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Incontri (Pov Jacob/Bella/Charlie)

Jacob

«Papà!» urlò Sarah rientrando in casa.
«Dimmi tutto, tesoro mio!» le dissi di rimando, dandole indicazione su dove trovarmi - vista la grandezza della casa - con la mia voce. Lei e Ethan entrarono nel soggiorno. Erano appena tornati da una visita a Charlie e Sue, e sembravano abbastanza contenti. O almeno così avrei detto vedendo solo Ethan. Poi lo sguardo si posò sulla mia principessina.
«Sarah, cos'è successo?» le chiesi, alzandomi dal divano e abbracciandola. Nessie era andata dai suoi. Da quando avevo dato il permesso a Bella di entrare nella riserva, il loro rapporto aveva iniziato a ricucirsi. Ne ero felice. In fondo era sua madre.
Per Ethan e Sarah il discorso era diverso. Nessie non era mai stata abbandonata. Le avevano mentito, certo, ma non l'avevano mai abbandonata.
«Seth è partito. Seth è partito e non mi ha salutata» disse, tra le lacrime.
«Tesoro, che significa che Seth è partito?» sapevo perfettamente cosa significava, ero stato io a chiedere a Leah di allontanarsi un po' dalla Riserva con suo fratello, in modo che si riprendesse un po' da quella specie di ritorno al passato in cui era caduto.
«Nonna Sue dice che si è preso un periodo di riposo perché era stanco, ma io l'ho visto tre giorni fa, non era stanco, o almeno non da prendersi una vacanza, e non da non salutarmi!» piagnucolò. Era abituata troppo bene. Aveva sempre ottenuto quello che voleva, e quando lo otteneva, se non andava bene, c'era sempre Seth a rimettere a posto le cose, perché le andassero bene. Ora Seth non c'era, e anzi, lei aveva ottenuto quello che voleva, ma lui non era lì a vedere che non era quello che andava bene.
«Tesoro, è partito ieri notte, è passato da noi, ma già dormivi» decisi che una piccola bugia non poteva fare danno. In fondo Seth sarebbe tornato dopo quindici giorni, e, speravo, rinsavito, almeno in parte. Ethan mi lanciò un'occhiata, per dirmi che non ero mai stato in grado di dire bugie, e che anche in questo caso non avevo fatto eccezione. Ma Sarah mi credette. Forse perché voleva credermi. Forse perché sperava con tutte le sue forze che quella fosse la verità.
«Adesso mi dite cosa è successo da nonno Charlie?» chiesi allegramente, con il chiaro intento di cambiare discorso, e soprattutto di avere informazioni che erano vitali per il successo dell'operazione "Bella", il cui passo successivo sarebbe stato rappresentato dal parlare di Nessie a Charlie. E poi di raccontargli le leggende dei Quileute. O viceversa. O tutti e due insieme. Era per decidere quale fosse la giusta sequenza che avevo bisogno di sapere quale era stata la reazione di Charlie nel vedere i suoi nipoti cresciuti così improvvisamente.
«Il nonno è stato felice di rivederci» rispose Ethan, scrollando le spalle.
«E?» incalzai. Ethan era snervante, quando ci si metteva. E in quel momento ci si stava mettendo veramente di impegno.
«E ha fatto un sacco di commenti sul fatto che siamo cresciuti tanto e in fretta. Ma questo lo sapevi già, no?» mi rispose, con aria di sufficienza.
«Ethan, forse non ti rendi conto di quanto sia importante quello che vi ha detto nonno Charlie in questo momento» gli dissi, con un filo di durezza nella voce.
«Non ti sorge il dubbio che forse so esattamente quanto sia importante quello che ha detto nonno Charlie? - mi rispose, iniziando ad alterarsi. Non riusciva ancora bene a controllarsi, del resto era un licantropo da soli quindici giorni. La fase di rodaggio per noi della vecchia guardia. Il periodo in cui vivevamo allontanati dal mondo. Ethan e Sarah si erano già comportati fin troppo bene - Non ti viene il dubbio che non te lo voglio dire perché non voglio che le nostre vite siano di nuovo legate a quella di quella donna?»
Lo schiaffò con cui lo colpii partì del tutto involontario. Non avevo mai picchiato i miei figli. Mai. Ma in quel momento, le parole di Ethan e la mia irritazione mi avevano portato a compiere quel gesto. Mi bloccai, alternando lo sguardo tra la mia mano, quella che l'aveva colpito, e il suo viso. Ethan mi fissava con gli occhi spalancati, con la mano sulla guancia che avevo colpito, e il respiro corto per la rabbia.
Quello che mi fece più paura, però, fu lo sguardo consapevole ed adulto di Ethan, mentre pronunciava le parole che seguirono il mio schiaffo.
«Ti odio, papà. Ti. Odio.» urlò, scappando via nel momento successivo. Barcollai, allontanandomi anche da Sarah. Il mondo aveva iniziato a girare alla rovescia. E io non trovavo più il mio punto di equilibrio.
Che stessi permettendo di nuovo a Bella di sconvolgere la mia vita?
«Papà?» mi chiamò Sarah. Non mi ero accorto di essermi seduto sul divano. E non mi ero accorto che si fosse avvicinata a me.
«Papà, Ethan è sconvolto, quanto te. Lascialo un po' da solo, vedrai che passerà tutto» si sedette accanto a me, abbracciandomi.
Quante volte l'avevo fatto io con lei? Quante volte l'avevo fatto con Ethan? Ed ora? Stavo veramente permettendo a Bella di distruggere la nostra serenità? E in cambio di cosa poi? Di un amore immenso. Per la prima volta, da quando avevo saputo che ci aveva lasciati volontariamente, per andarsene con il suo vampiro, mi trovai meno incline a condannarla, perché stavo facendo esattamente la stessa cosa. Poco importava che avessi promesso a Sarah che non l'avrei mai lasciata sola, anche se Nessie me l'avesse chiesto. Poco importava che fossi rimasto con loro. Li stavo ferendo e tradendo. Stavo accettando che Bella rientrasse nelle nostre vite. E tutto per me stesso.
«Non sono migliore di lei» dissi.
«Papà, prima o poi la mamma si sarebbe rifatta viva. Lo sai tu, lo so io e lo sa anche Ethan. E' successo adesso, ed è successo perché Nessie è venuta a cercarti. E' venuta a cercare ciò che le spettava di diritto. La sua famiglia. Me, te e Ethan. Ma quello che mi ha detto qualche giorno fa Nessie vale anche per Ethan. Non possiamo chiederti di rinunciare a lei, perché tu hai sofferto quanto noi. Forse più di noi, perché tu della mamma ti ricordavi. Tu la amavi. E, attraverso le tue parole, l'abbiamo amata anche noi. Scoprire che ci avesse abbandonati è stato sconvolgente, ma prima o poi accetteremo la sua presenza nella nostra vita. E lo faremo per te, perché ti vogliamo bene, e perché vogliamo bene a Nessie. Ethan fa il duro, fa quello maturo a cui non importano certe cose, ma è ferito. E, papà, non è ferito dal tuo atteggiamento. E' ferito dal suo comportamento. Non le vuole permettere di rientrare nella sua vita perché ha paura che possa farlo di nuovo, che possa sparire di nuovo. E' lo stesso motivo per cui non voglio che rientri nella mia vita. Eppure, tu ami Nessie, e non possiamo chiederti di rinunciare a lei, perché non vogliamo che tu soffra ancora. E se l'unica cosa che ci viene chiesta per vederti felice è avere lei tra i piedi... beh, allora lo faremo. E lo sa anche Ethan, è per questo che se l'è presa con te. Perché, come me, dovrà affrontare le sue paure, e fidarsi di lei»
Mentre parlava, mi ero voltato ad osservarla, e mi resi conto del motivo per il quale Seth fosse all'improvviso impazzito.
Se non fossero bastati la sua bellezza o i suoi ormoni in subbuglio, quel suo modo di essere donna e allo stesso tempo bambina era distruttivo. Solo tre giorni prima Nessie le aveva dovuto fare un discorso sull'egoismo e sul far soffrire gli altri con i suoi capricci, e tre giorni dopo me la ritrovavo sul divano a fare un discorso maturo e consapevole sulla fiducia. Ora ero veramente curioso di sapere cosa avesse detto Charlie, ma prima mi sfuggì una battuta. Pessima, ma mi sfuggì.
«Tesoro, hai fatto lezioni con Seth?»
Lei arrossì, distolse lo sguardo e si raggomitolò su se stessa, raccogliendo le gambe al petto ed abbracciandosi le ginocchia, mentre cercava evidentemente una risposta adatta da darmi.
«Tesoro, scherzavo! E' solo che mi hai fatto un discorso così serio che ho pensato che Seth ti avesse dato qualche lezione di psicologia» dissi, nel tentativo di recuperare il suo sorriso.
«Ah, volevi dire quello...» rispose lei, continuando a tenere la testa da tutt'altra parte.
« Sì... - poi mi assalì un dubbio - perché, tu cosa avevi capito?»
«Niente di importante, papà. Pensavo solo che avessi parlato con Nessie»
Parlato con Nessie? E di cosa? E perché l'aveva detto a lei e non a me?
«Papà, veramente, non ti far salire la pressione, non era niente di importante»
E no, adesso aveva lanciato il sasso e doveva anche assumersi la responsabilità di averlo fatto.
«Tesoro, è successo qualcosa con Seth, il giorno che è venuto qui a parlarti?»
«Ci siamo... ci siamo baciati» disse, quasi in un sospiro. Iniziai a tremare.
Quel botolo pulcioso! Come aveva osato anche solo sfiorare la mia bambina? Il mio fiore delicato, il mio tesoro più prezioso... gliel'avrei fatta vedere io, quando fosse tornato dalla sua "vacanza". Gli avrei insegnato io a tenere le sue manacce al loro posto...
«Papà, non è andata come pensi - mi disse Sarah, poggiando una mano sulla mia e ponendo fine al mio tremore - Ci siamo baciati, sì, ma gliel'ho chiesto io. Gli ho chiesto io di darmi un bacio da grandi, prima di tornare a considerarmi una bambina»
La fissai sgranando gli occhi.
Aveva ragione Nessie, quella bambina... ragazza... o qualsiasi cosa fosse diventata, era quasi peggio di sua madre.
Ovviamente Nessie non aveva detto niente del genere, se non a Sarah, e per giunta cercando di farle capire che il suo comportamento non era del tutto corretto nei confronti delle persone che le stavano intorno.
«Papà, non mi guardare in quel modo. Ci ho pensato, sai, che l'ho solo fatto soffrire, e che questo - indicò il bracciale di cuoio che teneva allacciato al polso - non me lo merito più. Ma io non ho più idea di chi sono. E avere lui intorno non mi aiutava. La certezza che lui ci fosse, chiunque fossi e chiunque fossi diventata, era asfissiante, e non mi aiutava a ritrovarmi. Certe volte ho la testa che mi scoppia per il troppo pensarci. E non riesco a mettere d'accordo il mio cuore, il mio corpo e la mia testa che dicono cose contrastanti. Vorrei essere una bambina, con la testa è quello che sono, anche se, come tu stesso dici, sto crescendo velocemente anche sotto quell'aspetto. Ho il corpo di una donna, o quantomeno di una ragazza, e mi dice di fare cose per cui il mio cuore non è ancora pronto. Ho avuto bisogno di fuggire da tutto questo, e quello che c'è andato di mezzo è stato Seth»
Si fermò un attimo, cercando di ricacciare indietro le lacrime che stavano spuntando dagli angoli dei suoi bellissimi occhi neri. Poi riprese a parlare.
«Papà, ti posso chiedere una cosa?» di nuovo quella domanda. La sua domanda. Ma con una voce seria.
«Tutto quello che vuoi, tesoro, lo sai» la mia risposta. Altrettanto seria.
«Seth non è andato via perché era stanco, vero? Seth è andato via perché gli faceva male starmi vicino»
Avere dei figli intelligenti è una condanna. L'avevo sempre detto e continuavo a ripeterlo. Cosa avrei potuto risponderle, se non dicendole la verità e cercando di ferirla il meno possibile?
«Sarah, tesoro, Seth... Seth non sta molto bene - e questa è la verità - ed è andato via perché... perché... perché aveva bisogno di cambiare un po' aria»
«Papà, non sei bravo a dire le bugie, e non avere paura di ferirmi, per favore»
«E va bene - dissi, grattandomi la nuca con la mano - Tesoro mio, Seth è andato via perché dopo quello che gli hai detto qualche giorno fa non riusciva più a stare qui senza cercare di farsi del male per dimenticarlo. Leah l'ha portato un po' da alcuni suoi amici, per staccarsi da te e dalla riserva. Non servirà a molto, ma almeno forse riuscirà a schiarirsi le idee.
Sarah, tu sei confusa, ed è normale in questo momento, ma cerca di capirlo, è confuso anche lui, perché anche il suo cuore, la sua testa ed il suo corpo gli dicono cose contrastanti. Perché l'imprinting vuole che lui sia per te quello di cui hai bisogno, ma se tu non sai cos'è quello che vuoi non può saperlo neanche lui. Forse è una buona idea, quella di stare separati per un po', però... No, niente» conclusi. Non sapevo neanche cosa avrei voluto dire dopo quel "però".
«Però ci sarei dovuta andare un po' più leggera, e forse non avrei dovuto chiedergli quel bacio. O sbaglio?» Sarah completò la mia frase, cogliendo quello che neanche io ero riuscito a capire di voler dire.
Annuii in risposta, poi la strinsi forte a me.
«Adesso devo andare a parlare con tuo fratello. Grazie per la chiacchierata... e scusami»
«Per cosa?» mi chiese, sorridendo.
«Per avervi messi in questa situazione»
«Quando ti sei innamorato di lei non sapevi chi fosse, quindi non l'hai fatto volontariamente. E quindi non conta. Perciò non ti sentire come se avessi sbagliato scelta. Tu non hai avuto scelta - si fermò, facendo un grande sospiro - E forse neanche la mamma l'ha avuta»
«Grazie, tesoro» dissi alzandomi e andando nella cameretta, quella che dopo la "separazione" dei gemelli era rimasta a Ethan.
Bussai alla porta.
«Vai via» mi rispose rabbioso mio figlio. Aprii lo stesso la porta. Lo trovai al buio, buttato a pancia in giù sul letto, abbracciato al cuscino, con il viso sepolto in esso.
«E se fossi stato Sarah?»
«Lei non bussa» mi rispose.
«Ma adesso questa non è più la sua camera»
«Non bussa lo stesso. E' mia sorella, e comunque con lei nella mia testa non ho un minimo di privacy. Che differenza può fare una porta?»
Mi avvicinai al suo letto senza parlare.
«Posso?» chiesi prima di sedermi sul letto senza aspettare la sua risposta.
«Ormai...» disse. Ma non si girò. Testardo e orgoglioso. Come me.
«Scusa» dissi, attirando, come volevo, la sua attenzione. Alzò la testa inarcando prima la schiena, e poi voltandosi verso di me.
«Scusami tu. Non avrei dovuto dire quello che ho detto» mi rispose.
«Non sei stato molto carino, no. - gli dissi - Ma eri arrabbiato, e non ti metto in punizione solo per questo motivo. Non vuoi sapere perché mi sono scusato io?»
«Sì, ma se non vuoi dirmelo fa lo stesso» mi rispose, guardandosi le mani, mentre si sedeva incrociando le gambe.
«Scusami per avervi messo in questa situazione. Se io non mi fossi innamorato di Nessie, a quest'ora vostra madre sarebbe lontana da voi, e voi non dovreste sopportare tutto questo»
«Non ti devi scusare per esserti innamorato. Voglio dire, tu non ti sei innamorato di lei già sapendo che fosse figlia della mamma, perciò va bene. Non è colpa tua. Io sono arrabbiato con lei perché ci ha lasciati senza un buon motivo. Se ne è andata lasciandoci a te, e non è che non siamo stati felici, in questi anni, ma avevamo bisogno anche di una mamma. E per quanto zia Emily, zia Rachel e zia Leah abbiano cercato di non farci mancare nulla, loro non erano la mamma. Loro non c'erano di notte quando piangevamo, c'eri tu. E tu ci saresti bastato per sempre, perché lei non c'era, e non c'era modo che tornasse. Ma lei non era morta, aveva fatto finta, e solo perché con noi di mezzo non sarebbe potuta stare col succhiasangue. Non puoi chiedermi di perdonarla, papà, come lei non può chiedermi di considerarla ancora mia madre, dopo tutti questi anni»
«Non ti avrei mai chiesto di perdonarla, Ethan, se tu non l'avessi voluto fare»
«Lo so. E ce l'ho ancora di più con te per questo. Perché nonostante tutto, nonostante tu ami sua figlia, nonostante tu voglia sposarla e quindi accetti che lei ritorni nella tua vita, non ci chiedi di farlo. Ci permetti di scegliere»
«E' solo perché imparo dai miei errori, Ethan» gli dissi, in uno slancio di sincerità assoluto.
«Che significa papà?»
«Solo una volta cercai di imporre una mia decisione, e quella volta è finita con Bella che si fingeva morta lasciandovi senza una madre. Dopo quella volta, si contano sulla punta delle dita anche le occasioni in cui ho usato il potere dell'Alfa. I ragazzi sapevano perché, e lo sanno tuttora, e cercano di farmelo evitare»
«Papà, vuoi sapere cosa ci ha detto nonno Charlie?» mi chiese, cambiando discorso e allo stesso tempo rimanendo sullo stesso.
«Sì, cucciolo mio - stranamente non protestò - E' importante. Per me, per Nessie e per Charlie stesso»
«Perché la mamma vuole parlargli?»
«Perché è giusto che sappia che sua figlia non è morta. Che vive e che vivrà per sempre felice con Edward»
«Secondo me non dovresti essere così buono con lei»
«Non è una questione di essere buono. E' che sono stanco di farle la guerra. Non ottengo nulla, se non un sacco di stress»
«Quindi lo fai per te?»
«Per me e per Nessie»
«Sicuro che non lo fai per lei?»
«Sicurissimo»
«Allora va bene. Posso dirti quello che ha detto nonno Charlie!»
Ora che sapeva che non ero caduto di nuovo nella rete di Bella, sembrava anche più tranquillo, oltre che meglio disposto, nei suoi confronti. Davvero agli occhi dei miei figli ero quello che si sarebbe fatto irretire da quella donna ogni volta che si fosse presentata? Annuii, a mio figlio, che aspettava una mia risposta prima di parlare.
«Il nonno si è stupito, ovviamente, per la nostra crescita così rapida. Ha iniziato a chiederci che cosa avessimo mangiato, per diventare così e così in fretta. La nonna allora gli ha risposto che anche tu e Seth eravate cresciuti in fretta. Lui le ha detto che si ricordava della vostra "esplosione", così l'ha chiamata, ma che si ricordava anche che avevate quindici o sedici anni quando avete iniziato a crescere, non undici, e ha terminato con la tipica battuta degli umani. "Ma cosa date qui alla Riserva a questi ragazzi?" »
Si fermò un attimo, perché avevo iniziato a ridacchiare, non tanto per la battuta di Charlie, piuttosto scontata, quanto per la risposta sibillina che immaginavo avesse buttato là Sue.
«La nonna gli ha risposto "E' tutta questione di genetica", lasciando a lui ogni possibile interpretazione. Lui ha lasciato il discorso in sospeso per un attimo, poi l'ha guardata e le ha detto "Se è genetica non l'hanno certamente presa da noi Swan. Mia figlia era piuttosto normale da questo punto di vista", poi si è lamentato del fatto che non fossimo per niente goffi e che avessimo preso pochissimo dal suo lato della famiglia. Non ha più fatto domande, perlomeno non a noi, anche perché poi è arrivato nonno Billy e si sono messi a chiacchierare come due comari. E scommetto che le domande le ha tenute tutte per lui»
«Quindi dovrò aspettare il nonno?»
«Sì. - disse, rafforzando la sua risposta con un cenno del capo - Comunque nonna Sue mi ha detto di dirti che le domande saranno tante e che vorranno delle risposte precise»
«Beh... credo che prima della fine della settimana ci sarà un nuovo falò di branco. A soli quindici giorni dall'ultimo. C'è stato solo un periodo in cui erano così frequenti.»
«Quando vi siete trasformati tu e gli zii?»
Annuii, sorridendo.
«Può venire anche Esther?» mi chiese, speranzoso.
«No, Ethan, ci sono delle regole precise da rispettare. Per te e tua sorella abbiamo fatto un'eccezione perché eravate sull'orlo della trasformazione, ma lei dovrà aspettare di essere abbastanza grande»
Sul suo viso si dipinse un'espressione delusa, che mi ricordò quanto, nonostante i ragionamenti e l'aspetto di adulto, fosse in realtà un bambino.
«Sarà prima che il nonno parli con la mamma?»
«Lo sarà»
«E prima che sappia chi è Nessie?»
«E' molto probabile»
«Quindi nell'arco dei prossimi due giorni»
«Decisamente sì»
«Allora vado dallo zio Sam a dirgli di iniziare ad organizzare!»
«Ethan, chiama lo zio Sam e lo zio Paul e dì loro che ci incontreremo al solito posto. Se vuoi puoi venire anche tu, in fondo un giorno prenderai il mio posto!»
«Un giorno quando? Se tutto va come deve, tu rimarrai qui per sempre a vegliare sulla Riserva!» Sorrisi insieme a lui.
«Adesso però esci da qui, e andate a giocare, tu e tua sorella» gli dissi, scompigliandogli i capelli - stranamente, Sarah aveva il pelo corto pur avendo quei magnifici boccoli che le scendevano fino a metà schiena, e Ethan non sembrava diverso dalla sorella - mentre mi alzavo dal suo letto e uscivo dalla stanza. Uscendo mi trovai di fronte Nessie.
«Tutto a posto?» mi chiese ansiosa.
«Sì, abbiamo avuto una piccola divergenza, ma ora si è tutto sistemato. Tu, invece? Come è andata con i tuoi?»
«Come al solito, sono stati felici di rivedermi. Sai che in fondo un po' mi sono mancati?»
«Amore, sono la tua famiglia, è normale che ti manchino!» le risposi, avvolgendola in un abbraccio, per poi chinare il viso sul suo e baciarla appassionatamente.
«Se dovete fare queste cose, non davanti alla mia porta, per favore!» disse Ethan, uscendo dalla sua stanza.
Scoppiai a ridere, e catturai anche lui nel nostro abbraccio, nonostante le sue smorfie di protesta.
Eravamo, dopotutto e nonostante tutto, una famiglia che si voleva bene. Nonostante i litigi e le stranezze. E nonostante le preoccupazioni "non umane".

19 novembre

Bella

La settimana che seguì la mia visita alla Riserva fu, per me, carica di attese e di aspettative. Jasper passò metà della settimana a cercare di calmarmi e l'altra metà a starmi lontano, nel tentativo di non fare sue le mie ansie. Edward era agitato quasi quanto me.
E nessuno di noi si aspettava più di una telefonata ogni tanto per essere aggiornati sulla situazione.
Renesmee ci stupì, ancora una volta. Venne a trovarci esattamente tre giorni dopo la mia visita alla riserva, e portò buone - forse - notizie. Jake aveva approntato un "piano di battaglia" e quel giorno sarebbe iniziata la sua messa in atto.
Stavo imparando che, quando c'erano di mezzo i nostri figli, per Jake non c'era nulla che non dovesse tenere sotto controllo. Sarebbe impazzito quando, inevitabilmente, si fossero staccati da lui.
Dopo la visita di Ethan e Sarah al nonno, che non li aveva più visti dalla loro trasformazione, e che aveva fatto scattare in lui "l'animo dell'investigatore", c'erano stati il falò e la scoperta che i Cullen non erano del tutto normali.
Quel giorno, io e Renesmee saremmo andate da lui, sperando che non gli venisse un infarto, per dargli tutte le risposte che ancora il branco non gli aveva dato.
«Mamma, sei pronta?» mi chiese Renesmee, che si era venuta a preparare da noi, per darmi anche un po' di sostegno morale.
«Sì, tesoro, andiamo»
Il viaggio da casa alla Riserva lo passammo nel più perfetto silenzio. Io non ero mai stata una gran chiacchierona, così come non lo era Renesmee, che preferiva usare il suo potere, almeno quando era a casa con noi. A quanto avevo capito, con Jake preferiva parlare. Fu soltanto mentre parcheggiava di fronte a casa di Sue che aprì bocca.
«Andrà tutto bene, mamma» mi disse, poggiando la mano sul mio braccio. La guardai negli occhi e la ringraziai. La abbracciai dolcemente, per poi lasciarla andare, e scendere dall'auto, pronta ad affrontare quello che sarebbe venuto.
Bussammo alla porta della casa, e Sue venne ad aprirci, regalando un sorriso a Renesmee e uno sguardo di avvertimento a me. Le sorrisi, in risposta, dimostrandole che da parte mia non c'era nessuna intenzione di venir meno alla promessa che le avevo fatto.
«Tuo padre è andato a trovare Billy. In realtà credo sia una scusa per andare dai suoi nipoti. - aveva detto "suoi nipoti", non "tuoi figli", perché fosse chiaro che lei, come tutti lì alla Riserva, li considerava solo figli di Jacob - Sarà qui tra poco. Posso offrirvi qualcosa, nel frattempo?»
Sapeva perfettamente che non avrebbe potuto offrirmi niente, ma lo fece comunque, per cortesia, per abitudine, o per qualsiasi scopo avesse.
«No, grazie, Sue!» le rispose mia figlia, mentre io scuotevo semplicemente la testa. Ci sedemmo sul divano. La prima lezione di umanità fattami dai Cullen prevedeva la regola "Gli umani non stanno in piedi troppo a lungo". Ma sedevo rigida, impettita, cristallizzata nella mia ansia. Immobile. Vampiresca.
«Mamma, calmati» mi disse Renesmee, che per dare maggior forza alle sue parole, mi aveva anche stretto la mano.
«Bella, veramente, non c'è motivo di preoccuparsi. Credo che tuo padre abbia capito molto di più di quello che ha dato a vedere negli ultimi quattro giorni. Ha ragionato molto su tutta la storia che gli è stata propinata dal branco. Soprattutto sui freddi dagli occhi gialli. E' arrivato a capire che i Cullen c'entrano qualcosa con tutta questa storia e ha iniziato a pensare che forse hanno qualcosa a che fare con la tua morte. Resta solo da capire quanto abbia effettivamente compreso la verità. E quello lo faremo nel momento in cui metterà piede qui»
Rimanemmo in silenzio a fissarci per qualche istante, poi le mie orecchie, e anche quelle di Nessie, sentirono rumore di passi sul sentiero. Papà stava arrivando. Sembrava contento, fischiettava anche. Ebbi un momento di panico, nel quale mi chiesi che diritto avessi di turbare la sua serenità. Renesmee strinse la mia mano nella sua ancora più forte di quanto non stesse già facendo.
I passi si spostarono dal sentiero agli scalini di legno della veranda. Uno... due... tre... Seguì il cigolio della porta. Poi una voce. La sua voce.
«Sue, abbiamo ospiti? Ho visto la macchina di Nessie qui fuori!»
Sue gli andò incontro, e quando fu da lui gli rispose.
«Sì, c'è Nessie. E non è da sola»
«E chi altri c'è?» chiese papà.
Di nuovo, Sue si mosse in silenzio, aspettando che lui la seguisse nel salotto, dove eravamo io e Nessie. Il suo ingresso nel soggiorno e il mio parlare furono un tutt'uno.
«Ciao, papà» dissi.

Charlie

«Ciao, papà» quella voce. Un po' più acuta e scampanellante, ma in fondo sempre quella della mia Bella. E quel viso. Era cambiata, era perfetta, ma forse la preferivo prima. Prima era più mia.
Sapevo che sarebbe successo qualcosa del genere.
Jake e Sam avevano deciso di rivelarmi i segreti della tribù troppo in fretta, dopo tutti quegli anni passati a cercare di nascondermi tutto. Dopo tutti quegli anni in cui avevo fatto finta di non capire che ci fosse qualcosa sotto.
E avevo iniziato a mettere insieme i pezzi.
I Cullen e la loro improvvisa sparizione dopo la morte di mia figlia. Se fosse stata una situazione normale, avrei continuato a sentirli, non avrebbero lasciato che soffrissi per tutti quegli anni senza mai neanche una telefonata o una lettera.
E invece erano completamente spariti.
Non solo da Forks, ma anche dalla faccia della Terra. Li avevo cercati, oh se li avevo cercati. Avevo fatto ricorso a tutte le mie conoscenze in polizia per ritrovarli. Così come avevo fatto quando erano spariti lasciando la mia Bella in quelle pietose condizioni.
Ma, come allora, era stato tutto inutile.
I lupi e la loro scomparsa, o almeno così credevo, con i Cullen.
La crescita improvvisa di alcuni ragazzi della tribù, compresi i miei nipoti, ma non di tutti, che erano invece assolutamente normali.
Nessie e la sua straordinaria somiglianza con Bella. E con Edward.
Era un mondo sovrannaturale e straordinario quello con cui entravo a contatto in quel momento, mai avrei pensato che fosse reale, se non mi fosse capitato di caderci dentro con tutte le scarpe. Era un mondo che mi aveva portato via mia figlia, e che odiavo per questo, ma era anche un mondo che mi aveva regalato Sue, e che dovevo ringraziare. Mi resi conto di non aver detto una sola parola da quando ero entrato solo quando Sue, preoccupata, si avvicinò a me.
«Non è niente. Me l'aspettavo» le dissi, lasciando di stucco le due donne di fronte a me.
Donne.
Nessie non poteva avere più di dieci anni. Era una bambina. E stava per sposare Jacob.
Quella storia dell'imprinting la dovevo ancora mandare giù, ma almeno riuscivo a dare un senso all'attaccamento morboso che aveva Seth per mia nipote Sarah.
Ora dovevo anche specificare.
Avevo due nipoti femmine e un nipote maschio. Tutti e tre magnifici, ben educati e cresciuti troppo in fretta. Due di loro senza madre.
«Che ci fai qui?» le chiesi, guardandola dritta negli occhi. Capii di averla ferita vedendo l'espressione sul suo viso cambiare.
«Papà...»
«Papà era dieci anni fa, quando hai deciso di sparire abbandonando due figli»
«Papà...»
«Papà era dieci anni fa, quando hai deciso di diventare una di loro»
«Papà...»
«Papà era dieci anni fa, quando non mi hai voluto dire cosa ti passasse per la testa»
«Papà, io...»
«Bella... papà è anche adesso, perché l'amore di un genitore non finisce mai. Perché i figli possono anche sbagliare, ma i genitori non smetteranno mai di amarli. Anche se spariscono per anni lasciandoli soffrire perché credono che siano morti o non sanno che fine hanno fatto. Anche se abbandonano i loro figli. E credimi che forse questa è l'unica cosa che non ti perdonerò mai. Neanche tua madre ha avuto il coraggio di lasciarti quando se ne è andata da Forks... come... come sei potuta andartene lasciandoli qui da soli!» quello che era iniziato come un discorso calmo e tranquillo era finito con un urlo di rabbia.
«Non erano soli, papà. Erano con Jacob. E avrei fatto loro più del male togliendoli dal posto al quale appartengono, e ora sai quanto appartengono a questo posto, che lasciandoli qui. Ma questa non è una giustificazione. Jacob non voleva che vivessero con me ed Edward. Non voleva che lo considerassero un secondo padre, e mi aveva chiesto di lasciarli con lui quando mi fossi sposata con Edward... perché lui sapeva cosa sarebbe successo. Ma neanche questa è una giustificazione. Non ho giustificazioni, me ne rendo conto. Ho fatto una cosa deplorevole, ai vostri come ai miei occhi. E ho sofferto per le mie scelte. Ho pensato spesso ai bambini. Li amavo, e mi sono mancati. Come mi siete mancati tu e Jacob. Ma era a Edward che pensavo quando guardavo al futuro. Era a Edward che pensavo, quando immaginavo il mio matrimonio. Era Edward che volevo accanto a me per tutta la vita»
«Un "per tutta la vita" che si è trasformato in "per tutta l'eternità", o sbaglio, Bella?»
«No, non sbagli. Sono diventata una vampira - trasalii a quella parola, chiamarli "freddi dagli occhi gialli" come facevano i Quileute mi permetteva di non pensare al loro modo di sopravvivere - e rimarrò qui immutabile per l'eternità. Un'eternità che condividerò con Edward, con nostra figlia, e con tutta la famiglia Cullen»
«Ma se tua figlia è immortale...»
«Anche Jacob lo è, Charlie. Così come Sarah ed Ethan. E Seth, Leah ed Embry. E Quil» mi rispose Sue, con orgoglio.
«Ma anche Paul e Sam...»
«A differenza dei Cullen, i membri del branco possono scegliere quando smettere di essere immortali. Normalmente lo fanno per la compagna della loro esistenza. Il loro imprinting. Così è stato per Sam, e così anche per Paul. Hanno deciso di rinunciare alla loro immortalità, smettendo di trasformarsi, per dividere con le loro compagne una vita umana. Fatta di un inizio e una fine, tra le quali c'è un'intera vita» la mia Sue. Forte, coraggiosa e piena di orgoglio per la sua tribù. Adorabile e amorevole verso i suoi figli e i miei nipoti. Era entrata nella mia vita in punta di piedi, e si era infilata nel mio cuore altrettanto silenziosamente, ma non ne era più voluta uscire.
Una notte avevo sognato Harry, che mi sorrideva, dicendomi solo una cosa, prima di scomparire. "Falla felice". Quella notte capii di amare Sue, e di sentirmi in colpa verso Harry per quel sentimento. E lui l'aveva capito prima di me, per questo era venuto a dirmelo in sogno. Ne ebbi la certezza quando Sue mi disse che anche lei aveva sognato Harry. Che le aveva detto di essere felice.
«Papà... io non volevo farti del male, così come non volevo farne a nessuno. Ma i vampiri neonati sono pericolosi, indomabili e fortissimi e l'unica cosa che sentono è la sete di sangue. Normalmente. Io non sono mai stata pericolosa per nessuno. Sono sempre stata in grado di controllarmi e di non assalire gli umani. Purtroppo l'abbiamo scoperto solo dopo la mia trasformazione, quando avevamo già messo in atto la storia della mia morte»
«Perché hai deciso di sparire? E perché in quel momento?»
«Perché, papà, ho rischiato veramente di morire. Una vampira psicopatica mi aveva rapita, e mi sono salvata solo perché Jacob ed Edward hanno collaborato perché fosse così»
«Perché Jacob ha pianto la tua morte per dieci anni se sapeva che eri ancora viva?»
«Perché lui non lo sapeva. Sapeva che Edward mi aveva portata via, ma non sapeva che mi aveva salvata, così come non lo sapeva nessuno del branco»
«Ti ha salvata facendoti diventare... così?» le chiesi.
«No. Altrimenti Renesmee non sarebbe qui» mi rispose Bella.
«I vampiri non possono avere figli?»
«Non in condizioni normali - mi rispose Nessie - Come ti sarai accorto, tra me e un vampiro ci sono un po' di differenze. Io mangio anche cibo normale, dormo e il mio cuore batte. Ho gli occhi di un colore normale e la mia temperatura corporea è un po' più alta del normale. Sono per metà vampira e per metà umana. E sono la responsabile della morte di tua figlia e della sua rinascita a vampira. Per dare la vita a me, ha sacrificato la sua»
«Ma è qui. Edward l'ha salvata» dissi io.
«Sì, ma lui non voleva che diventassi un vampiro, papà. Non voleva che mettessi a repentaglio la mia anima per diventare come lui. Non voleva. Ma è stato costretto a farlo per non perdermi»
«Ti ama?»
«Come il primo giorno che ci siamo incontrati. Anche se effettivamente quel giorno desiderava mangiarmi, più che avermi come moglie» rise. Una risata scampanellante, argentina, che non riconoscevo per la sua risata.
«Sei felice?»
«Ora che tutti sapete la verità, molto di più, anche se manca ancora qualcosa per raggiungere la vetta»
«Bella... non posso dire di essere entusiasta di come siano andate le cose, ma se sei felice, per me questo è l'importante. E se quello che ti manca per raggiungere il pieno della felicità è il perdono dei tuoi figli... beh, credo che dovrai faticare un po'. Non puoi pretendere che ti perdonino subito. In fondo hanno appena saputo di essere stati abbandonati dalla madre. Non è una cosa che si accetta facilmente. Non l'accetto io, che sono tuo padre, figuriamoci loro, che si sono visti portare via la certezza che tu li amassi proprio da sotto gli occhi. Ma sono due ragazzi in gamba, proveranno a venirti in contro. Se non altro lo faranno per Jake» le dissi.
Era il discorso più lungo che avessi avuto con mia figlia da... sempre, credo.
«Papà, ti voglio bene» mi disse lei, quasi volandomi incontro e abbracciandomi. Era come abbracciare una statua di marmo. Perfetta, gelida e immutabile.
Come sarebbe stata per sempre.
Era la prima volta che me lo diceva, e la prima volta che mi sentivo autorizzato a risponderle.
«Anche io, Bella. Anche io»

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