Capitolo 10 - Il sole di Ottobre
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La luce del sole sorgeva placida all'orizzonte, illuminando annoiata ciò che si ritrovava davanti, si posava tiepida sui cofani delle macchine, sui muri delle case, sui tetti dei palazzi, passava oltre le tende delle finestre, si infiltrava nei soggiorni delle case, creando delle figure scomposte sui piani dove il suo pigro illuminare veniva interrotto da qualche oggetto. Sorgeva piano, andava con calma, e man mano, sempre più luce filtrava, sposandosi su capelli, palpebre, braccia, cuscini; il tiepido tepore si faceva sempre più intenso, fino quasi a scottare sui corpi vivi su cui si fermava incurante. All'inizio quella luce sembrava placida, timida, si posava tanto leggera da non sembrare nemmeno esserci, poi, come un pugno nello stomaco, si faceva spavalda, illuminando con più sicurezza ciò che prima aveva solo sfiorato pacatamente, la luce colpiva con prepotenza le pareti delle case, si posava arrogante sugli occhi chiusi delle persone e splendeva in sintonia col suono incessante delle sveglie. Si ritirava poi dietro ad un paio di nuvole chiare, che annunciavano buon tempo, e regalava attimi di pausa ben goduti, attimi in cui gli occhi vibravano, le schiene si giravano, le lenzuola frusciavano mentre venivano tirate in avanti, e poi tornava, continuando quella sua danza. Aveva danzato anche su di lui, in modo totalmente diverso rispetto a come lo aveva fatta sulla sua compagna, perché lei era dentro e lui era fuori, perché lei si copriva mentre lui si scopriva. Su di lei era stata gentile, la luce si era calata cortese, filtrata da serrande e tende, lungo il suo corpo semi-nudo, rivelando piano le fossette di venere, i fianchi pronunciati, la curva delle spalle spigolose, la rotondità del seno schiacciato contro il materasso e il suo naso alla francese, il resto del suo corpo era stato celato dalle coperte beige, posizionate proprio da lui per coprire entrambi del fresco della sera.
Su di lui invece era stata scortese; si era alzato prima dell'alba, era incespicato su scarpe, vestiti e mutandine, che non appartenevano di sicuro a lui, prima di trovare il proprio intimo, se lo era dovuto infilare alla cieca, facendo il minimo rumore possibile per non svegliare lei, e poi era uscito sulla terrazza di quell'appartamento. Si era appoggiato contro la ringhiera con le braccia, i muscoli contratti per l'aria fredda che soffiava e poi era sorto il sole.
La sua luce si era posata su di lui calma, regalandogli un tiepido tepore, gli aveva illuminato le gambe lunghe, le cosce toniche, il tessuto scuro dei boxer, i muscoli addominali accentuati dalla posizione, le spalle larghe e gli occhi di quel azzurro tanto chiaro sporcato da un po' di giallo, si era spostato un poco più indietro, tornando dritto con la schiena e quella luce, permalosa, lo aveva seguito, facendosi più intensa, più sicura, illuminando il suo intero corpo, e ogni minuto che passava era un po' di luce in più su di lui.
Francesco si era appoggiato piano al muro esterno dell'appartamento man mano che il sole si innalzava nel cielo, aveva incrociato le braccia al petto, beandosi del calore che cominciava a disperdersi sul suo corpo, gli colpiva prima il petto, e poi scorreva lungo le sue spalle, giù per le braccia fino ad arrivare ai polpastrelli delle dita, che gli sembravano quasi formicolare, ma probabilmente quella era solo una sua illusione.
Aveva sentito i passi leggeri di Cecilia avvicinarsi, poi la porta finestra si era aperta, e la sua ragazza, vestita solo della sua maglietta, aveva sporto busto e viso oltre il vetro, girandosi verso di lui, in cerca di lui. Il suo sguardo scettico si era spento, ed era stato sostituito da uno più dolce. Lui sapeva che lei avrebbe voluto dire qualcosa, lo capiva dal modo nervoso in cui tratteneva il labbro inferiore nei canini, ma sapeva anche che avrebbe taciuto, consapevole che la scelta del silenzio quella volta non fosse sinonimo di litigio. Era solita parlare tanto, incessantemente, continuamente, a tratti in modo fastidioso, obbligandolo a farla tacere. Lei cercava di limitare i silenzi imbarazzanti, come se si sentisse in obbligo di parlare. Quella volta non aveva spiccicato parola, si era accoccolata tra le sue braccia ed era rimasta lì con lui, accettando che il silenzio fosse più essenziale delle parole. Il sole a quel punto aveva illuminato entrambi, e loro avevano sorriso. L'uno aveva abbassato il viso e l'altra lo aveva alzato, si erano guardati negli occhi, contemplandosi, poi, dolcemente, Francesco l'aveva fatta girare tra le sue braccia. Circondandole i fianchi, accarezzando la sua pelle da sopra il tessuto della sua maglia, le aveva baciato la guancia in modo delicato, tanto che lei aveva creduto di esserselo sognato, poi, come la luce di quel sole d'ottobre che assumeva sicurezza, anche i baci del ragazzo erano diventati più certi. Si era spostato lentamente dalla sua guancia alle sue labbra, e l'aveva baciata. Aveva percepito chiaramente le mani di lei risalire lungo il suo addome, su cui si erano posate, proseguire sul suo petto, sulle spalle, si erano allacciate intorno al suo collo, e poi si erano infilate gentili nei suoi capelli, scompigliandoglieli. Il mondo intorno a loro era sembrato vorticare e perdere importanza. Lui si era staccato, lasciandole un bacio a stampo prima di appoggiare in modo naturale il mento sulla sua spalla, erano rimasti in silenzio ancora mentre lei gli accarezzava dolce la nuca e giocava con i suoi capelli, arricciandoseli intorno alla dita; aveva respirato l'odore del suo balsamo, beandosene, poi, istintivamente, l'aveva stretta un poco di più a sé, attento a non farle male.
Le aveva baciato il collo, leggero, mentre le accarezzava le cosce, i fianchi, era risalito fino alla vita e si era fermato lì, aumentando la presa ad ogni mugugno di disappunto quando staccava le labbra dalla sua pelle. Le aveva sorriso addosso, divertito, e l'aveva sentita sussurrare qualche, poco velato, insulto contro di lui, l'aveva baciata a stampo ancora una volta prima di staccarsi da lei, sorridendole, facendola sorridere.
Erano rientrati dentro poco dopo, a tratti costretti dal vento gelido che aveva cominciato a soffiare, un po' perché si stava facendo tardi e loro avrebbero dovuto andare a scuola quel martedì.
La sera prima, dopo aver capito che Veronica e Leonardo avrebbero continuato a litigare, aveva deciso che gli serviva un po' di pace, e quindi, senza nemmeno pensarci, dopo aver preso la cartella e un paio di pantaloni, si era diretto a passo spedito fino a casa di Cecilia. Lui non sapeva cosa fosse successo tra quei due domenica, poteva capire i motivi per i quali suo fratello fosse scontroso, irritabile, poteva capire anche i motivi di Veronica, ma non quelli per i quali entrambi dovessero litigare tutte le volte che si vedevano, ormai da tre giorni consecutivi, decisamente no. Non era sano, non era normale e a lui stava cominciando a venir meno la pazienza.
Sentiva Veronica sfogarsi in chiamata ogni volta che ne aveva la possibilità e vedeva Leonardo uscire alle tre di pomeriggio per poi tornare di sera o di notte fonda, in cui per tutte quelle ore aveva preferito la compagnia dei suoi amici al minimo tentativo di chiarimento, e ciò gli regalava della graziose strette al cuore che lo perseguitavano ogni volta che i due alzavano la voce. Aveva pensato molte volte, appena la ragazza era arrivata nella loro casa, che una situazione del genere potesse palesarsi all'inizio, visto che nessuno conosceva nessuno e tutto era poco equilibrato, ma avevano convissuto come persone normali, ed aveva pensato, sbagliando, che si fosse instaurato una sotto specie di equilibrio, tuttavia, si era dimostrato tanto precario da cedere in meno di un giorno.
Francesco aveva sospirato, sopraffatto dai suoi stessi pensieri, e si era regalato un attimo di pausa prima di alzarsi di nuovo in piedi. Aveva alzato il viso verso Cecilia che, ferma davanti a lui, lo guardava con uno sguardo preoccupato
«Stai bene amore? -Francesco aveva annuito, le aveva sorriso, e le era andato incontro per posarle un leggero bacio sulle labbra- Lo sai che puoi parlarmi di tutto...» lei aveva lasciato la frase in sospeso, colta alla sprovvista quando lui le aveva posato una mano sulla testa, scompigliandole di poco i capelli
«Si, lo so, tranquilla -il ragazzo aveva recuperato la cartella, mettendosela sulle spalle. Ne aveva sentito il peso sulla schiena, ed era stato quasi tentato di alzare gli occhi al cielo, posare la cartella e trascinare la sua ragazza nel letto per fare cose più interessanti di, beh, qualsiasi cosa avessero fatto a scuola quel giorno- Ora andiamo» lei aveva ridacchiato, si erano presi per mano ed erano usciti dall'appartamento.
La sua ragazza viveva in un complesso di condomini fuori le mura, la finestra della sua camera aveva parte della visuale sul Put*, sul parco oltre la strada, aveva vicino due diversi ristoranti di sushi, una pizzeria, una pasticceria, una palestra, per fino le scuole, anche se nessuna di quelle era la loro. Uscire da quel complesso non gli piaceva mai, l'odore di smog lo colpiva in faccia, il rumore dei clacson gli frantumava i timpani, la pista ciclabile rischiava di far morire almeno quattro persone contemporaneamente e sentiva volare tante bestemmie da far venire giù tutto il paradiso, (quella era, nella sincerità dei fatti, un esagerazione), attraversare era una sottospecie di impresa impossibile, per quanti semafori potessero esserci, gli automobilisti andavano sempre un poco troppo velocemente, quindi anche raggiungere la fermata dall'altro lato della strada era un impresa.
Francesco si era ritratto ed, allungando un braccio, aveva fermato anche Cecilia, che, inconsapevolmente, stava attraversando, senza vedere la macchina che correva a tutta velocità sulla curva
«Deficiente...» lo aveva sussurrato con astio, incapace di trattenersi, poi, dopo aver controllato altre due volte, aveva attraversato la strada, seguito a ruota da Cecilia, che saldamente gli teneva una manica della felpa.
Giada li aveva raggiunti due minuti dopo, aveva visto la ragazza sorpresa di vederlo, tanto che all'inizio c'era stato un piccolo momento di imbarazzo, ma alla fine avevano conversato pacificamente per un paio di minuti, o almeno, il tempo necessario perché l'autobus arrivasse. Si erano seduti sui posti da quattro in fondo. In un gesto solito si era limitato a prendere uno degli auricolari che Cecilia gli aveva offerto e a lanciare occhiate alla strada quando ne aveva la possibilità.
Era preoccupato, soprattutto per Veronica; conosceva suo fratello, sapeva quanto poteva essere cattivo se prendeva una persona in antipatia, e non voleva che mostrasse il peggio di sé proprio con lei, che non meritava, almeno dal suo punto di vista, una dose di rancore come quella che Leonardo stava cominciando ad accumulare per lei.
Quando la ragazza era entrata nel mezzo, il sole d'ottobre le aveva illuminato il volto, illuminandola, e Francesco aveva seguito quella luce fino ad incontrare gli occhi stanchi di Veronica. Il ragazzo in un primo momento aveva alzato il braccio in modo quasi entusiasta, invitandola a venire verso di loro, poi, aveva tentennato, quando aveva percepito nei movimenti di lei tanta di quella spossatezza da fargli dubitare, in modo serio, che avesse una qualsiasi voglia di parlare con qualcuno.
Lei si era avvicinata solita, mentre la luce accompagnava i suoi passi, e si era seduta di fianco a Giada.
Cecilia non era cattiva, o gelosa perché possessiva, era gelosa poiché insicura; un po' di sé, un po' del suo aspetto. A volte pareva essere sempre alla ricerca di un modo per piacergli di più, cosa totalmente errata visto che lui l'amava così come era.
La presenza di Veronica, tuttavia, aveva peggiorato tutto, instaurando in lei una gelosia che non le era mai appartenuta, e che ora faticava a togliersi di dosso. Non avrebbe voluto odiare la ragazza, Cecilia lo aveva confessato un paio di volte, ma ogni volta che la vedeva il suo stomaco bruciava come se avesse bevuto qualche acido e sentiva le budella contorcersi dal fastidio; più la vedeva più pensava solo al fatto che vivesse col suo ragazzo, che fossero quasi sempre soli, e che lui sembrasse nutrire una simpatia per lei.
Odiava il modo in cui Francesco si preoccupava o il modo in cui la guardava, anche in quel momento, disprezzava in maniera quasi folle pensare a loro che cenavano insieme o che guardavano un film, loro che scherzavano e ridevano l'uno di fianco all'altro, immaginarli e vederli vicini la faceva impazzire, e detestava con tutta sé stessa vedere nella sua mente quelle immagini, che come un film le scorrevano davanti agli occhi in modo ripetitivo e incessante, facendole venire il voltastomaco.
Il cuore le si stringeva in una stretta tanto ferrea da farle male, da farle desiderare che Veronica si sentisse nel suo stesso modo, che provasse il suo stesso fastidio e il suo stesso dolore, la provocava e la guardava male per quello. Cecilia non voleva quello per sé e per la ragazza, desiderava in modo disperato smettere di soffrire per quel genere di cose, avrebbe voluto controllare se stessa di più, attenuare quei suoi sentimenti, soffocarli e conoscere Veronica per quella che era, andando oltre il suo ragazzo o la loro amicizia, eppure, era tanto debole e fragile da lasciarsi sopraffare e cedere alla gelosia appena la vedeva.
La situazione poi era peggiorata ulteriormente quando Veronica si era aggiunta alla squadra di pallavolo della scuola, squadra di cui Cecilia era il capitano. Era stato traumatico per lei trovarsela davanti martedì. Aveva invidiato tutto di lei, gli occhi di quel marrone così chiaro, la carnagione nivea, le dita affusolate, le cosce magre; si era sentita inferiore tanto da disgustarsi. Poi era arrivato il colpo di grazia: quella ragazza sapeva giocare meglio di lei nel suo stesso ruolo, nel ruolo in cui si era sempre sentita forte, in cui aveva sempre pensato di essere la migliore.
Ci aveva messo anni per migliorarsi, ma la sua passione, il suo amore e il suo impegno per lo sport non avrebbero mai eguagliato l'affinità che c'era tra Veronica e il ruolo di alzatore, per quanto ci provasse, le era impossibile. Era Cecilia la più forte in quel momento, ma si sentiva più debole che mai di fronte a lei, e lo sapeva, lo sapeva che prima o poi i loro ruoli si sarebbero invertiti, che lei, da protagonista, sarebbe passata a comparsa, a ombra, ma sapeva anche che quando quel momento sarebbe arrivato lei avrebbe avuto pace, era giusto così.
Se ne doveva solo convincere.
Aveva stretto convulsamente il tessuto della felpa, tirandolo e facendo sbiancare le nocche delle sue mani. Quel giorno era giovedì, e anche quel giorno avrebbe dovuto vederla giocare, e quel pensiero la faceva sentire tanto male da desiderare di darsi malata, per una volta. Il modo in cui quella ragazza la faceva sentire le dava più fastidio di qualsiasi altra cosa, per questo, la sua curiosità e il suo timore verso di lei aumentavano ogni volta che la incrociava. Francesco aveva fatto combaciare il suo sguardo con quello di Cecilia, e in un attimo, aveva capito esattamente quello a cui la ragazza aveva pensato, perché era esattamente quello che aveva pensato lui. Quasi in automatico, senza pensarci, la sua mano si era diretta su una della ragazza, ancora stretta intorno alla felpa, l'aveva calmata, facendogliela aprire e accarezzando le linee del palmo con i polpastrelli delle dita, lei lo aveva guardato, accarezzando con lo sguardo i contorni del suo viso.
Aveva chiuso gli occhi quando lui le aveva baciato la fronte, beandosi del contatto leggero delle labbra del fidanzato contro la propria pelle, e lo aveva guardato negli occhi quando si era staccato. Avrebbe voluto baciarlo, come lui avrebbe voluto baciare lei, ma non era il tempo, non era il luogo, entrambi, nelle proprie menti, si erano ripromessi di farlo il prima possibile. Cecilia aveva posato gli occhi oltre la spalla del suo ragazzo, guardando con remora lo sguardo abbattuto e spendo di Veronica, si sarebbe anche spinta verso di lei per chiederle cosa era successo, ma Giada l'aveva preceduta, e, quando gli occhi chiari della ragazza avevano incontrato i suoi scuri, aveva indurito il volto, regalandole la solita espressione di sempre, (anche se dentro di sé si stava chiedendo i motivi di quello sguardo), alla quale Veronica non aveva risposto, limitandosi a tornare con lo sguardo sulla sua migliore amica.
Cecilia si era rivolta nuovamente a Francesco, che a sua volta si era rigirato, poiché incuriosito da cosa guardasse la sua ragazza si era girato anche lui
«Cos'ha?» lo aveva sussurrato, in modo che lo sentisse solo lui. Aveva visto Francesco sospirare, sembrava abbattuto
«Lei e Leonardo litigano da giorni, tutte le volte che si vedono -Cecilia si era sorpresa, tanto che aveva anche sgranato di poco gli occhi- si, lo so»
«Ma per quale motivo?»
«Mia madre dà a Leonardo il compito di starle affianco, cosa inutile ormai, sono quasi due mesi che è qui, ormai sa giostrarsi tra le vie e i negozi, ma comunque non le dà fiducia, o almeno, non tutta quella che dovrebbe darle...»
«E?»
«E per i primi tempi è andata bene, a Leonardo non sembrava pesare troppo e nemmeno a Veronica, ma domenica scorsa lui in teoria, anche in pratica visto che era da giorni che organizzava la cosa, doveva andare da nostra nonna e nostro zio, sai, per la moto -Cecilia aveva annuito- ma lei doveva andare a prendere delle cose a Bergamo, io non potevo per la verifica e Leonardo è stato tirato in mezzo, puoi immaginare la sua risposta alla cosa, conoscendolo»
«Ma è successo anche qualcosa lì? -Francesco aveva negato, facendole intendere che non ne sapeva nulla- È strano... no?»
«Non so che dire, ho provato a parlare con entrambi, ma nessuno mi dice nulla» Cecilia aveva preso un respiro profondo, riempiendosi i polmoni, poi, gli aveva puntato un dito al petto e lui aveva alzato un sopracciglio
«Se oggi è distratta e si becca una pallonata in faccia od altro, faccio ragionare io sia lei che lui, a pedate sul culo però.»
Aveva visto Francesco ridere e contagiata aveva sorriso anche lei, poi, quando il sole le aveva illuminato un altra volta il viso, aveva guardato fuori dal finestrino ed aveva visto che erano quasi arrivati, quindi si era alzata per prenotare la fermata. Erano scesi, e, passando in mezzo alla calca, avevano raggiunto l'entrata della loro scuola, mancavano ancora una decina di minuti prima del suono della campanella, e li avevano consumati con i loro compagni di classe per parlare delle cose in programma per quel giorno.
Erano saliti in classe poco dopo, e, con felicità, avevano scoperto che la professoressa di storia quel giorno non c'era. Cecilia aveva appoggiato le braccia sul banco, e si era voltata verso la sua compagna di banco, poi, in un moto di stanchezza non giustificato, aveva piegato il busto e posato il viso sulle proprie braccia. In terza media, quando le era stato messo davanti un foglio con tutte le scuole in cui poteva essere accettata, il suo sguardo era caduto istintivamente sull'istituto scientifico; la matematica era la sua materia preferita, ma il vero motivo per il quale aveva scelto quella scuola le era sempre sfuggito.
Anche in quel momento, a distanza di cinque anni, ancora capiva ben poco della sua decisione, era stata puramente istintiva, emozionale, a tratti le sembrava anche di parte, visto che suo fratello aveva frequentato quella scuola, tuttavia, di una cosa era sicura, non l'aveva presa per Francesco. Cecilia, prima ancora di sapere la scuola in cui lei voleva andare, sapeva la scuola in cui voleva andare lui. Ai tempi della terza media, quando si era trasferita con la sua famiglia, la figura del suo attuale ragazzo era ben poco definita: un ragazzino sempre in disparte, che parlava poche volte e non di faceva avvicinare mai, un po' cupo e introverso; l'opposto esatto di lei, che veniva etichettata come estroversa, disinvolta, radiosa, sempre col sorriso sulle labbra.
Ci aveva messo un po' ad abituarsi alla sua presenza schiva, marginale, ma quando era finita in banco con lui aveva cominciato a capire un paio di cose in più, è più passava il tempo in sua compagnia più aveva voglia di conoscerlo più a fondo. Poi, si era sciolto, come un cubetto di ghiaccio sotto al sole, ed erano diventati amici, da quel momento aveva sempre saputo, o almeno ci aveva sempre sperato, che qualsiasi cosa fosse successo sarebbero rimasti insieme. Per questo, quando aveva deciso che scuola frequentare, si era imposta di dimenticarsi di Francesco per un pochi di attimi, e qualcosa, che andava ben oltre dei suoi sentimenti per il ragazzo, le aveva indicato quella scuola come giusta.
Quando era arrivata il primo giorno si era sentita subito a suo agio, e le settimane a venire le avevano portato la conferma di quel suo sentimento. Aveva sorriso, al ricordo di quei giorni così felici, così facili.
Le lezioni fino alla prima ricreazione erano trascorse normalmente, la prima ora Cecilia l'aveva passata a ripassare in modo svogliato i teoremi di matematica, con la luce del sole che, di tanto in tanto, le colpiva gli occhi, quasi a ricordarle che doveva concentrarsi su quello che faceva e cercare di non prendere sonno mentre rileggeva le definizioni dal libro. L'ora successiva l'aveva passata a prendere appunti di latino, a scrivere paradigmi e poi aveva iniziato, insieme alla sua compagna di banco, anche la versione che il loro professore aveva dato loro per la lezione seguente. Durante la ricreazione Cecilia e le sue migliori amiche avevano deciso di andare fino in giardino, giusto per sgranchirsi le gambe.
Avevano quindi sceso le tre rampe di scale per arrivare al piano terra, dove c'era la segreteria, e poi ne avevano sceso ancora un'altra, che portava ad un piano sotterraneo, lì c'erano le aule dei laboratori, gli spogliatoi, la palestra (per arrivare alle porte tuttavia si doveva scendere ancora un'altra rampa), ed a una piccola passerella che dava l'accesso al cortile scolastico. Si erano fermate alle macchinette vicino ai laboratori per prendere un caffè e poi si erano avvicinate alla recinzione del giardino.
«Avate visto il messaggio sul gruppo di classe?» Cecilia aveva mostrato il messaggio che le altre avevano letto.
«Festa per Halloween? All'Anima**? Mh, non male» Ada aveva finito di leggere e si era dondolata un po' sui piedi.
«Già, meglio del locale dell'anno scorso sicuro.» Celeste aveva fatto una faccia schifata e loro avevano riso.
«Le feste di istituto sono da sfigati.»
«Ma se l'anno scorso ci siamo andate a quella di fine anno.» Ada aveva scosso la testa, divertita.
Margherita aveva scioccato la lingua «Si ma ce ne siamo anche andate a metà perché ci stavamo annoiando e ci siamo imbucate, grazie a me, ad una serata decisamente migliore»
«Questo è vero.» Cecilia aveva effettivamente dato ragione alla bionda.
«Sentite -Margherita aveva fatto un sorrisino- Una mia amica può procurarsi dei posti all'Ink, quella discoteca che ha aperto tipo a Giugno. Fanno la serata per Halloween e so che ci vanno tantissimi di quinta e anche universitari. Ci sono stata con delle amiche poco fa, è meravigliosa.»
«Potrebbe essere un idea, ma è mascherata?»
Margherita aveva annuito «Si sì, proprio a tema. Quella di istituto non avrà nemmeno le decorazioni.»
Aveva riso per il tono in cui la ragazza lo aveva detto.
«Allora ok, però...»
«Voi come vi vestite per la festa?» aveva chiesto Margherita di punto in bianco, interrompendo Ada, che aveva alzato di scatto le sopracciglia, leggermente infastidita, mentre soffiava sul the bollente che si era presa
«Non ne ho idea -Cecilia si era appoggiata al muretto con la schiena, poggiando i palmi delle mani sulla superficie ruvida, non badando alla piccola guerra di sguardi che si era creata tra le due ragazze. Margherita era un po' sbadata, non pensava troppo agli altri, ma non era certo una persona cattiva, semplicemente, a tratti, perché non sempre era così, menefreghista- Fatti dare più indicazioni sul dress code però forse vedo di utilizzare la tutina presa a Jesolo»
«Uh, bella quella tutina, la vorrei anche io -Margherita aveva messo il broncio, incurvando anche le sopracciglia con fare innocente, spingendo leggermente il labbro inferiore fuori, lei e le altre avevano sorriso, sapendo già quello che la ragazza avrebbe chiesto- Venite a casa mia per prepararvi? Magari sabato andiamo anche a fare shopping.»
«Ma non avete già abbastanza vestiti?» Ada aveva scosso la testa, divertita
«I vestiti non sono mai troppi Ada!»
«È ora di tornare in classe piuttosto» l'aveva corretta Celeste, mentre distoglieva gli occhi dal cellulare e incontrava il suo sguardo, Margherita aveva cercato di trattenerle, ma tutte, vedendo che ormai era l'ora del suono della campanella, l'avevano trascinata fin dentro e poi su per le scale fino alla loro classe.
Tre ore dopo Cecilia aveva lanciato uno sguardo veloce fuori dalla finestra, gli occhi scuri si erano scontrati con il cielo limpido coperto da nuvole bianche, queste erano definite tanto bene da far sembrare il tutto più un dipinto che un panorama vero e proprio. Pochi secondi dopo la campanella era suonata, quando il suo grido stridulo era risuonato per tutto l'istituto gli animi erano sembrati rallegrarsi, e tutti avevano eseguito le solite cose con velocità, anche Cecilia.
Aveva posato astuccio e libri dentro alla cartella, tirando poi fuori il telefono dal fondo, aveva chiuso la zip mentre si alzava e, recuperata la giacca posata sulla sedia, si era girata verso Francesco, intendo ad aspettarla proprio lì affianco. Si erano diretti fuori dall'istituto con alcuni loro compagni di classe, che, nel tragitto dalle porte alla fermata, avevano parlato di quanto quello di storia fosse, potenzialmente, una mummia reincarnata, aveva sorriso più volte, mentre la luce del sole illuminava tutti loro e copriva, di un tiepido calore, le loro braccia scoperte per le maglie a maniche corte. Alcuni momenti dopo, quando si erano ritrovati in autobus da soli, il suo ragazzo le aveva chiesto, pacatamente, se le andasse di andare a cenare da lui quella stessa sera, dopo gli allenamenti, anche con Leonardo e Veronica. Il dubbio l'aveva avvolta, tanto da farle vedere anche il cielo grigio, certo non si mostrava una tra le prospettive migliori, aveva pensato, una cena con il fratello odioso del suo ragazzo e la ragazza che si dimostra una minaccia per lei in molti campi; tuttavia, quando il suo sguardo era passato dalle sue mani agli occhi imploranti del suo ragazzo, non aveva potuto fare a meno che accettare. In fondo, doveva solo allenarsi con Veronica, andare a casa con lei, cenare con lei e poi andarsene, no? Era solo questo che doveva fare, solo questo.
O almeno quelle erano le parole che si era ripetuta, per circa tutto il pomeriggio da quando era arrivata a casa, nella testa, per cercare, circa inutilmente, di convincersi che fosse una buona idea.
Nonostante ciò, quando si era ritrovata di fronte la ragazza nello spogliatoio la maggior parte delle sue buone intenzioni erano andate a farsi benedire, ed era ricaduta, per la milionesima volta, in tutte quelle paranoie che solitamente non si sarebbe mai fatta. Non che fosse particolarmente egocentrica o vanesia, non era quel tipo di persona, aveva i suoi dubbi su sé stessa come qualsiasi ragazza che conosceva. A tratti Cecilia sembrava demoralizzarsi un po' troppo e a altri esaltarsi in maniera esagerata, come i due lati di una stessa medaglia: uno serviva per regolare l'altro e viceversa. In quel momento, forse in maniera fin troppo avvilente, si stava incupendo oltre il suo solito.
Si era guardata allo specchio, fissando gli occhi sui contorni del proprio volto, si era passata le mani bagnate di acqua fresca sulle guance e sulla fronte, poi, dopo aver guardato fuori il cielo scuro era tornata nella palestra, con la convinzione che parlare con Veronica nella strada di ritorno, senza cadere nel sarcastico, era la decisione migliore. Tuttavia, non era andata esattamente in quel modo. Cecilia aveva ripreso il telefono dalla cesta in cui lo aveva messo e si era diretta, a passo spedito, verso gli spogliatoi, aveva scherzato per un paio di minuti con una sua amica, e poi si era avvicinata a Veronica, che era entrata proprio in quel momento
«Tu ti fai una doccia qui o a casa?» Aveva visto la compagna di squadra piegare la testa di lato, forse ragionando un po' sulla risposta
«Tu andresti meglio a farla qui, no? -Cecilia aveva annuito- Allora la faccio qui anche io dai.»
Veronica si era voltata verso il proprio borsone, probabilmente a prendere l'asciugamano e la busta con shampoo e bagnoschiuma, mentre lei era stata attirata dai saluti delle loro compagne, che, avendo finito di cambiarsi, stavano andando via tutte.
Cecilia aveva preso le proprie cose e si era diretta verso la doccia più esterna, ne aveva aperto il rubinetto e lo aveva voltato verso destra, lasciando che l'acqua si riscaldasse mentre scivolava pigra lungo la parete piastrellata. Si era spogliata, aveva messo i vestiti in una busta, e poi si era lasciata andare sotto l'acqua, permettendo all'acqua tiepida di far scivolare il sudore e lo sporco via dalla sua pelle. Si era insaponata i capelli alla svelta, poi aveva sfregato le mani colme di sapone su tutto il corpo, grattando via dalla pelle la puzza del sudore che si era accumulato durante le due ore di allenamento e sostituendolo con il profumo di pulito del suo bagnoschiuma. Si era risciacquata due volte, poi aveva spento l'acqua e si era avvolta nell'accappatoio, aveva camminato gocciolando infreddolita fino alla panca dove aveva i vestiti per il cambio ed aveva cominciato a sistemarsi. Si era infilata l'intimo, i suoi skinny jeans neri e una maglia di Francesco, aveva messo poi la busta con i vestiti sporchi nel borsone ed aveva frizionato i capelli con l'asciugamano. Aveva cercato di asciugarli e di pettinarli il più possibile, ma quello spogliatoio mancava di phon, è asciugarli più di quanto aveva già fatto era stato impossibile, quindi si era abbandonata all'idea di legarli in una treccia o in una coda e mettersi il cappuccio. Quando si era voltata verso la panca dove Veronica aveva lasciato il suo borsone si era accorta che anche la ragazza aveva quasi finito. I suoi capelli neri si posavano sulla maglietta viola, bagnandola e scurendo leggermente il tessuto, la compagna si era voltata verso di lei e si erano scambiate un'occhiata.
«Sai che si mangia sta sera?» Cecilia si era diretta verso la porta dello spogliatoio.
«Sinceramente no -Veronica si era pettinata i capelli- Francesco mi ha detto solo che saresti venuta a cena e che dovevamo torn...»
«No, no, no, no...» la sua compagna si era voltata nella sua direzione, confusa, mentre lei cercava di aprire inutilmente la porta.
«Hai qualche cib...»
«No, non è quello il punto, cazzo -Veronica le si era avvicinata, con ancora il cipiglio dubbioso stampato in faccia- La porta non si apre dall'interno.» aveva visto le sopracciglia di Veronica scattare verso l'alto.
«Ma allora questa cosa è vera? Ne avevo sentito parlare, ma non credevo che potesse succedere sul serio.»
«Certo che sì» Cecilia aveva sospirato e si era seduta sulla panca
«Possiamo chiamare qualcuno? L'allenatrice è ancora nella scuola, giusto?»
«È in aula insegnanti, ci rimane sempre un'ora o meno ogni volta per mettere scritto tutto quello che abbiamo fatto, poi passa a controllare che sia tutto a posto e chiude tutto, qui prende da schifo, quindi dubito che ci sia qualcosa da fare se non aspettare» Veronica si era seduta al suo fianco, i capelli le si erano appiccicati leggermente alla fronte.
«Ti era già successo?» Veronica si era sbilanciata su quella domanda, un po' incerta, mentre, anche se non lo voleva ammettere, dentro alla sua testa continuava a ripetersi solo il nome del suo compagno di classe e coinquilino.
«Una volta in primo, e una in terzo, sono sempre l'ultima ad andare via ed ogni tanto trovo la porta chiusa -Cecilia aveva gesticolato un po', nervosa- avevo dei giochi che andavano anche se ero offline, quindi me la sono cavata, ma di recente li ho tolti, quindi sì, presumo che dovremmo solo aspettare.»
Veronica, al suo fianco, aveva mugugnato in accordo e poi era andava verso il suo borsone, per finire di prepararsi, mentre Cecilia era rimasta lì. Non sapeva esattamente quando Alessandra sarebbe arrivata, da un certo punto di vista avrebbe voluto che arrivasse presto, da un altro, quando aveva guardato Veronica, aveva anche pensato che quella fosse la sua occasione per conoscerla. Aveva sbagliato la prima volta che si erano viste, l'aveva giudicata partendo dalle proprie emozione e non da quello che Veronica potesse essere veramente, e, con molte probabilità, aveva sbagliato oltre ogni misura
«Il tuo più bel ricordo dell'infanzia?»
Veronica era parsa sorpresa, mentre si sedeva sulla panca dove aveva il proprio borsone.
«Credo quando portavo mia sorella al parco, dicevo sempre che mi scocciava, ma in realtà mi faceva piacere -Cecilia aveva sorriso, capendo perfettamente di cosa parlasse, poi, prima che potesse fare una domanda- il tuo?»
«Quando ero piccola in inverno da me nevicava molto, abitavo nel Friuli, a Moena, ed io e mio padre facevamo sempre i pupazzi di neve, mettevamo i sassi per gli occhi, la carota per il naso e prendevamo delle sciarpe di mia madre da mettergli intorno al collo, poi, mio fratello, ogni anno, distruggeva un pupazzo tra i quattro che avevamo fatto, buttandosici sopra..»
Veronica aveva sorriso, immaginando la scena «La tua prima cotta?»
«Un ragazzino un po' ribelle in quinta elementare. Era un bulletto, decisamente antipatico, ma c'era qualcosa che mi incuriosiva, e ci sono stata dietro per un anno, anche se cercavo di non farglielo capire ignorandolo o rispondendogli male. L'ultimo giorno di scuola mi ha detto che gli piacevo e io sono scappata...» Cecilia aveva riso, passandosi una mano tra i capelli.
«La mia è stata in terza superiore -lei l'aveva invitata a continuare- Si chiamava Jacopo, uno decisamente bello, intelligente, abbastanza comunicativo. Non gli avevo prestato molta attenzione all'inizio, ci parlavamo poco, ma poi siamo finiti in banco insieme. Si preoccupava per me quando stavo male, mi chiamava spesso, una volta che non gli ho risposto sembrava fossi morta, invece ero solo dal medico e allora "Poi dimmi com'è andata, nel frattempo ti mando le foto di quello che abbiamo fatto di scienze, e un audio con quello da scrivere sul libro di biologia"»
«Che carino!» Veronica le aveva sorriso
«Ah si, lo era, circa. Un giorno sono uscita prima, io lo avevo salutato ma lui non aveva salutato me»
«Eh niente...»
«Aveva la luna storta quel giorno credo -la ragazza aveva riso, probabilmente ricordando l'accaduto- Poi un mio compagno mi ha fermato, a caso credo, quando ero quasi fuori dall'aula, io sono rientrata chiedendomi "che succede?" E questo mi ha abbracciato. Ho visto Jacopo guardarci un po' male»
«Dici che gli piacevi?»
«Forse sì, ma ha cambiato scuola a metà anno scolastico e non ne ho saputo più nulla»
«Ti dispiace che non ci sia stato qualcosa di più?» Veronica aveva alzato le spalle e si era appoggiata al muro
«Non troppo, mi piaceva ma non era minimamente un interesse vero, sono passati due anni, se fosse rimasto forse le cose sarebbero state diverse, ma sono andate come sono andate, quindi alla fine me ne sono fatta una ragione e sono passata oltre»
«E non vi siete nemmeno più parlati?»
«No»
Cecilia aveva annuito «Era la cosa più sensata alla fine.» La ragazza davanti a lei le aveva sorriso, annuendo.
Era sempre stata dell'idea che all'inizio della vita ci si trovasse davanti ad un sentiero battuto, come se in una stanza buia, ad un certo punto, una luce illuminasse una porta, e attraversata quella, andando avanti, camminando nell'oscurità, ce ne fosse un'altra, poi ancora una, e ancora una sola. Ad un certo punto non sarebbe più stata una sola ma due, poi tre, poi quattro, e allora le scelte si sarebbero divincolate dal sentiero battuto, dalla retta che sembrava esserci prima, e si sarebbero fatte nuove strade, costruite sul momento. Ma quelle porte che non si attraversano non avrebbero potuto avere strada oltre loro, perché non ci sarebbe stato nessuno a percorrerla. Capiva perfettamente cosa intendesse Veronica quando diceva che le cose erano andate come erano andate. Aveva fatto una scelta, aperto una porta, ed ne aveva evitata un'altra, accettando il fatto che una possibilità della storia sarebbe stata per lei sempre sconosciuta.
«Insomma, non penso sia una crande perdita alla fine» Cecilia aveva riso, senza riuscire a trattenersi
«Mi piace questa tua visione delle cose, sono d'accordo» Veronica aveva riso con lei, di rimando.
Cecilia si era seduta a gambe incrociate, le luci delle lampadine a led le illuminavano gli occhi e coprivano una parte del suo viso, le macchine che passavano da fuori, a intermittenza, illuminavano i bagni e le docce per via delle piccole finestre alte che davano sulla strada.
«E la tua più grande paura?» Veronica si era passata una mano tra i capelli scuri che le si erano spostati sul viso, dividendoli in tre ciocche più piccole.
«I temporali -Cecilia aveva piegato leggermente in viso, incuriosita- È una storia lunga -Veronica aveva riso- la tua?»
«La montagna. Ci sono vissuta, ma quando ero piccola c'è stato un incendio e una frana, non è morto nessuno, non ho avuto lutti, ma casa mia è stata distrutta, come gran parte delle altre case che erano lì. Settimane dopo ci siamo trasferiti qui; all'inizio, per i primi mesi, credo sei mesi, ho sofferto di attacchi di panico, ogni cosa mi riportava a quel giorno e alla paura che avevo provato, però Francesco mi ha aiutato standomi affianco anche in quei momenti... Questa conversazione sta diventando fin troppo triste -aveva riso, cercando di non farlo con nervosismo, per smorzare l'atmosfera, anche se non era riuscita a nascondere una nota più grave nella sua voce- Guardi serie tv?»
«Sì, anche se sempre meno spesso ora»
«Troppe verifiche?»
«Già, ci stanno riempiendo, e studiare senza Leonardo è uno strazio» Cecilia aveva percepito una nota di rammarico e tristezza al nome del ragazzo.
«Leonardo non ama che le cose cambino, preferisce farsi un bagno in una vasca di acqua fredda, con tanto di cubetti di ghiaccio, che mutare, anche di poco, la sua stessa armonia. -Veronica era rimasta ad ascoltarla, in parvenza curiosa- Lo conosco da quando è piccolo, ed è principalmente un egoista, preferisce che le cose vadano bene per lui che per le altre persone, e tu al momento sei "le altre persone" -aveva mimato le virgolette- oltre a ciò che ha rovinato la sua quotidianità»
«Ma allora che devo fare? -Veronica aveva sospirato- Chiamare sua nonna e organizzare una domenica da lei?» la ragazza aveva riso nervosa ed ironica, mentre Cecilia pensava alla proposta.
«Beh, non è una cattiva idea -Veronica aveva strabuzzato gli occhi- Sì, sembra impossibile, ma credimi, basta dargli un po' di stabilità, magari se entri effettivamente nel suo mondo andrà un po' meglio... in più non credo che lui ti stia proprio indifferente, no? Cioè, ti importa.» la ragazza era arrossita dalle orecchie alle guance
«Non in quel senso però...»
«Nono, non in quel senso -Cecilia aveva sorriso maliziosa, Veronica aveva riso, e, contagiata, aveva cominciato anche lei- Non resp...respiro» aveva sussurrato ad un certo punto mentre ridevano a crepapelle.
Francesco aveva guardato l'orologio, che ormai segnava quasi le ventidue, ed aveva sbuffato un'altra volta mentre manda l'ennesimo messaggio ad Cecilia. Leonardo, seduto di fianco a lui, con un libro in mano, era meno irrequieto, ma in ogni caso poteva percepire nei suoi movimenti una certa agitazione. Era stato il primo a preoccuparsi, anche se in maniera minima, circa mezz'ora prima, giustificandosi, in maniera poco credibile, almeno agli occhi di Francesco, dicendo che era solo perché aveva fame e non voleva che il cibo si raffreddasse troppo. Francesco lo aveva rassicurato in ogni caso, anche se il fratello gli aveva fatto spallucce, dicendo che non era così strano che si facesse tardi, e che avrebbe dovuto saperlo anche lui, visto che l'anno prima aveva preso parte ad una cosa del genere. Aveva visto Leonardo annuire, in parvenza disinteressato, e sedersi sul divano di fianco a lui, sporgendosi di tanto in tanto verso lo schermo del suo telefono quando scriveva a Cecilia.
«È inutile, non le arrivano» Francesco aveva lasciato il telefono sul tavolino davanti a loro
«Già.»
«Hai provato a scrivere a Veronica?» Leonardo si era girato verso di lui con uno sguardo annoiato, le sopracciglia chiare inclinate.
«No?» lo aveva detto tanto maleducatamente che Francesco aveva sospirato, quasi al limite.
Si era piegato in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e passandosi una mano tra i capelli
«Ok, mi hai proprio rotto. Leo sei mio fratello, ti voglio bene e ti difenderò sempre, ma in questo periodo mi stai altamente sui coglioni -Leonardo lo aveva guardato sorpreso, ed aveva provato a dire qualcosa, ma lui lo aveva interrotto- e non cominciare. Smettila di essere arrogante e cerca di capire gli altri, invece di metterti al centro dell'universo. -Suo fratello era sembrato sorpreso e intimidito- Più fai così più ti dimostri solo uno stronzo immaturo -Francesco aveva sospirato rumorosamente- avevi i tuoi motivi per incazzarti quel giorno e ti do ragione, va bene? Ma non ne hai per continuare la cosa.» Per minuti il fratello era rimasto in silenzio, e lui si era ributtato con la schiena sul divano.
Aveva per fratello un completo coglione, o almeno era quello che aveva pensato.
«Chissà come mai sono sempre io a rinunciare, però. Perché non lo fai mai tu eh? Pare come se per tutti fossi quello con la vita sacrificabile»
«Mi spiace! Hai ragione, ma non è un motivo valido per continuare a litigare con Veronica. Litiga con mamma piuttosto, almeno avrebbe senso.»
«Certo, perché secondo te mi ascolta?»
«Allora visto che nemmeno a Veronica piace che la situazione sia così, parlategliene insieme, su. Cosa è successo a Bergamo, a proposito?» suo fratello si era raggelato
«Nulla. Mi era quasi passata l'incazzatura perché abbiamo parlato di filosofia. Lo sai che a casa sua ha intere mensole solo di saggi filosofici? -Francesco aveva ridacchiato- Poi la migliore amica di Veronica ha pensato di fare una sottospecie di uscita a quattro con il suo fidanzato mollusco. Già non mi aveva detto del pranzo, poi con due persone sconosciute invece che una. Mi sono alterato di nuovo e dopo un po' ho voluto andarmene, mi sono fatto dare le chiavi di casa sua e sono rimasto lì fino a quando non è tornata lei. Abbiamo litigato ancora perché "sono un cafone" e poi siamo tornati qua.»
«Ho capito, ma se tu non le spieghi...» il rumore di una macchina lo aveva zittito, e ancora prima di lui, Leonardo era andato verso la porta, spalancandola. Francesco lo aveva seguito a ruota, ma quando avevano visto Veronica e Cecilia venire verso di loro scherzando e sorridendo, l'espressione sulle loro facce era stata la stessa, molto simile a quella della loro madre.
«Ma che diavolo è successo» gli aveva sussurrato Leonardo, mentre Francesco fissava il sorriso felice e entusiasta della fidanzata con non poco shock.
«Non ne ho idea -Francesco le aveva guardate ancora una volta quando si era fermate davanti a loro- che...che cosa è successo?»
«Sapete che le porte dello spogliatoio non si aprono dall'interno, no? -Aveva cominciato Veronica- Qualcuno le ha chiuse e siamo rimaste lì fino a quando l'allenatrice non è ripassata a controllare, ci ha portate a casa lei» Cecilia aveva annuito, mentre passava dallo stare al fianco della ragazza a quello del suo ragazzo.
«Puoi venire un attimo?» Il tono di voce di Leonardo si era addolcito e abbassato di qualche tono, per essere il più discreto possibile. Aveva visto Veronica guardare Cecilia, Cecilia annuire e Veronica sparire con Leonardo di sopra. Francesco era rimasto ancora più confuso di prima.
«Hai fatto il lavaggio del cervello a tuo fratello?» Francesco aveva riso, mentre posava la borsa sul divano e stringeva la sua ragazza a sé.
«Per un certo verso sì, tu invece hai parlato con Veronica -lei aveva strusciato il naso sul suo collo ed aveva annuito- sono felice che ora tu l'abbia conosciuta»
«È simpatica, lo ammetto.» Il ragazzo aveva sorriso
«Ti amo perché ti amo.» Cecilia gli aveva sorriso
«Anche io ti amo perché ti amo.»
Lei non era un sole caldo come quello di Luglio, o uno scottante come quello di Agosto, all'inizio non era nemmeno stato voluto come quello di Dicembre, ma era ciò che nella giornata lo riscaldava e gli dava modo di andare avanti, era più come il sole d'Ottobre.
*Circonvalazione esterna delle mura per il traffico
**Locale realmente esistente. L' "Ink" invece no.
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