Prologo
Driin driin driin…
La sveglia mi ridestò di soprassalto interrompendo le immagini di un sogno meraviglioso.
Cavolo, proprio stamattina dovevo svegliarmi così presto?!? Erano mesi che non dormivo così bene!
Mi sporsi appena sul comodino per spegnere l’allarme fastidioso e dare un’occhiata all’orario.
Ho tutto il tempo del mondo, pensai, perché non ho puntato la sveglia un po’ più tardi? Maledetta ansia!
Poco a poco che i residui di sonno e gli strascichi delle immagini oniriche andavano abbandonando le mie tempie però, iniziai ad essere scossa da una strana agitazione.
“Chissà se farò bella figura” dissi a me stessa dirigendomi verso il bagno “e se non dovessi essere all’altezza delle aspettative?”.
Miliardi di pensieri iniziarono ad accumularsi nella mia mente entrando nel box doccia.
L’insicurezza era stata una costante della mia vita: ogni volta che riuscivo a raggiungere un risultato importante come la laurea con il massimo dei voti, tendevo a pensare che i professori fossero stati troppo buoni nei miei confronti e che, in fin dei conti, non ero tutto questo gran genio.
Il punto è che tendevo a richiedere il massimo da me stessa e quel massimo non era mai abbastanza.
Attivai la mia playlist preferita prima di azionare il getto d’acqua che non tardò a scendere gelido facendomi imprecare.
Dannazione, possibile che in quella catapecchia non ci fosse nulla di funzionante?
Ahimè, i mini-appartamenti per studenti fuori sede sono spesso e volentieri dei ruderi fatiscenti che si reggono in piedi non so per quale miracolo del cielo. La posizione era incredibilmente comoda, per carità, distante appena 5 minuti dal campus universitario, ma gli infiniti problemi che di settimana in settimana mi andava creando, iniziavano a farmi pentire di non aver scelto la vita da pendolare.
Un attimo dopo, però, ripensandoci con attenzione, l’idea di tornare a casa di mamma e papà stravolgendo nuovamente tutte le mie abitudini e perdendo la libertà che mi ero costruita nel corso di quei 5 anni, mi facevano pensare che, in fondo, quel buco di casa non era poi tanto male.
Ero andata a vivere da sola appena terminato il liceo, a 19 anni. Per chi come me nasce senza quirk, la vita è leggermente più complessa, almeno per quanto riguarda le scelte da compiere rispetto al proprio futuro. Non avendo a che fare con l’ardua decisione di diventare o non diventare un Hero, si apre davanti a te un ventaglio pressocché infinito di possibilità.
Non fu difficile per me scegliere a quale facoltà iscrivermi, dato che per tutte le superiori avevo avuto le idee incredibilmente chiare su cosa volessi diventare da grande. Per cui, ignorando le perplessità e le critiche dei miei che volevano diventassi un medico o un avvocato, scelsi la psicologia clinica.
Riuscii a laurearmi completando il corso di studi in cinque anni spaccati portandomi a casa il massimo dei voti. Non che fossi una secchiona, sia chiaro! Anzi, potrei dire di essermela oltremodo spassata nel corso dei miei anni universitari.
Il punto è che amavo profondamente ciò che studiavo e non vedevo l’ora di poterlo mettere in pratica.
Uscendo dalla doccia l’ansia iniziò a prendere il sopravvento sul mio stomaco. Ancora avvolta nell’accappatoio, rovistai nel mio zaino alla ricerca della busta di tabacco. Portai un filtrino alle labbra quando mi accorsi di aver finito le cartine.
“Cazzo!” esclamai “Sei davvero una deficiente, Ikeda Jun! Come diavolo ti viene in mente di affrontare il tuo primo giorno di tirocinio post-lauream senza le tue sigarette?!”.
Riposi il tabacco nello zaino promettendomi di passare a comprarle prima di arrivare alla struttura. Ripassai mentalmente il tragitto che avrei dovuto percorrere sperando con tutto il cuore che ci fosse un Tabacchi lungo la strada.
Coraggio, adesso occupiamoci dei vestiti pensai dirigendomi verso il mio armadio. E qui venni scossa da un nuovo dilemma: come diavolo dovevo presentarmi?
Ero solo una 24enne fresca fresca di laurea: dovevo vestirmi in maniera formale oppure incredibilmente casual come facevo sempre?
All’Università non mi ero mai fatta chissà quale problema sul mio vestiario: jeans e felpa informe e l’impasse era risolto. Spesso mi ero ritrovata seduta accanto ad una collega truccatissima e con un tailleur addosso, ma avevo trovato questo modo di conciarsi sempre un po’ troppo eccessivo. In ogni caso, non mi sarei sentita per niente a mio agio vestendo i panni di una donna in carriera quando non mi sentivo nulla di più se non una ragazzina… diciamo giovane donna, dai.
Così, anche quella mattina di settembre decisi di rimanere coerente con il mio stile e la mia personalità. Decisi di evitare di indossare la maglia dei Nirvana che mi portava tanta fortuna agli esami giusto per evitare di dare un’impressione “poco professionale” fin dal primo momento. Magari quella la teniamo per dopo, pensai.
Scelsi un paio di jeans scuri ed una camicia larga nera giusto per andare sul sicuro: sufficientemente casual, non particolarmente formale e per nulla punkabbestia!.
Osservai la mia immagine allo specchio soffermandomi un po’ troppo sui miei fianchi. Quella parte del mio fisico è sempre stata un cruccio per me. Non che fossi grassa, anzi! Il punto era che le mie spalle così come la mia vita erano particolarmente esili e sottili; al contrario, i miei fianchi tondi e generosi tendevano a calamitare tutta la mia attenzione su di loro. E per quanto spesso e volentieri mi venisse detto che quello rappresentasse un aspetto molto sensuale della mia femminilità, mi ostinavo a nasconderli con maglie e felpe lunghe extra-large.
Raccolsi i miei lunghi capelli biondi in una coda alta osservandomi il viso.
Ero un po’ troppo pallida, per non dire quasi un fantasmino: non c’era traccia sulla mia pelle dell’estate appena trascorsa. La mia pelle chiara, sensibile e dermografica tendeva ad ustionarsi ai primi raggi del sole, per cui passavo i mesi estivi rimanendo a casa durante il giorno ed uscendo come un pipistrello al calare delle tenebre.
Per cui, decisi di dare al mio aspetto un colorito leggermente più salubre con fondotinta e un tocco di blush appena accennato. Applicai un po’ di mascara sulle ciglia senza dimenticare, prima, di indossare le lenti a contatto.
Lanciai un’ultima rapida occhiata al mio riflesso. “D’accordo, andiamo” dissi alla fine. Indossai i miei immancabili auricolari e, afferrando chiavi e zaino, uscii dal mio minuscolo monolocale mettendomi in strada.
La struttura in cui avrei passato buona parte del successivo anno non era molto lontana: distava circa 15/20 minuti a piedi e il mio passo era particolarmente spedito.
Gli Arctic Monkeys mi tenevano compagnia mentre con il cellulare tra le mani controllavo la posizione al GPS per non rischiare di sbagliare percorso.
Mi accorsi di due messaggi non letti.
Da Mamma:
In bocca al lupo tesoro! Sarai bravissima come sempre! <3
Sorrisi istintivamente, affrettandomi a risponderle con due cuoricini.
Da Akinori <3:
In bocca al lupo amore mio!!! Sono sicuro che ti farai valere! Chiamami appena finisci, mi raccomando <3
Sorrisi nuovamente, ringraziando anche il mio ragazzo per la sua vicinanza e il suo incoraggiamento.
Giunsi finalmente a destinazione, ovviamente dopo essermi fermata a fare rifornimento di cartine, si intende! L’edificio esterno era parecchio fatiscente. Ubicato in un quartiere non particolarmente raccomandabile, presentava una facciata parecchio vecchia e malridotta. Una scritta all’ingresso, anch’essa decadente, riportava la scritta “centro d’ascolto Comunità Alba”.
“Bene, ci siamo” sospirai sonoramente entrando dentro l’edificio.
Una signora abbastanza avanti con gli anni sedeva all’ingresso giocherellando con lo schermo del cellulare.
“Buongiorno”, la salutai con un sorriso “sono Ikeda Jun. Ho un appuntamento con la dottoressa Nakamura”.
La donna mi guardò per qualche istante prima di illuminarsi in volto “oh, lei è la nuova tirocinante psicologa?” mi chiese cordialmente.
“Sono io” le dissi.
“È un vero piacere conoscerla signorina. Io sono Hayashi Emi, ma se le fa piacere può chiamarmi semplicemente Emi”.
“Oh”, le dissi arrossendo “e io sono semplicemente Jun” risposi con un sorriso.
La donna si illuminò ancor di più in volto “è molto gentile da parte tua, Jun. Sai, questa comunità è la mia famiglia! Loro mi hanno fatto rinascere quando avevo perso ogni possibile speranza…”.
“Mi sembra un po’ presto per riempirle la testa con le tue vicissitudini, non ti pare Emi?”. Una donna con i capelli corti biondo cenere fece la sua comparsa in corridoio avvicinandosi a noi “penso ci sia tutto il tempo per farle conoscere la tua storia” disse con tono allegro. Vidi Emi arrossire, annuendo. Poi si rivolse a me porgendomi la mano “Nakamura Chiyo”.
Mi affrettai a stringergliela “Ikea Jun. È un vero piacere conoscerla dottoressa Nakamura!”.
“Ti prego, chiamami Chiyo. In fondo, siamo colleghe, nonostante i molti anni di differenza” disse sorridendo.
Dopo avermi offerto un caffè al distributore, mi fece accomodare in una piccola stanza.
L’arredamento era incredibilmente semplice. C’erano una grande scrivania stracolma di fogli e documenti, diverse sedie, qualche poster di salute mentale con frasi motivazionali annesse affisso alle pareti e un attaccapanni.
“Bene” iniziò la dottoressa dopo esserci sedute “e così hai scelto di svolgere il tuo tirocinio in una comunità per tossicodipendenti”.
Annuii “esatto. Diversi colleghi mi hanno parlato molto bene della loro esperienza formativa qui e ho davvero voglia di mettermi in gioco”.
Mi guardò per alcuni istanti, quasi volesse soppesare le mie parole. “È bene avvertirti che non sarà facile” disse senza troppi giri di parole “i ragazzi tossicodipendenti sanno essere particolarmente manipolativi. Faranno qualsiasi cosa pur di ottenere quello che desiderano, indipendentemente da cosa esso sia. È importante che tu abbia ben chiaro il tuo ruolo qui dentro”.
Annuii nuovamente ascoltando con attenzione le sue parole.
“Questo luogo potrà essere per te una vera e propria palestra clinica dal punto di vista della formazione a 360° che offre. È bene, tuttavia, raccomandarti di fare attenzione. Come tuo tutor, ho il dovere e la responsabilità di metterti in guardia. Essendo ancora in formazione, non verrai mai lasciata sola con nessuno degli utenti, il tuo sarà più che altro un ruolo di osservatrice. Ma per qualsiasi dubbio, qualsiasi perplessità, o anche qualsiasi strana emozione possa suscitarti l’incontro con qualcuno di loro, ti prego di parlarne con me. È tutto chiaro?”.
“Chiarissimo” risposi senza esitare.
“Molto bene” esclamò Chiyo con un sorriso. “Questo rudere nel quale ci troviamo in questo momento è la struttura gentilmente offerta dal comune per i colloqui di prima accoglienza. Generalmente, i ragazzi passano da qui prima di essere inseriti in comunità. Il fatto di trovarci in un quartiere malfamato gioca a nostro favore da questo punto di vista: spesso arrivano persone dopo essere passate dallo spacciatore di fiducia”.
Sorrise come se si trattasse della notizia più banale del mondo. Io, al contrario, mi ritrovai a deglutire.
Stupida ragazzina di provincia, pensai di me stessa, per te la droga non è altro che qualcosa di incredibilmente lontano, studiata nei libri e osservata svogliatamente in qualche film o documentario…
“In questi primi giorni ci dedicheremo a dare un’occhiata alle cartelle cliniche” riprese la dottoressa interrompendo le mie riflessioni interiori “penso sia giusto che tu conosca, almeno in parte, le loro storie. Inoltre, è particolarmente utile imparare a stilare anche da un punto di vista pratico i documenti. La prossima settimana, potremo andare in comunità a conoscere gli utenti… che cosa ne pensi?”.
“Mi sembra perfetto” dissi entusiasta.
“Ottimo! La comunità si trova fuori città, in campagna. È necessario un luogo tranquillo per favorire il processo di disintossicazione e il successivo reinserimento. La strada non è ben collegata, dunque penso che la soluzione migliore sia che tu venga in macchina con me”.
“Grazie mille, dottoressa”.
“Sono Chiyo!” mi rispose sorridendo.
Arrossii visibilmente “grazie mille, Chiyo”.
Si alzò in piedi dirigendosi verso la porta “bene, direi che dopo aver chiarito questi punti, possiamo cominciare. Prendo le cartelle cliniche e arrivo”.
Annuii nuovamente continuando a sorridere.
Ci siamo, pensai, basta leggere e ripetere compulsivamente, basta con lo studio matto e disperatissimo… sono pronta a mettere in pratica tutto ciò che ho imparato e a sporcarmi le mani!
Ma ahimè, non ero pronta, nemmeno lontanamente. Il problema fu che, come spesso accade nella vita, me ne accorsi troppo tardi…
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