti.» sorrise la prima, giocando con i bordi sottili della camicia azzurra che la vestiva e non donava al visino pallido. 

«Certo, ti scrivo così mi racconti.»

«Come sempre.» e la lasciò sola nel corridoio, ma si disse che glielo aveva promesso e lo avrebbe fatto.

Ma né durante lo scorrere straziante del pomeriggio, né la sera arrivarono segni di Catherine e Carolina si ritrovò a smanettare solitaria con il suo cellulare, chiusa in camera sua e con il volume della musica che copriva il suono non raffinato dei singhiozzi.

Le sarebbe piaciuto averla lì per parlare di ciò che stava avvenendo nella sua testa, nel suo What's app e della solitudine che la avviliva senza sosta.

E quel senso, il solitario, il mascherato e noncurante adagiarsi da soli non è altro che il primo passo per affacciarsi dalla finestra ed adorare quel di più che si nota al di fuori.

L'asciugarsi le lacrime non desiderate, il vuoto ambiguo che dimora nel petto e l'amare in maniera incontrastata l'isolarsi, un alter ego con cui potersi difendere e nessuno --- nessuna persona accanto andavano via via devastando la corazza di gentilezza che Carolina si era tirata su attorno.

******

«L'estate è stata formidabile, Carolina. Non vedo l'ora di vederti per raccontartelo,» le diceva per telefono, ma nel nuovo anno nulla cambiò. Catherine man mano sfuggiva dal cuore di Carolina e si era accerchiata di nuove amicizie, ignorandola nei corridoi e rivolgendole semplicistici sorrisi al Chemical Romance quando, per sbaglio, vi si trovavano entrambe.

Carolina venne a contatto, in quell'anno, con diverse storie che non appartengono a questa: sorvoleremo.

Una sera, poteva essere il ballo di Natale --- era il ballo di Natale e Carolina era inginocchiata in bagno presa dal piangere. Con le mani delicate tirava le ciocche dei suoi capelli, trascinata dalla foga della disperazione. Percepiva al suo interno una mescolanza di sensazioni che andavano via via a frantumarla, a gettarla a terra e si ripeteva che terribili cose accadevano attorno a lei: non poteva scandagliarsi in un baratro adolescenziale. Aveva da vivere una vita, sposarsi, trovare un lavoro.

Ma se ne stava comunque a piangere seduta col culo a terra in un bagno dalle piastrelle bianche.

I suoi fianchi erano coperti da un abitino blu leggermente spiegazzato e tirava su col naso, quando Catherine entrò.

I suoi modi erano sempre deliziosi, i suoi capelli ancora lunghi e i suoi occhi vagarano nella stanza ritrovandosi quelli straziati della sua vecchia amica appostata al pavimento.

Strinse le mani all'abito bianco e rosa, abbandonò l'ascolto delle compagne ubriache e assorbì l'incommensurabile tristezza che Carolina sapeva indossare. Avrebbe potuto sedersi o farla alzare, avrebbe potuto chiederle cosa fosse successo --- avrebbe, semplicemente, potuto domandarle com'è che stava. Ma Catherine le lasciò un cedevole sorriso e uscì dal bagno, tornandosene a ridere con i suoi amici.

Carolina vomitò tutto. Nulla di quello che stava sentendo le apparteneva e nulla --- anzi, tutto la struggeva disperatamente!, non quanto però il rifiuto di colei che risiedeva nel suo cuore pari ad una sorella. Avrebbe voluto strapparsi il cuore e posarlo nel fondo di un bicchiere di whisky.

*****

Non vi dirò quanto male le ha fatto, chi può saperlo? Carolina è morta, andata e probabilmente questo lo sa anche Catherine, ma è piuttosto tardi per rendersene conto.

Un altro pomeriggio, si trattava probabilmente di Marzo, e Carolina sedeva da sola da Chemical Romance, ascoltava disinibita la musica intorno a lei e sedeva da sola. Già detto? Sedeva da sola. Chi siede da solo ad un bar?

Fu destino o qualsivoglia dio, ma Catherine entrò da quella porta ed ordinò una cioccolata calda. Sorpasso diversi tavoli, i suoi fianchi ancheggiavano come quelli di una donna e il suo portamento appariva sicuro. Arrivò dove se ne stava appartata la sua vecchia amica e «È occupato?»

«Sì.»

«Ma non c'è nessuno.» la guardò con noncuranza.

«Allora puoi sederti.» disse soltanto.

Catherine sospirò, annuendo. Spostò la sedia, essa strisciò rudemente al pavimento e si accomodò. La sua cioccolata non impiegò molto per essere servita e trascorsero il pomeriggio a guardarsi. Non parola più, non parola meno. Carolina sedeva sgarbatamente, Catherine incrociava le gambe.

Avrebbe potuto chiederle ogni cosa che sapeva andasse spiegata: Catherine tacque e rigirò il cucchiaino nella bevanda calda, sperando chissà cosa.

E altri granelli di Carolina terminavano sul pavimento, si disintegravano all'espulsione e divenivano orridi e denigranti una volta al di fuori. Rimbombavano nelle sue vicinanze, ricordandole la solitudine della quale faceva parte.

«Credo sia tardi.»

«Può essere.» erano le sette.

«Ciao, Catherine.» si alzò e pagò, desiderando di piangere con tutte le sue fibre.

*****

Quella volta, invece, era il ballo di fine anno e Carolina, stranamente, scelse di non andare. Passava la serata con un buon libro che credeva le avrebbe fatto meglio.

Il ragazzo di allora, di Carolina, Connor, non perse occasione per --- ma questa è un'altra storia, che sciocca.

Lei lo venne a sapere e corse fuori di casa, in pantaloni da tuta e struccata, conoscendo i limiti del ragazzo che amava. Arrivò al ballo in autobus e venne derisa dalle coetanee per l'abbigliamento e Catherine era : lì dove avrebbe potuto raccontare a Carolina cosa fosse successo e lì dove avrebbe potuto abbracciarla e dirle che lei c'era. Ma a Catherine non piaceva mentire.

Carolina correva disperata da una persona ad un'altra, quasi si inginocchiava, e domandava se qualcuno avesse visto il suo Connor. Le persone ridevano, le persone parlottavano a bassa voce, le persone sono cattive e se c'è un lembo di luce, un ramo sano, lo distruggono - così penso la ragazza in tuta.

Cadde a terra nel corridoio, con la sua dannata voglia di far bene alle persone e di evitare loro sofferenze, e Catherine la sentì disperarsi quando uscì per andare in bagno. Il suo abito con dei fiori, meno ordinario del solito, le donava -- le stava alla perfezione.

Furono attente a fissarsi, occhi verdastri in occhi disperati, ma nessuna delle due parlò. Carolina ne fu devastata e rimise tutto.

*****

Si tesero altre occasioni e situazioni: opportunità per una delle due di fare la cosa giusta, ma ogni --- ogni singola volta Carolina ne rimise fino a ritenersi quasi vuota.

Ma non voglio scocciarvi, arrivo al sette Ottobre, due giorni prima che la ragazza dai capelli mossi scegliesse di farla finita. Ed è una scelta dura, non crediate lei non lo sappia.

Carolina girovagava con abiti strappati e si alienò in un parchetto, stando ben attenta a non toccare i lividi che decoravano il suo esile corpicino, il suo cuore non tendeva a nulla ed era spaesata. Un'ultima possibilità quel giorno Carolina voleva dare alla vita: un'ultima possibilità. Non si accorse, però, di starla dando nelle mani di una persona fragile e non alla vita.

Compose il numero sul cellulare, il suo respiro era affannato e tremava. Rigurgiti saltuariamente venivano fuori dalla sua bocca e desiderava liberarsi dello stomaco. Nausea, sensazioni perfide, meschine, dimoravano in esso.

Tre volte la segreteria, ma Carolina non si arrese. Con dita travolte dagli spasmi digitò il suo nome un'ultima volta e uno, due, cinque «Carolina?»

«Cath-- Catherine. . Ti disturbo?» sulla linea qualche suono indistinto, borbottii e un frusciare di coperte, poi «Che succede?»

«Non ce la faccio più.» buttò fuori come vomitando, un fremito, un singhiozzo e lacrime malsane scorrevano lungo il suo viso, al petto, agli abiti rovinati.

«Che è successo?» altri brusii. La voce di Catherine non sembrava preoccupata.

«Voglio -- voglio. . Sì, voglio che si fermi.» balbettò col cuore nell'acqua gelida.

«Chi si deve fermare, Carolina?» lo sapeva perfettamente. Cominciò a muoversi, come era sua consuetudine quando era a telefono. Carolina non rispondeva, piangeva. «Chi si deve fermare?» un minuto, «È stato Connor?»

La ragazza in lacrime annuiva e «La vita, Cath. . Desidero --- desidero si fermi.»

«Che cazzo dici, Carol? Raccontami.»

«Lui. . . E . . E io stavo lì, capisci? Mi ha -- mi ha» ma dall'altra parte non sentiva più nulla, «Catherine?» ma lei pareva aver attaccato. Scoppiò in lacrime.

Il vuoto. E sapete a cosa è simile questa sensazione? Al nulla. E il nulla deturpa.

N/A: pubblicare questo capitolo è stato un parto, vero @@matilde8 ?

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