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Capitolo 11 - Tradimenti e altri peccati

Leonardo aveva allungato il passo, rendendo la corsa più veloce ma meno precisa. Aveva scelto il peggiore degli abbigliamenti, quella sera, per correre, ma erano gli unici vestiti sportivi che aveva trovato puliti. I restanti o erano a lavare o erano buttati alla rinfusa nel cesto della biancheria sporca. I pantaloni di tuta calzavano stretti in punti in cui non voleva che fossero stretti e larghi dove non dovevano esserlo. Il connubio di un incubo. Non sopportava quando le cose non erano come voleva e, soprattutto, come aveva premeditato. Per di più lo metteva in imbarazzo con una tale vivacità da farlo sentire proprio fuori luogo.

Aveva cominciato a correre dopo aver lasciato la squadra di basket, poco prima del ritiro sportivo che facevano ogni anno verso fine giugno. La decisione era stata osservata dagli sguardi altrui come estremamente menefreghista, Leonardo si era presentato un giorno con il borsone dell'associazione sportiva, la maglia per le partite e si aveva detto semplicemente che se ne sarebbe andato. Il suo allenatore non aveva nemmeno avuto modo di rispondere, così tanto sorpreso da aver avuto una piccola reazione di shock. In fondo Leonardo in quella squadra giocava da quando se ne avesse memoria, sempre con gli stessi compagni, o quasi, e nessuno aveva mai preso in considerazione che potesse mollare. Nessuno aveva mai preso in considerazione che potesse smettere di piacergli.

Sua madre lo aveva iscritto quando era piccolo, sotto consiglio della psicologa che lo seguiva al tempo. Un'attività sociale con altri bambini avrebbe potuto fargli acquisire un nuovo punto di vista sui rapporti tra le persone e sul contatto fisico. Ovviamente erano stati esclusi gli sport più fisici, quelli in cui il contatto era diretto e spesso costante, e avevano provato prima quelli intermediari e poi gli sport completamente individuali. Leonardo, però, si era semplicemente presentato un giorno da sua madre, dicendole imbarazzato a morte che quello sport in cui si faceva rimbalzare la palla gli sembrava bello. Angela lo aveva raccontato ridendo a ogni collega che aveva incontrato nei giorni successivi.

Da quel giorno in poi, però, aveva giocato, aveva costruito una propria identità come giocatore, era cresciuto insieme ai suoi compagni di squadra, aveva segretamente apprezzato come sua madre si impegnasse per venire ad ogni sua partita nonostante il lavoro e come suo fratello si fosse fatto personalizzare una maglietta inserendo in suo numero e il loro cognome, anche se sulla maglia della squadra lui non lo aveva.
Aveva sconvolto tutti quando aveva detto che non avrebbe più preso parte agli allenamenti o alle partite, che semplicemente avrebbe smesso. Sua madre gli aveva chiesto il perché per un mese, se fosse successo qualcosa con qualche giocatore, se qualcuno non avesse rispettato le sue indicazioni, ma Leonardo non le aveva mai risposto. Poi, verso metà luglio, aveva cominciato a correre.

Non era una persona taciturna lui, non lo era affatto. Gli piaceva non esserlo. Aveva sempre avuto la convinzione che se pensava a qualcosa, allora avrebbe preso semplicemente più valore dicendolo ad alta voce, anche se non era la cosa più cortese del mondo. Perché un pensiero, per quanto vano, doveva essere represso e interiorizzato? Perché se gli esseri umani erano fatti per comunicare, allora perché lui avrebbe dovuto fare l'opposto?

Tuttavia, per quella cosa lo era diventato. Rispondeva semplicemente che ormai era diventato noioso, che lo aveva stancato, che aveva mollato perché non era più interessante.
Ovviamente non era così. Durante l'ultimo campionato aveva iniziato a provare fastidio alla spalla destra. Non era il disagio di una semplice infiammazione, non era passato con le pomate che aveva comprato in farmacia e con gli esercizi che aveva fatto, nemmeno con il riposo forzato dell'intero braccio. Alla fine aveva deciso di non pensarci, o almeno cercare di farlo. Non ci era riuscito nemmeno per sbaglio. Il destro era il braccio dominante, quello dei tiri, dei palleggi rapidi, dei passaggi. Era peggiorato durante una partita, in uno spostamento veloce di un suo compagno di squadra e il suo tentativo di evitare di essere marcato da un avversario, era scivolato sul pavimento bagnato di sudore portandosi dietro anche Leonardo, che aveva sbattuto la spalla destra. Il dolore era stato lancinante perché la spalla era uscita dalla sua sede, e quando il medico presente gliela aveva ricollocata, non era andata meglio. Da quel momento in poi era andata solo peggio, e la sensazione che la spalla potesse uscire a ogni passaggio o tiro lo aveva terrorizzato così tanto da avergli fatto avere degli incubi. Non aveva detto niente a nessuno, e alla fine aveva mollato perché tra il dolore e il suo peggiorare era diventato inutile all'interno della squadra.
Lo aveva detto a sua madre solo ad Agosto, e lei si era mobilitata per trovare un medico sportivo abbastanza bravo da valere un consulto. Ormai, erano due mesi che Leonardo portava un tutore. Gli avevano consigliato anche l'operazione, ma non aveva ancora preso una decisione. Poi con i FANS e la terapia di analgesici il dolore si era ridotto di molto, così anche l'infiammazione.

La mano sinistra era andata istintivamente alla spalla destra, e al tessuto spesso che sentiva oltre quello aderente della maglietta dri-fit. Non aveva mai detto a sua madre che fosse stato quello il motivo, gli unici che sapevano veramente ciò che era successo erano i suoi amici. Damiano, Alessandro e Andrea avevano preso la notizia in modo leggermente istintivo: lo avevano portato a bere e si erano addormentati ubriachi nel bagno principale della casa di Damiano. Quando si era svegliato aveva trovato Damiano addormentato vicino a lui sul tappeto e Alessandro spiaccicato in doccia insieme ad Andrea. Non nudi e senza terze componenti femminili, non quella volta.

Sapeva che insieme erano un po' un disastro e che apparentemente erano molto distanti, però avevano un equilibrio tutto loro che pochi sembravano capire e a nessuno di loro interessava che venisse capito.

Poi ovviamente avevano parlato seriamente della cosa. Aveva raccontato loro come il medico sportivo gli avesse detto che sarebbe stato molto difficile poter tornare a giocare. Aveva una lussazione cronica della spalla, che era stata sottoposta a troppo sforzo e che l'intervento di un medico era stato richiesto con troppo ritardo. Era, insomma, tutta colpa sua. Alessandro gli aveva chiesto come mai non gli avesse chiesto nulla, visto che era un infortunio comune tanto nel basket quanto nel rugby, Leonardo aveva fatto spallucce e in poco l'argomento si era spostato su altro.

Correre era stato quindi uno sfogo più che necessario. Il basket si era trasformato in qualcosa di irraggiungibile ancora prima che glielo dicesse il medico, qualcosa che avrebbe fatto fatica a riconquistare, ma sapeva che era una partita persa in partenza. Con la spalla messa così, non poteva fare nemmeno la maggior parte degli sport. A scuola se la cavava tramite il certificato medico, anche se in realtà il professore era così preso da altro che nemmeno si accorgeva che Leonardo saltava più della metà degli esercizi. L'unica cosa che gli permetteva di muoversi, di sfogarsi, anche di allenarsi, era la corsa. Non era così semplice dopo anni di sport abbandonare totalmente una qualsiasi routine sportiva, così ne aveva creata un'altra. 

A quel punto tutte le sue serate erano scandite da un ritmo abbastanza regolare. Tra le sette e le sette e mezza si metteva a cucinare, con Veronica che gli ronzava intorno per ripassare. All'inizio gli aveva dato fastidio, poi aveva imparato che era meglio così. Veronica aveva capito che era meglio sedersi sull'isola della cucina per non intrarciarlo, e quindi evitare discussioni inutili.
Verso le otto lui e Veronica mangiavano, mentre Francesco arrivava sempre dopo perché quando c'era aspettava la mamma, e quando non c'era semplicemente occupava quel tempo per continuare a studiare. Leonardo, poi, alle ventuno usciva per correre e rientrava alle ventitré. Spesso notava che il salotto c'era qualcuno, probabilmente Francesco e Veronica sul divano, ma ci faceva poco caso perché la porta scorrevole era chiusa, quindi andava di sopra per farsi una doccia e andare a dormire.

All'inizio di quegli allenamenti ci era andato leggero. Aveva cominciato con pochi chilometri al giorno, con un ritmo moderato, registrando i dati attraverso lo smartwatch. Aveva fatto delle prove di resistenza per capire quale velocità riuscisse a mantenere per più tempo e con quale riusciva a fare più km nelle due ore che di solito dedicava alla corsa. Alla fine aveva raggiunto un ritmo moderato, che gli permetteva di percorrere circa una decinda di chilometri al giorno, quanto se la sentiva allungava il percorso per arrivare a una quindicina.
Il suo allenamento abituale era un percorso ad anello sul centro, seguendo per lo più circonvalazione delle mura per poi rientrare dal ponte dell'università e percorrere un pezzo del centro. Lo aveva scelto istintivamente la prima volta che lo aveva percorso, perché erano zone in cui bene o male girava spesso e che conosceva abbastanza da sentirsi sicuro nel percorrerle.

A volte saltava perché era troppo stanco, ma erano occasioni molto rare.
Altre rarissime volte usciva prima e rientrava prima.
In sporadiche occasioni era così stanco da cambiare il percorso. Quella sera era proprio una di quelle.
Era sabato, il ventidue di Ottobre, e sarebbe stata anche una giornata tranquilla, ma, se doveva essere sincero, era stanco da tutta la settimana che era trascorsa. Il suo desiderio era quello di dormire per almeno nove ore e farlo anche il più velocemente possibile. Arrivato nei pressi della zona universitaria, aveva evitato di entrarci, rimanendo all'esterno delle mura. Visto che la circonvalazione poteva essere riassunta in un ovale e Leonardo lo allungava per un pezzo di centro, si era appena risparmiato almeno mezz'ora di corsa. Aveva tentato di concentrarsi sui passi, sulla tensione sulle cosce e il dolce fastidio che cominciava a provare ai polpacci. La corsa aveva cominciato a piacergli sul serio soprattutto da quando era arrivata Veronica: averla sempre intorno, per lui che tendeva alla solitudine in casa, era uno stress non indifferente. Anche studiare insieme, nonostante lo avessero deciso di comune accordo e lo trovasse utile, molto di più di quelle volte che aveva provato con Alessandro e Damiano; lui e il primo finivano per distrarsi in continuazione, rendendo nervorso il secondo, oppure con Francesco; lo lasciava sfinito, come se poi dovesse ricaricarsi le batterie sociali. La corsa era diventata, oltre che un modo per tenersi allenato, la sua ricarica. Quelle ore che passava in compagnia di sè stesso, la musica e, al massimo, nei giorni in cui stava meglio, un audiolibro, erano indispensabili.
Più che libertà era liberazione, più che sollievo era una catarsi.

Leonardo aveva svoltato a sinistra seguendo la curva della strada. Da ghiaia era passato ad asfalto, e sotto le scarpe questo gli dava molta più stabilità. Aveva accelerato un po' il ritmo per percorrere prima quei pochi chilometri che lo separavano da casa. L'unica cosa che non apprezzava particolarmente di quel percorso erano i semafori. Meno di ogni cento metri o c'era un semaforo o c'era un attraversamento pedonale. La cosa che lo entusiasmava meno, era che questa magnifica coincidenza si verificasse nel pezzo del ritorno.

Si era fermato a un semaforo, per poi riprendere a correre e pochi metri dopo fermarsi ad un attraversamento pedonale per le macchine che passavano intorno.

Quando finalmente aveva dovuto attraversare il put per passare dall'altro lato della strada, solo per quella fortuita occasione, il semaforo era diventato verde due secondi prima che lui ci arrivasse davanti, lasciandogli modo di continuare a correre senza doversi fermare. Da lì in poi ci avrebbe messo si e no una quindicina di minuti ad arrivare a casa. Dieci se aveva ancora abbastanza resistenza per correre al ritmo più veloce che avesse sperimentato fino a quel momento.

I muscoli delle gambe avevano cominciato a bruciargli. Li aveva sforzati troppo, considerando che in quella settimana aveva fatto anche più del solito, e il giorno successivo si sarebbe ritrovato pieno di acido lattico. Aveva attraversato un'altra volta la strada ed era entrato in una vietta secondaria e poco illuminata. Lo inquietava abbastanza, con i pochi lampioni e tutti i possibili punti bui in cui un qualcuno avrebbe potuto nascondersi, ma era anche la strada più veloce per arrivare a casa. Percorsa tutta, e fortunatamente era corta, si era ritrovato davanti alla via dove si trovava il veterinario. L'aveva ignorata, girando a destra.

Poco dopo, era arrivato davanti casa. Aveva lasciato andare il sospiro che tratteneva da fin troppo tempo, aveva aperto il cancelletto e, prima di entrare, aveva fatto un po' di stratcing. Era arrivato a casa alle ventidue, quasi un'ora prima del solito. Aveva tagliato quasi metà percorso e aveva preservato un ritmo molto più alto del normale. Non era nemmeno andato al piano di sopra per lavarsi, era così stanco che si era infilato nel bagno del sottoscala. Fortunatamente, c'erano sempre dei vestiti di ricambio in caso di emergenza. Quel bagno era stretto e lungo, tutto messo come in ordine di importanza, prima il lavandino, poi i sanitari, poi la doccia, e in ultima lavatrice e asciugatrice; l'illuminazione di quella stanza, se era possibile chiamarla così, era data principalmente dalla luce artificiale, ma c'era anche una riga di finestre piccole e alte che, di giorno, aiutavano a far sembrare l'ambiente meno claustrofobico.

Si era lavato, cercando di togliere tutto l'odore di sudore che gli era rimasto addosso, era la cosa che detestava di più dello sport. Per molti il fatto di sudare era la rappresentazione fisica che si aveva fatto un buon allenamento, che il proprio operato aveva dato un risultato visibile istantaneamente, ma si chiedeva se fosse realmente necessario. Leonardo provava solo ribrezzo. La sensazione di bagnato sulla pelle, i vestiti appiccicati al corpo e l'odore che quasi gli facevano venire repulsione. Non lo sopportava.

Aveva preso l'asciugamano dal attaccapanni da muro, passandoselo sul corpo per asciugarsi, poi, frugando nel mobile del lavandino, aveva tirato fuori una tuta che potesse portare, era di Francesco ma gliel'avrebbe ridata, prima o poi, composta da pantaloni neri e maglietta. Aveva buttato il lavatrice i vestiti che aveva usato per correre e poi era andato fino in cucina. Aveva bevuto quasi un litro di acqua tracannandolo direttamente dalla bottiglia, anche perché poi di li a poco se la sarebbe portata in camera. Sempre, se non fosse stato per ciò che aveva cominciato a sentire.

C'era un film che andava alla televisione, ma i dialoghi e i suoni gli erano tremendamente familiari. Aveva fatto qualche passo per riuscire ad affiancare il tavolo da pranzo e aveva buttato un occhio sul salotto. Lì, a pochi metri da lui, Francesco e Veronica erano ai lati opposti del grande divano, mentre parlavano tra di loro con entrambi una ciotola di popcorn in mano. Alla televisione, invece, andava il terzo film di Spiderman con Tom Holland, che era uscito da poco sulla piattaforma di riferimento.

Quei due traditori...

«Ei.»

Sapeva quello che sarebbe successo anche senza guardare. Veronica se lo aspettava così poco che aveva fatto un piccolo balzo, e con lei anche alcuni popcorn che erano usciti dalla ciotola. Francesco invece doveva averlo visto, perché si era girato verso di lui dopo aver fermato il film con il telecomando.

Suo fratello lo aveva squadrato, riconoscendo i proprio vestiti «Sei tornato prima?»

Leonardo aveva fatto un piccolo ghigno, avvicinandosi. Aveva guardato Veronica negli occhi, facendole un gesto con la mano di spostarsi. Occupava quasi metà del divano perché era distesa. Quando lei aveva fatto per parlare, lui l'aveva interrotta subito.

«Taci e spostati.»

«Sei un cafone...»

Veronica lo aveva fulminato con gli occhi, poi si era seduta leggermente più composta, senza abbandonare la posizione laterale rispetto allo schienale del divano. Voleva evitare discussioni inutili ma non avrebbe di certo taciuto perché glielo aveva detto lui.

Leonardo aveva scavalcato il divano e si era seduto al centro, leggermente spostato verso Francesco rispetto che a Veronica.

«Da quanto va avanti questa storia, traditori?»

Lo aveva detto con ironia, sottile, leggermente taglliente.
Francesco e Veronica si erano guardati confusi, come se non capissero quello di cui stava parlando. Se Leonardo avesse dovuto dire la verità allora sicuramente avrebbe dovuto ammettere di essere geloso, in un modo che lo metteva in imbarazzo per sé stesso. Se fosse stato sincero avrebbe dovuto ammettere che vedere suo fratello così legato a Veronica, una persona sconosciuta che era arrivata e si era impossessata di molte più cose di quanto volesse far vedere, con un'arroganza che a Leonardo provocava solo irritazione, gli dava una sensazione spiacevole nelle viscere, come se dei piccoli serpenti velenosi gli stessero mordendo le budella e intossicando da dentro. Un fastidio che aumentava ogni volta che Leonardo si rendeva conto di come avesse invaso il suo spazio, di come la sua presenza fosse ormai sancita, stabile, riconoscibile all'interno di tutti i posti in cui anche quella del biondo vagava. Gli provocava noia. Ogni volta che vedeva quanto Veronica stesse diventando importante per le persone che per lui erano importanti, gli dava la nausea, come se Francesco lo stesse sostituendo con una versione migliore di lui, una versione a cui voleva più bene, con cui poteva parlare meglio, che gli dava meno problemi. Sua madre, invece, aveva finalmente la figlia che aveva sempre voluto, che lui avrebbe dovuto essere, e quindi la trattava come tale, come se fosse improvvisamente la cosa più preziosa della casa. Leonardo era consapevole fossero pensieri intrusivi, causati da un inconscio che non sembrava fare altro se non volerlo sabotare in ogni modo possibile e inimmaginabile. La paura che gli venissero portati via però era così feroce dentro di lui che a volte non riusciva semplicemente a controllarsi, che a volte quella sofferenza che provava si faceva spazio a grandi spallate per soffocarlo, per inglobarlo dentro di sè. Nonostante questo non glielo avrebbe mai detto, e non perché il provare affetto fosse una debolezza ma perché l'orgoglio era semplicemente il suo più grande difetto. Preferiva mettere la questione su un piano estremamente sarcastico, pur che doverla affrontare seriamente. Anche se una base di verità c'era, forse anche troppa.

Era da quando ne aveva memoria che lui e Francesco seguivano l'MCU, più il maggiore dei fratelli che lui, però Leonardo lo faceva volentieri. Quel film erano andati a vederlo insieme al cinema, come ogni altro film che interessava loro. Come a voler solo alimentare quella sensazione di fastidio, adesso Veronica gli aveva rubato un'altra cosa. Una cosa che era sempre stata solo loro. Era come un tradimento, tralasciando gli alti peccati a seguito.

«Da quanto vi state guardando i film dell'MCU?»

Veronica aveva alzato le spalle «Non lo so, circa due o tre settimane?»

Leonardo non era una persona così paziente o brava da riuscire a non perdere il controllo. Però era sufficientemente orgoglioso «E perché non me lo avete mai detto?»

Francesco e Veronica lo avevano guardato come se fosse stato verde e fosse appena sceso da un'astronave «Cosa?»

Leonardo aveva allungato i piedi, coperti da dei calzini perché già girava senza ciabatte in casa, figurarsi a piedi scalzi, appoggiandosi sul tavolino davanti al divano.

«Sarei rimasto se me lo aveste detto.»

La stava affrontando meglio di quanto avrebbe immaginato. Decisamente molto meglio di quanto tutti avrebbero pensato.

«In attesa di Black Panther abbiamo ricominciato da capo con la fase uno.»

Veronica non aveva migliorato la situazione. Francesco, che dal linguaggio del corpo del fratello stava cominciando ad intuire che qualcosa lo turbava, aveva cercato di aiutare.

«Veronica voleva vedere Iron man una sera e abbiamo cominciato per caso, poi quando potevamo siamo andati avanti. Pensavo lo sapessi con tutte le volte che sei rientrato ed stavamo ancora guardando il film.»

Leonardo aveva sospirato, quei pensieri non gli facevano bene e avrebbe dovuto allontanarli e basta.

«No, la porta era chiusa»

«Beh, rimani allora. Poi vedremo come continuare a guardarli, magari la domenica pomeriggio?»

Veronica gli aveva allungato la ciotola di popcorn, lasciando che ne prendesse un po'. Leonardo l'aveva guardata un po' riluttante, come un gatto randagio che non sa se fidarsi di quell'umano apparentemente buono che ha davanti, ma alla fine aveva allungato una mano per prenderne un po', mentre il film ripartiva.

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