웃다 ;; l a u g h
«Promettimi che non riderai» esordì Junior il giorno seguente, non appena mi vide.
Lui era già appollaiato sullo scoglio, chissà da quanto tempo.
Quando mi cimentai nella faticosa arrampicata e mi avvicinai sempre di più, mi accorsi che aveva delle occhiaie ben evidenti.
Aveva proprio l'aria di esser stato sveglio tutta la notte, tuttavia decisi di non indagare più di tanto. Un passo alla volta era più che sufficiente.
«Perché mai?» chiesi, sistemandomi sul mio scoglio e ammirando il panorama più rabbuiato rispetto al solito.
Erano già le otto di mattina, ma il sole tardava ancora a mostrarsi. Eh sì, quei nuvoloni che da parecchi giorni invadevano tutta Busan non scherzavano affatto.
Inoltre tirava un gran vento, ma per fortuna questa volta mi ero munita di giacchino impermeabile con tanto di cappuccio, per cui non avevo niente da temere.
«Perché quello che sto per dirti potrebbe sembrarti una cosa stupida... ma se l'ho messa nella mia lista ci deve essere un motivo piuttosto serio, no?» mi spiegò Junior, scrutandomi con uno sguardo a me del tutto nuovo, con una inusuale punta di severità che non gli si addiceva affatto.
Ma a quelle sue parole pensai alla mia, di lista. Era stata scritta di getto, tutta il giorno prima, e conteneva cose anche parecchio stupide. La serietà la si poteva giusto scorgere con la lente di ingrandimento.
Riflettei che forse avrei dovuto cambiarla, altrimenti non sarebbe sembrata per niente una lista degna di una malata di cancro, eppure... qualcosa dentro di me mi diceva che andava tutto benissimo così.
«Sentiamo un po'» sollevai il mento, pronta a sentire ogni cosa.
«Prima prometti di non ridere» ribadì lui, indicandomi con un dito, mentre con l'altra mano tirava fuori un piccolo foglietto spiegazzato dalla tasca dei suoi jeans.
«Va bene, va bene! Promesso, okay?» ridacchiai, rendendomi conto che a quanto pare doveva essere una cosa veramente seria ed importante, assolutamente degna di un ascolto serio.
«Bene, allora...» diede un sonoro colpo di tosse per poi cominciare a leggere con tono solenne. «La prima cosa della lista di Park Jinyoung è: scrivere una raccolta di pensieri»
Non appena ebbe finito di leggere risollevò lo sguardo su di me, aspettandosi chissà quale reazione.
«Mh... sembra interessante.» commentai semplicemente, mentre mi tenevo una mano sul mento.
Junior annuì, sembrando approvare il mio giudizio da quattro soldi.
Allora, visto che per qualche secondo nessuno dei due parlò, mi affrettai ad aggiungere qualcos'altro, fingendomi interessata, anche se un pochino lo ero davvero... ma solo un pochino.
«Che tipo di pensieri?»
«Qualsiasi cosa. Bada bene, non un diario, semplicemente pensieri. E li scriverò su questo taccuino, cioè... alcuni li ho già scritti» precisò lui, con fare puntiglioso, per poi estrarre dall'interno della sua giacca nera un piccolissimo taccuino dello stesso colore, lucidissimo, che sembrava quasi rilegato in pelle.
Me lo mostrò tutto soddisfatto, volendo passarmelo addirittura in mano, ma io declinai gentilmente l'offerta.
Non avrei voluto già fiondarmi sui suoi pensieri più intimi, io che allora ero ancora una mezza estranea per lui. Non ci tenevo a violare troppo la sua privacy, insomma. E poi non avrei saputo come commentarli, una volta che li avessi letti.
«Potevi ritenerti fortunata a tenerlo in mano. Sai, sono piuttosto diffidente e non do mai le mie cose personali a nessuno, temendo che si sporchino o si rovinino, ma avrei fatto un'eccezione solo per te» borbottò, con un'espressione che non avrei saputo definire se fosse veramente offesa o meno, ma che in ogni caso mi fece scappare una risatina silenziosa.
Già, perché fu allora che cominciai a rendermi conto di avere a che fare non con un semplice ragazzo malato di cancro, ma con un vero e proprio fissato con l'ordine e la pulizia.
Non che la cosa mi dispiacesse, anzi. Se non altro forse avrei finalmente potuto imparare qualcosa sulla precisione da qualcuno.
E dire che a primo acchito mi sembrava tutt'altro... ma a quanto pare è proprio vero che l'apparenza inganna.
Junior non mi diede nemmeno il tempo di rispondere, che se ne uscì lui con una domanda che avrei dovuto aspettarmi.
«Allora... hai scelto il tuo nomignolo?»
«Diciamo... nì. Ci ho pensato, ma non sono ancora giunta ad una conclusione definitiva» gli dissi, sospirando.
«Vai, spara»
«Ora sei tu a dovermi promettere di non ridere, però» girai la faccia della medaglia, indicandolo con quanta più serietà potessi, ma uscendomene alla fine con l'ennesima risatina.
Era incredibile come fossi riuscita a riacquistare un barlume di buonumore in così pochi istanti passati in sua compagnia. Incredibile ma vero.
«Avevo pensato a IU, ma non sono troppo convinta» riuscii a confessargli senza arrossire troppo, ma in ogni caso la luce era troppo fioca per notarlo, a meno che Junior non avesse avuto degli occhi da falco.
«Mh... non male, sai. IU... suona bene. Ma che cosa significa esattamente?» domandò, col suo solito sorriso che giorno per giorno mi affascinava sempre di più.
«La I è una delle iniziali del nome di mia nonna e la U... beh, la U starebbe per upside-down, che significa sottosopra... come lo sono io adesso.» gli spiegai, sperando di non risultare troppo superficiale.
«Capisco.» si limitò a dire lui.
Ne dedussi che si sarebbe sicuramente aspettato di meglio.
«Non riflette molto la mia personalità, vero? Anzi, non c'entra proprio niente. Ci ho pensato anch'io» volli accertarmi, girandomi di novanta gradi verso di lui.
Ero sicura che di certo mi avrebbe confermato, magari con un "sì" secco o semplicemente annuendo.
«Invece no, penso che ti calzi a pennello» mi rispose sorprendentemente, facendomi il segno del pollice all'insù con una mano e curvando leggermente gli angoli delle labbra per formare un sorrisetto d'approvazione.
«Dici sul serio?» sgranai gli occhi, non so se per il sollievo o la sorpresa.
«Sì, in fondo ognuno di noi vuole portare sempre con sé qualcosa dei propri cari. Ne sono un esempio anch'io» confermò, mettendosi a frugare all'interno del colletto della giacca, ancor prima che potessi chiedergli ulteriori spiegazioni.
«Ecco qui. Era di mia madre, e da quando è morta non sono mai riuscito a separarmene, checchè ne dicano gli altri» se ne uscì poi, tirando fuori allo scoperto parte di una splendida catenella argentea, il cui ciondolo raffigurava un delfino sulla cresta dell'onda, il quale brillava anche in assenza dei raggi di luce di quella mattina.
«Wow...»
Restai a bocca aperta per non so quanto tempo, dal momento che ero solita perderne la concezione ormai abbastanza spesso, fatto sta che la vista di quella collanina mi ricordò irrimediabilmente la mia infanzia. Di nuovo.
Già, di nuovo. I pesci, il pescatore, e la mia cara nonna.
«Tua nonna è...? Voglio dire...» azzardò Junior, quasi mi avesse letto nel pensiero.
«Non ancora, ma presto lo sarà» dissi a bassissima voce, tanto quanto bastava per farla inghiottire dal rumore delle onde che avevano cominciato ad alzarsi, infrangendosi contro gli scogli più bassi.
«Oh...» fece lui, e immediatamente credetti avesse capito ciò che intendevo dire soltanto dalla mia faccia che aveva cominciato lievemente a lacrimare.
Lacrime che cercai con tutta me stessa di trattenere, ma invano. Difatti, poco dopo mi misi a singhiozzare senza controllo.
E l'unico modo per smettere era quello di convincere me stessa che era tutto a posto. Non c'era mai stato nessun pesce, nessun pescatore e nessuna malattia.
Tutto a posto.
Mi alzai in piedi e allargai le braccia, inspirando più forte che potei.
«Sì, ma... in fondo che importa?» -continuai, con la faccia ormai rigata di innumerevoli lacrime che non mi diedi nemmeno pena di asciugare - «Quando sarà giunta l'ora, prima o poi saremo entrambe... saremo entrambe...»
Non riuscii a finire la frase, che subito Junior, dopo essersi alzato velocemente in piedi, mi si avvicinò sempre di più e mi strinse in un caldo abbraccio.
«Ssshhh. Va tutto bene, va tutto bene, IU» mi sussurrò all'orecchio, continuando a tenermi stretta per farmi smettere di piangere.
Non so per quanto tempo restammo lì in piedi, abbracciati, con il pericolo di essere vittime un'imminente bufera... fatto sta che, per la prima volta dopo tanto tempo, finalmente avevo trovato una spalla fidata su cui piangere e sfogarmi senza aver paura di essere giudicata.
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