2 - Fai come ti dico, altrimenti ti denuncio!
Capitolo 2
«Ferma, ferma, ferma. Cosa sinifica che è finito per essere il tuo vicino di casa?!», domandava Lee Yeo Jin, spalancando le labbra e guardando l'amica con un non so che di inverosimile, non credendo neanche lei alle sue stesse parole.
Jay Min si mise le mani ai capelli. «Ti dico che è cosi, Yeo Jin-ah... e non sapete ancora nulla: mi sono anche presentata davanti la sua porta con una torta!», fu la sua risposta immediata.
Ad osservare la scena ci stavano anche Park Eun Chan e Ok Bae.
Le prime due frequentavano il primo anno alla Seoul University -ambito letterario, per essere precisi-, stessi corsi, stesse materie.
Invece, quest'ultima, stava nel bel mezzo del terzo anno alle scuole superiori ed era immersa di libri fin sopra la testa; ma in quel momento non poteva dedicare la sua mente allo studio: la sua amica si era ritrovata in una situazione fin troppo drastica per essere ignorata.
«E quindi cosa è successo?», volle sapere Eun Chan. Dopo aver sentito quelle parole era del tutto normale che la sua curiosità senza confini si alzasse del duecento percento.
Jay Min prese a guardare il vuoto.
Ricordare le faceva male, molto male... tanto che non avrebbe voluto farlo.
Anzi, adesso si stava pentendo fin nel profondo di tutta la collezione di calzini firmati di Sungyeol-sunbae di aver firmato quel maledetto contratto con la proprietaria della palazzina, e aver già pagato tre mesi di anticipo.
Ma difatti non aveva altra scelta: le immagini riapparirono vivide nella sua testa, riportandole alla mente quei ricordi.
«P-Park Bo Gum?!», il ragazzo rimase a guardarla intontito per qualche secondo, finché lei non si riprese e sbatté velocemente le palpebre. Alla vista della risata di Mr. Park, il quale non riusciva a credere nemmeno ai suoi occhi.
Era davvero lei?
«Park Jay Min, ne è passato di tempo dall'ultima volta», esclamava con un sorriso colmo di scherno stampato sulle labbra, quasi come a prenderla in giro.
Jay Min si sciolse nelle spalle e tossì un paio di volte. «Sei venuta a portarmi un regalo di benvenuto?»
La ragazza si ritrovò a dover agire con le mani in mano, in più quello che aveva detto non aveva assolutamente senso, dato che la nuova arrivata era solo e soltanto lei. «Ah...», continuò. «... forse vuoi che la nostra convivenza in questo palazzo sia il più pacifica possibile, sotterrando il passato con una... con una torta?»
Jay non aveva neanche il potere di parlare, il ragazzo stava facendo tutto da solo. «Se vuoi una mia risposta, non posso tirarmi indietro, grazie per la torta, carissima, spero ti troverai bene qui», poi le si avvicinò e prese in mano il piatto che fino a cinque secondi prima stava reggendo Jay Min.
Fece per andarsene, ma poi ci ripensò, si voltò di nuovo verso di lei (facendo svolazzare la tovaglia che aveva attaccata alla vita con così tanta naturalezza che Jay Min in un'altra occasione avrebbe anche rise) si piegò in avanti, costringendola a fare un piccolo passo indietro, e sussurrò: «Stai attenta al vecchietto del primo piano, è un po'... matto», e -ridendo come un'idiota- tornò dentro casa, chiudendo la porta con un colpo di fianco. «Bye~»
... Ma ovviamente nessuna delle presenti poteva sapere cosa le stesse frullando per la testa, infatti rimasero una bella manciata di minuti ad osservare la sua espressione vuota.
Almeno finché Eun Chan non le scosse una mano davanti agli occhi, cercando in tutti i modi di richiamarla alla realtà. Cosa alquanto impossibile, visto lo stato di trance in cui era caduta. «Lo abbiamo fatto», biascicò in un sussurro a malapena udibile. Infatti le tre ragazze si videro costrette a prestare maggiore attenzione alle sue parole, drizzando le orecchie. «Lo abbiamo fatto, Yeo Jin, capisci?», guardò l'amica con occhi supplichevoli, quasi potesse salvarla da quell'orribile situazione in cui si era ritrovata. «Dov'è Bae?», domandò poi, spaesata. Non appena si accorse che la ragazza era proprio davanti a lei, le prese le mani e si raccomandò con le seguenti parole: «Piccolina, ascolta la zia: non ubriacarti mai. Mai mai. Potrebbe nuocere alla tua reputazione in un modo che neanche ti immagini.»
Bae la osservò con la testa inclinata di lato. «Hyung, sei sicura di star bene?»
"Hyung" perché Jay Min detestava essere chiamata "Unnie", come normalmente doveva essere.
Ma ovviamente Eun Chan arrivò subito a conclusioni affrettate, e non si trattenne dall'esporre le sue teorie: «Questo significa che, dopo avergli dato la torta, lui ti ha invitata a casa sua, avete bevuto qualcosa e... e siete finiti a letto insieme?!», Jay quasi cadde dal divano del salotto di casa Lee.
«Ma come ti viene in mente una cosa del genere?!», la rimproverò subito.
«Y-yah! Ma sei stata tu a dire che-»
Yeo Jin prese in braccio il suo cagnolino adorato, per evitare che Jay Min lo afferrasse e lo tirasse addosso alla povera Eun Chan (com'era già successo in passato) la quale di sbagliato non aveva fatto proprio nulla. «Adesso calmatevi, tutte e due», le riprese infatti, con tono autoritario -che solitamente non usciva mai dalle sue labbra. «Jay, puoi essere più chiara?»
Ma la sua espressione al limite della disperazione parlava già da sola. «Sono rovinata... rovinata!» ci mancava solo che si mettesse a piangere.
Certo, in un'altra vita magari ritrovarsi come vicino di casa un'aitante ragazzo, alto, moro, sorriso mozzafiato e bello da far invidia a Lee Min Ho non sarebbe stata poi una brutta idea... ma dato che si trattava di lui... il cervello di Jay Min non sarebbe riuscito sopportarlo troppo a lungo.
E se prima voleva instaurare un rapporto di pace e armonia con i vicini di casa, be', adesso voleva soltanto prendere lo stretto e indispensabile e partire per la Svizzera. «Colpitemi... fate qualsiasi cosa, ma non costringetemi a tornare in quel posto, vi prego.»
Le tre ragazze si guardarono preoccupate.
Dovevano fare qualcosa per la loro amica... altrimenti rischiava seriamente di farsi venire una crisi di nervi.
⏮⏸⏯
Jay Min camminava di mala voglia per la stradina malandata che portava direttamente nel suo residence. Teneva la testa bassa e fiacca, quasi come se da un momento all'altro avesse potuto crollare dritta dritta per terra e riamanere lì finché qualcuno non le avesse dato aiuto.
Ma difatti non andò proprio così.
Jay oltrepassò la soglia dell'entrata dell'edificio, ricevendo subito un saluto dal caro Changkyun, il portiere. «Ehilà, Jay Min!», con tanto di alzata di braccio, ma che la ragazza ignorò prontamente, mormorando solatanto un flebile: «Annyeong».
I due d'altronde si conoscevano già da una bella manciata di anni, quindi Changkyun, neo venticinquenne, ci aveva ormai fatto l'abitudine ai suoi continui sbalzi d'umore.
La ragazza continuò a trascinarsi -nel vero senso della parola- su per le scale, attaccata al corrimano come una cozza. Erano solo tre piani a piedi, d'altronde... data la sua paura degli ascensori, non aveva proprio l'intenzione di rimanere bloccata lì per sempre.
Quando arrivò, finalmente, al secondo piano, le mancavano soltanto altre due rampre di scale per tuffarsi a pesce sul suo adorato lettino, ma qualcosa -o meglio, qualcuno- riuscì ad attirate la sua attenzione. «J-Ji An, Ji An-ah, ti prego: lasciami spiegare!», stava cercando di dire un ragazzo, nel mentre una piccola figura bassa e magrolina lo spingeva fuori dalla porta con una forza bruta, quasi disumana per una della sua stazza.
«Yah, ti ho detto che non ne voglio più sapere! Né di te, né di quella gallina e né del tuo sport del cavolo!», gli urlava invece lei, avendo il potere di spaventarlo con un semplice sguardo. Il quale lo intimava a rimanersene fermo lì, davanti la porta, a meno che non provasse il forte desiderio di perdere un arto.
La ragazza rientrò in casa, ma per qualche ragione non chiuse la porta, dando così campo libero al moro di avvicinarsi di qualche passo. «Tesoro, per favore, parliamone almeno», provò di nuovo a convincerla lui, ma senza alcun disultato, ricevendo in risposta soltanto una racchetta da tennis nelle parti basse; neanche avesse preso per bene la mira.
«Tra noi due è finita, idiota, mettitelo bene in testa.», e chiuse la porta con quanta più forza aveva nel corpo.
Che cosa avevano appena visto i suoi occhi?
Una tizia psicopatica e un ragazzo brutalmente ferito nell'orgoglio (e anche da qualche altra parte) rompere la loro relazione.
Jay Min era rimasta di stucco, quasi basita.
Il moro si alzò da terra con grande fatica, ancora dolorante, e non appena ebbe notato la presenza di Jay Min, roteò gli occhi e si avviò verso l'ascensore, di fianco alle scale che la ragazza avrebbe dovuto salire già da un pezzo.
Per un attimo le sembrò che il ragazzo venisse verso di lei, proprio con l'intento di urlarle contro qualcosa del tipo: «Nessuno ti ha mai insegnato che non si spiano le conversazioni altrui?!»
Ma difatti non aveva spiaccicato ancora parola, e Jay Min non sapeva dentro di sé il perché stesse rimanendo ferma lì, come un ebete, ma non riusciva proprio a muoversi.
Per qualche strana ragione si sentiva in colpa per quello che gli era appena successo. Avrebbe voluto dirgli che quando le ragazze dicono "lasciamoci", in realtà vogliono solo che il suo lui si faccia un po' più valere, lottando per ottenerle di nuovo.
Eppure le sembrò che il tempo trascorresse così velocemente, come a velocità 2x, così che -in un nano secondo- il ragazzo si ritrovò trasportato da un vecchio ascensore, a metri e metri di distanza da lei.
Riprese finalmente a respirare. «Ige mwoya?», si domandò, perdendo un battito. «Qusto qui è davvero un covo di matti...»
Stava quasi per andarsene.
Già, quasi... quando la stessa porta che poco prima aveva fatto tremare le intere pareti del palazzo si aprì di nuovo. Giusto quanto bastava per far fare capolino la testa di una piccola bambina che poteva avere al massimo diciassette anni.
Si controllò intorno, come per assicurarsi che l'alta figura del ragazzo di prima non si trovasse più dietro di essa; e non appena anche lei notò la presenza della ragazza, sussultò e chiuse di botto la porta, quasi non volesse farsi vedere da lei in quello stato pietoso, con gli occhi tutti arrossati e i capelli alla bell'è meglio.
Jay Min sussultò una seconda volta all'impatto dello stipite contro la porta, poi scosse la testa e si affrettò a salire quegli ultimi scalini che la dividevano dal suo piccolo angolo di paradiso.
Ma dove diamine era andata a finire?
⏮⏸⏯
«La gente è strana, Jay Min-ah», parlava al telefono la voce scura e rauca di un ragazzo.
«Lo so, io sono la prima. Però mi dispiaceva davvero per quel povero ragazzo... penso che mi vedrai tornare a Daegu quanto prima possibile», confessò l'altra, giocherellando con un laccetto della sua maglia. «Tu invece che mi dici?»
«Secondo me faresti bene a tornare a Daegu», evidentemente il ragazzo aveva voglia di scherzare.
«Ah-ah, molto divertente, Ha Neul», disse Jay Min, sarcasticamente. «Come va con Ji Won?», domandò poi.
Se c'era qualcosa che a Daegu tutti gli studenti conoscevano, era la coppia di Ulzzang Kang Ha Neul-Kim Ji Won.
Jay Min conosceva il moro da quando erano piccoli; i due erano sempre stati vicini di casa, perciò quando Jay diede la notizia del suo trasferimento, il ragazzo non la prese proprio nel migliore dei modi. «Be', in verità... non molto bene», rispose vago, passando una mano sulla morbida coperta del suo letto.
Jay Min si mise seduta sul divano, e abbassò di qualche tacca il volume della televisione, la quale trasmetteva in live una canzone dei Block B. «In che senso?»
«Continua a dire che vuole lasciarmi... si arrabbia per qualsiasi cosa», il ragazzo sembrava proprio non voler parlare della sua relazione con la reginetta del web. «secondo lei sono troppo distratto.», e si grattò la fronte.
«La coppia più famosa di Daegu non può avere delle discussioni», lo prese in giro a quel punto la ragazza, tornando a rinfilzarsi di patatine e aumentando il volume della musica.
«Non scherzare», la riprese lui, ridacchiando. «ah, a proposito, mi ha chiamato Hye Jin», cambiò subito discorso.
Jay Min si allarmò. Solitamente Hye Jin non aveva mai provato... interesse... ma nemmeno un minimo di attenzione verso Ha Neul. «Cosa ti ha detto quella pazza?»
Il ragazzo si mise a ridere. «Dice che hai un problema con il tuo vicino di casa... e che cerchi disperatamente lavoro», Jay Min riprese a respirare.
«Oh, quello...», sospirò sollevata. «Niente di importante, Ha Neul-ah, ho tutto sotto controllo», e la verità delle sue parole si vedeva nella reazione che aveva avuto stamattina con le sue tre amiche.
«Sicura?»
«Com'è vero che mi piaci.»
«Allora sei proprio disperata.»
«Yah! A che ci siamo, hai qualche amico qui a Seoul che possa assumermi?»
«Dopo Hye Jin sei l'unica Seouliana che conosco.»
I due scoppiarono in una fragorosa risata.
Ad interrompere la loro conversazione, fu il rumore fin troppo insistente del campanello. «Ah, Ha Neul-ah, stanno suonando, ti richiamo dopo!»
Il ragazzo ebbe solo il tempo di dire: «Cos- no, Jay, aspetta!», ma la ragazza chiuse la chiamata e corse a mettersi le ciabatte, lanciando il cellulare sul divano.
Aprì la porta senza pensarci due volte, incapace di ascoltare l'assordante rumore che il campanello stava provocando.
Questo, ragazzi, ci insegna che guardare dallo spioncino può farti evitare una brutta figura, prima di aprire la porta a quella persona che -non solo non vorresti vedere- ma anche apparire in pigiama e i capelli completamente alla cavolo.
Il ragazzo se ne stava poggiato con un braccio allo stipite della porta, con un'espressione truce e assassina dipinta sul volto.
«Ti serve qualcosa?», fu la domanda irritante di Jay Min.
«Da quando ci diamo del tu?», fu invece la risposta che le diede Bo Gum, poi pensò che era meglio lasciare perdere. «Anzi, no, lascia stare. Vuoi abbassare la musica?! Sto cercando di dormire.», non riuscì a trattenere l'isteria, alludendo alla televisione accesa con lo stereo e i Block B sparati a palla..
Jay Min deglutì per l'agitazione.
Poi ragionò, aggrottando le sopracciglia. «Ma sono solo le sette. Vai a dormire all'orario dei vecchi?»
Bo Gum strinse i pugni per mantenere la calma e inspirò profondamente. «Questi non sono affari tuoi. Adesso fai come ti dico, altrimenti ti denuncio!»
Ti denuncio...
Queste due senplici parole ebbero il potere di riportarle alla mente non proprio dei bei ricordi.
Difatti drizzò la schiena e annuì titubante. Anche se avrebbe voluto dirgli mille volte di no. «Sì... come vuoi tu», e aspettò che il ragazzo esclamasse un: «Bene.» carico di odio e voglia di commettere un omicidio, per poi allontanarsi verso il suo appartamento e sbattere la porta.
I due esclamarono inconsapevolmente un sonoro: «Che nervi!»
Poi Jay Min si avvicinò alla tivù e, una volta che ebbe preso in mano il telecomando, non ci pensò due volte ad aumentare il volume, presa da uno sclerotico impeto di rabbia.
Ma quello che ancora non sapeva era che, a partire da quel momento, le cose sarebbero cambiate... il destino aveva deciso per loro ogni cosa.
Restava solo da mettersi comodi e aspettare... aspettare che le strade che prima sembravano essersi allontanate, si intersecassero di nuovo
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