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Capitolo 2

«Chiudi la porta!»
La voce di Pitt Garamond era dura, severa.

Feci come chiese e mi parai davanti a lui.

«Siediti, Hockester» ordinò ancora e io ubbidii, cercando di scostare la sedia senza fare rumore.

Ero nervoso. Non mi piaceva essere sotto esame, ma con quest'uomo era chiaro quanto lo fossi.

«Allora, hai lavorato per anni nel distretto cinque. Come mai questo cambiamento? Cosa ti ha spinto ad entrare nelll'Intelligence?» domandò, prendendo delle carte da un cassetto.

Erano dei fogli contenenti i miei documenti, tutto ciò che mi riguardava.

Scommettevo che lì in mezzo avrei trovato anche le risposte che avevo dato al primo concorso che feci molti anni prima per entrare in polizia.

Mi schiarii la voce, provando a non farmi intimidire e risposi con tono sicuro.

«Il mio posto è qui, capo! L'ho sempre saputo. Avevo solo bisogno di tempo per crescere ed essere pronto ad affrontare questo cambiamento.»

«E credi di essere pronto per questo team?» domandò, con le mani giunte, quasi in contemplazione.

«Sissignore. Sono nato per fare il poliziotto e se posso utilizzare le mie conoscenze e le abilità che ho acquisito negli anni per provare a fermare la criminalità, sarò pronto a farlo anche qui... soprattutto qui.»

Pitt sorrise amaramente, poi spostò dei fogli fino ad arrivare a uno, vecchio e malandato.

«Ho letto che hai scelto di diventare poliziotto in seguito a un lutto che ti ha colpito molti anni fa» affermò, spostando lo sguardo dai fogli a me.

Aveva toccato una ferita aperta ma non gliel'avrei dato a vedere.

«Quello è successo una vita fa. È vero, ho deciso di prepararmi per entrare in polizia in seguito alla morte della mia ragazza, ma...»

«Fu uccisa da un malvivente che voleva rubarle l'auto. Se oggi quell'uomo dovesse uscire di galera come reagiresti?»

Presi un bel respiro prima di rispondere. Non potevo vacillare. Non dovevo.

«In alcun modo. Non sono un pazzo che cerca vendetta, quell'uomo aveva commesso altri crimini ed è stato punito per ciò che ha fatto.

Certo, non nego che non mi dispiacerebbe vederlo morto, ma questo non significa che butterò all'aria il mio lavoro, tutti i sacrifici che ho fatto, per vendicarmi di una cosa successa tempo fa.

Quell'uomo ha avuto ciò che si merita, e se esiste una giustizia divina, avrà ciò che merita anche nell'aldilà.»

«Credi in Dio?» domandò, spiazzandomi completamente.

Era una di quelle domande trabocchetto? Cosa avrei dovuto rispondergli?

«Io... sì, credo. Insomma... una parte di me ha bisogno di credere, credere che ci sia qualcosa, qualcuno. Credere che prima o poi rincontreremo quelli che non ci sono più.»

Pitt si rabbuiò, fissando nel vuoto con aria triste. Forse anche lui aveva perso qualcuno.

«Sì, capisco» concluse senza alcuna espressione, continuando a guardare nel vuoto con aria assente.

Poi tornò in sé e fissò di nuovo il suo sguardo sulla mia persona.

«Mi sembri un ragazzo in gamba, Bright, molto sicuro di sé e consapevole di ciò che può realizzare qui. Ho letto solo belle parole del tuo vecchio capo e di tutto il team con cui lavoravi.

Prima di accettare la tua candidatura ti ho osservato sul campo, da lontano. Lo faccio sempre prima di decidere chi ammettere nella mia squadra.

Mi sembri la persona adatta a questo team e se seguirai le mie indicazioni sono sicuro che lavoreremo bene, insieme.»

Non sorrise, si limitò a fissarmi con aria seria e spigolosa.

Annuii e feci lo stesso, mi limitai ad osservarlo, sperando che la mia gratitudine trasparisse dai miei occhi.

«Lo farò, capo» aggiunsi, indeciso se aspettare un suo cenno per alzarmi e andare via.

«Ottimo! Puoi andare, Hockester» disse e io mi alzai, ma prima che potessi anche solo allontanarmi di pochi centimetri dalla sedia, mi fermò.

«Un'ultima cosa: ho visto che hai conosciuto mia figlia.»

I suoi occhi divennero nuovamente severi, quasi furiosi.

«Sì. Mi ha dato il benvenuto in squadra portando dei dolcetti» dissi con una punta di imbarazzo.

Per la prima volta lo vidi sorridere, sorridere davvero.

«Già, lo fa sempre. È il suo modo per essere gentile. Questo distretto è la sua seconda casa.»

«Immagino» dissi, sorridendo forzatamente.

«È una ragazza meravigliosa, e non lo dico perché è mia figlia. Ma come ho già detto a tutti gli uomini che hanno varcato questa soglia e fatto parte del mio team: è off limits, per te, Hockester.

Non voglio che mia figlia frequenti un poliziotto, né ora né mai!»

Ci fu un istante di silenzio dovuto al mio imbarazzo per quella specie di minaccia velata.

«Io... non capisco perché me lo dice, ma... nessun problema. Non sono certo qui per trovarmi una ragazza» esalai, andando sulla difensiva.

«Nulla di personale, Bright. Lo dico a te come l'ho detto a tutti.

Mia figlia è bella, intelligente, ha un mucchio di qualità. Sta spesso con noi, siamo una grande famiglia.

Te la ritroverai spesso tra i piedi, diciamo così, e voglio essere chiaro su questa unica grossa regola che ognuno di voi deve rispettare!»

Diventò di nuovo di ghiaccio e io annuii, scostando la sedia e rimettendola al suo posto.

«Nessun problema, ho capito il suo discorso.

È tutto?» aggiunsi.

Pitt mi osservò un'ultima volta e poi annuì.

«Sì, è tutto. Puoi andare.»

Allungai la mano e lui, finalmente, me la strinse.

«Grazie, capo» sibilai e poi andai via, lasciandolo solo.

Quando tornai alla mia postazione, gli altri erano al lavoro davanti ai computer, mentre Thomas mi aspettava con un sorrisetto divertito.

«Come è andata col grande capo?» chiese.

Mi sedetti sulla poltrona dietro la scrivania e cominciai a sistemare le mie cose che avevo fatto arrivare dal vecchio distretto il giorno prima.

«Bene, direi. Mi sembra un tipo severo ma molto in gamba.»

«Lo è» confermò Thomas. «E... ti ha già fatto il discorsetto sulla figlia?» domandò, senza abbandonare quell'aria divertita.

«Quello sul fatto che, per noi, è off limits?» chiesi, ridendo.

«Esatto. Alcuni anni fa uscì con un poliziotto del distretto sei, uno stronzo, in realtà.»

«Fammi indovinare: lui l'ha trattata di merda, magari l'ha tradita, e ora Pitt odia l'intera categoria!»

«Non esattamente.» Thomas si chinò di più per parlare a bassa voce, quasi sussurrarmi all'orecchio.

«Pitt era sposato con una poliziotta. È morta quando Alexis aveva dodici anni.

Da allora non si è più risposato.

È convinto che la figlia non debba più subire un trauma del genere. Non vuole che stia con qualcuno che rischia la vita ogni giorno, ecco.»

«Capisco. E lei è d'accordo con la decisione del padre?» domandai, un po' incuriosito da quella strana storia.

«Assolutamente no! Ecco perché anni fa uscì con Paul.

Non funzionò, comunque. Pitt minacciò il ragazzo che se non avesse lasciato la figlia gli avrebbe fatto perdere il lavoro.

Lui non se lo fece ripetere due volte, ma disse ad Alexis il motivo per cui stava chiudendo.

Da allora, tra padre e figlia, c'è molto astio sull'argomento, non ne parlano mai.

Alexis, in realtà, non si impuntò più di tanto sulla situazione, all'epoca. Insomma, si frequentavano da poco, nessuno dei due provava niente per l'altro, ma lei si arrabbiò moltissimo col padre, non si parlarono per settimane.»

«Che storia! Ad ogni modo con me non c'è alcun pericolo» affermai deciso, mentendo a me stesso, forse.

Ciò che avevo sentito quando avevo visto Alexis era qualcosa di strano e profondo, qualcosa che non avrei mai creduto di poter provare.

«Perché? Sei gay?» domandò lui curioso e io scoppiai a ridere.

«Ma no! Sono semplicemente non interessato alla cosa.

Innanzitutto se volessi trovarmi una ragazza non lo farei qui dentro, e poi non sono tipo da storie serie.

La mia vita è già abbastanza complicata e piena. Fidati, l'ultima cosa di cui ho bisogno è una donna che la incasini ulteriormente!»

Thomas sorrise, sedendosi sulla mia scrivania.

«Figo! Ottimo modo di vivere, amico.
Io, invece, mi sono fatto fregare due anni fa: Samantha. A volte mi fa impazzire ma è la mia vita, che posso farci!»

Sorrisi di gusto. Thomas mi piaceva. Era un ragazzo alla mano, aveva cercato di mettermi a mio agio dal primo istante in cui avevo messo piede lì dentro.

«E io sono contento per te, amico.»

Gli diedi una pacca sulla spalla e lui si alzò, girandosi un secondo dopo per dirmi qualche altra cosa.

«Oh... Alexis è dovuta andare via. Ti manda i suoi saluti.»

Alzai di poco lo sguardo.

«Grazie.»

«Ci ha tenuto a lasciarmi i suoi saluti per te.»

Non sarei cascato in quello stupido giochetto!

«Beh, a quanto pare è una ragazza molto educata!»

«E anche bella. Io e lei ci frequentiamo dal liceo, ecco perché la conosco così bene.

Siamo amici da tanto, sono l'unico di cui Pitt si fida al cento per cento. Insomma, sa che tra me e lei non potrebbe mai esserci niente. Sa che non ci proverei mai con la figlia.»

«Mi fa piacere per te» dissi, ignorandolo, continuando a sistemare le mie cose.

«Secondo me le piaci. Insomma, non mi ha detto nulla, ma ormai ho imparato a conoscerla.»

Mi alzai, spazientito, e divenni duro.

«Thomas, basta, davvero! Non ho undici anni e non sono interessato alla cosa!

Il giorno in cui avrò bisogno del sostegno per trovarmi una tipa da portarmi a letto ti chiamerò.

Ora, se non ti dispiace, vorrei tornare a sistemare le mie cose.»

Fui sgarbato, molto, ma quella situazione non mi piaceva affatto.

«Oh, sì, certo, scusa.
Ti lascio stare, allora.»

Se ne andò voltandomi le spalle e tornando alla sua postazione.

Mi presi la testa tra le mani e sbuffai.

Non mi piaceva tirare fuori il lato peggiore di me, ma a volte non potevo farne a meno.

Non volevo più parlare di quella ragazza e sapere che, forse, io le piacevo non mi aiutava affatto.

Perché, come aveva detto suo padre, lei era off limits per me.

Perché non ero certo tipo da storie serie e Alexis mi sembrava proprio la classica brava ragazza in cerca dell'amore della sua vita.

Perché se solo guardarla mi aveva provocato strane sensazioni, se avessi sperimentato altro o anche solo provato a sperimentarlo, sarebbe stato un grosso guaio per me.

Perché non avrei mai più aperto il cuore a nessuna donna. Meno che mai ad Alexis Garamond!

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