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Capitolo 42: Ian

La osservo ancora una volta, la mia ultima volta, prima di vederla scomparire per sempre dalla mia vita. 
Gli occhi gonfi, ma pur sempre magnetici, in grado di catturarti con la loro limpidezza, le mani tese, le carnose labbra rosee strette in un fremito di stravolgimento e i folti capelli chiari, che ondeggiano ad ogni suo movimento. 
Barcolla su sè stessa, prima di sbattere la portiera dell'auto, nel tentativo di mantenere l'equilibrio, quando mi accorgo dei violenti spasmi del suo corpo: si è trattenuta finora, ma, una volta allontanatasi da me, è esplosa.
Non posso dirlo con certezza, dal momento che mi da le spalle, man mano che la sua figura si riduce passo dopo passo. Tuttavia, me la immagino con le mani tra i capelli, con quello sguardo esausto al quale non so resistere... Al quale non riuscivi a resistere, si intrufola la mia coscienza, con l'obiettivo di riportarmi con i piedi per terra.

Sono del parere che al mondo vi siano persone destinate ad intraprendere strade diverse, che non combaciano, che, nonostante ci provino e riprovino così duramente, vengono sempre messi a dura prova dal fato, fino a che, malevolo, non risucchi tutte le loro forze, buttando all'aria tutto il loro arduo impegno. 

Poggio la testa sul volante, cercando di prendere fiato, inspirando a pieni polmoni l'aria pesante dovuta alle situazioni di poco fa, in questa stramaledetta auto. 
Proprio quando inizio a costringermi a non pensarla più, a voltare pagina, eccola lì, impressa nella mia mente, che punta i piedi decisa a non volersene andare. 
Mi torna in mente la sua espressione della sera prima, così seria, così attraente... Una calamita per i miei occhi, con quelle sue curve perfette, nascoste solamente da un reggiseno in pizzo e delle mutandine rosse. 

  «Cazzo...», mi maledico, sbattendo più volte, insistente, la fronte contro il volante, per aver concesso alla mia mente di vagheggiare, in un momento del genere, su di lei.

Ho impiegato anni per costruire la corazza di cui andavo tanto fiero... Sono sempre stato circondato da persone apatiche, che se ne fregavano di me, ma non li biasimo per questo, anzi... Tutto ciò mi stava bene, io facevo il mio, loro il loro.
''Amici'', sì, ma per le solite cazzate. Quattro chiacchiere, un paio di shot il fine settimana, ed ecco che il circolo vizioso riprendeva a fare il suo corso. 
Niente domande scomode, nessun assillo, nessun problema. Tenevo salda la vita nel palmo della mia mano, celando ogni singolo aspetto che mi andasse di tenere per me. Era perfetto. 
Poi, poco meno di tre mesi fa, è arrivata lei, a distruggere tutto. Si è armata di scalpello, spietata, e ha iniziato a scalfire, a poco a poco, i miei muri, per i quali ho sudato tanto. 
Con le sue domande scomode, la sua ostilità, la sua opprimente presenza, che ora, è marchiata a fondo in qualche incognita parte di me, determinata a tormentarmi, fino a farmi impazzire. 
Io, però, sono in possesso di una valida controparte: la giusta causa. 

Mi costringo, così, a tornare sui miei passi, innestando la prima marcia e dando gas. 
Mi imprimo nella mente il volto di Evelyn, con la sua folta chioma rossa e le lentiggini che le ricoprono buona parte degli zigomi. Richiamo alla mente il tono nella sua voce rotto, strozzato, in preda ad un vero e proprio attacco di panico, durante il quale mi chiamava con forza, da una parte supplicandomi, dalla parte opposta maledicendomi, per averla abbandonata in un momento tanto delicato. 

Mi mordo l'interno della guancia, rigirando con la lingua il piercing sotto il labbro, colpito improvvisamente dal rimorso, da un odio efferato verso me stesso. Come ho potuto essere tanto impulsivo? Tanto idiota? 
Per tutto il tragitto verso quell'enorme casa bianca, ripenso alle serate trascorse in compagnia di Evelyn, l'unica persona che, nonostante i miei costanti modi bruschi di liquidazione, ricchi di dissimulazione e di indifferenza, mi sia sempre stata accanto. 
Bè, l'unica a parte Anthea, si contraddice ora la mia stupida coscienza. 
La differenza tra le due, tuttavia, è che Evelyn, con il suo carattere peperino, mi tartassava giorno e notte, costringendomi, in qualche modo, a rivelare cosa frugasse per la mia testa scombussolata. Un giorno, esausto, gli ho urlato contro tutta la verità su mia sorella, sull'incidente, sulla morte del padre di famiglia coinvolto, sulla depressione di lei, e sulla depressione mia. Lei è rimasta di stucco di fronte a delle notizie tanto agghiaccianti, e mentre io riprendevo fiato, lei mi ha abbracciato, in lacrime. 
Se, invece, poco tempo fa, qualcuno mi avesse detto che un giorno, io, di mia spontanea volontà, avrei rivelato il tutto ad un persona praticamente sconosciuta, nel tentativo di aprirle gli occhi su una persona che si rivelava essere l'opposto di quello che la gente si aspettasse, gli avrei riso bellamente in faccia. 
Tuttavia, così è andata. Sapevo benissimo che tra quell'idiota di Ethan e Anthea ci fosse sotto qualcosa, e un po' per gelosia, un po' per spirito di ritorsione, le ho spiattellato la verità in faccia. Mai fatta scelta più errata di questa, dal momento che ora mi ritrovo in questo stato, costretto a smettere di pensare a quel faccino innocente, che, però, nonostante lei non ne sia ancora consapevole, tanto innocente non è. 
Parcheggio la Chevrolet nera sul vialetto che da diciotto anni a questa parte, frequento abitualmente. 
Mi faccio strada sui gradini per raggiungere la casa, sbirciando da una delle finestre laterali, prima di suonare il campanello, in un attesa irrequieta. 
Sono paralizzato di fronte a questa imponente porta in legno. Non so bene come comportarmi, in casi come questo, dal momento che Evelyn mi ha chiamata, poco tempo fa, in preda ad una delle sue crisi disperate. Penso, o meglio, spero, che la mia presenza basti, in qualche modo, a placare la sua angosciante afflizione. 
Due occhi che riconosco in un baleno, sbucano da dietro la porta. Un mezzo sorriso tirato, palesemente forzato, le occhiaie violacee sotto gli occhi chiari, identici a quelli di Evelyn, i segni del dolore e della sofferenza degli anni sulla sua fronte corrugata da alcune rughe simmetriche. 
Il padre di Evelyn, Zach, mi invita con una pacca sulla spalla, ad entrare. 
Ricambio il saluto, scrutando attorno all'elegante salone in cui mi trovo, alla ricerca della ragazza che ha tanto richiesto il mio aiuto, la mia presenza. 
 «Dovrebbe essere di sop... », inizia lui, venendo subito interrotto, tuttavia, dall'arrivo della figlia, che sfreccia giù per le scale in marmo, raggiungendomi in un baleno, per poi stringermi in un abbraccio. 
Le accarezzo, con lo sguardo perso, gli ondulati capelli ramati, mentre il padre si allontana, diretto verso la cucina, con una smorfia sofferente.

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Ehilà, carissime lettrici. Come andiamo? 
Vi scrivo perchè ho bisogno di sapere, in particolar modo di questo capitolo, la vostra opinione al riguardo. 
Vi piace l'idea del punto di vista degli altri personaggi? Oppure preferireste che io mi concentrassi solamente sulla protagonista, Anthea? 
Non sarei restia a cancellare completamente questo capitolo, se richiesto da voi, che si potrebbe considerare semplicemente come un ''extra''.
Tuttavia, dal momento che non sono, come avrete capito, completamente entusiasta di questo 41esimo capitolo, mi piacerebbe molto che voi lettori, anche di passaggio, lasciaste un semplice commentino qui sotto, apportando la vostra opinione. 
Grazie mille, a tutti quanti. Un bacione 
♡ 




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