블러드 ;; b l o o d
Ero all'ospedale, seduta a fianco del letto di nonna, quando scoprii la cosa che mi fece cambiare idea su quel misterioso ragazzo del porto.
Erano all'incirca le otto di sera, nonna stava dormendo, la porta della stanza era semiaperta e come al solito dalla mia postazione vedevo un gran trafficare di medici ed infermieri in corridoio.
Alle volte semplicemente camminavano, altre correvano e, nel peggiore dei casi, spingevano una barella con persone in fin di vita.
Non mi piaceva tenere troppo a lungo lo sguardo su di quelle, ho sempre avuto una certa impressione e sensazione di inquietudine nel vedere le persone in fin di vita o già morte; per fortuna il tempo che i medici ci mettevano per passare affianco alla nostra porta con la barella era pochissimo, ma allo stesso tempo il senso di turbamento nel vederle anche solo per pochi secondi mi rimaneva dentro per sempre.
Guardavo poi nonna, cominciando a piangere, sapendo benissimo che mancava poco a che sarebbe toccato a lei.
Il suo aspetto andava peggiorando di giorno in giorno, e in due mesi era arrivata a pesare la metà di quello che era prima. Le erano comparse numerose chiazze sulla pelle ed era in costante disidratazione, anche se - a detta dei medici - si rifiutava sempre di mangiare. La malattia la stava divorando dentro e fuori.
E nel vederla in quello stato, soffrivo più che mai e versavo fiumi di lacrime inarrestabili. No, peggio: mi sentivo come se mi stessero infilzando un pugnale dritto al cuore, e non potevo fare niente per sentirmi meglio.
Solo una cosa mi era rimasta: sperare che nonna potesse raggiungere il paradiso felice.
Per questo cercavo di trascorrere il più tempo possibile con lei, parlandole dolcemente o anche solo tenendole la mano quando voleva dormire e semplicemente non aveva nemmeno le forze per ascoltarmi.
Ma in ogni caso, anche nel tentativo di farle trascorrere felicemente i suoi ultimi mesi - anzi, ultime settimane - di vita, non smettevo mai di piangere nè di sentirmi triste.
Una tristezza che non avevo mai provato prima, nemmeno ai tempi delle medie quando ero vittima di bullismo.
Sono stata perfida a pensarlo, ma quando ero con lei spesso piangevo pensando che avrei preferito di gran lunga una morte rapida e indolore - sia per lei che per me - piuttosto che una morte lenta e logorante come quella, che arriva a renderti irriconoscibile perfino a te stesso in così poco tempo.
Ormai ero semplicemente rassegnata, ma allo stesso tempo non riuscivo a prepararmi psicologicamente all'evidente imminenza.
Per questo non avrei mai potuto fare il medico, mi sarebbe bastata la morte di un paziente ad uccidermi nel profondo, riempiendomi di sensi di colpa anche se non avrei dovuto averne.
Quel giorno, in ogni caso, accadde qualcosa che mi tirò di tanto su il morale facendo scattare qualcosa di nuovo in me. Non avrei mai pensato di potermi sentire meglio in una situazione del genere, eppure successe.
Stavo tenendo la mano di nonna ed osservando ipnotizzata il grande via vai nei corridoi, che quella sera era più frequente del solito.
C'era un gran baccano, sembrava fosse successo un grave incidente in cui erano state coinvolte più persone.
Cercai in tutti i modi di non farci caso, ma fu più forte di me. Così lasciai la mano di nonna e mi alzai diretta verso il corridoio.
Rimasi comunque nella stanza, ma con la testa riuscivo a sbirciare qua e là visi più o meno sfracellati e corpi insanguinati di varie persone.
Erano tutti giovani, gli infermieri scorrevano le loro barelle verso la sala operatoria e ogni singola barella ospitava un giovane dall'espressione assai dolorante.
Quella carrellata sembrava non finire più, e gli schiamazzi degli infermieri e dei medici rendevano l'atmosfera mille volte più tetra; quindi, palesemente spaventata da quella vista, maledicendomi per la mia stupida curiosità, rientrai in camera da nonna e cercai di mettere ordine ai miei pensieri.
Avevo appena visto non so quanti ragazzi in condizioni pessime o addirittura fin di vita, stesi malamente in quelle barelle, e cominciai istintivamente ad avere le palpitazioni.
Che fosse una sensazione di terrore, di inquietudine o di pena per loro, questo non lo seppi mai.
Sapevo solo che mi sentivo molto turbata e avevo bisogno di qualcosa che mi facesse riprendere.
Terminata dunque la carrellata di ragazzi in barella, dopo qualche secondo decisi di andare alla macchinetta del caffè per non pensare a cosa era appena successo. Quella vista mi aveva a dir poco scombussolata, mi girava la testa e avevo anche bisogno di aria fresca.
Preso così un normalissimo caffè, mentre lo sorseggiavo lentamente andai presso il banco delle infermiere a chiedere se in questo ospedale fosse presente una terrazza. Fortunatamente c'era, e si trovava all'ultimo piano dell'edificio.
Non presi l'ascensore ma salii le scale - in fretta e furia - seguendo le indicazioni dell'infermiera, per poi ritrovarmi alla porta d'entrata di una terrazza a dir poco splendida.
Era molto ampia e, trovandosi al quinto o sesto piano, si poteva godere una stupenda vista del paesaggio circostante, a maggior ragione per il fatto che il sole fosse tramontato già da un pezzo e fossero visibili tante lucette luminose provenire dalle varie abitazioni.
Feci un passo avanti, poi un altro ed un altro ancora, sempre col caffè caldo fra le mani, mentre mi guardavo intorno meravigliata.
Vicinissimo alla ringhiera alla mia destra c'era una donna di mezza età sulla sedia a rotelle accompagnata da un signore all'incirca della stessa età, supposi che si trattasse di marito e moglie.
Alla mia sinistra c'era invece una ragazza che piangeva silenziosamente mentre fumava, coi gomiti appoggiati alla ringhiera, esalando nuvole di fumo alternate a nuvole di vapore.
Tutte persone che condividevano con me il dolore per un loro caro, pensai.
Terminai il caffè in un solo sorso, scottandomi quasi la gola, ma continuando a camminare dritto davanti a me per una decina di metri fino a raggiungere anch'io la ringhiera; notai poi che c'era anche una quarta persona sulla terrazza, anche se non mi girai per guardarla in faccia.
Lì per lì non feci molto caso a questa persona che si trovava di pochi metri alla mia destra, pensando a godermi il panorama notturno per poi potermi calmare.
Erano mesi, anzi, anni che non vedevo Busan da quest'altezza. Il massimo da me raggiunto negli ultimi tempi era sempre stato il famoso scoglio del porto, ma da lì vedevo acqua e ancora acqua, soltanto il mare. La città non l'avevo mai vista, ma dovetti ammettere a me stessa che il panorama notturno era molto suggestivo.
Non avrebbe mai raggiunto la bellezza e la purezza di quello marino, ma era comunque qualcosa di apprezzabile.
Ero appoggiata anch'io alla ringhiera e immersa nelle mie riflessioni mentre strizzavo il bicchierino vuoto del caffè fra le mani, quando all'improvviso sentii qualcosa che mi fece sussultare.
«Solo un altro po'. Ti prego, solo un altro po'»
Mi voltai lentamente alla mia destra.
Quella persona poco distante da me, che dal sussurro poco chiaro mi sembrò un ragazzo, aveva ora le mani giunte, la testa bassa e gli occhi chiusi.
Lo guardai interrogativa, mentre quest'ultimo alzò lo sguardo al cielo con aria speranzosa. Subito dopo si rimise a testa bassa e a mani giunte, riprendendo a sussurrare quelle strane parole.
«So che non mi resta molto da vivere, ma ti prego, esaudiscimi questo desiderio... ti prego»
Probabilmente era un malato terminale e stava pregando per avere più giorni di vita di quanti gliene avessero prospettati. La voce mi sembrava quasi familiare, ma scossi subito la testa pensando di aver avuto un'allucinazione.
Guardandolo poi meglio senza dare nell'occhio - per quanto fosse buio - mi accorsi che il tipo era anche piuttosto giovane, anche se non indossava il pigiama d'ospedale come invece avevano tutti i malati.
«Questa.. questa sarà la prima e ultima richiesta che ti farò prima di passare all'altro mondo... Ho finalmente trovato il modo per esaudire la decima cosa della mia lista. Ho finalmente trovato quella persona. Per cui... Lasciami solo un altro po' di tempo per poter esaudire ciò che ti ho chiesto, te ne prego»
Trasalii a quelle parole, sgranando gli occhi e lasciando involontariamente cadere il bicchierino del caffè.
"La lista delle dieci cose da fare prima di morire. Non ne hai una anche tu? Tutti i malati terminali ce l'hanno"
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