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Al comitato di quartiere

La sede temporanea del Comitato ha trovato stabile sistemazione nel vecchio cinema del quartiere, che campa soprattutto di spettacoli teatrali e proiezioni per scolaresche delle elementari.

Il proprietario è contento di lasciarci usare il salone nel giorno di riposo, con le sue poltrone comode e il palco ideale per tenere discorsi, perché noi negozianti ci siamo impegnati per reclamizzare il programma di proiezioni del cinema.

È un ottimo scambio, perché così il Comitato può rifiutarsi, sensatamente, di usare denaro per affittare una sala per riunioni che avvengono solo una o due volte al mese.

Il suo scopo primario è ridurre le spese e aumentare i guadagni degli associati, non chiedergli soldi.

Mi apprestavo a salire il primo degli otto gradini della piccola scalinata davanti all’ingresso del cinema, quando squillò il cellulare.

La mamma.

Provai la sensazione di essere sul punto di affrontare una conversazione delicata, che mi richiamò in mente l’immagine di un soufflè al formaggio.

In un soufflè, i piccoli accorgimenti sono la salvezza del cucinato.

Soprattutto alla fine.

Quando si gonfia nel forno hia la tentazione irresistibile di aprire lo sportello per verificare che stia andando tutto bene… mi raccomando resistete, perché se aprite anche un solo spiraglio del forno il soufflè si accascia come un fiore rimasto senz’acqua per troppo tempo!

Qual è il modo migliore per prepararlo?

Di solito mi riesce bene seguendo questa ricetta: 4 decilitri di latte, 50 grammi di grana, 60 grammi di farina, 2 tuorli, 70 grammi emmenthal, 60 grammi burro, 5 albumi, noce moscata, sale.

Usate una grattuggia a fori larghi per grattuggiare i formaggi.

Fate ammorbidire un po’ del burro per imburrare bene lo stampo da soufflè, poi cospargetelo con due cucchiai di grana grattuggiato fresco.

Scaldate il latte senza farlo bollire, mentre in un tegame fondete il burro muscolato con la farina, mescolando fino a ottenere un composto denso.

Aggiungete il latte a filo, mescolando, e cuocete per dieci minuti.

Ottenuta una besciamella molto densa e liscia (usate sempre la frusta!) aggiungete sale, pepe, noce moscata e i formaggi grattuggiati.

Quando è tiepido, mettete anche i tuorli e a parte montate le chiare d’uovo con un pizzico di sale.

Quando le unirete al composto, badate bene di farlo con movimenti dal basso verso l’alto o i bianchi si smonteranno e addio soufflè, benvenuta frittata!

A quel punto potete riempire lo stampo.

Ricordate di riempirlo solo per due terzi perché il composto cresce molto in cottura e se fosse pieno, tracimerebbe!

Regolare il forno a 180° per 25-30 minuti, non apritelo mai durante la cottura e servite il soufflè appena sfornato perché il suo aspetto resiste solo pochi minuti.

Come vedete, è una ricetta abbastanza laboriosa, e il risultato di durata effimera.

Se anche viene alla perfezione, dopo pochi minuti la cupola tonda e dorata inizierà ad afflosciarsi lo stesso.

È la sensazione che provo parlando con mia madre. Tanta destrezza può salvarmi dalla rovina, ma è solo questione di tempo e lei vincerà.

“Sandrina, sono la mamma.” trillò come suo solito, incapace di ricordarsi che il display mostra sempre il numero del chiamante “Ti disturbo?”

“No, ma sono un po’ di fretta.” risposi, osservando altre persone oltrepassarmi dopo un rapido saluto con la mano.

A nessuno piace essere l’ultimo ad entrare. Tutti ti guardano.

“Beh, se ti disturbo dillo e basta.” tentò subito la manovra base per farmi sentire in colpa e ottenere un vantaggio.

Che non ero disposta a concederle “No, mamma. Non disturbi affatto. Dimmi.”

“Stiamo benissimo io e tuo padre. Grazie per averlo chiesto.” fallito il primo tentativo, cercava un’altra strada.

“Lo so che state benissimo. Me lo hai spiegato per dieci minuti stamattina, ricordi? Mi hai telefonato per raccomandarmi di essere gentile con Lisa.” certe volte mi chiedo se c’è tanta differenza tra una telefonata di mia madre e dare testate contro un muro.

“Ecco, appunto, come ti sembra sia andata?”

“Ha irretito un giovane facendolo sgobbare al posto suo, rovinando il mio malvagio piano di godimento basato sulla vista di lei immersa fino ai gomiti nell’acqua saponata. L’ho portata nel mio ufficio dove, sotto la mia supervisione, ha dovuto confezionare biscotti ed è stata una lamentela unica per la farina e le briciole sulla sua gonna firmata finchè non è finito il part-time ed è uscita al trotto verso i negozi d’alta moda nonostante le avessi spiegato che per le divise da commessa ce n’è uno fornitissimo all’angolo che le vende complete e accessoriate a venti euro.”

“Direi bene.” è stata la mia menzogna.

“Ora mi dirà che ha chiamato la zia.”

“Si? Perché, vedi, ha chiamato la zia…”
“Dovrei fare la medium.”

“Ringraziava ancora per averle dato una occasione. Ha detto che Lisa era molto stanca dopo aver pulito una montagna di teglie e confezionato biscotti. Non è che come primo giorno hai preteso troppo?”

Valle a spiegare come sono realmente andate le cose. Non ci avrebbe mai creduto.

“Doveva stare dietro il bancone, ma si è presentata in minigonna e camicia trasparente. Così l’ho impiegata diversamente.”

“E non potevi farle fare la tua assistente?” belò “La zia dice che Lisa era davvero giù quando è rincasata perché pensava che lavorare per te significasse darti una mano in ufficio.”

“Allo schiuma party, piuttosto.”

“E tu cosa pensavi?” le rimpallai la domanda.
“Io?” si stupì.
“Tu.” ribadii “Tu, la zia, tutti quanti, quando avete saputo che ho accettato di darle un lavoro, cosa credevate le facessi fare, visto il suo grado di esperienza?”

Percepii alla perfezione l’esitazione nel rispondermi.

Chiunque dotato di buonsenso non avrebbe mai creduto che avrei assegnato una novellina un incarico da cui può dipendere tutto il buon nome del negozio.

“Il punto non è quello che credevamo noi, ma cosa credeva lei. Non devi essere stata abbastanza chiara quando le hai parlato e si è fatta delle illusioni.” è stata un’azzeccagarbugli mancata.

La sua capacità di rovesciare la frittata è degna dell’avvocato che ha fatto scarcerare O.J. Simpson.

“Se aveva dei dubbi poteva farmi delle domande. Tutti prendono informazioni sul tipo di lavoro che dovrebbero svolgere. Ma lei una volta ottenuto il posto ha perso interesse perché era sicura che appellandosi al legame di parentela o facendo intervenire te le avrei lasciato fare quello che vuole. Mamma, questo non è come far fare una torta alla fragola per il mio compleanno perché la piccola Lisa non gradisce la crema di limone e finirebbe col non mangiarla…”

Quella questione la rendeva sempre nervosa “Non ce l’avrai ancora con me per quella vecchia storia?”

“Si! Era il mio compleanno, per la miseria! Perché doveva esserci la torta che piaceva a mia cugina invece della mia preferita? A me neanche piace il gusto fragola!” quella volta puntai i piedi in modo inaudito.

Dichiarai che io non l’avrei mangiata, non avrei neanche soffiato sulle candeline, davanti a tutti, se non avessi avuto la torta che volevo.

La soluzione di mia madre fu, anziché darmi ragione, di ordinare due torte.

Mi rendo conto di quanto sia stato infantile averglielo rinfacciato una volta di più, ma il mio recente distacco emotivo da Lisa mi consentiva di vedere con chiarezza non solo il suo egoismo.

Riconoscevo la colpa di noialtri che le avevamo permesso di svilupparlo concedendole ogni volta quello che voleva.

“Aveva solo sei anni e tua zia diceva che soffriva di inappetenza!”
“Non tiriamo fuori la solita vecchia storia.” temetti che non avrei saputo resistere se avesse ricominciato a dire che gliel’aveva chiesto la zia, sua unica sorella e bla, bla, bla…

“Questi sono affari, Ma’. Non ne metto a rischio la solidità, di questi tempi poi, per compiacere i parenti. Se hai in mente di darmi il tormento finchè non cambio idea, rinuncia perché farai perdere tempo a entrambe. Preparale una torta alla fragola per consolarla.”

“Sand…” un gran tramestio di sottofondo, l’ordine in tono indignato di restituirle il telefono e poi la voce di papà “Bravissima! Sono fiero di te!”
“Caro!” fu il sibilo della mamma.

“Piantala, Caterina! Sai benissimo come la penso sull’argomento, da anni. Tua sorella dovrebbe mettere la figlia sulle ginocchia, darle due sculacciate, tagliarle i fondi e dirle di andare a lavorare nei campi, se non trova altro! Basta ripetere che è giovane e le ragazze vogliono divertirsi. Questa non è una canzone, ma la realtà. Il rifiuto di Sandra di regalarle quello che chiede può farle da utilissima lezione su come va il mondo, a quell’insopportabile viziata.” papà pensava questo di Lisa da anni e non me l’aveva mai detto?

Certamente mamma gliel’aveva proibito dicendogli che poteva minare il rapporto tra cugine.

“Caro, parli di nostra nipote!” mamma doveva aver messo le mani sull’altra derivazione in casa, perché la voce era tornata nitida.

“Tua nipote, cara. È sangue del tuo sangue. Nella mia famiglia simili mostri non si sono mai visti.” ha puntualizzato lui.

“Ti ha chiesto scusa per aver usato come birilli la tua collezione di statuine di Tex Willer!”
“Come no. Le avevo detto espressamente di non toccarle. Le ha prese, decapitate giocandoci a bowling in giardino. Se non avesse sfondato il box della vicina con un tiro troppo forte, facendosi scoprire, avrebbe gettato i cadaveri e non avrei mai saputo che ne era stato!” non potevo vedere papà, ma ero sicura che le sue pulsazioni fossero alle stelle per la rabbia.

Aveva tenuto molto a quelle statuine. Bonelliano doc fin dall’infanzia, era stato al settimo cielo quando gliele avevo regalate per il suo cinquantesimo compleanno.

Vedendo i loro resti, qualcosa in noi si era frantumato più delle amate statuine sotto i colpi della palla da bowling.

Prima della festa di fidanzamento, era stata la sola volta in cui sono stata seriamente tentata di mandare affanculo Lisa in faccia davanti alle nostre madri.

“Se Sandra non a quindici anni, ma a qualunque età, si fosse comportata così, l’avresti fatta andare a chiedere scusa strisciando carponi sull’asfalto fino alla casa della sua vittima finchè non le avessero sanguinato le ginocchia!” la sfidò a ribattere.

Come avrete capito, è da lui che ho ereditato il mio temperamento drammatico.

“Caro, dobbiamo parlare. Soli.” rispose lei “Ci sentiamo, amore.” mi salutò e clic, mise giù la sua derivazione.

“Ora devo litigare con mia moglie a causa di quella vipera di nipote. Sandra, se sei mia figlia, non cedere di un passo. La conosco troppo bene per dubitare che davanti a un altro rifiuto cercare di tagliare la corda verso pascoli più verdi. Ci sentiamo, stellina di papà.” e anche lui mise giù.

A meraviglia. La mia ribellione al solito schema familiare dava ai miei un motivo per litigare.

“Eh, no. Non è esatto. Sono le pretese di Lisa la causa scatenante.” questo non mi tranquillizzava.

Se papà aveva torto e Lisa rimaneva, sarebbero continuate anche le pressioni per farla avanzare verso incarichi di alto livello e per amor di pace avrei ceduto.

Cercando di capire quale terribile colpa avessi commesso per meritare un karma come il mio, mi voltai verso il cinema, sperando di non essere l’ultima degli associati a entrare nella sala… mi bloccai.

Sul marciapiede, alla mia sinistra, Sofia smontava dal suo motorino, una Vespa grigio argento che ama al punto da averla fatta decorare con la scritta Adorata in rosso vermiglio.

Alla mia destra, Alessio Panzetta scendeva dalla sua macchina di lusso che non recava traccia dello sfregio operato da Sofia.

Accidenti, se trovo comico che un famoso personal trainer proprietario di una catena di palestre faccia Panzetta di cognome!

Pare che da piccolo fosse grasso, ma successivamente dimagrì grazie a un allenamento intensivo combinato a una dieta, che descrive nel suo libro Il tuo corpo è il tuo tempio, best-seller del genere manuali auto-aiuto/benessere, su cui è basato tutto il successo che gli ha consentito di aprire la catena di palestre.

Sarebbe un Principe Azzurro perfetto (diciamolo senza peli sulla lingua, è un discreto figaccione) se non fossi a conoscenza del suo carattere dispotico, per non parlare del fatto che Sofia ci avvelenerebbe la torta nuziale con della stricnina.

I due si incrociarono proprio davanti ai gradini del cinema.

Si sono guardati come Il Biondo e Sentenza, tanto che temevo di avere la parte di Tuco.

A sorpresa, Panzetta fece un passo indietro, un mezzo inchino, e lasciò che Sofia salisse per prima.

Stavo già pensando che dopotutto è una persona con l’animo di gentiluomo (specie perché non aveva mai fatto parola della rigatura della sua macchina) quando l’ho sentito dire, mentre Sofia gli passava avanti, col tono rispettoso di chi riconosce un merito a qualcuno “Satana.”

E lei, con estrema naturalezza, quasi se lo aspettasse “Perdente.” ribattè.
“Carogna.” fu la risposta di lui, mentre saliva a sua volta i gradini.
“Bestia!”

Mi precipitai al seguito sperando non dessero spettacolo. Ma per fortuna lo scambio di insulti si era già interrotto.

Erano memori delle minacce d’espulsione dal comitato dopo il loro feroce litigio nel marzo dell’anno scorso, culminato nel tentativo di Sofia di sfasciargli una sedia in testa dopo che lui le ha lanciato addosso una brocca di succo alla pera, e scatenato, a quanto si è capito, dalla domanda “Per quale squadra di calcio tifi?” fatta da altre due persone.

Per regolamento approvato con tanto di votazione, adesso, Sofia e Panzetta devono sedere alle due estremità opposte della sala, evitare il più possibile di rivolgersi la parola e anche di guardarsi, se non strettamente necessario.

Coesistono due filoni di pensiero tra i membri del comitato.

Uno vuole che prima o poi si uccideranno a vicenda, l’altro che li scopriremo avvinghiati in un amplesso selvaggio nel guardaroba.

Si accettano scommesse.

Presi posto in fondo alla sala, così da poter pensare ai fatti miei. Calò momentaneamente il buio, poi illuminarono il palco, su cui il presidente salutò e ringraziò i presenti con le consuete formule di rito.

Poi chiese in tono casuale se c’erano dei possibili nuovi iscritti o qualche accompagnatore.

Al No corale le porte vennero chiuse coi catenacci e tutti insieme recitammo la Filastrocca del Piccolo Commerciante, scritta di pugno dal presidente quando ha fondato la nostra associazione.

La filastrocca è un inno d’odio verso le multinazionali, i centri commerciali, il fisco e la recente aggiunta: la Legge Fornero.

Comprenderete perché ci permettiamo di cantarla solo dopo esserci assicurati che non ci siano orecchie di non-associati nella sala.

Se l’ascoltasse qualcuno di sbagliato verremmo denunciati in massa quali sobillatori antigovernativi o soggetti degni della neurodeliri invece che essere riconosciuti per semplici negozianti esasperati da una pressione fiscale insostenibile.

So che visto dall’esterno un gruppo di adulti che canticchia parolacce può sembrare grottesco, ma nel nostro mestiere così ricco di frustrazioni queste cose non sono cretinate, bensì valvole di sfogo e anche un modo per sentirsi tutti vicini.

Finito il canto, i catenacci vengono tolti e la riunione vera e propria inizia, non senza un’occhiata di aspettativa al rinfresco a base di patatine, pop corn e bibite.

“Gli argomenti principali della serata saranno gli eventi ricreativi del prossimo mese nel quartiere e una raccolta firme per installare a spese del comune delle telecamere di sicurezza all’inizio, a metà e alla fine della strada principale…”
“Ancora?” si levò una voce esasperata “Abbiamo già tentato quattro volte e non ci hanno concesso neanche mezza telecamera. Non gliene frega niente se continuano a rapinarci.” un brusio generale gli diede ragione.

“Ma stavolta cambieremo tattica!” esultante, il presidente fece accendere il proiettore, così che alle sue spalle comparve l’immagine di un androne di condominio, un po’ buio perché era stata scattata di notte.

La luce di un lampione rendeva perfettamente riconoscibile la sagoma di un uomo intento a orinare sulla porta.

“La scusa per negarci i fondi per le telecamere è sempre stata quella che nel nostro quartiere la criminalità è contenuta.” il presidente ignorò una paio di battute provenienti dal fondo, che insinuava dove fosse contenuta la criminalità “E allora noi faremo appello alla comune decenza. Diremo che servono per scoraggiare ubriachi, drogati e gente del genere dal fare bivacco sulle nostre strade.”

“Ma è una delle poche emergenze sociali che mancano nel nostro quartiere!” osservò qualcuno “Fortunatamente, non è facile che qualcuno venga a pisciarci sulla porta.”
“E poi siamo tutti gente tranquilla, nessuno se la sente di uscire alle due di notte per fotografare vandali all’opera, col rischio di venir presi a botte!”

“Tranquilli, ci ho già pensato.” il presidente mostrò orgogliosamente un berretto logoro e una giacca consumata “Con la collaborazione di Gregorio, fotografo impeccabile…” Gregorio è il gestore del negozio di attrezzature fotografiche a un tiro di schioppo dalla pasticceria.

Da quando le macchinette digitali hanno rimpiazzato i suoi servizi di sviluppo di rullini, va avanti facendo fototessere e fotografie ai matrimoni “… alcuni di noi si travestiranno e faremo splendide fotografie di finte risse, minorenni che bevono e altre perle come questa.” indicò l’immagine alle sue spalle “Useremo dei cellulari per fingere che sia stata una ripresa fortuita e useremo solo fotografie dove non si può riconoscere il colpevole. Andiamo ai voti, chi vuole approfondire la cosa?”

Si levò una selva di mani. Va bene, lo so che non stavamo agendo correttamente, ma voi non scendereste a patti con la vostra coscienza per un po’ più di sicurezza nel posto dove lavorate o vivete?

Se nel laboratorio non ci fossero stati sempre un paio di lavoranti per le infornate notturne avremmo subito scassinature come tutti quelli che ci circondano.

Però dovete ammettere che il nostro presidente è una persona che ha a cuore i nostri interessi e si sforza di trovare soluzioni efficaci per i nostri problemi.

Probabilmente è per questo che non sarà mai un politico importante.

Quello è un ambiente dove anzitutto devi pensare a te stesso per salire in alto.

Una volta stabiliti i nomi dei volontari per il progetto di mistificazione di immagini, si passò agli eventi ricreativi.
“Bene, ora posso ascoltare a mezz’orecchio.”

Mi rilassai e iniziai a riflettere su come sfruttare quell’occasione.

In base alle mie liste, la riunione doveva essere un territorio di caccia perfetto.

Non fosse stato che avevo già deciso di non volere più un compagno il cui lavoro era in qualche modo connesso al mio… beh, se ci fosse stato qualcuno di promettente avrei potuto fare un eccezione.

Dopotutto, per una persona con un’attività in proprio, l’ideale è un uomo con un’occupazione altrettanto impegnativa, quindi in grado di comprendere orari di lavoro brutali, le inevitabili difficoltà nel mandare avanti la vita privata e anche di tenere in ordine la propria casa.

Tutti i presenti possedevano o dirigevano un commercio di dimensioni variabili.

Peccato che la quasi totalità di loro fosse sposato!

Di solito con una dolce metà che prima di diventare tale, lavorava per loro.

La categoria dei commercianti sa benissimo che questa scelta di carriera li porterà a condurre una vita sociale sacrificata e si premunisce per tempo.

Sposa la ragazza del liceo, quella dell’università o la propria prima commessa.

La rassegna di teste maschili mi rivelò che l’85% degli associati era ammogliato e strettamente sorvegliato dalla consorte (declassato durante la prosperità degli anni ‘90, dopo la crisi economica il negoziante è tornato come ampiamente desiderabile tra le giovani in cerca di sistemazione sicura) timorosa che un modello più giovane cercasse di farla riciclare.

Approfittai dell’occasione per monitorare anche la situazione vista al contrario: le donne commercianti erano perlopiù single, anche loro, come me, avevano avuto altri progetti inizialmente, ma poi la precarietà del mondo del lavoro le aveva portate a scegliere carriere dove non puoi essere mandata a spasso perché il tuo posto serve al figlio/nipote del capo.

Quando sei la padrona del tuo lavoro, perderlo può essere solo colpa tua o degli affari scarsi, non del nepotismo.

Anche loro si erano gettate nelle mischia decise a tagliarsi una fetta di successo, tralasciando legami affettivi o vedendoli disgregarsi sotto il logorio dei loro ritardi, dei weekend insieme annullati e definitivamente distrutti quando lui si era reso conto che la vita pre-attività, (fatta di numerose uscite con gli amici, sbronze, viaggetti con voli low cost e domeniche trascorse a letto) era solo un ricordo mentre nel futuro li attendeva una puntualità precaria perfino per consumare insieme la cena, serate casalinghe e domeniche a letto si, ma per dormire o peggio, lavorare perché sono i giorni di maggior giro d’affari.

Così ti scartano per cercare compagne dagli orari più adeguati alle loro esigenze.

Facendo queste considerazioni ho improvvisamente capito il motivo alla base del tradimento di Francesco.

Mi è più facile stare con lei, aveva detto. Per forza!

Non era stato turbato dal continuo confronto di essere più basso di me, non avere la laurea, essere un lavoratore dipendente.

Se quelle cose fossero state importanti per lui non avrebbe lasciato andare avanti la storia così a lungo.

No, è stata la progressiva presa di coscienza sul tipo di vita che gli chiedevo di vivere con me, a fargli cercare un’alternativa.

Tutta presa dai miei impegni gli lasciavo molta libertà, ma non del tipo che gli serviva.

Per lui non era sufficiente potersi vedere con gli amici a piacimento.

Voleva una donna che gli organizzasse la vita, che si decidesse a convivere con lui facendogli trovare il frigorifero pieno e il letto rifatto.

Voleva una compagna che gli organizzasse cene con gli amici (cucinando tutto lei), gli proponesse gite, lo conducesse in quei posti dove gli uomini dicono che non vogliono andare perché sanno d’annoiarsi e poi tornano a casa di ottimo umore, pieni di cibo da strada e souvenir.

Invece nel nostro rapporto era lui a doversi assumere quei compiti.

Rammento benissimo, uscivamo insieme da sei mesi quando ho iniziato a mollare per la fatica.

Eravamo d’accordo di fare insieme qualcosa, una domenica, e sabato sera mi telefonò carico d’aspettativa “Allora? Devo fare il pieno alla macchina o è in zona?”
“Cosa?” risposi, senza capire.
“Dove andiamo domani?”
Rammentai “Mi spiace, sono stata occupatissima e non ho pensato a dove potremmo andare. Perché non restiamo in città e ci facciamo un giro al parco?”
“Ma quello posso farlo tutti i giorni! Ho voglia di uscire dopo una settimana al lavoro!” protestava.

Non avrebbe dovuto farlo. Venivo da sei giorni di dodici ore lavorative consecutive e faticavo anche per tenere gli occhi aperti mentre lui poteva andare a passeggiare per i parchi al minimo sghiribizzo.

“Anch’io ho lavorato. Se hai tanta voglia di andare in giro, proponi tu un posto. Possibile che debba essere sempre io a organizzare le nostre uscite?” era seguito un lieve battibecco in cui si era reso conto di non poter vincere.

Io lavoravo più di lui.

Giustamente, se voleva fare una gita, in quanto detentore di maggior tempo libero gli toccava almeno pensare a dove andare.

Daniela ha sempre avuto ragione.

Se l’ago della bilancia della responsabilità dei divertimenti si sposta da te a lui, a meno che non sia amore, sei fregata.

Gli uomini si aspettano di essere sollazzati.

Lui comprese che il ruolo di sollazzatore non faceva per lui e si cercò un’altra.

Buon per me, allora. Se uno scappa perché vuole essere la parte passiva del rapporto, immaginate quanto veloce se la filerebbe se restate disoccupati o peggio, se vi ammalaste seriamente con conseguente bisogno di cure costanti.

Il rimuginio continuo su questi pensieri mi tenne impegnata fino alla fine della riunione.

Le luci si riaccesero, mi stupii un po’ di trovarmi lì e andai velocemente da Sofia per farmi dire un riassunto di quanto stabilito sugli eventi ricreativi.

Ci mescolammo per un po’ alla folla di colleghi, scambiando più che altro amare considerazioni sulle difficoltà che ci procurava la recessione.

All’elenco dei caduti di recente si annoveravano una cartolibreria storica e un ferramenta, nel quartiere limitrofo.

Ero molto stanca e non vedevo l’ora di ritirarmi. Camomilla da sorseggiare leggendo un buon libro e poi ooohhh, dolce letto mio!

Inquietante che quel breve lasso di tempo dedicato a riflessioni su una passata relazione mi avesse portata ad apprezzare di più un letto vuoto in cui dormire che uno con sopra un uomo con cui farci sesso.

Fortunatamente, erano tutti della mia stessa idea.

I saluti furono amichevoli ma veloci non appena scoccarono le dieci e mezza.

Avevo appena recuperato il mio cappotto quando un grido lacerante ci fece correre verso l’uscita, convinti che avremmo trovato la vittima di un pirata della strada stesa sull’asfalto.

Grazie al cielo la vittima non era in carne e ossa.

L’urlo era stato di Sofia, pietrificata davanti a Adorata.

Il muso della Vespa era stato graffiato e sulla vernice spiccava nitidissima la scritta “Abbasso l’inter!” (la sua squadra)

“Oppoverina.” si levò la voce agnellata di Panzetta, in mezzo a noi “Milano sta diventando un covo di vandali. Hanno fatto la stessa cosa alla mia macchina, non molto tempo fa.”

Era davvero troppo strano che non si fosse mai presentato a esigere sangue umano come risarcimento.

Quella era opera sua, ci avrei messo la mano sul fuoco. E anche Sofia.

Aveva atteso il momento giusto per restituirle il favore. Ma come ci era riuscito? Sgattaiolando fuori di soppiatto dalla riunione? Impossibile, si era messo in prima fila.

“Si è fatto l’alibi!” compresi, ammirandone la mentalità criminale “Qui fuori c’era un amico che gli ha fatto il servizio!”

Da come tremavano i pugni serrati di Sofia, temevo si voltasse, rivelando canini da vampiro, e si lanciasse al suo inseguimento.

Invece mantenne una certa compostezza, benchè quando parlò la voce fosse inconfondibilmente quella di una persona furente.

“C’è l’assicurazione contro i vandalismi, sono sicura che ti pagheranno la verniciatura.” le dissi, precipitosa.
“Verniciare? Cosa?” rispose, a denti stretti “Ti sembra che il mio motorino debba essere verniciato? È il solito di sempre.” agguantò il casco, lo sistemò in testa e inforcò Adorata esibendosi in una partenza sgommante.

Piuttosto che dare a quel tipo la soddisfazione di vederla messa in crisi dalla sua vendetta, sarebbe stata disposta a negare perfino l’esistenza della luna.

Sperai lasciasse perdere qualunque forma di ritorsione per quello sfregio.

Dopotutto, aveva cominciato lei e adesso potevano considerarsi pari.

Finalmente andai a casa, gettai sul pavimento la borsetta, scesi dai tacchi e mi tolsi le lenti a contatto.

Dieci minuti dopo ronfavo sonoramente nel letto, la camomilla che si raffreddava sul comodino completamente dimenticata.

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