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Capitolo 49

Il mio corpo è ancora scosso dai tremori per quanto accaduto poco fa, mentre le sue parole non cessano di riecheggiare nella mia mente
.
''Non lasciami''. Il suo tono di voce leggermente strozzato, quasi supplicante. 
E' proprio quello che farò. Non lo lascerò, non lo lascerò mai più. 

Non importa ciò che dice, non importa ciò che fa, non mi importa se mi supplica di allontanarmi da lui: io non lo farò. Mi basterà incontrare i suoi occhi, quegli stramaledetti occhi glaciali, per capire quello che realmente vorrà. 
Io ho capito che cosa lui effettivamente desideri, ciò di cui, in questo periodo tanto devastante, ha più bisogno. Ha bisogno di me, del mio conforto, o forse semplicemente della mia presenza. 
E' stato chiaro, e glielo posso leggere in volto. 

Ecco perchè ho accettato la sua richiesta di passare la notte con lui, dopo aver fatto una telefonata ai miei inventandomi una delle mie scuse vane. Domattina, così, saremo pronti per affrontare il peggio: tornare all'ospedale, per confortare Evelyn. Ce la metterò tutta...

[...]

Una volta giunti alla palestra, scorgiamo gli invitati sul procinto di uscire dall'ingresso, ancora ornato con quei dannati festoni floreali, per cui ho faticato molto. 
Mentre Ian mi attende in macchina, mi dirigo al suo interno in punta di piedi, con lo scopo di non incrociare nessuno, men che meno il preside, che sicuramente sarà furioso, dal momento che ho abbandonato lo staff a metà serata. Non potrei biasimarlo, d'altronde. 

Sto per girare la maniglia dello spogliatoio, con l'intento di recuperare i miei vestiti per poi sgattaiolare via, quando una voce alle mie spalle mi interrompe, facendomi percorrere un brivido lungo la colonna vertebrale. 

«Signorina Allen...», il tono di voce sibilante, minaccioso. «Dove ha intenzione di andare?»
Deglutisco a fatica, prima di voltarmi, e trovarmi di fronte il volto del preside Forks, che si gratta la nuca, paonazzo dalla rabbia. 

Devo giustificarmi, in qualche modo. «Mi... mi dispiace, signor Preside. Ho avuto un contrattempo, non posso fermarmi oltre.», dico tutto d'un fiato, scrutando attorno a me: gli ultimi coraggiosi partecipanti si muovono, palesemente stanchi, in movimenti fiacchi sulla pista, mentre i miei colleghi stanno cominciando a sistemare i tavoli e le decorazioni, riponendole in degli scatoloni enormi. 

Il Forks sospira, mordicchiandosi il labbro. «E va bene...». sbuffa. «Ma dovrà sapere che acquisirà solamente la metà dei crediti che le sarebbero spettati. Metà lavoro, metà guadagno.», mi scruta, in un ghigno divertito, forse. Non posso fare a meno che annuire, prima di recuperare i miei vestiti e piombarmi fuori da quell'atmosfera così disagiante. 

Mi precipito in auto, dove Ian attende, tamburellando nervosamente una qualche strana sinfonia sul volante, ancora assorto nei suoi pensieri. 
Dopo essermi allacciata la cintura, e mentre Ian parte dando gas, mi guardo attorno, scrutando le striature rannuvolate nel cielo, ormai buio pesto, perdendomi nella musica proveniente dalla radio. 

 «Non sei costretta.», mi fa sobbalzare Ian. 
Sgrano gli occhi, cercando di incontrare i suoi. Tuttavia, lui, come per dispetto, non cessa di osservare di fronte a sè, prestando attenzione solamente alla strada. «Costretta a fare che?», domando, nella più totale confusione. 

  «A venire da me.», ammette, sospirando.  «Dopo tutto, ti ho trattato in modo pessimo.»
Cerco di trattenere un ghigno malefico, poichè mi sento appagata dal fatto che lui se ne renda conto. Tuttavia, non posso smentire quanto detto.  «Sì, non posso darti torto. Ti sei comportato proprio da stronzo... Avresti potuto parlarmene, in un'altra maniera.», confesso dopo aver preso fiato, osservando comparirgli sul volto una nota di delusione, mista al senso di colpa. 

  «Nonostante ciò...», continuo, scorgendo una punta di speranza illuminargli la luminosa iride.  «Io voglio stare con te, voglio dire...», mi sento infuocare il viso, dal momento che sto diventando ridicola, essendomi lasciata prendere dal panico. 
Ian si copre la bocca con la sua mano, stretta in un pugno, nel tentativo di trattenere una risata. 
 «Hai capito, avanti!», sbuffo. «Intendo dire che voglio essere d'aiuto, sia a te che ad Evelyn.». cerco di ottenere un tono più serio, profondo. 
Tuttavia, mi fa piacere il fatto di essere riuscita a scuoterlo, almeno per un attimo, dalle sue preoccupazioni. 

[...]  

Il vialetto di casa Parker è esattamente come lo ricordavo. 
Bè, d'altronde è passata solo una settimana, a pensarci bene. Eppure, nella mia mente, sembra essere trascorso per lo meno un secolo. 

Percorro gli stessi gradini che ho percorso in compagnia di Ethan, dopo quella serata da dimenticare, e attendo sulla soglia mentre Ian rigira le chiavi nella serratura. 
Mi fa cenno di procedere, allungando il braccio, così faccio capolino all'ingresso. 
Scruto di fronte a me, lungo il buio corridoio, da cui, da una stanza sulla nostra destra, proviene una fioca luce bianca, accompagnata dalle voci di una telegiornalista che racconta i fatti della notte appena trascorsa. Sento accennare ''La redazione augura a tutti gli spettatori un Buon anno nuovo.''

Mi avvicino a passo felpato, sbucando all'interno della stanza con la testa, scorgendo una figura femminile dalla chioma scura, abbandonata a sè stessa su una poltroncina, con gli occhi chiusi e il respiro affannato. 
«Si è addormentata», sussurra Ian facendo cenno con la testa nella direzione della sorella, prima di acchiapparle delicatamente il telecomando dalle mani, per spegnere la tv. 

Ci dirigiamo sulle scale, e ogni gradino è un ricordo di quanto accaduto poco più di una settimana fa. 
Non so se sia meglio ricordarne ogni minimo dettaglio, oppure dimenticarla il più in fretta possibile.

Le coperte, all'interno della camera di Ian, sono ancora adagiate sul suo divano, in cui ho deciso che dormirò, per stanotte. So quanto sia difficile per lui la situazione con Evelyn, e ora che sono a conoscenza dei suoi sensi di colpa, non ho intenzione di peggiorare le cose, per loro due. Voglio solo essere d'aiuto. 

Mi sistemo sul divano, mentre lui, dopo essersi sbottonato la camicia ed essersi levato i pantaloni, per infilarsi dei pantaloncini sui toni del grigio, solleva le coperte del suo letto, prima di tuffarcisi dentro. 
Dopo di che si accorge di me, e il suo volto si appesantisce, colpito da un'inaspettata delusione.
Che ho fatto, adesso?
Lui allunga il braccio, indicando lo spazio sul letto accanto a lui. 
 «Preferirei dormissi qui, per stanotte», si copre il volto con una mano, ma posso scorgere comunque il suo piercing scintillante, muoversi sotto la mossa della sua lingua. E' nervoso. 

Non ho idea di cosa fare, sono super titubante, ma forse potrei aspettare che lui si addormenti, per poi sgattaiolare via, tornare sul divano. Credo abbia bisogno del mio supporto, e, purtroppo, non riesco a fare a meno che cedere alle sue richieste, è più forte di me.
In un attimo mi ritrovo di fianco a lui, adagiata sul letto, in preda a delle convulsioni di tensione terribili, che mi scuotono fin sotto le unghie. 

Lui sembra accorgersi del mio disagio palpabile, al ché tenta di sciogliermi, accarezzandomi con dei movimenti circolari le guance, e la cosa sembra funzionare dal momento che nel giro di cinque minuti mi ritrovo ad accarezzargli i folti capelli scuri, che odorano del suo inconfondibile profumo, stampandogli dei delicati baci sulla fronte. 
  «Mi dispiace, Anthea...», mi sussurra, prendendomi per il mento, nel tentativo di farmi incontrare i suoi occhi, che al momento appaiono più sinceri che mai. 

  «Dispiace a me... Per tutto.», mi esce, mentre continuo a rigirarmi i suoi capelli tra le dita, per evitare di dovermi concentrare sulle sue iride mozzafiato, o sulla sua pupilla, leggermente dilatata, che mi scruta a fondo, facendomi sentire nuda. 

  «Dimmi un po'...», dico, tentando di smorzare il mio imbarazzo.  «Come mai non vivi più con i tuoi?», il mio tono incerto, poichè consapevole di star tastando un argomento più che delicato. Tuttavia, questa domanda mi sta distruggendo il cervello da un sacco di tempo, e devo sapere. 

Mi aspetto una reazione scontrosa, mi aspetto che da un momento all'altro lui mi cacci fuori casa per essermi permessa di porre una domanda tanto riservata, ma tutto quello che fa è abbassare lo sguardo, sicuramente in preda a dei terrificanti ricordi, che bramo di conoscere da un sacco di tempo. 
  «Vedi... Dopo quando accaduto a Megan...», comincia, accertandosi che la porta sia chiusa per celare il discorso dalla sorella. «Nostro padre ha scaricato la colpa su di me, perchè, come fratello maschio avrei dovuto proteggerla.». sbuffa in una risata tirata, nonostante io sia consapevole del fatto che tenti di celare la sua amarezza.  «Come dargli torto, eh?», si passa una mano tra i capelli, con gli angoli rivolti verso l'alto, ma gli occhi che prendono a diventare lucidi. 

Aggrotto la fronte, stavolta prendendo l'iniziativa per costringerlo a mantenere lo sguardo. 
 «Non è colpa tua, okay?», lo scruto a fondo, osservando le sue labbra schiudersi.  «Ian, io vi ho osservati. E il vostro affetto reciproco si può tagliare con il coltello. Lei lo sa, che non è colpa tua. Non è colpa di nessuno.», dico indicando la cornice sulla libreria di Ian, che ritrae l'abbraccio tra i due fratelli.  «Cose del genere, purtroppo, succedono, e noi siamo inermi, ma bisogna andare avanti, e so che tu potrai farcela, esattamente come Megan, o come Evelyn. O come...»

Ian mi interrompe, acquisendo il tono più serio che abbia mai percepito sulle sue labbra. 
 «O come?», domanda insistente, osservandomi le labbra, nell'attesa di sentire le mie parole uscire al più presto possibile. Mi faccio forza. 

 «O come noi.», riesco a dire, prima di ritrovarmi sommersa da uno di quegli inconfondibili baci, mentre le sue mani mi studiano, esattamente come l'ultima volta, scoprendo ogni singolo lembo di pelle, tastando ogni singola curva presente sul mio corpo.   

 


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