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We Are Just Like a Tragedy.. [If We Were Villains] Pt.1

Libro: If We Were Villains (Non È Colpa della Luna)
Personaggi: James Farrow/Oliver Marks, Alexander Vass, Richard Stirling.

|Spoiler per l'intero libro|

***

Fissavo con occhi velati da lacrime la figura di James al di fuori della sua cella di prigione.
Lui era lì, seduto su una sedia, con lo sguardo puntato per terra, l'aria tra noi due piena di amarezza, solitudine e una sensazione di vuoto e persistente dolore- che non sembrava mai lasciare l'atmosfera le volte- in un lento e stressante ritmo di diminuzione- che veniva a visitare in carcere la mia cella.

Passarono alcuni minuti di silenzio, che mi faceva male al cuore. Desideravo parlargli. Desideravo avere di nuovo una conversazione normale con lui, chiacchierare spensieratamente, discutere di Sheakespeare, o anche semplicemente rivorgliergli un sorriso. Uno di quei sorrisi che avevo sempre stampato sul volto quando James doveva recitare ed entrare nella sua parte, quando saliva sul parco, o di quando noi due passavamo dei pomeriggi insieme a discutere delle parti assegnataci per gli spettacoli, o cosa ci avrebbe aspettati il giorno dopo.

Dio, se volevo osservare ancora il viso di James come lo facevo una volta. Studiare ogni minimo ed insignificante particolare, i suoi occhi un tempo pieni di passione, gioia, amore e compassione- che adesso sembravano solo due pozzi pieni di tristezza e malinconia, se li si osservava da vicino. Osservare i suoi movimenti quando recitava, focalizzarsi sulle sue interpretazioni dei personaggi- ognuna delle quali mi faceva ogni volta scattare all'interno del cuore qualcosa. Qualcosa di cui a quei tempi, e durante tutti i quattro anni a Dellacher, non ero ancora a conoscenza- o meglio, di cui non riuscivo a capire esattamente il significato. 

Mi ricordo ancora di quella volta, al terzo anno, di quando avevo fatto una prova per il ruolo di Ferdinand dall'opera di Sheakespeare La Tempesta- più precisamente una delle scene romantiche, in cui però le parti di Miranda erano tagliate fuori. Non mi sentivo affatto a mio agio e quasi messo all'angolo per questa mia audizione, di solito non era usuale per me interpretare scene d'amore negli spettacoli. Ah, l'amore...la mia stessa vita era così vuota di questo sentimento che non avevo niente di reale a cui attingere- non ero nemmeno abbastanza affascinante per essere mai scelto per il ruolo iconico del giovane ed affascinante principe. Era sempre stata una specie di intrusione nei confronti di James. Lui era così bello e dai lineamenti delicati- descritto da Meredith una volta come un principe Disney-, la persona più attraente fra tutti noi studenti. Se avesse interpretato Ferdinand avrebbe sicuramente rubato la scena e tutto il pubblico sarebbe rimasto incantato dalla sua interpretazione.
La pressione che avevo quel giorno era tanta. Alexander aveva le sopracciglia inarcate, lo sguardo curioso e quasi sfuggente al mio stesso occhio, adagiato comodamente al suo posto e con l'aria tranquilla. La sua bocca era curvata leggermente all'insù. Richard mi scrutava con un'aria seria ed impercettibile, quasi privo di una reale espressione, pronto a giudicarmi e a trovare delle imperfezioni- come faceva sempre. Era seduto accanto ad Alexander, forzato prima da Filippa, una mano che si sistemava i capelli già estremamente ordinati.
Ed infine c'era James. Mi osservava con un sorriso incoraggiante, la testa leggermente inclinata. Era l'unica persona nell'auditorium che non mi faceva sentire completamente inadatto al ruolo, che mi avrebbe comunque sempre aiutato e spinto a fare il meglio di me.

Non dovevo lasciarmi prendere dal panico. Ferdinand, come si poteva osservare dalle sue battute, era veramente in stretto contatto con le sue emozioni e sapeva esattamente cosa dire, nel modo più aperto possibile- ed è per questo che Miranda, la sua amata, nell'opera, sapeva che l'uomo era davvero sincero.
Presi un leggero respiro e chiusi per alcuni istanti gli occhi, focalizzandomi sulla scena. Immaginai anche Miranda, come la ragazza più bella che avessi mai visto, di fronte a me, mentre aspettava che iniziassi a parlarle.
Quando riaprii i miei occhi ed cominciai a recitare le mie battute, il mio sguardo restò per tutto il tempo fisso su James. Non osavo guardare Alexander o Richard, come se fossero direttamente spariti dalle loro sedute- non riuscendomi nemmeno esattamente ad immaginarmi le loro espressioni. Le parole continuavano oramai ad uscire dalla mia bocca come una cantilena chiara e squillante, un'intonazione sicura, gli occhi puntati sempre sulla stessa persona. Mi sembrò ad un certo punto di confondere James con Miranda, e parlagli diretto nella sua direzione con una passione che non avevo mai espresso prima di allora, gesticolando in alcuni punti per fare risaltare più chiare le battute. Il mio tono passava dal deciso al gentile, più confidente, amorevole ed intriso di compassione. Notai che in uno o due momenti James aveva abbassato lo sguardo, i suoi occhi affievoliti ed il sorriso comunque appariscente sul suo volto, ma...aveva un'aria quasi sofferente. Quasi confuso, o impaurito dalla mia recitazione. Era come se il mio monologo gli stesse aprendo una ferita- in un modo non troppo doloroso, ma lento ed esasperante- e che alcune parole stessero per urtarlo in un modo fisico. Tornò in ogni caso ad osservarmi, torturandosi continuamente le mani, lisciandosi il tessuto della giacca più volte. Lui continuava a sorridermi.
Quando finii di parlare, stesi per qualche secondo un braccio nella direzione di James. Realizzai solo dopo il mio quasi automatico gesto, ed imbarazzato, lo tirai velocemente indietro. Mi focalizzai di nuovo su Richard e Alexander. Alex stava applaudendo, un sorrisetto spuntava sul suo viso.
Richard, invece, non applaudì o sorrise. Annuì in modo assente, incrociando le braccia strette al petto. Si limitò a squadrarmi dall'alto in basso, con un'aria stranita e leggermente disgustata, continuando a socchiudere gli occhi scuri ed intensi, che sembravano volermi analizzare in modo scrupoloso. Lanciò uno sguardo a James, e la sua espressione si tramutò direttamente in una smorfia infastidita.
James e Alex si complimentarono con me, ma mi ricordo che l'unica cosa che fece Richard fu scoccarmi altri sguardi innervositi.
L'unica cosa che mi disse quel pomeriggio fu <<Spero che la cosa non sia esattamente come la sto vedendo io. Spero di sbagliarmi, Oliver. Che voi due non...lo sai. Ma rendere tutta questa situazione fottutamente imbarazzante come fate sempre voi due...> gesticolò nella mia direzione, poi quella di James, scosse la testa, si voltò e si incamminò altrove, quasi sbattendo i suoi piedi sul pavimento.
Non avevo del tutto capito cosa voleva intendere Richard, ma ovviamente potevo intuirlo.
Alexander mi rivolse una breve occhiata, forse dispiaciuta, forse comprensiva, e sospirò in un modo che non riuscii bene ad interpretare. Guardò per un attimo James, al suo fianco, che intanto fissava il palco non guardandomi dritto negli occhi. Le sue guance erano colorate da un chiaro rossore messo in risalto dalle luci del teatro, ma decisi di non dare troppa importanza al fatto. Il giorno dopo non parlammo dell'audizione, ma evitammo del tutto l'argomento in generale. Forse era meglio così.

Tesi una mano verso le sbarre della cella, proprio come avevo fatto quel pomeriggio del terzo anno. Mi tremavano le dita, e feci un breve movimento verso James, quasi a volerlo afferrare. Volevo tenerlo stretto a me. Dirgli che andava tutto bene, mentirgli, e sussurragli che sarebbe tornato tutto come prima un giorno. Volevo passargli le mani nei capelli, consolarlo, alleviare anche per pochi minuti tutta la pressione ed il senso di colpa che aveva addosso.
Quando sollevò lo sguardo e lo rivolse a me, i suoi occhi erano pieni di lacrime. Scorrevano piano sul suo bel viso, percorrendo la candida guancia. Sbatté le ciglia bagnate e delicate, poi respirò in modo tremolante. Si strinse con una mano la sciarpa grigia che aveva intorno al collo, poi si avvicinò piano a me, nel limite che poteva permettersi.
Ci fissamo per momenti che sembrarono eternità, e poi finalmente, con voce rotta e ridotta quasi ad un lieve sussurro, James mi parlò.

<< Oliver...non so più cosa fare senza di te. È come se ogni mattina mi mancasse il fiato, non potessi respirare. Ti penso. Ti penso sempre, sai. Penso al fatto che tutto questo, è per colpa mia. Se non avessi...se io non avessi...>> gli mancò la voce, ed un singhiozzo risuonò sonoro nell'atmosfera.

Mi sporsi e provai a prendergli una mano. Lui si ritirò. Guardai desolato e con la mente annebbiata la sua espressione, la bocca piegata, ogni tanto si mordicchiava freneticamente il labbro inferiore in modo talmente energetico da farsi uscire un rivolo di sangue.

<<James. Ehi, James. Perfavore. Mi puoi dare la mano? Fidati- non ti voglio urtare o->>

<<Oliver, tu non mi faresti mai niente. Il problema qui sono io. O siamo entrambi. Non riesco più a decifrare o dare un preciso significato ai miei pensieri. Sono tutti sfocati o non hanno senso da quando sei in prigione. Credo di stare impazzendo. Comunque sia, ho una cosa chiara.>> mi rivolse uno sguardo più doloroso di un colpo diretto al cuore. Curioso come gli occhi a volte si rifiutano di mentire come possono fare le parole che escono dalle nostre bocche. Mi limitai ad osservarlo.

<< Quando ero a Dellecher, Oliver, o mio caro Oliver, ero sempre in un costante stato di crisi morale. Non solo un panico momentaneo- ma una specie di ininterrotto stato di terrore. Abbiamo spesso parlato di Macbeth in termini di colpe, non è così? La colpa guidò Lady Macbeth alla pazzia, e poi a commettere omicidio dopo omicidio...pensavo ogni volta al fatto, io stesso, come Macbeth, di essere punito per...quello che avevo fatto. E questa paura, era quello che mi disfaceva. Ero terrificato tutte le volte e odiavo quella sensazione. Non che ora non lo sia, Oliver. Immagina di entrare in una discussione con qualcuno, iniziare a piangere, odiarti per lasciare mostrare quella tua debolezza, e poi iniziare a piangere ancora più furiosamente per il disprezzo che provi per te stesso. Era una specie di luogo emotivo dove ho vissuto per mesi- ed era il punto dove avevo paura di spezzarmi di più rispetto a tutte le altre cose. E tu, Oliver...>> allungò, a sua volta, due dita verso di me. Sfiorò una guancia ormai bagnata dalle mie lacrime e continuó.

<< Avevo paura di perderti. Ero terrorizzato da quel fatto. Sei la persona con cui mi sono sentito per la prima volta me stesso, che mi ha sempre ascoltato, ed ero impaurito, di nuovo, impaurito da morire che tu avessi potuto scoprire la verità. Ma ero anche furioso con te, sai? Di te e Meredith. Dall'occasione del party di Casare. Del fatto che ti stavi complicando ancora di più la situazione con lei quando avevi già creato tutti quei danni. Avevamo. E continuavo ad essere furioso con me stesso. Per essere così spaventato. Ma non potevo e non volevo lasciarti andare così, in quel modo, e Oliver...>> fece un sorriso storto, non rassicurante ma che provava ad esprimere una vecchia sensazione di conforto. << Noi due siamo sempre stati sempre stati un casino, non è vero? Come...personaggi delle opere di Shakespeare. Incontrarti mi ha cambiato la vita, ma credo proprio di doverti lasciare andare. Non credi?>> si passò una mano tra i capelli arruffati. Afferrò di sua spontanea volontà le mie mani e le baciò entrambe, poi emise un sospiro malinconico.

<< Aspetta.>> mormorai, quasi balbettando.
<< So che la paura e la rabbia non sono mai lontane le une dalle altre, e che spingono la gente a compiere anche atti terribili. Però...noi due...possiamo ancora sistemare->>

<< Oliver. My Worthy Prince. Vorrei tanto trovare una soluzione a tutto questo. Però...forse le cose fragili non sono fatte per stare insieme >> Indicò sè stesso, poi mise una mano sul mio cuore. Lo sguardo che in quel momento ci scambiammo, sembrò racchiudere tutte quante le frasi che ci eravamo voluti dire da sempre.
<< Ancora non lo so. Ma noi due siamo veramente molto fragili e delicati. Differenti, ma con tratti e passioni simili che ci hanno spinto a legare il rapporto che abbiamo custodito durante i nostri quattro anni di studio. Io...non credo di essermi mai sentito legato ad una persona come ho fatto con te. Il mio migliore amico. Il mio ascoltatore preferito. Il mio...>> gli mancarono per un attimo le parole, ed abbassò di nuovo lo sguardo per terra, temendo forse di osare troppo con le parole. Cosa eravamo precisamente io e James? Non so se un termine preciso ci avrebbe potuto descrivere. O forse si.

<< Oliver. Promettimi solo una cosa. Non ti scordare di me, ok?>> sorrise ancora per un attimo. Lasciò le mie mani e si alzò in piedi, guardandomi come se fossi l'unica cosa visibile nel suo mondo.
<< Non potrei mai fare una cosa del genere. Sei per caso fuori di testa? Comunque non dire così, io->> scattai immediatamente in piedi, come un riflesso automatico, e feci per continuare la mia sentenza, quando lui mi interruppe un'altra volta.

<< Oliver.>> chiamò un'ultima volta James, portandosi una mano alla bocca.
<< Ti prego, Oliver. Non dimenticare. Di tutto. Love or hate me, both are in my favor...if you love me, I'll always be in your heart. If you hate me, I'll always be in your mind. >>
Se ne andò senza salutare, lacrime che scendevano ancora lucide sul suo viso. Se avessi potuto rispondergli- se solo ne avessi avuto il tempo- gli avrei detto che non c'era altra persona al mondo che amavo più di lui.
Ma forse eravamo proprio come le tragedie del nostro amato Sheakespeare. Destinati a rimanere separati.

***

Nota autrice:
Hi. Se c'è qualcuno che ha letto questo libro, questo capitolo è per voi. Vi amo comunque. Scusate l'angst, però questi due mi fanno provare sono dolore (ci sarà una parte due con un happy ending- che scriverò il più verosimile possibile al finale del libro. Ho fatto molti collegamenti e alla fine mi sono creata la mia teoria sulla "morte" di James" Così questa si applicherà nella parte due-) Maledetto Sheakespeare smh
Comunque sia, spero vi sia piaciuta- e niente, vi lascio :3

-Liz

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