Capitolo 3 - Gusto letterario
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Veronica era rimasta ferma, cercando di trattenere le risa da quando aveva visto Leonardo col capo basso, Francesco con le braccia incrociate al petto e sua madre che non finiva più di sgridarlo. Era una di quelle situazioni che a lei, più che di noia o di rabbia, sapevano di amore e complicità. Il modo in cui Angela si era preoccupata faceva trasparire quanto affetto in realtà provasse per suo figlio, e gli ammonimenti continui di Francesco, oltre agli sguardi fugaci che i due si mandavano, le facevano presumere che ci fosse molto altro dietro a quella apparenza di lite.
Era facile capire, pensando da un punto di vista puramente razionale ed estraneo, come dietro qualsiasi rimprovero familiare ci fosse tanto amore da non poterlo nemmeno immaginare. Le prove concrete stanziavano nei ricordi più intimi, e nelle emozioni sbagliate, come la lecita paura di una punizione o la rabbia per il non essere capiti, che sormontavano appena il tono di un adulto si alzava oltre al conosciuto o al familiare. Aveva sempre pensato che i rimproveri fossero le forme di affetto più evolute, anche se nessuno, se non qualche adulto, sembrava concordare con quel punto di vista.
Non era così semplice per Veronica riuscire a distinguere le cose, dividerle per bene tra bianco e nero, perché la sua vita era sempre stata su una scala di grigi, non giusto o sbagliato, mai completa tristezza o felicità. Per lei qualsiasi fosse la situazione, qualsiasi fosse il danno, era inutile lasciarsi andare a emozioni troppo negative, perché quel genere di pensiero sadico e masochista le faceva ribollire il sangue nelle vene, non intendeva di certo che il soffrire non fosse lecito ma più che la demoralizzazione completa non portasse a niente.
Era convinta ci sarebbe sempre stato un modello che seguiva il suo pensiero positivo, ed era giusto così, perché lei sapeva già, fin da quando aveva cominciato a comprendere le sue stesse idee, che ognuno sceglieva il proprio percorso creandosi la strada dove camminare, e che la decisione di come quel cammino sarebbe dovuto essere era una questione personale. Ognuno aveva la propria ottica dalla quale vedere le cose e cercare di introdurre dei filtri a quello che era già un filtro, fatto di emozioni e convinzioni proprie, cose che non appartenevano al pensiero dell'altro, era, per lei, un abominio,
Veronica era fatta di morali generalistiche, che nella sua vita forgiavano i principi fondamentali su cui basava il proprio modo di vivere: il passato non si cancellava, si descriveva; il presente non andava guardato, ma vissuto, e il futuro non doveva essere sognato, ma costruito; e quello in particolare era il mantra su cui faceva affidamento nei momenti in cui non sapeva cosa fare, il suo modo di fare era costituito da convinzioni e discorsi ben articolati.
Mentre guardava sua zia che sgridava Leonardo, aveva pensato che in qualche modo, in quell'ambiente, sarebbe giunta a conclusioni che non aveva mai trovato, e così, anche la sua linea di pensiero si sarebbe sgretolata in mille pezzi, lasciando solo quelli che erano i concetti fondamentali, perché trasferirsi non significava solo cambiare città, farsi nuovi amici e tante altre cose che non aveva ancora sperimentato, significava anche cancellare ciò che fino a quel momento era conosciuto e ritrovarsi con un mucchio di indesiderata ignoranza, trasferirsi significava cambiare sé stessi, smuoversi a prospettive mai scorte, ed era quello il principale problema. Si era staccata dal muro, consolata, quando finalmente Angela aveva finito di litigare con Leonardo. Sapeva che nessuno le aveva chiesto o imposto di aspettare lì fino all'ultimo, e che probabilmente aveva anche sbagliato, quindi aveva cominciato a salire le scale indisturbata, facendo il minimo rumore possibile, e si era chiusa in camera sua. Durante la notte, dopo che tutti si erano chiusi nelle proprie stanze, chi a rimuginare e chi a dormire, Veronica aveva finalmente preso sonno, e le ore successive erano trascorse tranquille, almeno fino alle otto e mezza della mattina successiva. Infatti, a quell'ora di quell'undici settembre, Veronica si era alzata, stanca e ancora con i muscoli indolenziti, era scesa in cucina, trovando tutti seduti a tavola, ognuno con una tavoletta di plastica sotto le tazze. Si era sentita un'intrusa, quando, già vestiti, i tre componenti della famiglia avevano alzato lo sguardo su di lei, che ancora con il pigiama estivo addosso, si era bloccata per il disagio. Si era schiarita la voce, che era ancora roca dal sonno e imbarazzata per gli sguardi che erano ancora profondamente puntati su di lei. Tranne uno in realtà, che si era riabbassato subito
«Buongiorno...»
«Buongiorno tesoro»
«Buongiorno»
«'Giorno»
La voce di Leonardo, che era stata l'ultimo a ricambiare il suo saluto, l'aveva fatta tremare di disappunto, era per lei insolita, poco conosciuta e per nulla confortevole, la faceva sentire fuori posto, tanto che, quando si era seduta al fianco di Francesco, che con fare fraterno le aveva versato del caffè nella tazza da colazione, si era sentita inopportuna.
Leonardo era... bello. Niente di diverso da quella definizione. Carnagione chiara, viso leggermente squadrato, occhi chiari, naso dritto, buon equilibrio tra mento e fronte, labbra piene, una folta chioma di capelli biondi lasciati sbarazzini. Il modo in cui si muoveva, in cui spostava gli occhi sul telefono e in cui lanciava occhiate in giro faceva pressure una sola emozione: disinteresse. Sembrava che nulla avesse importanza.
«Zucchero?»
Veronica aveva spostato la sua attenzione su Francesco, che le stava mostrando la zuccheriera.
«Ah, uhm, sì, grazie» Aveva mescolato piano il caffè dopo che Francesco le aveva messo lo zucchero, ritrovandosi a intingere i biscotti e a rigirarli con la punta del cucchiaino dentro alla tazza calda.
Non era abituata a quel genere di attenzioni, a dirla tutta non era abituata nemmeno a fare colazione, la sua giornata tipo, in estate, era costituita dall'alzarsi tardi, tanto tardi che la colazione era il pranzo, ripassare una materia al giorno per un paio di ore nel primo pomeriggio, poi uscire con le sue amiche, fino a quando il buio non era tanto intenso da far paura, e tornare a casa, per ripetere successivamente tutto ancora una volta, con le eccezioni che in alcuni giorni in cui non usciva nemmeno un giorno ed altri era perennemente fuori, ma era la vita estiva. C'erano giorni in cui nemmeno la compagnia di sé stessa le andava a genio, e quindi si rifugiava dove sapeva di stare bene, dove era consapevole che la compagnia altrui non l'avrebbe fatta stare male, dove era certa di non poter essere ferita in alcun modo.
Era una presunzione complessa perché, per quando i libri e la musica le tenessero compagnia, niente di quel che sentiva e vedeva era realmente tangibile. Non poteva di certo entrare nel libro e compiere le azioni dei personaggi, e tralasciando quella che era la sua vera vita certamente fisicamente era impossibile, ma mentalmente, gli infiniti orizzonti del finito si spezzavano fino a diventare polvere, perché quando era tra sé e sé nulla era reale, ed esisteva solo quello impostava lei, un po' come quando doveva identificare le condizioni di esistenza di una equazione, in modo che non diventasse impossibile, perché decidere di dare uno zero al denominatore dava la conseguenza di un calcolo che alla fine era un errore, e lei ne era consapevole. Angela si era alzata e si era diretta in salotto, lasciando i tre ragazzi da soli. Veronica, ancora un po' imbarazzata, si era portata il biscotto alla bocca, e ne aveva presi altri due dal sacchetto, intingendoli insieme, generalmente probabilmente lo avrebbe fatto con le mani, ma era in quella famiglia da meno di due giorni. Dopo aver mangiato anche quelli, presa una bella dose di coraggio dopo aver finito il caffè, aveva alzato lo sguardo quasi incerta.
«Come mai siete già vestiti?»
«Andiamo in centro. -Questa volta, invece di essere l'ultimo, Leonardo si era preso la briga di rispondere per primo, spostando lo sguardo dal suo telefono fino a lei- Dobbiamo prendere dei libri scolastici che sono arrivati ieri, in più tua zia, la mamma...» e a quel punto il tono di voce di Leonardo si era incrinato, tanto che aveva fatto una piccola pausa, aveva anche provato a riprendere il discorso, ma Francesco si era intromesso, rassicurandola con un sorriso.
«La mamma vuole farti vedere la città, almeno per darti una piccola infarinatura delle vie, ma comunque andiamo a scuola nello stesso istituto, quindi caso mai ti daremo delle indicazioni noi.» Poi si era alzato, prendendo con sé la tazza e la tovaglietta, e si era messo al lavello. Leonardo si era stravaccato sulla sedia, mentre lei si era alzata quando Francesco aveva preso le stoviglie di suo fratello e le sue, gli si era avvicinata, incurvando leggermente un sorriso quando aveva constatato che stava realmente lavando i piatti.
«Vuoi una mano?» Lui aveva girato gli occhi verso di lei, mentre continuava a passare la spugna sul piattino dove sua zia aveva messo il burro, che poi avevano usato sulle fette biscottate.
«Sì, grazie -Lei gli aveva sorriso di rimando, felice di potersi rendere utile- Fammi un favore, metti in tanto le tazze nella lavastoviglie, così poi, col ciclo lungo, quando rientriamo è già finita.»
«Va bene.»
Aveva fatto tutto con molta calma, rispettando i tempi che aveva Francesco nel risciacquare le varie stoviglie e passargliele, avevano anche un po' scherzato, quando per sbaglio lui l'aveva schizzata con l'acqua mentre ci passava sotto un cucchiaio, lei aveva fatto lo stesso per scherzare e tra un istante e l'altro si erano ritrovati entrambi con le magliette mezze zuppe, e Leonardo dietro di loro che imprecava quando arrivava addosso dell'acqua anche a lui. Avevano finito quel teatrino spensierato poco dopo, quando il fratello minore si era alterato più del dovuto e aveva lasciato la cucina per andare in salotto con qualche santo, sussurrato, sulla bocca, Veronica e Francesco si erano guardati, ridendo ancora, e si erano tranquillizzati solo dopo, quando lei si era alzata un'ultima volta e aveva impostato il lavaggio lungo. Angela, che era seduta sul divano, già truccata, li aveva guardati per un attimo, prima di assumere un'espressione confusa.
«Ma che diavolo avete fatto?»
«Tu sei sicura che quando mio fratello è nato fosse un anno prima di me e non dieci dopo?» Francesco lo aveva fulminato con lo sguardo, suo fratello non ci aveva per nulla fatto caso.
«Okay, basta, Leo: smettila di essere scortese.»
Aveva borbottato qualcosa di rimando, beccandosi un occhiata da Francesco che invece si era seduto sul divano, Angela aveva riposto lo sguardo su di lei, dopo aver guardato i due ragazzi un'altra volta, sorridendole.
«Veronica, cara, vai a sistemarti, così tra poco partiamo.» Lei aveva annuito.
«Certo.»
Era salita su per le scale velocemente e si era chiusa la porta di camera sua alle spalle. Non sapeva cosa mettere, fatto che per una ragazza adolescente era del tutto normale, ma che a lei sembrava quasi strano. Non si era mai trovata in una situazione simile, la mattina generalmente prendeva quello che le piaceva di più e se lo metteva addosso, senza tanti pensieri, consapevole che volente o nolente, doveva uscire comunque, quindi era giusto il caso di vestirsi con qualcosa che le piaceva e in cui stava comoda, prima di guardarsi allo specchio e non sopportare la vista degli abiti che aveva addosso. Non prendeva i vestiti a caso, ma le sue scelte erano più mirate ad un suo benessere psicologico che ad una vera e propria ricerca del rientrare nel'estetica giusta. Infine, anche se ancora la risposta quella sua insicurezza non l'aveva trovata, aveva preso dei baggy jeans beige e una semplice maglietta verde, che aveva lasciato fuori dai pantaloni in maniera un pò disordinata, giusto per dare un po' più di personalità all'outfit. Veronica non aveva uno stile, e principalmente se ne era resa conto mentre si allacciava le Nike, ma le piacevano i colori, quindi molte volte puntava su quello senza nemmeno accorgersene. Si era guardata intorno, cercando i suoi occhiali da sole, che si era messa in testa per non perderli, aveva preso la borsa nera, capiente abbastanza per metterci dentro il telefono, il portafoglio, dei fazzoletti e il burrocacao, si era passata velocemente il mascara sulle ciglia e un po' di cipria, giusto per non sembrare proprio struccata, e poi era scesa giù velocemente. Non ci aveva messo tanto, giusto il tempo di darsi una rinfrescata, passare i capelli con una crema, pettinarli e poi vestirsi, quei quindici minuti che le servivano più o meno sempre. Erano usciti tutti dalla casa, dopo essersi assicurati di aver chiuso tutte le porte, ed erano saliti in macchina, lei si era seduta dietro ad Angela, mentre Leonardo aveva preso posto dietro a Francesco, che si era messo di fianco a sua madre. Veronica aveva lanciato una veloce occhiata al ragazzo di fianco a lei da sopra gli occhiali, per poi sistemarli meglio sul naso e mettersi la cintura, girandosi per cominciare a osservare fuori dal finestrino. Non aveva voglia di conversare, quindi, per quasi tutto il viaggio era stata taciturna, eccezione fatta quando era Angela a cercare di avere una conversazione con lei, con ovvi scarsi risultati. Erano arrivati in centro una ventina di minuti dopo e sua zia aveva parcheggiato la macchina in dei parcheggi che si trovavano oltre le mura della città, quello era il primo posto che Angela, in successione a imprecazioni poco carine sulla quantità di persone presente nel centro storico quella mattina, aveva trovato libero, visto che, per cinque minuti buoni, avevano girato tutte le possibili zone in cui ci potesse essere un parcheggio, senza però riscontri. Veronica era scesa dalla macchina e si era stiracchiata, sistemandosi meglio gli occhiali da sole sul naso quando un raggio le aveva colpito gli occhi, scoperti per via degli occhiali abbassati. Era una bella mattina, lo aveva constatato mentre attraversavano le strisce pedonali, l'aria era fresca, quasi frizzante, e sapeva di nuovo, come se tutto fosse rinato all'improvviso, in perfetto contrasto con quello che aveva provato solo la mattina prima, era una cosa che ancora faticava a comprendere, quella di non essere più a Bergamo, di non poter più salire la funivia o di arrivare a Milano prendendo la metro, di non poter più raggiungere la sua migliore amica semplicemente attraversando la strada o di dover fare salite e discese infinite prima di arrivare a scuola, e probabilmente, se Francesco non l'avesse tirata verso di sé, sarebbe anche potuta essere investita da una bicicletta, perché era tanto assorta dai suoi pensieri da nemmeno aveva fatto caso a ciò che succedeva intorno a lei. Angela si era spostata più avanti, poiché l'avevano telefonata.
«Tutto bene?» Francesco ancora le teneva il braccio, insicuro se fidarsi a lasciarla libera.
«Sì... sì -lo aveva ripetuto in maniera più convincente- Mi ero distratta, scusami.» Gli aveva fatto un sorriso cordiale. In quel momento stavano attraversando una via non troppo stretta, ma dalle case alte e di colori differenti, poi, erano arrivati davanti a un altro incrocio, e davanti a Veronica stanziava infiniti portici e la Caffetteria Cavour, o almeno così c'era scritto che si chiamava, avevano preso la via subito dopo, e ancora una volta, lei si era ritrovata a guardare l'altezza delle case e l'infinità di portici alla loro base.
«Questa è via Riccati -Francesco l'aveva affiancata- e praticamente porta direttamente al duomo, da queste parti c'è anche la scuola di musica dove abbiamo preso lezioni, giusto mamma?» Angela si era voltata verso il figlio maggiore, per poi osservarsi meglio intorno.
«Mi par di sì.»
Veronica aveva inclinato la testa, di colpo curiosa «Sapete entrambi suonare qualcosa?»
«La batteria.» Leonardo era intervenuto rivolgendosi a lei guardandola di sbieco, visto che le si trovava esattamente davanti, e Veronica gli aveva risposto con un sorriso parzialmente ironico.
«Io avevo fatto chitarra ma penso che se ne prendessi adesso in mano una potrei rischiare di fare come Fiona di Shrek.»
Veronica aveva riso, anche se poi si era infilata le mani in tasta «Io non so suonare nessuno strumento»
Lei, più che altro, si era concentrata sulla pallavolo.
«Davvero? Eppure hai tanto l'aria di una classica brava ragazza... -il fratello minore era intervenuto di nuovo, con lo stesso sguardo inclinato e lo stesso tono borioso- Sai no? Una di quelle che suonano il violino, si sono lette pure la bibbia e visto più film basati suoi libri di Nicholas Sparks che altro...»
«Io avrei l'aria di un cliché?» Lui aveva fatto una smorfia divertita.
«In sintesi, però forse...»
«Leo, smettila, non sei affatto divertente» Francesco lo aveva fulminato con lo sguardo.
«Peccato» Il più piccolo si era avvicinato di nuovo alla madre, leggermente più avanti di loro.
«Scusalo, certe volte pare non capire quando è il momento giusto di frenare le parole.»
«Già, l'ho notato. -Si era lasciata sfuggire una risata- Pare quasi voglia solo attirare l'attenzione su di sé.» Veronica aveva guardato la schiena del ragazzo che le stava davanti, la maglietta bianca seguiva tenue i suoi movimenti.
«Non è una cattiva persona. Basta conoscerlo per accorgersene.»
Veronica sapeva che sarebbe stato difficile adattarsi, ma la decisione era già presa, e non era disposta a tornare indietro. Era consapevole che la vita era fatta di sacrifici e cambiamenti, e quel trasferimento ne era la prova tangibile.
Mentre camminavano lungo le vie del centro storico, osservando vetrine e vecchi edifici, un senso di malinconia si alternava a una curiosità viva per il nuovo. Leonardo, con i suoi modi bruschi e il sarcasmo, aggiungeva una tensione sottile che, sebbene la irritasse, in qualche modo la intrigava.
Arrivati al duomo, Veronica si era fermata per qualche istante, guardando l'imponente struttura che si ergeva davanti a loro. Era diversa da qualsiasi cosa avesse visto nella sua vecchia città. I dettagli intricati della facciata sembravano raccontare una storia antica, una storia che lei non conosceva, ma che avrebbe avuto il tempo di scoprire.
«Ti piace?» le aveva chiesto Francesco, notando il suo sguardo assorto.
«Sì, è bellissimo. Sembra... maestoso, quasi come se avesse visto di tutto.»
Francesco aveva sorriso «Vedrai, anche la città ti piacerà. Sarà diversa, ma ha il suo fascino.»
Leonardo, fermo poco più avanti, si era voltato verso di loro. «Basta fare i poeti, avete intenzione di muovervi o no?»
Veronica lo aveva guardato irritata «Arriviamo, signor impazienza.»
Leonardo aveva fatto spallucce, ma un angolo della sua bocca si era piegato in un accenno di sorriso. Per un momento, Veronica aveva pensato che forse Francesco aveva ragione: bastava conoscere Leonardo un po' di più per vedere qualcosa di diverso dietro quella maschera di disinteresse.
Veronica non si era mai trovata a suo agio nelle grandi folle e quella mattina il duomo sembrava eccezionalmente pieno, come se tutti avessero deciso che quella era la mattina ideale per farsi una vasca nel centro storico, senza stare a guardare quanta gente ci fosse in realtà. Veronica si era prefissata con l'idea che in quella città ci sarebbero state meno persone, meno confusione, di quanta non ce ne fosse a Bergamo, invece le sue aspettative si erano completamente infrante quando erano arrivati davanti alla libreria, piena anche quella,
Aveva spostato gli occhi a destra quasi per sbaglio, notando che, oltre alla chiesetta lì vicino, c'era un'altra strada, che se possibile era molto più gremita di gente di quanto non lo fosse quella che la succedeva, in più, ad aumentare quell'atmosfera piena, c'era anche il caldo che, nonostante fosse sopportabile, si faceva presente comunque.
Erano entrati nella libreria e Veronica, dopo una rapida occhiata in giro, si era diretta istintivamente verso gli scaffali più vicini, trovandosi a guardare il ripiano dei gialli, dei thriller e degli horror, cominciando a sfogliare con lo sguardo le varie costine. Non sceglieva mai un libro dalla copertina, quello era ovvio, ma la cosa che la catturava sempre per prima era il titolo, come presumeva fosse per un qualsiasi altro lettore. Dopo aver lasciato lo sguardo correre su e giù per gli scaffali, cercando gli autori, e a destra e a sinistra, per cercare le opere, la ragazza aveva preso su tre libri di cui due, in quel momento, erano appoggiati sopra una mensola, nel giusto equilibrio per far in modo che non cadessero. Le unghie battevano sulla carta lucida della copertina rigida mentre leggeva la quarta di copertina.
Tra i titoli, Veronica si era ritrovata attratta da un volume di Stephen King, "L'Ombra dello Scorpione", che aveva già sentito nominare ma mai letto. L'aveva preso con delicatezza, quasi come se il libro fosse qualcosa di prezioso, e aveva cominciato a sfogliarlo, scorrendo veloce l'incipit. C'era qualcosa di magnetico nei libri di King, l'unico autore di horror che leggeva, un modo di intrecciare storie che parlava direttamente alle sue emozioni, una complessità che rispecchiava in parte anche il caos della sua mente.
«Ti piacciono i thriller?» Francesco era comparso al suo fianco. Il suo tono era curioso, ma senza invadere il suo spazio.
«No, non è il mio genere, ma King è un caso a sé.» Aveva risposto senza distogliere lo sguardo dal libro, accorgendosi solo dopo quanto fosse stata sincera.
Francesco le aveva sorriso «Nemmeno io, in realtà io non leggo molto in generale. Preferisco i fumetti -aveva indicato uno dei tre libri che aveva sottobraccio- e i Film, ma questo lo sai già»
Veronica aveva finalmente alzato lo sguardo verso di lui, sorprendendosi di quanto fosse facile parlare con Francesco rispetto al resto della famiglia. Era come se lui sapesse sempre cosa dire per metterla a suo agio, senza mai risultare forzato.
Dall'altra parte della libreria, Leonardo era davanti a uno scaffale, con il telefono in mano. Come se stesse controllando qualcosa. Ogni tanto alzava lo sguardo su di loro, lanciando occhiate rapide che sembravano cariche di un'ironia non detta. Veronica lo aveva notato e, senza nemmeno rendersene conto, aveva stretto il libro tra le mani come se fosse una sorta di scudo. Non poteva fare a meno di sentire che qualcosa, in Leonardo, continuava a sfuggirle. C'era un velo di disinteresse nelle sue parole e nei suoi gesti, ma allo stesso tempo sembrava che osservasse tutto con attenzione, come se stesse aspettando il momento giusto per dire qualcosa che avrebbe ribaltato ogni equilibrio.
«Allora, hai deciso?» Francesco aveva indicato il libro di King con un leggero cenno del capo.
Lei aveva annuito. «Penso proprio di sì. Ma faccio un altro giro, per vedere se trovo qualcos'altro di interessante.»
Veronica si era allontanata, individuando poco distante il reparto dei fantasy. Mentre scorreva con lo sguardo i titoli dei libri esposti aveva sentito un'ombra fermarsi accanto a lei. Non aveva bisogno di girarsi per sapere chi fosse: quell'aria di superiorità era percepibile a metri di distanza.
«Davvero?» Leonardo aveva la voce carica di disprezzo. «Un libro sugli incubi? Che scelta originale.»
Veronica aveva stretto le dita attorno al volume che aveva appena preso, ma si era sforzata di non guardarlo.
«Non sapevo avessi ottenuto una laurea in giudizi inutili» aveva risposto con calma tagliente, continuando a leggere la sinossi.
«Non serve una laurea per riconoscere un cliché. Hai scelto il libro perché ti piace la copertina o perché vuoi fare la misteriosa?»
A quel punto, Veronica si era girata verso di lui, fissandolo dritto negli occhi.
«E tu? Sei qui per comprare un libro o solo per dimostrare che sei fastidioso anche fuori casa? -Veronica aveva fatto un passo indietro, fissando Leonardo con uno sguardo gelido.- Sai cosa? Potresti leggere qualcosa di utile. Forse un manuale su come non essere insopportabile.»
Lui aveva riso di nuovo, sprezzante. «E tu, magari, su come rilassarti un po'. Sarebbe un bel cambiamento.»
Prima di avere la possibilità di dire altro, Francesco era arrivato, mettendosi in mezzo a loro con un'espressione esasperata.
«Ecco, lo sapevo. Non potete nemmeno stare nella stessa stanza senza punzecchiarvi, vero?»
«Lui ha cominciato»
«Ah, classico -Leonardo aveva incrociato le braccia- Sempre la vittima. Sembri proprio una bambina.»
Francesco si era passato una mano tra i capelli, sospirando. «Basta. Siamo in una libreria, non in un ring. Almeno fate finta di essere civili per cinque minuti.»
Veronica aveva ripreso a osservare di nuovo verso gli scaffali, ignorandolo deliberatamente, e Leonardo si era allontanato.
«Non capisco come riesci a sopportarlo,» aveva mormorato Veronica a Francesco quando Leonardo, ormai lontanato, non poteva più sentirla.
Francesco aveva sorriso debolmente. «Ci sono abituato. Ma è anche diverso con me. Tu... non ti accetta, vedila così: sei il gatto nuovo in una colonia già formata, e lui è territoriale»
Veronica lo aveva guardato scettica, la metafora le aveva solo fatto venire in mente uno scenario divertente, ma aveva deciso di non rispondere. Non era interessata a cercare giustificazioni per il comportamento di Leonardo. Veronica aveva scosso la testa e si era allontanata, decidendo di ignorare il discorso. Ma mentre si aggirava tra gli scaffali, non poteva comunque fare a meno di chiedersi perché ogni loro scambio la lasciasse così confusa.
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