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Capitolo 8 - Il sapore di una caramella all'arancia

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Pioveva ancora, nonostante avessero passato più di mezz'ora nel supermercato e loro stessero camminando da una decina di minuti, la pioggia non accennava a fermarsi; tutto era grigio, profondamente triste e fastidiosamente umido, l'acqua scendeva copiosa dal cielo, come una maledizione, e Leonardo, di fianco a lei, sembrava estremamente distante, teneva sia le borse della spesa sia il proprio ombrello, perché nonostante lei non gli avesse chiesto niente era stato così gentile da prendere due borse su tre, lasciandole quella meno pesante di tutte. Non si era spinta a chiedergli perché e lo aveva solo ringraziato. Nessuna frase, nessuna parola, nessuno sguardo, semplicemente si era voltato ed aveva cominciato a guardare davanti a sé. Le sembrava stesse pensando e sul suo viso appariva un espressione fredda, distante, scostante. Veronica aveva distolto lo sguardo, prendendo il cellulare dalla tasca dei pantaloni, visto che aveva cominciato a vibrare, e rispondendo alla chiamata di sua madre, erano rimaste in telefonata per molto tempo, almeno fino a quando non erano arrivati a casa, poi avevano chiuso la telefonata. Leonardo, davanti a lei, aveva aperto la porta di casa e la gatta si era strusciata sulle sue gambe.

«Ciao bellissima -l'aveva presa in braccio, portandosela al petto, ed aveva strusciato il naso contro il musetto della micia, lei gli aveva morsicato il naso, poi si era voltato verso di lei- dai, accarezzala, le piaci no?» Veronica gli aveva sorriso, accarezzandole il musetto, e lei aveva cominciato a fare le fusa, lui aveva sorriso alla gatta e poi l'aveva rimessa giù.

«Ci cambiamo e facciamo da mangiare? Ho fame» lei aveva annuito, posando la borsa sul piano della cucina, come, successivamente, aveva fatto anche lui.

Veronica era salita in camera sua, togliendosi i vestiti e mettendosi una felpa larga, calda e morbida, e un paio di leggings, erano le tipiche cose che si metteva quando c'era il temporale, qualcosa di comodo e che le ricordasse qualcosa di familiare, casalingo. Non dispprezzava la pioggia, ma i temporali le facevano paura.

Era tornata in cucina una quindicina di minuti dopo, ed aveva trovato Leonardo riempire la pentola d'acqua.

«Hai già cominciato?» Leonardo si era voltato verso di lei, mentre metteva la pentola sul fuoco già acceso.

«Ho solo messo su l'acqua. -Si era voltato ancora una volta, mentre cominciava a prendere le cose dai sacchetti- Come sta tua madre?» Veronica gli si era avvicinata, ed aveva preso le cose che lui le aveva passato, alzandosi in punta di piedi per metterle via nei mobili della cucina

«Sta viaggiando da città a città, sono foto e video per un documentario però... non so»

«Chi lo avrebbe mai detto che un fotografo ha tanto lavoro.» Lei lo aveva fulminato con lo sguardo, girandosi verso di lui.

«Come, scusa?»

«Beh -lui l'aveva guardata- un fotografo di norma non lavora tanto, no?» lei aveva alzato le sopracciglia.

«Se non lo sai, perché parli?» Gli aveva strappato un barattolo di mano, girandosi di nuovo per metterlo via.

«Non volevo offenderti.» Lo aveva detto dopo un po', come se avesse cercato le parole giuste.
Perché improvvisamente era così... normale?

«Non mi hai offesa»

«Certo -lui aveva scoccato la lingua, facendola girare- Sembri una vecchia, ti verranno le rughe a vent'anni se continui così.»

Ah, eccolo qua.

«Simpatico.»

Veronica cominciava ad irritarsi. Non tanto perché fosse suscettibile, ma perché aveva passato la maggior parte della sua adolescenza da sola. Da quando sua madre aveva capito che poteva farcela da sola, aveva cominciato a lavorare di più dopo un periodo in cui aveva totalmente smesso per reinventarsi. Poi, capito che doveva seguire la sua passione aveva cominciato a lavorare come fotografa e sparire per sempre più giorni, sempre più tempo, occupandosi di lavoro che richiedevano la sua presenza in una altra regione, in uno stato vicino, in una città così lontana da farla cercare su google a Veronica.
Si era infastidita perché lui non sapeva, e non voleva parlasse, ma il problema, e l'incoerenza, era il fatto che lei non gliene volesse parlare. Era una cosa di cui non voleva parlare in generale, perché parlarne portava sempre a discorsi più dolorosi di quello, e non aveva nemmeno voglia di pensarci, figurarsi di parlarne.

Si era voltata, trovandolo a guardarla.

«Certe volte sembri proprio persa -Lei aveva inclinato la testa, aveva trovato ironico come sia lui che il fratello avessero usato le stesse parole per descriverla quando pensava- Quando pensi, sembri persa...»

«Ah, pare sia normale.»

«L'ho notato. -Si era avvicinato per prendere un coltello, portandola ad alzare lo sguardo seguendolo nei movimenti- sei preoccupata per qualcosa?» Lei aveva negato con la testa, guardando un secondo la spesa rimasta fuori, quella che dovevano usare per fare l'insalata di riso

«No, niente -Lo aveva guardato un attimo- tu sembri diverso, dove sono finite le tue battute?» Leonardo le aveva sorriso

«Non sono dell'umore adatto, non posso? -Il ragazzo aveva inclinato la testa, guardandola attentamente, come se cercasse di capire qualcosa in più, anche se non gli sembrava che potesse esserci, lei si dimostrava sincera, e anche lui- Che ne dici se cominciamo a preparare? L'acqua probabilmente a quest'ora bolle, metti il sale e la pasta che io taglio i wurstel, sai, non ho voglia di mangiare alle tre»

«Nemmeno io, se è per questo.» Lei lo aveva fulminato con lo sguardo ma lui non l'aveva vista perché stava recuperato una ciotola e i vari condimenti per metterli tutti insieme.

Veronica aveva percepito la sua presenza muoversi con agilità, visto che, ovviamente, quella era casa sua, ma, in qualche assurdo modo, se ne era stupita comunque. Continuava a sentirsi ancora inopportuna, fuori posto, priva del suo centro, e vederlo destreggiarsi così bene le faceva ricordare quando cucinava con sua madre, e allora il ritmo era fatto di chiacchiere, di sfrigolii, di bollori: quella era casa, cucinare con sua madre e raccontarle delle uscite, o farsi raccontare delle sue foto, del suo lavoro.

Era doloroso accettare di non poterlo più fare per molto tempo, era davvero doloroso e sfiancate. Si era voltata alla sua sinistra, dove Leonardo, con in mano un coltello e del formaggio, la guarda confuso.

«Tutto bene?»

«Mhmh.»

«Guarda che se quel criceto che hai nella testa continua a girare così morirà» Lei si era voltata, posando il mestolo con cui stava girando il riso vicino ai fornelli.

Perché, perché ti comporti così ora? Non capisci? Smettila.

«Anche se fosse, perché ne dovrei parlare con te?»

Lo aveva visto lasciare il coltello e voltarsi verso di lei, il suo sguardo si era indurito, e una scintilla di fastidio l'aveva fulminata insieme ad un ira repressa. Veronica aveva fatto un passo indietro.

«Perché mi hanno chiesto di essere gentile, di starti vicino, di supportarti, anche se direi più sopportarti, se fosse stato il caso. Ti giuro che ci sto provando, ci sono anche riuscito, ma se la cosa ti irrita tanto, visto che irrita anche me, torno normale, così facciamo un favore ad entrambi e questo finto buonismo cessa di esistere.»

Ho esagerato.

Il silenzio era poi calato, Leonardo aveva ripreso a tagliare i wurstel in modo decisamente più rude rispetto a quello di poco prima, mentre lei si era seduta sulla tavola, in attesa che l'acqua bollisse per mettere la pasta, con un'espressione leggermente contrariata in volto, era infastidito, e in certo senso poteva capirlo, ma lo stava detestando con tutto il suo cuore.

Lei non era una creaturina da proteggere, lo aveva capito la prima volta che l'aveva vista, ma questo non giustificava il fatto che, a tratti, fosse insopportabilmente irraggiungibile, e più lui cercava di avvicinarsi, in quei pochi tentativi che aveva fatto, più faceva passi avanti verso di lei, più Veronica ne faceva uno indietro facendogli quasi perdere l'equilibrio per raggiungerla. Il risultato della somma, alla fine, risultava sempre meno uno, perché Leonardo aveva un limite di sopportazione basso, la sua pazienza tendeva ad esaurirsi velocemente, e più il limite veniva sorpassato, più tendeva a non regolare le proprie risposte e a lasciarsi andare a frasi piene di fastidio, o frustrazione, o sarcasmo. Non era stato felice quando gli avevano detto del suo arrivo, circa un mese prima rispetto a quel giorno, aveva subito giudicato la cosa come una scocciatura, una persona in più a casa significava meno spazi, meno privacy, meno favoritismi da parte di sua madre, era il più piccolo, e per quanto avesse un carattere orribile, era sempre quello che, in qualche modo, riceveva più attenzioni, con il suo arrivo avrebbe avuto anche meno possibilità di uscire, meno tempo per la sua moto. Durante le giornate di pioggia come quella, generalmente, nessuno voleva mai uscire e lui era quindi libero di occuparsi della sua moto, era una Ducati e l'aveva trovata nel garage dei suoi nonni ad inizio luglio, era da allora non faceva altro che dedicare qualsiasi istante di tempo a sua disposizione per sistemarla. Era stata di suo zio quando aveva la sua età. Leonardo aveva sempre avuto una fissa per le moto, tanto che, quando era più piccolo, aveva fatto una scommessa con sua madre: se fosse riuscito ad uscire con il cento dalle superiori lei gli avrebbe lasciato la possibilità di farsi la patente ed averne una. Angela aveva acconsentito un poco per scherzo, lo sapeva, però lui aveva preso sul serio quella cosa, e non si era più permesso di prendere un brutto voto, in nessuna materia. Quando aveva trovato quel gioiellino, non aveva potuto fare a meno di innamorarsi e cercare di capire se potesse ancora andare, era stata una bella sorpresa quando si era accesa. Leonardo si era sentito come un bambino alla vista delle caramelle, però, dopo nemmeno un minuto si era spenta in un mare di fumo grigio, e da lì aveva capito che effettivamente qualcosa che non andava c'era. Avrebbe voluto metterla a posto in un estate, l'intento era quello di fare una sorpresa allo zio, ma con cinghia, motore e freni fossero ormai da buttare, e in più doveva anche essere verniciata, non c'era riuscito. In più suo zio l'aveva sorpreso a metà agosto, quindi anche la sorpresa era andata in fumo. Però non si era fatto scrupoli, i pomeriggi liberi e i weekend andava da sua nonna per continuare a sistemare la moto, suo zio poi si era impuntato di aoutarlo, o almeno, era quello che faceva prima che arrivasse Veronica.

Era una palla al piede, e un poco la detestava; sua madre gli aveva detto di farci amicizia, di passare del tempo con lei e di mostrarsi gentile, oltre che a controllare che si sentisse a suo agio e a non lasciarla mai sola, lui si era chiesto, per tutta la durata di quella settimana e dei giorni prima ancora che arrivasse, quale fosse il senso di tutto quello. Infondo aveva una madre, non poteva trasferirsi con lei? Non ce l'aveva un padre che potesse occuparsi di lei? Un parente che la prendesse sotto la sua custodia senza fare troppe storie? Magari una di quelle nonne vivaci e ancora piene di vita che a novantacinque anni vanno ancora a farsi i giri in bicicletta e la spesa al supermercato vicino perché "E chi ha bisogno? Non vedi che reggo ancora"? Le aveva fatte quelle domande, ma sua madre aveva risposto quasi per sbaglio ad alcune, le altre le aveva ignorate, e successivamente aveva ignorato perfino lui, poi gli aveva lasciato Veronica, nemmeno fosse stata un sacco di patate.

L'aveva svegliato alle cinque quella mattina, una chiamata urgente dall'ospedale che squillava sul cercapersone e mezza barretta proteica in bocca, gli aveva praticamente ordinato di prendersi cura di Veronica, di farla stare bene e di non fare lo stronzo, aveva usato letteralmente quelle parole, e per un primo momento l'aveva presa sul ridere, poi era stato letteralmente fulminato dallo sguardo di sua madre, che dopo avergli detto le ultime cose era scappata a lavoro. Lui era rimasto disteso sul letto a guardare il soffitto, e a chiedersi per quale maledetto motivo dovesse sempre essere lui quello a cui affidavano Veronica. Sarebbe dovuto andare da sua nonna quella mattina, l'aveva chiamata il giorno precedente per avvisarla e mettersi d'accordo su cosa fare a pranzo, la moto era quasi pronta, mancava poco, eppure sembrava che l'intero universo gli stesse dicendo di non fare niente, rimanere a casa e occuparsi di quella ragazza. Aveva dovuto disdire tutto e si era anche sentito in colpa, perché sua nonna voleva fargli il pasticcio, il puré, i wurstel, e altre cose che apparentemente sembravano buone, tutte cose che sua nonna sapeva gli piacessero, e invece era a preparare un insalata di riso, fredda e anonima, a detta sua, e che gli ricordava, per certi versi, la ragazza che adesso se ne stava seduta sul tavolo, con le gambe accavallate, e un espressione incattivita, nemmeno le avessero rovesciato addosso una vasca di acqua ghiacciata in pieno inverno.

Aveva sorriso divertito non sapendo se definirla noiosa o curiosa, in entrambi i casi, probabilmente si sarebbe dovuto scusare. Non c'era niente di peggio che far arrabbiare una donna, ormai lo aveva imparato, sapevano dimostrarsi vendicative oltre le aspettative e maledettamente brave nell'umiliare. Per convenienza, superato l'orgoglio, avrebbe fatto meglio a chiedere scusa, senza farsi prendere da individualismo ed egocentrismo, non che fosse così semplice. A differenza di suo fratello lui non era cresciuto altruista, prostrato agli altri e capace di farsi calpestare pur di non far rimanere male le persone, Leonardo era cresciuto con un pensiero strettamente egoista, a tratti megalomane, individuale, avrebbe lasciato che una ragazza stendesse il proprio vestito su una pozzanghera per far passare lui che preoccuparsi minimamente di fare lo stesso per la suddetta, ma, allo stesso tempo, cercava di controllare quel lato di sé e mostrarsi rispettoso, magari non avrebbe steso la propria giacca per terra sopra una pozzanghera o checchessia, ma sicuramente avrebbe indicato alla ragazza le parti della strada dove non avrebbe dovuto preoccuparsi di sporcarsi di acqua lercia. Veronica lo aveva affiancato di nuovo, ed aveva mescolato il riso, lui aveva fatto saltare i wurstel nella pasella e aveva aggiunto il pomodoro.

«Senti...»

L'aveva vista irrigidirsi, il volto rosso.

«Puoi spostarti?»

«No. -L'aveva sentita sbuffare contrariata, mentre un verso di frustrazione le era uscito involontariamente dalle labbra- Dai, sei seria?»

«Non posso farci niente se sono piombata in mezzo alla vita di tutti, ho capito che è difficile ma lo è anche per me. Tranne che nessuno lo prende in considerazione.»

«Come Cecilia?»

«Mh.»

Si era alontanato, lasciandole più spazio, lasciandosi più spazio, aveva cominciato ad essere troppo vicina, ed aveva preso il cellulare, rispondendo ai messaggi al suo migliore amico. In realtà ne aveva ben tre, però i messaggi sul gruppo si erano fermati a quella notte e nessuno aveva ancora scritto, così si era limitato a scrivere a colui che gli era più vicino di tutti, Andrea.

Si erano odiati, ma odiati davvero; si erano visti per le prime volte all'asilo, ma nessuno dei due aveva mai prestato veramente attenzione all'altro, o almeno fino a quando, in una delle solite gare di corsa, Andrea non aveva battuto Leonardo, che, essendo sempre stato il più veloce, aveva preso la questione sul personale, colpito profondamente nell'orgoglio, ed aveva fatto di tutto per dimostrarsi migliore, alimentando un antipatia immediata da parte di Andrea.

Dalle elementari, dopo aver scoperto di essere in classe insieme, non avevano fatto altro che litigare, che fosse per il ruolo nelle partite di calcio, regolarmente volevano entrambi il portiere e nessuno dei due aveva mai intenzione di cedere e giocare in un altro ruolo, o peggio, rimanere in panchina, per le risposte nelle verifiche, per i voti più alti, per chi aveva più figurine, erano arrivati a litigare anche per chi leggeva più libri nella biblioteca scolastica, e che fosse chiaro, a quel tempo lui detestava leggere tanto quanto a diciassette anni odiava i romanzi d'amore, non andavano d'accordo su nulla, se la maestra li metteva vicini di banco non duravano nemmeno cinque minuti, perché alla fine uno dei due si allontanava e metteva una divisione fisica tra i loro banchi. In quinta elementare non si erano parlati per un anno intero, se uno era vicino all'altro si ignoravano e facevano finta che l'altro non esistesse e così facevano anche con tutto quello che sentivano dire dagli altri, forse era anche per quello che alle medie, sfortunatamente, si erano trovati in classe insieme; Leonardo lo aveva trovato maledettamente ridicolo, quante possibilità c'erano che proprio la persona che sopportava di meno tra tutte quelle che aveva categorizzato come "insopportabili" potesse scegliere tedesco, nella stessa scuola media che aveva scelto lui, ed essere proprio collocato nella sua stessa sezione, quando ce ne erano ben tre? Ricordava di aver sbuffato in continuazione durante tutto il primo giorno, lo aveva immaginato come un bel momento, come uno di quei momenti che non avrebbe mai dimenticato, un memento sensazionale, ma nulla era riuscito a rovinare le sue aspettative come ritrovarsi proprio Andrea Martini nella sua stessa classe; dopo poche settimane di scuola, il ragazzo, a fine lezioni, lo aveva trattenuto fuori dalla palestra, e sorprendentemente aveva chiesto una sottospecie di tregua, visto che era stanco di quella situazione di rivalità, quasi, infondata che si era creata tra di loro per una stupida gara all'asilo, Leonardo aveva accettato, stanco anche lui della situazione e da quel giorno qualcosa si era rotto, avevano smesso di trattarsi con sufficienza, si erano adattati l'uno all'altro, smettendo di rispondersi, aveva perfino cominciato a scherzare, e poi, in un modo tanto naturale da essere sembrato ad entrambi quasi automatico, erano diventati amici, alla fine delle seconda media avevano cominciato a definirsi migliori amici, alla fine della terza media sembravano due fratelli, conoscevano tutto, o quasi, l'uno dell'altro (qualcosa di nuovo da scoprire c'era sempre), non c'erano segreti ed avevano deciso di non rivelare l'un altro la scuola che avevano deciso di frequentare, sia per non influenzarsi sia per fare una prova, un test. Il primo giorno di scuola superiore, felicemente, aveva scoperto che Andrea aveva optato per il suo stesso indirizzo, ed ancora una volta si erano trovati in classe insieme. Lì avevano conosciuto gli altri due ragazzi che, successivamente, erano diventati gli altri suoi migliori amici, aveva passato con loro e suo fratello la maggior parte dei momenti che riusciva a categorizzare come quelli più belli della sua esistenza; non gli dimostrava spesso affetto a gesti, ma quella era sempre una questione a parte, nemmeno a parole, non era decisamente bravo nel mettere insieme frasi che non sembrassero delle accuse o delle battute inutili e fuori argomento, però aveva sempre cercato di rimanere loro affianco nei momenti difficili, di supportarli, di lasciarli sfogare con lui, anche di sentirsi urlare contro, qualsiasi cosa, per farli stare bene e far capire loro quanto fosse disposto a fare, a sopportare, per vederli felici, erano praticamente la sua famiglia.

Leonardo era rimasto a scrivere con Andrea per una buona deciba di minuti, poi, quando aveva visto Veronica prendere la pentola da entrambi i manici e lasciarla andare di colpo si era alzato dall'isola della cucina, denominandola sottovoce come una cretina, mentre portava entrambe le sue mani sotto l'acqua gelata; le aveva chiesto se stasse bene, ma lei non aveva risposto, si era limitata ad appoggiarsi alla sua spalla e a rimanere lì, con le mani nelle le sue.

Leonardo voleva allontanarsi, in fretta. Una sensazione di disagio puro gli aveva attanagliato lo stomaco, concentrandosi poi anche su altre parti del suo corpo. Tipo sulle mani, che avevano iniziato a formicolargli o sulla spalla, dopo la testa di Veronica era appoggiata. Il suo cervello si era spento, in preda al terrore, e si era irrigidito. Voleva scappare. Correre via. Lontano. Il più lontano e il più velocemente possibile.
Si era allontanato con uno scatto, forse anche troppo repentino, quando lei gli aveva fatto segno che era tutto a posto, e si era spostata, recuperando uno strofinaccio e avvicinandosi per una seconda volta alla pentola, ma lui glielo aveva tolto di mano, ammonendola con lo sguardo.

«Faccio io, tu siediti.»

«Non ho cinque anni»

«Credo di aver appena sentito una cazzata uscire dalla tua bocca, ti prego non ripetere, mi farai venire mal di testa.»

«Che pigna in culo che sei quando fai così!»

«Touche.»

Leonardo aveva scolato la pasta, e l'aveva messa nella padella del sugo, che successivamente aveva posato al centro del isola della cucina. Era inutile utilizzare il tavolo se c'erano solo loro due. Nessuno dei due aveva parlato per tutto il pranzo, e il vuoto lasciato dalle loro voci mutate era stato riempito dalla televisione. Generalmente Leonardo preferiva mangiare da solo, non perché non amasse la compagnia altrui o gli facesse orrore condividere i momenti della propria vita con le altre persone, ma perché quando tornava da scuola, dopo ore e ore passate ad ascoltare dagli adulti logorroici, voleva solo un po' di pace e tranquillità. Quindi, circa dalla terza media, senza nemmeno farci caso, a quasi ogni pranzo prendeva il suo piatto e spariva in camera sua, collegava le cuffie al computer e decideva se guardare un film o continuare una serie qualsiasi tra le molte che aveva iniziato, la maggior parte delle volte optava per il film, era più veloce da vedere e, a meno che non si trattasse di un sequel, non doveva ricordarsi cosa era avvenuto prima visto che la storia iniziava regolarmente. Come per i film anche per i libri aveva quel ragionamento, perché, a meno che la saga in questione non fosse Harry Potter, lui era dedito ai libri autoconclusivi, quelli per cui non si doveva preoccupare del seguito, quelli facili da leggere, quelli per cui non doveva spendere troppi soldi, certo, le trilogie e le duologie non le sdegnava, ma preferiva sempre il porto sicuro di un libro che iniziava e si concludeva in un unico volume. Leonardo aveva lasciato che Veronica prendesse il suo piatto, ormai vuoto, e lo lasciasse nel lavello insieme ai bicchiere e alle posate, l'aveva aiutata a lavarli e poi la ragazza era salita in camera, con a seguito la gatta.

Leonardo era rimasto un po' in salotto e poi era salito in camera sua, infondo doveva ancora finire i compiti, si era seduto con un tonfo sordo sulla sedia girevole, aveva accesso il computer, piegandosi verso il basso per premere il pulsante di accensione; aveva un computer fisso e la torre si trovava su un tavolino sotto alla scrivania quindi si doveva sempre sporgere verso il basso per accendere tutto, anche se la maggior parte delle volte lasciava il computer acceso e spegneva solo il monitor. Aveva preso quell'abitudine dopo la pandemia del duemilaventi, la mattina si svegliava sempre pochi minuti prima della videolezione, quando erano in didattica a distanza, e il computer ci metteva sempre troppo ad accendersi del tutto, quindi aveva preferito lasciarlo acceso, giorno e notte, perché pigro come era, pur di dormire qualche minuto in più, avrebbe fatto di tutto.

Aveva alzato lo sguardo sul monitor quando una fioca luce azzurra, derivante dallo sfondo, lo aveva colpito sul viso chinato a guardare il telefono. Aveva schiacciato velocemente alcune lettere della tastiera e poi aveva premuto invio, lanciando il cellulare sul letto e aprendo Chrome per entrare sul sito della scuola per vedere l'orario e i compiti. Aveva studiato scienze in tranquillità, era una delle sue materie preferite, quindi era un piacere per lui studiarla. Aveva poi finito il programma di informatica che il professore gli aveva dato da fare nelle vacanze, non era troppo complicato ma qualche santo gli era uscito ugualmente dalla bocca, gli piaceva programmare, non quanto a Damiano, ma era una di quelle cose che faceva volentieri, ma allo stesso tempo, non essendo preciso al cento per cento quando scriveva, provava un enorme fastidio nel momento in cui, dopo aver schiacciato "esegui", doveva correggere tutti gli errori che aveva fatto durante la scrittura. Verso le diciotto si era alzato dalla sedia, stanco e indolenzito, aveva recuperato il telefono notando come gli fossero arrivati più messaggi di quanti avrebbe voluto, il gruppo dei suoi migliori amici si era animato dopo che Andrea aveva scritto della partita di calcio che due squadre, non aveva badato a quali, avrebbero fatto quella sera stessa.
Non era mai stato un amante di quello sport, sia perché era di squadra sia perché gli piaceva molto di più il basket, ma allo stesso tempo non lo sdegnava e soprattutto non odiava chi lo amava. Aveva continuato a scorrere i messaggi fino a quando non li aveva letti tutti, poi era passato sul gruppo di classe, dove si era messo nei preferiti alcune foto con gli esercizi svolti di matematica e italiano, i messaggi che erano stati mandati sul gruppo della compagnia li aveva ignorati, come aveva fatto per quelli di suo fratello e di sua madre, aveva risposto ai messaggi di Damiano, ed aveva categoricamente ignorato Caterina, era una bella ragazza, dolce, ma asfissiante, era da quando l'aveva conosciuta per la prima volta, solo un anno prima durante la gita con le altre classi quarte, che gli sembra di portarsi appresso un macigno quando parlava con lei, cosa che lo aveva portato a trattarla con riserbo, freddezza e svogliatezza, ma invece di allontanarla, evidentemente, l'aveva affascinata. Da un po' di tempo aveva deciso di ignorarla categoricamente. Leonardo aveva risposto in ultima anche a suo fratello, Francesco aveva la noiosa abitudine di chiamarlo se pensava o capiva che lui non gli aveva risposto, quindi, prima di subirsi una telefonata inutile aveva pensato bene che rispondere fosse la cosa migliore, poi si era alzato e, collegate le cuffie bluetooth, aveva cominciato ad ascoltare un po' di musica, intenzionato ad andare a mangiare qualcosa, sapeva che non avrebbe dovuto, visto che gli mancava ancora fisica da fare, ma in quel momento era fin troppo stanco per occuparsene, in più, aveva passato circa quattro ore davanti ad uno schermo o chino sui libri, nessuno, a quel punto, poteva fargli cambiare idea sul fatto che avesse bisogno di una pausa.

Era sceso per andare in cucina, ma prima di girarsi verso la suddetta aveva individuando Veronica appollaiata sul divano, stava parlando con qualcuno al telefono e, nel mentre, stava anche accarezzando quella ruffiana della sua gatta, che, volendo qualcosa, aveva cominciato a strusciarsi sulle gambe raccolte al petto della ragazza, che ora teneva la gatta tra le gambe, coccolandola con movimenti costanti e ripetitivi. Leonardo aveva socchiuso gli occhi, guardando la micia, che aveva il musetto girato nella direzione del ragazzo, che aveva imitato il suo sguardo, poi, diligentemente se ne era andato in cucina, aveva aperto il frigo, preso l'affettato e il succo d'arancia, aveva recuperato il burro, poi il pane dalla credenza, non si era accorto che Veronica lo aveva raggiunto fino a quando non si era sentito prendere per una manica.
Il fastidio lo aveva colto come un pugno in faccia ma si era voltato verso di lei dopo aver posato la pentola sul fuoco, era ancora in chiamata, visto che sembrava parlare al vento e teneva il telefono schiacciato contro l'orecchio. Lui si era tolto una cuffietta, e l'aveva guardata distrattamente, inclinando il volto e corrugando le sopracciglia.

«Lu puoi stare zitta un attimo? -Gli era parso di sentire uno sbuffo, ma si era concentrato di nuovo su Veronica- Fai un panino anche a me?» E poi era stato guardato con sguardo implorante, aveva annuito, sbuffando.

«Va bene va bene, a cosa lo vuoi?»

«Cosa c'è?»

«Mortadella e prosciutto cotto, anche se penso ci sia dello speck in frigo.»

«Mi va bene il prosciutto cotto, grazie.»

Leonardo aveva annuito, poi, quando lei era tornata a parlare con "Lu" e si era allontana, aveva rimesso la cuffietta ed era tornato dedito a farsi il suo toast, per poi fare anche quello della ragazza, e si era anche preso la briga di portarglielo, lei lo aveva ringraziato con lo sguardo ed era tornata a parlare al telefono.

Il ragazzo le aveva lanciato un'ultima occhiata, per poi incamminarsi su per le scale, aveva intenzione di tornare nelle propria camera, finire di mangiare e mettersi a fare fisica, perché dubitava che sarebbe riuscito a finire la materia in fretta, quindi più velocemente mangiava più tempo poteva dedicare a quella scocciatura. Fisica, fin dalla prima superiore, non era mai stata uno delle sue materie preferite, al suo posto prediligeva matematica, scienze, anche storia, nelle altre materie non si era quasi mai trovato in difficoltà, con fisica invece avrebbe voluto solo spararsi un colpo alle tempie, perché faticava a capirla e non aveva quasi mai una soddisfazione, raggiungeva sempre la sufficienza ma era raro che riuscisse ad andare oltre, non eccelleva quasi mai, tralasciando quelle volte in cui lui ed il libro andavano d'accordo. In quei casi riusciva a mettere insieme i pezzi ed a portarsi a casa un sette od un otto, in base anche a quanto aveva studiato. Aveva passato più di mezz'ora davanti al libro senza capirci niente, e ci era mancato poco che la sua testa non avesse deciso di auto-implodere e mettere fine alle sue sofferenze. Dopo un'altra mezz'ora, passata a cercare di capire le parole stesse del libro e a studiarle quasi a memoria, ma soprattutto, dedita alla risoluzione, completamente sbagliata, dei problemi che aveva da fare per casa, si era alzato infastidito ed era uscito da camera sua sbattendo la porta, trovandosi faccia a faccia con Veronica. Un'idea, malata e contorta, gli era giunta alla mente quando i suoi occhi, dallo sguardo frustrato e freddo, erano entrati in contatto con quelli di Veronica, caldi, quasi bollenti di sentimenti che non era riuscito a categorizzare.

«Sei brava in fisica?» Il suo orgoglio era andato in pezzi, ma ormai non importava più; ferma dove era, sembrava intenta a camminare verso camera sua.

«Me la cavo.»

«Mi dai una mano? -La ragazza aveva alzato entrambe le sopracciglia quasi di scatto, e lui aveva visto la sua espressione e i suoi occhi addolcirsi di colpo, come presa da un moto di buonismo- Non guardarmi così cazzo, non ho voglia di rompermi i coglioni per una materia di merda come quella.»

Veronica aveva annuito, tutto per chiudere quella bocca. Sembrava non riuscisse a formulare una frase senza metterci dentro qualche imprecazione.

«Scusa, scusa -Si era sposata una ciocca di capelli dietro l'orecchio, aveva preso una posizione frontale rispetto a lui, quindi presumeva anche che non fosse intenzionata ad andarsene- Ti serve una mano?»

«Direi di sì, ma solo per questa cazzo di volta»

«Ok, solo per questa volta»

Lei aveva ridacchiato mentre entravano nella stanza del ragazzo, come se trovasse la cosa divertente, un po' lo capiva. Camera sua appariva un disastro, a quel punto, con fogli scritti e poi accartocciati sparsi da tutte le parti, sembrava un campo di battaglia dove il ragazzo aveva decisamente perso.

L'aveva vista sedersi sul letto, sull'angolo di sinistra, dopo aver preso il suo libro di fisica ed essere andata alla teoria, visto che era rimasto aperto alle pagine dei problemi, le aveva anche chiesto se non preferisse una sedia, ma lei aveva scosso la testa e gli aveva intimato di sedersi sulla sedia girevole, da quel momento in poi, esattamente dopo che aveva raccolto i capelli in una coda alta. Lei aveva continuato a leggere la teoria e le definizioni, poi aveva riportato lo sguardo su di lui, e con voce che non sembrava nemmeno appartenerle aveva cominciato a rispiegare l'intero capitolo. Aveva un linguaggio semplice, non di certo povero, solo semplice, e quando le faceva delle domande rispondeva prendendosi tutta la calma del mondo, andava con calma, che certe volte gli sembrava frustrante, ma che era funzionale, alle fine, e quella volta non aveva nemmeno prestato attenzione al tempo, troppo impegnato ad ascoltare la sua coinquilina e a capire, una volta tanto, qualcosa senza doversi scervellare. Veronica gli era rimasta a fianco anche quando aveva svolto i problemi, prendendosi la briga di correggerlo senza perdere la pazienza e mandarlo a fanculo quando faceva dei commenti poco divertenti o per nulla idonei e alla fine. Dopo un paio di errori durante lo svolgimento dell'ultimo problema, avevano finalmente finito, e la ragazza aveva sospirato, distendendosi con la schiena sul letto del ragazzo, mentre i piedi erano appoggiati al pavimento, e sospirando aveva allargato le braccia sulla superficie morbida e profumata.

Lui l'aveva guardata ancora seduto sulla sedia, ma non aveva detto niente, si era limitato ad osservarla, fino a quando non si era tirata su, tornando seduta di fronte a lui, sul bordo sinistro del letto, con gli occhi ancora caldi da quei sentimenti che aveva notato prima. A quel punto le aveva sciolto la coda, sporgendosi verso di lei, avvicinandosi, lasciando una leggera carezza mentre seguiva l'onda naturale dei capelli della ragazza con le mani, sfilando via del tutto l'elastico. Quando lei l'aveva guardato nuovamente negli occhi aveva percepito chiaramente una scossa partire dalla nuca e protrarsi fino al suo basso ventre, ed era sembrata riecheggiare fino a spegnersi in un calore agrodolce. Era stata tanto potente da farlo sorridere a labbra strette, seguita da un paio di brividi che si erano raccolti sulla schiena e sui muscoli delle braccia, le mani gli avevano quasi fatto prurito quando aveva portato una ciocca dei capelli di Veronica sulla spalla semi scoperta della ragazza ed aveva sfiorato per sbaglio il collo niveo. Aveva seguito con gli occhi la linea definita della mandibola femminile, la curva della mascella, il rosso intenso delle guance, il leggero arricciarsi del naso, poi si era spostato più in basso, sulle labbra rosee, piene, premute leggermente le une sulle altre, e si era alzato di scatto sugli occhi, confusi, mutati in un colore più intenso, le aveva lasciato lentamente la ciocca di capelli che ancora si posava sul palmo della sua mano alzata.

«Stai meglio coi capelli sciolti...»

Gli occhi della ragazza erano parsi vibrare di attrazione, e ne era stato attratto, attratto tanto che gli era sembrato di aver perso il proprio nord, deviato in una strada che sembrava essere pericolosa. La tensione che si era creata tra i loro corpi si stava sciogliendo lentamente millimetro dopo millimetro che procedeva nel ritrarsi, alla fine, tornato delle posizione iniziale. Un calore dolce, che non si era del tutto assopito, sembrava regnare nella stanza, un calore che sembrava prendere il colore e il sapore di una caramella all'arancia, una di quelle in forma di gelatina con lo zucchero sopra, una delle sue preferite.

«Aha, grazie...»

Le orecchie di Veronica erano diventate rosse e le sue guance si serano rosate, come se il sole l'avesse scottata durante una giornata al mare ai primi di settembre. Gli occhi sembravano ardere ancora più di prima contornati da quel colore, risplendevano lucidi, vibranti. 

Quello che li aveva salvati dal papabile momento di imbarazzo era stato il telefono di Veronica che aveva preso a riprodurre una canzone rap. Probabilmente la sua suoneria. La ragazza però se ne stava ferma a fissarlo.

La prossima volta che gli fosse venuta in mente una cosa del genere, avrebbe decisamente dovuto mordersi la lingua, anche le dita.

«Che fai, non rispondi? Sbrigati prima che mi venga un emicrania, che razza di suoneria hai? Spacca nervi?»

«Eh? Ehy! Quella è it boy»

Leonardo aveva alzato gli occhi al cielo «Che gusti musicali di merda»

«Saranno meglio i tuoi, vero?»

Veronica aveva guardato la collezione di dischi che Leonardo aveva sopra la libreria affianco alla scrivania, tutti appartenenti a cantanti metal o rock, o almeno credeva.

«Certo che sì»

Veronica si era alzata sbuffando, osservando Leonardo rigirarsi sulla sedia girevole e mettere via libri e fogli, così aveva raggiunto in camera sua per prendere il proprio telefono.

Solo lì si era lascita prendere sul serio dalle proprie emozioni. Le era sembrato che il cuore le uscisse dal petto.

Che cosa diavolo è appena successo?

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