Capitolo I: Cena con ospiti
"Libertad no conozco sino la libertad de estar preso en alguien
cuyo nombre no puedo oír sin escalofrío;
alguien por quien me olvido de esta existencia mezquina
por quien el día y la noche son para mí lo que quiera,
y mi cuerpo y espíritu flotan en su cuerpo y espíritu
como leños perdidos que el mar anega o levanta
libremente, con la libertad del amor,
la única libertad que me exalta,
la única libertad por que muero.
Tú justificas mi existencia:
si no te conozco, no he vivido;
si muero sin conocerte, no muero, porque no he vivido."
"Si el hombre pudiera decir", L. Cernuda
Capitolo I: Cena con ospiti
Presi dalla credenza sei piatti e li disposi sul tavolo della sala da pranzo, poi fu il turno dei bicchieri, dei tovaglioli e infine delle posate. Feci attenzione a non inciampare su Edith che, coricata per terra, stava disegnando fiori su un quaderno e andai a chiedere a mamma quando sarebbero tornati Kyle e papà.
Mamma stava leggendo, come ogni volta che papà non era in casa, il libro di poesie che le aveva regalato per il loro primo anniversario di matrimonio. Era seduta sul divano, le gambe piegate sotto di sé con le caviglie nude accavallate, aveva i capelli raccolti in un semplice codino e i lunghi capelli scuri erano ancora umidi dopo la breve doccia che aveva fatto dopo la sua oretta di 'jogging' nel bosco. Quando mi fermai a due passi dal divano e iniziai a schiarirmi brevemente la voce, lei alzò lo sguardo dal libro, così da puntare i suoi occhi scuri nei miei: «Dimmi, tesoro», mormorò, mentre chiudeva momentaneamente il libro, tenendo il segno con l'indice della mano destra, mentre con la sinistra mi indicava il posto libero accanto a sé.
Feci un profondo respiro e mi lasciai cadere pesantemente sul divano poi, dopo pochi secondi, lasciai che la mia testa scivolasse fino ad appoggiarsi sulla spalla spigolosa di mamma.
«Perché Kyle può andare a caccia con papà?», alzai una mano, bloccando ciò che mamma stava per dire: «Lo so che non sono ancora maggiorenne, quindi è pericoloso per me, ma mancano due mesi! Sono grande abbastanza e so badare a me stessa...»
La porta sul retro — che dava su una piccola veranda e l'orto della nonna — si aprì rumorosamente, facendomi perdere il filo del discorso, mentre mamma si alzava in piedi ed andava ad aiutare mio fratello, che sembrava stesse trasportando da solo un bufalo intero dalla strana espressione che aveva in viso.
«Aiuto», ansimò, mentre muoveva brevi passi verso la porta che dava sulle scale che portavano in cantina e lanciava occhiate imploranti a me e mamma. Io rimasi sul divano ad osservare la scena buffissima che mi si presentava davanti. Non avevo intenzione di muovere nemmeno un dito, indispettita. Se ero troppo piccola per andare a caccia, di conseguenza non mi reputavo nemmeno abbastanza grande per poter aiutare Kyle con il cervo che portava sulle spalle.
Comparve al fianco di mamma anche Edith che con gli occhi che le brillavano per l'emozione, applaudiva la forza di mio fratello e saltellava eccitata chiedendo a mamma quando avrebbe preparato il pasticcio di carne che tanto amava, o il polpettone, o anche solo semplicemente carne alla griglia.
Mamma cercava di aiutare mio fratello e contenere l'eccitazione di mia sorella come poteva, e quindi senza ottenere ottimi risultati su entrambi i fronti.
Alla fine decisi di prendere Edith in braccio e portarla nuovamente al suo disegno incompiuto a terra, chiedendole se avesse bisogno di una mano e ricevendo un'occhiata piena di gratitudine da mamma e Kyle.
Stavo per prendere il pennarello blu ed aiutarla a colorare il cielo, quando dalla porta entrò papà, seguito a ruota dal signor Picard e i suoi due figli, Michel e Francine. Edith, appena sentì l'odore di muschio e dopobarba di papà diffondersi nell'ambiente perse di nuovo interesse per il disegno e corse verso di lui per abbracciarlo.
Io invece mi limitai a salutare con una stretta di mano il signor Picard e con un annoiato: «Ciao, come va?» Francine e Michel, lui compagno di corso di mio fratello all'Università, quindi di un anno più grandi di me, lei invece sfortunatamente aveva la mia età ed ero costretta a sopportarla durante alcune delle lezioni che frequentavamo insieme a scuola.
«Tutto bene, tu?», chiese Michel, abbagliandomi con uno dei suoi sorrisi mozzafiato, mentre mi passava un braccio sulle spalle. Avevo avuto una lieve cotta per lui fino ai quattordici anni, poi avevo avuto il 'discorso' con mamma, durante il quale mi aveva spiegato tutto ciò che una ragazza lupo come me avrebbe dovuto sapere sulla propria natura, compreso cosa significava legarsi ad un maschio per la vita e la necessità di scegliere bene, perché da quella decisione non si poteva tornare indietro. Da quel giorno avevo cominciato a tenere le distanze da Michel, il mio ex migliore amico che sembrava essersi interessato a me troppo tardi, iniziando a dedicarmi nel tempo libero a seguire mia nonna ovunque andasse, per imparare da lei tutte le leggende e tradizioni del nostro popolo.
«Bene», risposi distrattamente, mentre cercavo con lo sguardo mamma che, appena tornata dalla dispensa stava dando un bacio sulla guancia a papà, appena riuscii ad attirare la sua attenzione le chiesi: «Dov'è la nonna?»
Kyle sbuffò: «Si sarà persa nel bosco come suo solito, conoscendola avrà come minimo perso la cognizione del tempo», si lamentò, mentre batteva il cinque con Michel e iniziava a vantarsi con lui del cervo appena abbattuto.
«Vado a cercarla», dissi, recuperando il mio cappotto, prima di uscire dalla porta sul retro. Nessuno mi fermò e iniziai a camminare verso il piccolo sentiero che, dopo pochi metri, portava direttamente negli ettari ed ettari di bosco che presto, a sentire mamma, sarebbero diventati zona protetta.
Avessi avuto abbastanza dimestichezza con la mia forma da lupo mi sarei trasformata per andare a cercarla, ma ancora mi era difficile mutare forma a comando, tranne quando mio fratello mi faceva arrabbiare, sfidandomi a batterlo; in tal caso ci mettevo meno di cinque secondi, un record personale. Forse apprezzavo tanto la compagnia di nonna perché anche lei, a causa della vecchiaia, faticava a trasformarsi in lupa, preferendo passare il suo tempo a passeggiare nei boschi, dove raccoglieva piante ed erbe medicinali che ancora non mi aveva insegnato a riconoscere, ribadendo più volte che avevamo tutto il tempo del mondo davanti a noi.
Quando il sentiero deviò a destra, invece di continuare in direzione del bosco, tagliai per il prato, affondando gli scarponi che avevo ai piedi nel fango e facendo attenzione ai cespugli di rovi, per evitare che qualche spina fastidiosa mi si conficcasse nella pelle.
Il giorno precedente aveva piovuto tutto il giorno, costringendo l'intera città a passare il sabato chiusa in casa. Nonna non aveva apprezzato molto la cosa ed era stata di cattivo umore per tutto il giorno, mentre Edith non aveva fatto altro che correre per casa, inseguendo Kyle o papà a turno, o chiedendo alla mamma di disegnare con lei. Io invece ne avevo approfittato per fare tutti i compiti scritti che mi erano stati assegnati per la settimana successiva, e avevo iniziato a leggere gli appunti per la verifica di letteratura inglese su Virginia Woolf e James Joyce, anche se con poca attenzione.
In realtà avrei dovuto leggere entro la fine delle vacanze di Natale, quindi un mese prima, un libro a scelta tra 'Gita al faro', 'La Signora Dalloway', 'Ulisse' o 'Gente di Dublino', ma avevo finito coll'entrare nella piccola biblioteca cittadina poco prima di Natale senza prendere nessuno dei quattro libri in prestito. Non che non mi piacesse leggere, semplicemente quelle trame non mi avevano incuriosito minimamente, così alla fine avevo deciso di cercarmi online la trama e l'analisi del romanzo più corto, quindi 'La Signora Dalloway'.
Per mia fortuna la mia migliore amica, Isabel, aveva letto, durante le vacanze di Natale, proprio 'La Signora Dalloway' e quindi si era gentilmente offerta di farmi copiare, nel caso ne avessi avuto bisogno. Speravo vivamente in realtà di non dover usufruire della sua gentilezza, dato che non era gradevole essere in debito con lei, soprattutto prima della festa del Plenilunio.
Venni bruscamente riportata alla realtà quando percepii un odore sconosciuto a meno di due chilometri da casa mia. Fino a pochi secondi prima c'era solo l'odore della nonna, la quale sentivo addirittura borbottare poco più avanti, poi il vento aveva portato quell'odore forte, maschile e vagamente gradevole che mi aveva fatto bloccare nel bel mezzo di una piccola radura.
Continuavo ad annusare l'aria che proveniva da est, da dove mi era giunto l'odore, ma sembrava essere scomparso letteralmente nel nulla. Mi voltai allora verso sud, poi ovest e infine nord, ma non riuscivo a percepire altro se non l'odore di nonna e quello di papà, Kyle, il signor Picard, Francine e Michel che erano passati da lì poco più di dieci minuti prima.
Cominciai a temere di essermi immaginata tutto, anche se continuavo ad avere una strana sensazione, così non persi ulteriormente tempo e decisi di raggiungere il prima possibile la nonna, che sembrava avercela con uno stupido fungo o qualcosa di simile.
Gli ultimi metri che mi separavano da lei li feci quasi di corsa, mentre continuavo a tenere ogni senso in allerta.
Quando vidi la nonna, accovacciata a terra che raccoglieva dei funghi e li metteva poi nel suo cestino di vimini, non potei fare a meno di pensare a 'Cappuccetto Rosso' e a sorridere dell'ironia della situazione.
«Nonna?», chiamai, mentre incrociavo le braccia al petto, per proteggermi da improvvisi brividi di freddo, e mi avvicinavo a lei: «Sembra che tu stia raccogliendo delle spugne», dissi, col sorriso sulle labbra, quasi del tutto dimentica dell'odore sconosciuto che avevo sentito poco prima, intenta com'ero a sbirciare sopra la spalla della nonna per aver una migliore visuale del fungo che aveva appena raccolto.
«Si chiama 'Spugnola', trovo che sia uno dei funghi più affascinanti che la natura ha da offrirci, tu che ne pensi, Diana?», disse, porgendomelo, così da permettermi di vederlo meglio.
«Sembra un alveare», mormorai, sfiorandolo affascinata: «Ha un buon odore».
Nonna annuì e sorrise, mettendo ancora più in evidenza la ragnatela delle sue numerose rughe: «Spero che tu sia venuta a cercarmi perché è ora di cena, Diana; ho proprio una fame da lupi».
Ridemmo insieme della sua battuta poi le presi il cestino di mano, per aiutarla, anche se lei non ne sembrò contenta, e ci incamminammo insieme verso casa.
Per quanto cercassi di mostrarmi rilassata e spensierata, rimasi coi sensi all'erta per tutto il tragitto di ritorno, pronta a fiutare o a udire qualsiasi cosa sospetta, ma non incappammo in nulla di vagamente pericoloso o equivoco. Il bosco era calmo, quel tipo di calma che non preannunciava nulla di male; gli uccellini cinguettavano, il cuculo cantava il suo monotono richiamo, il vento trasportava odore di resina, pini e umidità, e in lontananza un cane abbaiava.
Quando uscimmo dal bosco tirai un involontario sospiro di sollievo. Non amavo essere colta alla sprovvista, odiavo le sorprese e sentirmi debole; tutte cose che avevo provato sentendo quell'odore sconosciuto nel bosco. Ma se c'era una cosa che odiavo ancora di più era non essere creduta.
Ecco perché quando entrammo in casa e mamma ci invitò a lavarci le mani e a sederci per mangiare, non dissi nulla dell'odore sconosciuto che avevo sentito, certa che avrebbero finito per non credermi.
Ero io la prima a non essere sicura di ciò che avevo percepito, quindi prima di parlarne con i miei genitori volevo assicurarmi che quell'odore esistesse davvero e non fosse stato solo il frutto della mia immaginazione.
Solo quando uscii dal bagno, dopo essermi lavata le mani, mi resi conto che il signor Picard, Francine e Michel non erano andati via ma, anzi, mamma aveva messo la prolunga al tavolo e aveva aggiunto tre piatti per loro.
Feci di tutto pur di non stare vicino a Michel e Francine; avrei preferito sorbirmi due ore di discorsi noiosi da adulti piuttosto di dover stare a meno di un metro da loro, ma il destino - quel crudele burlone - mi fece finire proprio tra loro due.
Il brutto di tutta quella faccenda era che io e Francine non ci potevamo proprio vedere. Il nostro odio reciproco derivava da stupide scaramucce risalenti al periodo delle scuole medie, che poi erano diventati veri e propri dispetti, poi disprezzo reciproco, farcito da una buona dose di insulti non molto velati e infine lotte all'ultimo sangue - interrotte sempre per sfortuna da Kyle o Michel - ogni volta che ci trovavamo entrambe sotto forma di lupo. Lei era convinta - erroneamente - che io fossi interessata a suo fratello e per questo mi odiava ancora di più, io ero convinta - giustamente - che lei fosse interessata a mio fratello e per questo la tenevo d'occhio.
Non mi sorpresi quindi se 'accidentalmente' mi finì addosso un bicchiere colmo di coca cola che le era scivolato 'per sbaglio' di mano, così come lei non si stupì quando sbagliai la mira - mentre le riempivo il piatto di pasta al sugo - facendole finire metà degli spaghetti sulle gambe.
Mamma, papà e il signor Picard non sembravano accorgersi di nulla, troppo intenti a discutere "del bene del branco", mentre nonna continuava ridere sotto i baffi ogni volta che ci facevamo i dispetti e Kyle e Michel ci guardavano come se fossimo state coetanee di Edith.
Per fortuna mio fratello salvò, o almeno ci provò, la situazione prima che questa diventasse insostenibile e decise di far sedere nostra sorella tra Francine e me. All'inizio ero entusiasta dell'idea, convinta che in quel modo la serata sarebbe migliorata, ma mi sbagliavo; da quel momento in poi Michel iniziò a prendersi libertà che io non sarei mai e poi mai stata disposta a concedergli.
All'inizio Michel si limitava a passarmi le pietanze o a riempirmi il bicchiere con fare molto servizievole, cosa che in fin dei conti apprezzavo, ma dopo i primi cinque minuti di pacifica convivenza cominciai a sentire una mano di troppo sulla mia coscia e dato che le mie le stavo usando per tenere forchetta e coltello e quelle di mie sorella erano ben visibili sul tavolo, l'unico che avrebbe potuto osare tanto poteva essere solo il ragazzo alla mia destra.
All'inizio mi limitai a lanciargli un'occhiata di fuoco che avrebbe fatto desistere anche un grizzly, poi, una volta appurato che era più stupido di quanto pensassi decisi di contrattaccare e 'accidentalmente' mi ritrovai con la forchetta impiantata sul dorso della sua mano - quella che continuava ad importunare la mia gamba.
Michel, con una forza di volontà che non pensavo possedesse non urlò o cambiò minimamente espressione - anche se le lacrime agli occhi erano ben visibili - e si limitò semplicemente a togliere la mano e a lasciarmi in pace per il resto della serata.
Kyle decise di tirare fuori l'unico argomento possibile durante una cena in cui erano presenti dei genitori: la scuola e i professori. Non credevo esistesse tema di conversazione più deprimente, soprattuto se discusso la domenica sera, quando a separarmi dall'agonia delle lezioni c'erano solo poche ore di sonno.
Michel iniziò a lamentarsi della sua professoressa di chimica, Francine si limitava a dargli ragione e Kyle guardava me con disapprovazione perché non stavo contribuendo in nessun modo a tener viva la conversazione. Così, sentendomi un po' in colpa, assecondai mio fratello e iniziai a parlare della verifica su Woolf e Joyce e di quanto a mio parere fosse inutile e altre sciocchezze simili, che mi sentii in dovere di dire per non passare per una guastafeste.
«Noi invece abbiamo iniziato le poesie di Frost l'altro giorno», disse Kyle, mentre io aiutavo Edith a tagliare la bistecca che aveva nel piatto.
L'idea che fossimo solo al secondo e che ci mancassero ancora un paio di portate prima di poter salutare la famiglia Picard, augurando loro la buona notte, mi faceva solo deprimere ancora di più, soprattutto se alla mia destra Michel continuava a lanciarmi occhiate da pesce lesso.
Uno dei maggiori motivi per cui avevo deciso di non lasciarmi abbindolare dai suoi modi gentili da lupetto innamorato, oltre al fatto ovviamente che era troppo insistente per i miei gusti, era Isabel; la mia migliore amica era innamorata di Michel da quando avevamo quattro anni e giocavamo a rincorrerci nel parco mentre le nostre madri instauravano un grande rapporto di amicizia.
Abbassai lo sguardo al ricordo della signora Picard che ci aveva lasciato già da cinque anni, sentendo una forte stretta all'altezza dello stomaco al ricordo dei suoi modi gentile e la sua erre moscia che faceva sempre ridere sotto i baffi Kyle e me. Quando guardavo Michel o Francine non potevo fare a meno di scorgere, a volte, un'espressione di smarrimento nei loro sguardi, come se ancora non avessero superato la perdita. Era in casi come quello che il mio odio nei confronti di Francine veniva sostituito da un forte sentimento di pietà, cosa che Francine detestava.
«Diana?», mi chiamò mio fratello, muovendomi la mano sotto gli occhi per farmi tornare alla realtà. Abbozzai un sorriso e scossi appena la testa: «Scusate», dissi, rincominciando a mangiare: «Mi ero incantata».
«Sicura di stare bene?», mi chiese Michel, appoggiando una mano sulla mia spalla, accarezzando la mia pelle esposta in modo inopportuno. Il contatto con la sua pelle calda sarebbe anche stato piacevole se non fosse stato per il modo lascivo con cui mi fissava.
Mi voltai verso di lui e ringhiai appena, mettendo in mostra i canini per fargli capire che non stavo apprezzando il suo tocco.
La stanza cadde all'improvviso in un silenzio pieno di tensione, mentre Michel scopriva a sua volta i denti e stringeva la presa sulla mia spalla con un gesto possessivo che non apprezzai.
Mi alzai di scatto, liberandomi dal suo tocco: «Non osare mai più toccarmi», ringhiai, furiosa, prima di lasciare la stanza e dirigermi con passo sostenuto verso la mia camera da letto.
L'ultima occhiata che rivolsi alla tavolata mi rivelò il sorriso compiaciuto di Francine e quello curioso di nonna, mentre tutti gli altri mi fissavano come se mi fosse spuntato all'improvviso un terzo occhio.
Non era un segreto di stato che i miei genitori e il signor Picard avrebbero visto di buon occhio un'unione tra me e Michel e, malgrado i miei continui tentativi di fare capire a tutti che tra me e lui non ci sarebbe mai stato nulla, loro sembravano non sentire.
Sbattei la porta della mia camera alle mie spalle e mi lasciai cadere sul letto, portandomi un braccio a coprirmi il volto, per proteggermi dalla luce accesa della stanza. In momenti come quello avrei voluto avere un alleato che non fosse la nonna, che, malgrado fosse l'elemento più anziano della famiglia, non sempre veniva presa in considerazione.
Nonna Diana avrebbe compiuto centoquaranta anni a Novembre.
Grazie alla nostra natura, ci era possibile vivere più a lungo rispetto agli umani e non sempre dimostravamo la nostra vera età.
Malgrado i quasi tre lustri, per esempio, nonna dimostrava appena ottant'anni.
Io invece avevo diciassette anni, ma ne dimostravo quindici, quando ero fortunata; il primo giorno di liceo, ricordavo che la professoressa di matematica pensava che fossi una bambina delle medie che aveva sbagliato edificio. Francine, che sembrava invece sempre più grande rispetto alla sua età, mi aveva preso in giro per mesi.
L'unica cosa che mi rassicurava, quando pensavo alla mia età, era che entro due mesi sarei stata maggiorenne e quindi in grado di cacciare la mia prima preda e dimostrare che, anche se dall'aspetto non sembravo forte o matura, ero in grado di cavarmela egregiamente da sola.
Non avevo bisogno di nessun uomo-lupo che mi facesse la corte per poi fare di me una "sforna-cuccioli". Non che disprezzassi la vita di mamma o non volessi avere dei bambini in futuro, ma non ero disposta a lasciarmi sottomettere. Michel voleva solo e soltanto mostrare di essere un vero maschio, in grado di conquistare qualsiasi femmina avesse voluto, ma con me non avrebbe funzionato, poteva starne certo.
Abbandonai il letto per sedermi alla scrivania e accendere il pc, nella speranza che anche Isabel fosse attaccata al computer e avesse voglia di chattare un po' con me su Skype.
Mentre il computer si accendeva non potei fare a meno di studiare il mio riflesso sbiadito attraverso lo schermo illuminato. La mia attenzione venne catturata, come ogni volta, dalle mie iridi eterocromatiche e dal leggero brillio dei due anellini che portavo all'orecchio sinistro. Studiai prima l'occhio color grigio chiaro, per poi passare a quello color nocciola, chiedendomi perché proprio io dovessi avere un difetto così vistoso e non la perfetta Francine, con la chioma bionda sempre curata e impeccabile e gli occhi verdi e brillanti come smeraldi.
Sbuffai, distogliendo lo sguardo dal computer per guardare il buio oltre la finestra chiusa della mia camera. Sapevo che dovevo alzarmi e andare a tirare giù le tapparelle, ma le mie gambe al momento erano pigramente comode e desiderose di restare dove si trovavano, così rimandai l'ingrato compito a dopo.
Inoltre ero ancora troppo furiosa per ciò che era successo e se mi fossi avvicinata alla finestra avrei finito con l'aprire le ante e buttarmi di sotto per poi correre e correre, fino a quando non avessi perso la strada di casa o il fiato nei polmoni.
Michel non aveva mai fatto una cosa simile, non si era mai comportato come se fossi qualcosa di più di una ragazzina con cui flirtare nel tempo libero e non riuscivo proprio a concepire perché avesse reagito in quel modo assurdo.
Quando il computer si accese sulla homepage, distolsi lo sguardo dalla finestra e aspettai che si aprisse automaticamente Skype. Per essere sicura di avere la mia amica dall'altra parte dello schermo pronta a rispondermi e a rassicurarmi decisi di mandarle un messaggio col cellulare e chiederle se fosse collegata o meno. La sua risposta mi arrivò su Skype:
Isabel: «Ciao, tesoro, certo che sono collegata. Mi sto guardando l'ultima puntata di Shameless della quarta stagione, dato che mi avevi ordinato di mettermi in pari ;) Tu invece? Come mai già attaccata al computer? Di solito non ceni a quest'ora?»
Sorrisi involontariamente, mentre m'immaginavo la mia migliore amica avvolta in una pesante coperta e mezza coricata sul letto, magari con una ciotola di popcorn accanto a sé e una lattina di CocaCola - che ancora miracolosamente non le era scivolata - stretta in una mano. Era domenica sera, quindi me la immaginavo struccata e con i capelli ancora umidi a causa della doccia appena fatta.
Diana: «La cena è stata un completo disastro, dovessi scriverti tutto quello che è successo in chat non finirei più. Ti racconto poi domani, avevo solo voglia di chiacchierare un po' e calmarmi...»
Isabel: «Chi ti ha fatta arrabbiare? Chi ha osato strappare il sorriso dal tuo bel faccino? :(»
Risi alle sue parole, scuotendo appena la testa mentre me la immaginavo avvicinarsi ancora di più allo schermo del computer, quasi fosse il modo migliore per estorcermi maggiori informazioni.
Diana: «Domani ti dico tutto. A te com'è andata la cena?»
Isabel: «Noiosa come al solito... Ho un'idea: vieni a trovarmi e raccontami tutto subito! Tanto non sarebbe la prima notte che sgattaioli fuori dalla finestra per venire a importunarmi! Questa volta sono addirittura consenziente ;)»
Ci pensai per giusto due secondi prima di chiudere di scatto il computer e mettermi gli scarponcini ai piedi. Per correttezza nei confronti dei miei genitori scrissi un biglietto che lasciai sopra la scrivania: "Sono da Isabel, torno per le undici. Buona notte".
Dato che faceva piuttosto freddo la notte optai per un cappellino, giacca di jeans con l'interno in sherpa e guanti a mezze dita. In realtà, essendo una ragazza lupo il freddo non era qualcosa che percepivo come un comune essere umano, ma tendevo sempre a vestirmi a seconda della temperatura esterna; in parte per non attirare inutilmente l'attenzione, in parte per abitudine.
Aprii la finestra e mi accucciai sul davanzale prima di spiccare un balzo e appendermi ad uno dei rami della quercia davanti casa, dal quale mi calai facilmente a terra.
L'agilità era una delle cose che amavo di più del mio essere una ragazza lupo, certo, se mi fossi trasformata, sarei stata ancora più agile e scattante che in forma umana, ma anche così avevo numerosi vantaggi rispetto agli umani.
Prima di sfrecciare via lanciai una veloce occhiata alla luce accesa del salotto e, incuriosita, mi fermai a sentire cosa stessero dicendo in mia assenza e per accertarmi che non mi avessero udita mentre fuggivo da camera mia. Nonna stava ridendo con gusto, mentre mamma cercava in tutti i modi di farla stare zitta, per lasciar parlare il povero Michel. Non potei fare a meno di sorridere, la risata di nonna era contagiosa.
Dopo pochi secondi, per la gioia di mamma, il povero Michel riuscì a prendere la parola: «Signor Wood, mi dispiace per ciò che è successo poco fa. Avrei voluto parlargliene prima, ma pensavo che sarebbe stato meglio avviare il discorso con Diana e poi aggiornarla sugli sviluppi... Non voglio girarci intorno, le dirò la verità: Diana mi piace e vorrei avere da lei il permesso di poterla corteggiare e, in futuro, la sua benedizione per fare di sua figlia la mia compagna per la vita».
A quelle parole persi un battito e la mia bocca si spalancò, pronta a diventare il rifugio dei numerosi moscerini che mi ronzavano intorno.
No, non poteva aver chiesto a mio padre di...
Senza pensarci due volte cominciai a correre verso il bosco, percorrendo il sentiero che due ore prima mi aveva portato a due passi dalla nonna. Avrei dovuto fare un'altra strada per arrivare più in fretta da Isabel, ma avevo bisogno di schiarirmi le idee e correre in quel momento mi sembrava la soluzione migliore.
C'era stato un tempo in cui sentire quelle parole uscire dalla bocca di Michel mi avrebbe fatta saltellare di gioia e ridere come una stupida. Ora invece tutto quello che riuscivo a sentire era una forte stretta di panico all'altezza dello stomaco e la voglia di fuggire da tutto e tutti. Non riuscivo a capire perché lui si fosse accorto di me proprio in quel momento e - domanda da un milione di dollari - perché io? Perché non poteva corteggiare Isabel? Lei ne sarebbe stata felicissima!
Quel pensiero mi fece fermare nel bel mezzo della foresta.
Non potevo andare da Isabel e dirle tutto, mi avrebbe odiata, forse non subito, ma nel giro di un paio di giorni, quando si sarebbe resa conto che il suo sogno di diventare Mrs. Picard era svanito nel nulla come una goccia d'acqua evaporata al sole, avrebbe iniziato ad odiarmi.
Appoggiai la schiena al tronco di un albero ricoperto da muschio ed edera, mentre cercavo di regolarizzare il respiro e il battito impazzito del mio cuore.
L'unica cosa che mi rassicurava era che non poteva fare di me la sua compagna per la vita fino a quando non avessi raggiunto la maggiore età, quindi avevo poco più di due mesi per inventarmi qualcosa, qualsiasi cosa ed evitare che...
Una fredda folata di vento proveniente da ovest mi colpì dritta in faccia, portando con sé l'odore sconosciuto che quel pomeriggio avevo sentito per la prima volta.
Non ci pensai più di tre secondi ed iniziai a inseguire quell'odore fino a quando non mi fermai di scatto davanti ad un abete che era impregnato dall'odore di urina. Qualcuno aveva marcato il territorio all'interno del perimetro controllato dal mio branco, qualcuno che non era mio padre, l'Alpha. Ringhiai appena, prima di annusare l'aria alla ricerca della pista da seguire. Tutto quello che riuscivo a sentire però era l'odore forte e maschile dell'urina fresca che si trovava ai miei piedi.
Una cosa era certa: chiunque avesse lasciato quel ricordino cercava la morte.
***
Ciao popolo di Wattpad!
Spero che il primo capitolo di questa storia vi sia piaciuto e vi abbia incuriosito abbastanza da continuare.
Pian pianino verrano svelati maggiori dettagli su Diana, cosa comporta essere una ragazza lupo e tanto altro ancora!
Se avete tempo, gradirei mi faceste sapere con un commento cosa pensate della storia (critiche e domande sono sempre ben accette), e ovviamente se ritenete che la storia lo meriti, fate brillare la stella e aggiungete questa storia ai vostri elenchi di lettura!
Un bacio,
LazySoul_EFP
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