Capitolo 50
La mattina, quando apro gli occhi, mi ritrovo il faccino di Ian che mi scruta a fondo.
E' pensieroso, certo, ma non riesce a trattenere un sorrisino che tenta in ogni come di reprimere.
Mi volto dalla parte opposta, dandogli le spalle: Se dovesse captare il modo in cui sto arrossendo, penso che mi prenderebbe in giro per i prossimi tre mesi.
«Buongiorno...» mi sussurra lui stampandomi qualche bacio delicato sulla spalla, ancora coperta dalla maglietta nera con la scritta ''Staff''.
«Buongiorno» rispondo, cercando invano di schiarirmi la voce.
Mi costringe a girarmi nella sua direzione, accarezzandomi i lunghi capelli sciolti dalla coda, penetrandomi con quello sguardo che non posso fare a meno di trovare irresistibile.
Se ripenso al bacio di ieri, gli odiati brividi cominciano a tempestarmi la schiena, lungo tutta la colonna vertebrale.
«Forza, scendiamo... Megan starà già preparando la colazione», mi avvisa tirandomi una flebile pacca sul sedere, un gesto inaspettato, che mi fa diventare paonazza nell'arco di un paio di secondi... Che cavolo?
Sembra di buonumore, ma mi dispiace pensare che tra perlomeno un'ora, l'ennesima ondata di malinconia lo travolgerà, quando andremo a trovare Evelyn e sua madre all'ospedale.
Cerco di non pensarci, mentre ci dirigiamo giù per le scale.
Megan è alle prese con i fornelli. Indossa una maglietta bianca che le fa da vestito.
«Merda!» esclama quando sfiora con un dito una padella bollente, ma una volta incrociati i miei occhi sobbalza, lasciando cadere la padella a terra, venendo ad accogliermi.
«Megan, che stai facendo?» grida Ian, spaventatosi a seguito del rumore assordante, mentre io fatico a trattenere le risate.
Noto solo ora che Ian è a torso nudo, e i muscoli gli si contraggono mentre continua a rimproverare a voce alta la malcapitata sorella. Caspita, potrei osservarlo per ore...
Megan accorre ad abbracciarmi, mentre il trillo del campanello risuona in tutto il piano terra.
Gli sguardi dei due fratelli si incontrano, ammutoliti. Pare che non siano molto abituati a ricevere visite.
Rispondo alle domande di Megan, che mi porge a raffica, risparmiandomi però certi dettagli.
Come sto, dove sono stata per tutto questo tempo, dove ho dormito, di nuovo come sto... Dopodiché si precipita in cucina, tirando fuori dalla crescenza un altro piatto.
Nel frattempo Ian si avvicina alla porta, incurante del fatto che non indossi nemmeno un pezzo di stoffa sul suo petto scolpito.
Osservo il suo sguardo spegnersi, trasformandosi in una smorfia un po' incredula, un po' scossa.
Mi avvicino, volenterosa di scoprire chi stia dietro quella porta.
«Ethan?!» esclamo forse in tono troppo alto, mentre un altro rumore assordante proveniente dalla cucina colma tutta la stanza: Megan ha di nuovo lasciato cadere al suolo il piatto
.
Ian comincia a corrugare la fronte, al che lo allontano, tirandolo per un braccio.
«Anthea...», mi saluta lui con fare imbarazzato.
Ian sbotta, ovviamente. «Che diavolo ci fai tu qui?» domanda, puntandogli il dito contro.
La sorella irrompe tra i due e si piazza in mezzo al fratello e alla persona che le ha, involontariamente, sconvolto la giovinezza.
«Lascia stare, Ian...» lo ammonisce Megan, sforzandosi di emettere un sorriso tirato.
Ian si ricompone in un attimo, dunque allento la presa sul suo braccio.
Ignora tutti e tre e si allontana, salendo su per le scale, quando Megan mi fa cenno di seguirlo.
Obbedisco prima di essermi assicurata della sua convinzione e una volta sui gradini, sento la porta d'ingresso richiudersi.
Una volta giunta in camera, scorgo Ian all'angolo della stanza, intento a tirare pugni a vuoto contro il muro in mattoni.
«Oh, no!» mi porto le mani alla bocca, prima di raggiungerlo in un baleno e costringerlo a guardarmi.
Prendo il suo mento tra le mani. Ha gli occhi chiusi, e si dimena nel tentativo di liberarsi dalla mia presa. Tuttavia, non sono minimamente intenzionata a dargliela vinta, così resisto fino a che il suo corpo non si rilassa.
«Va tutto bene... Tutto bene...» gli sussurro in tono rassicurante, accarezzandogli i folti capelli scuri, fino a che i suoi occhi non si imbattono nei miei.
I respiri affannosi si fanno poco a poco più regolari, mentre le sue labbra premono violente contro le mie, facendomi precipitare per l'ennesima volta in quell'oblio peculiare.
[...]
Una volta che il ragazzo si è definitivamente calmato, dopo essersi cambiato, ci precipitiamo giù a passo felpato, scorgendo i due in cucina, di fronte ad una tazza di tè.
«Insomma... sappi che mi dispiace» fa Ethan balbettando, mentre soffia sul liquido bollente.
Megan ha stampato sul volto quel sorriso tirato, ma una scintilla le balena negli occhi quando incontrano le figure del fratello e della sua ''amica''.
Ian si avvicina alla tavola, acchiappando quello che sarebbe dovuto essere il croissant di Ethan, scrutandolo a fondo mente tiene la testa china.
Megan si porta una mano sulla fronte, palesemente a disagio.
«Io devo andare, quindi fuori di qui» comunica in tono aspro all'intruso, ma la sorella lo interrompe.
«Smettila Ian.» fa in tono severo. «Non vedi che stiamo parlando?»
Ian, ora, volge lo sguardo verso Megan e io temo che sia in grado di incenerirla.
Tuttavia la sorella non demorde, così il burbero ragazzo se ne esce con un «Non ce ne facciamo nulla, delle tue scuse.»
Si avvicina poi all'uscio, seguito solo dal rumore dei suoi passi contro il pavimento freddo, che in quel silenzio pare quasi assordante.
«Tu toccala e sei morto.» lo minaccia prima di sbattersi la porta alle sue spalle, piantandomi in asso come suo solito.
Con fare mortificato recupero la mia giacca dall'attaccapanni.
«Scusatemi» abbozzo un sorriso, prima di seguire quel brontolone.
[...]
Il malessere, chilometro dopo chilometro, si fa sempre più palpabile mentre sfrecciamo via sulla sua moto. La moto che mi è mancata così tanto, in tutto questo tempo che mi è parso infinito.
Lo stringo forte a me, sperando che tutte le preoccupazioni che sono certa gli stiano tempestando la mente si allevino nella mia stretta, almeno un po'.
Che dovrei dire, ad Evelyn? Come posso confortarla, in una situazione del genere?
Non credo sia umanamente possibile riuscire nella mia impresa, ma devo fare un tentativo.
Ciò che voglio realmente farle capire è che sono dalla sua parte. Basta giochetti, basta stronzate... Voglio essere lì per lei.
[...]
L'ospedale è ancora più imponente di quanto lo ricordassi, nonostante l'abbia visto appena ieri.
Ci dirigiamo spediti, ma completamente silenziosi, verso la segreteria, accolti nuovamente dalla signora della sera prima che ci guarda in preda al panico, spaventata da una possibile reazione scontrosa dal ragazzotto di fronte a lei.
«Per la ragazza... Evelyn, giusto?» sorride fintamente. «Per di lì, a destra» indica uno stretto corridoio di un bianco in grado di farti impazzire.
Ci incamminiamo, quando la signora ci interrompe. «Non oltrepassate la porta, però... Siete qui per la ragazza, ma dato che non siete parenti, non potete entrare in contatto con la madre.»
Annuisco ringraziandola, mentre Ian la snobba, come previsto.
Una volta oltrepassato il corridoio, scorgiamo una chioma rossa seduta su una sedia metallica, che scalcia i piedi immersa nei suoi pensieri, fissando un punto indefinito sul bianco muro di fronte a lei.
Una volta incrociati i nostri sguardi, però, sul suo volto si abbozza un sorriso un po' spento, ma pur sempre un sorriso.
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