6. Man in the box
Touya's POV
Quella settimana trascorse in maniera incredibilmente lenta e annoiata, un po' come la mia vita. Sveglia alle 6.30, pulizia della stanza, colazione, doccia, terapia, lavoro all'orto, pranzo, pausa, lavoro in cucina, terapia, letto. Il tutto condito da parecchie sigarette e un'infinità di imprecazioni sussurrate a denti stretti.
Come avevo previsto, il mio giorno di uscita venne posticipato di un'altra settimana e a nulla valsero le mie lamentele, le mie preghiere e, infine, le mie minacce. Kimura era irremovibile: per altri 7 giorni non mi sarei mosso da lì dentro.
I miei capelli cominciavano a ricordare il manto di una puzzola e quella ricrescita senza tregua iniziava davvero a darmi noia. Per cui, presi l'abitudine di indossare praticamente in qualsiasi momento nel corso della giornata un insulso berretto nero che copriva il bianco indesiderato sulla mia testa. Solo durante il pasto ero costretto a toglierlo. Di rado, però, gli altri commensali mi rivolgevano la parola e, quando lo facevano, tendevano a tenere gli occhi fissi sul piatto. Per cui, fino a quel momento, nessuno sembrò notarli.
Avevo bisogno di uscire per un po', respirare aria diversa. Non che in quel posto l'aria fosse cattiva, anzi tutt'altro... eppure, di tanto in tanto mi mancava la città.
In comunità ti senti sempre dannatamente esposto, ogni respiro, ogni scorreggia che fai, viene contata.
In mezzo alla baraonda cittadina, invece, non sei altro che un puntino indefinito che nessuno calcola. Non frega a nessuno se quella mattina non hai fatto la doccia perché non ti andava, non un singolo passante si fermerebbe per dirti che non hai la maglia abbastanza pulita... non un minuscolo, insignificante particolare cambierebbe se decidessi di farla definitivamente finita.
Era questo ciò che mi mancava più di ogni altra: l'anonimato, il non essere assolutamente nulla.
Per i precedenti quattro anni non ero stato altro che questo: un'ombra di passaggio in una metropoli enorme. Ai barboni non importa nulla di quanto unti siano i tuoi capelli, di quanto logore siano le tue scarpe o di quanto forte possa essere il tuo quirk. Se, nel giro di 3 secondi, sei in grado di dare fuoco ad una catasta di legna per riscaldare una gelida notte invernale, stai pur certo che ti considereranno un eroe. Per chi ha perso tutto e non ha più nulla da perdere, ogni minuscolo gesto gentile sa di magia.
Che forse, in fin dei conti, era proprio questo ciò che mi mancava?
Scossi la testa, come a voler scacciare un pensiero indesiderato. Quella dannatissima Unicità non aveva fatto altro che portarmi un'infinita di rogne.
Devi lasciare che il fuoco si propaghi nelle vene, urlava quel bastardo contro il mio corpicino esausto e tremante, non avere paura del dolore, moccioso. Sei nato per questo! Facile per un omone di due metri per centoventi chili di muscoli...
"Riku?... Riku..." la voce esitante di Aki, a pochi metri da me, mi fece ritornare alla realtà, ridestandomi dai miei pensieri.
"Mmm?" mugugnai osservando la sua espressione terrorizzata, chiedendomi che cazzo avessi combinato questa volta.
Con un cenno del capo, mi indicò la zappa che tenevo tra le mani. Abbassai lo sguardo e mi accorsi di aver incenerito buona parte del manico. Lasciai cadere l'attrezzo, esterrefatto. Mi osservai le mani, ancora leggermente illuminate di una luce bluastra, prima di riportare lo sguardo sul mio compagno. "Perdonami... non so che..." non sapevo cosa dire. Il mio battito accelerò mentre una strana agitazione si impadronì del mio stomaco.
Il mio compagno indietreggiò di qualche passo, sulla difensiva. Teneva i palmi alzati davanti al petto, pronto ad incassare un attacco.
"Ehi non voglio farti del male" esclamai tendendomi verso di lui. Quel mio improvviso avvicinamento lo fece spaventare ancora di più. Si portò le braccia davanti al viso, terrorizzato.
Quella reazione provocò in me una frustrazione atroce, mista ad uno strano dolore. Decisi di allontanarmi, continuando a guardare Aki che, poco alla volta, abbassò le mani osservandomi con espressione indecisa.
Solo dopo parecchi secondi, si convinse a parlare "scusami Riku, so che non vuoi colpirmi. È solo che mi hai spaventato a morte, cazzo! Dovevi vedere la tua faccia allampanata poco fa... facevi paura!".
Finsi disinvoltura, grattandomi distrattamente la nuca sotto il cappello "si beh, mi sono un po' perso nei miei pensieri...".
"Ti assicuro che fanno un gran casino" sorrise imbarazzato "ti sta tornando il quirk, vedo".
Sbuffai alzando le spalle "non quando voglio che lo faccia" dissi "succede a caso, quando meno me lo aspetto".
Col senno di poi, avrei dovuto scegliere con maggiore cura le parole da dire. Praticamente significava, né più né meno, che rappresentavo un cazzo di pericolo ambulante, una sorta di bomba a orologeria senza il timer a indicare l'ora.
"Magari dovresti parlarne con Kimura" mi suggerì Aki esitante "potrebbe darti qualcosa per aiutarti...".
Sì, ci vorrebbe una bella pera di eroina per aiutarmi...
Scacciai anche quel pensiero ballerino evitando che si palesasse ad alta voce. "Sì, forse hai ragione" tagliai corto "mi dispiace di averti spaventato Aki, non era mia intenzione".
Mi sorrise ancora visibilmente scosso, riprendendo a lavorare.
La paura, pensai, l'unico modo che hai per arrivare alle persone è attraverso la paura...
Imprecai a denti stretti dirigendomi nel magazzino a recuperare un altro arnese per lavorare la terra. Rimasto da solo, scaricai la mia frustrazione contro l'armadietto degli attrezzi tirando un pugno sull'anta. Patetico, debole, solo.
Inutile dire che feci molto più male alle mie povere nocche che al legno del mobile. Massaggiai la mia mano dolorante togliendo qualche micro scheggia rimasta conficcata nella pelle.
Senza rendermene conto, quel gesto mi riportò alla mente le immagini dell'ultimo gruppo svolto una settimana prima, degli esercizi di respirazione, delle mani fottutamente fredde di Jun...
Quella dottoressina bionda non aveva avuto paura di me, non si era tirata indietro... non mi aveva guardato come si guarda il più schifoso dei mostri.
È il suo lavoro, idiota, che cazzo ti aspetti? Non avrebbe battuto ciglio nemmeno davanti a Jack lo Squartatore!
Certo, ancora una volta la mia mente aveva ragione, il ragionamento non faceva una piega. Per lei, così come per tutti gli altri strizzacervelli là dentro, non eravamo che casi umani, spazzatura da riciclare per essere reinseriti tirati a lucido in società.
Se non fosse una psicologa, se non lavorasse qui, scapperebbe via da te a gambe levate... puoi starne certo!
Passai distrattamente la mia mano sotto l'occhio sinistro, in preda ad un bruciore strano.
Paura e dolore sono tutto quello che hai per arrivare alle persone, per sopravvivere... continuava a martellare la mia mente. E per quanto lo temessi, sapevo che aveva ragione.
Quel pomeriggio si sarebbe svolto il gruppo multifamiliare. Si trattava di un gruppo composto dagli utenti e dalle loro famiglie; in altre parole, un enorme caotico delirio. Non che per me facesse differenza: come mi facevo gli affari miei durante gli altri incontri, lo stesso sarebbe accaduto anche durante quell'occasione... c'era solo molto più chiasso a cui non prestare attenzione.
Intorno alle 15 iniziarono ad arrivare poco alla volta i familiari. Era sempre un susseguirsi pietoso di lacrime, baci e abbracci a cui decisi educatamente di non prendere parte, accomodandomi sotto al mio albero preferito.
Del resto, nessun familiare sarebbe arrivato per me, per cui non c'era proprio nessuno da dover salutare. Io non esistevo, Riku era orfano... e se dobbiamo proprio parlare della mia vera identità, i miei "cari" (che parola del cazzo) mi sapevano bello stecchito già da parecchio.
Sonnecchiavo tranquillo sotto al melo quando un'ombra comparve nel mio dormiveglia oscurandomi il sole tiepido.
"Ehi, raggio di luna, come te la passi?".
Sgranai gli occhi di colpo, riconoscendo in un nano secondo la sua voce "Twice!" scattai in piedi. Mi regalò uno dei suoi ampi sorrisi "in persona, fratello!".
"Non... non sapevo ti avessero dimesso" dissi imbarazzato.
"Ci vuole ben altro per farmi fuori!" esclamò raggiante.
Sorrisi anch'io: ero dannatamente felice di rivederlo. Il mio sguardo si posò poi sulle sue mani, fasciate da una garza leggera "Twice... le tue mani.. mi dispi.." ma mi interruppe prima di poter finire la frase. Con un gesto rapido, mi tirò a sé racchiudendomi in un abbraccio che non mi aspettavo minimamente. Dopo qualche istante di esitazione, lo abbracciai anch'io, sorridendo automaticamente. Era una sensazione strana, era come se qualcosa dentro di me si fosse sciolto diventando un po' più.. dolce.
"Non devi scusarti di nulla fratello, semmai sono io a doverti delle scuse" sussurrò con la voce tremante. Si staccò appena da me continuando a tenere le mani poggiate sulle mie spalle "ce la faremo Riku. Siamo più forti dei nostri stessi poteri!".
Per quanto non credessi affatto alla verità delle sue parole, i suoi occhi luccicanti e la dolcezza dei suoi gesti mi portarono ad annuire sorridendogli.
"Mi sei mancato tanto, Twice, qui è una pacchia senza di te!". Scoppiò a ridere, visibilmente allegro.
Per la prima volta da quando avevo messo piede lì dentro, ebbi quasi la sensazione che quel giorno l'arrivo delle famiglie avesse un senso. Il mio amico era stato dimesso e, solo per un breve minuscolo istante, avvertii quella piacevole sensazione che si prova ritornando a casa dopo un lungo estenuante viaggio.
Una ventina di minuti più tardi, Kimura ci fece accomodare nella stanza dei gruppi. Le sedie erano molto più numerose del solito. Gli utenti presero posto vicino ai loro familiari mentre io e Twice, gli unici a non ricevere visite, ci sedemmo come sempre l'uno di fianco all'altro.
Qualche istante dopo, entrarono Chiyo e Jun scusandosi per il ritardo provocato dal traffico cittadino.
Quel giorno portava i capelli sciolti che le ricadevano lunghissimi fin sotto al seno e non indossava gli occhiali.
"Così sta molto meglio, non ti pare?" mi sussurrò Twice all'orecchio. Mi limitai ad alzare le spalle con fare indifferente, sebbene pensai che avesse ragione. Gli occhiali che indossava di solito erano troppo grandi per il suo viso magrolino. E poi, per quale cazzo di ragione dovresti portare i capelli così lunghi se ti ostini a legarli come una vecchia?!
Quasi avesse sentito i miei pensieri, in quel momento Jun spostò i suoi occhi incontrando i miei. Mi sorrise con la sua solita espressione stranamente dolce prima volgere lo sguardo altrove.
"Sbaglio, o era un sorriso rivolto a te quello?" sussurrò il mio compagno con voce incredibilmente divertita. Twice, se non la smetti stavolta ti brucio sul serio!
"L'altra volta abbiamo fatto gli esercizi di mainful come cazzo si chiama insieme, dato che tu mancavi" risposi con nonchalance.
"Ma davvero?" mi fece eco, mantenendo lo stesso tono da cheerleader eccitata "se vuoi, posso farmi ricoverare per qualche altra settimana...". Mi voltai verso la sua direzione per incenerirlo con lo sguardo, quando Kimura richiamò al silenzio.
Quello stronzo di Twice continuò a ridersela sotto i baffi per parecchi secondi.
Ringrazia il cielo che ti voglio bene, multiplo deficiente...
Jun's POV
Non mi sentivo particolarmente in forma quel pomeriggio. Avevo passato una nottataccia fatta di paralisi notturne intervallate da stranissimi incubi che mi avevano tenuta sveglia per parecchie ore. Mi sentivo stanca, avevo una gran voglia di dormire e l'idea di affrontare tre ore di gruppo non era allettante.
Mi sentii molto felice nel rivedere Eichi. Sembrava molto tranquillo e a proprio agio mentre parlottava con Riku di qualche argomento che aveva tutta l'aria di non essere molto interessante, a giudicare dalle reazioni apatiche del suo interlocutore. Ma, in fin dei conti, c'era qualcosa che interessava realmente quel tipo? I tuoi tatuaggi, suggerì la mia mente poco prima di scacciare quel pensiero idiota.
L'incontro proseguì in maniera parecchio dinamica: molti familiari avevano una gran voglia di parlare condividendo i propri vissuti. Alcune riflessioni erano molto toccanti, altre melense e ripetitive.
A dire il vero, non ero molto concentrata. La testa mi faceva male e faticavo in alcuni momenti a tenere gli occhi aperti.
A un certo punto, prese la parola la madre di Aki "ogni tanto, vorrei che nostro figlio si rendesse conto dei sacrifici che facciamo per lui" disse con tono biascicato.
Vidi il ragazzo arrossire, cercando invano lo sguardo del genitore.
Provai nei suoi confronti una profonda tenerezza che mi portò a cambiare posizione sulla sedia, tentando di stare più comoda.
"Mamma, so bene quanto tu e papà facciate per me.." iniziò, ma venne interrotto bruscamente dalla madre che guardava il dottor Kimura anziché il figlio.
"No, lui non lo sa. Dottore, quando torna a casa, non fa altro che rimanere in camera sua a giocare ai videogiochi...".
"Signora" intervenne Kimura "provi a dirlo a suo figlio, non a me".
"Non fa nulla!" proseguì lei ignorando completamente la consegna "pensavo che questo percorso servisse a farlo diventare una persona... rispettabile, che ne so, un dottore, un avvocato... qualcuno di importante...".
I miei occhi passavano forsennatamente dal volto di Aki, stravolto e in lacrime, a quello della donna privo di ogni espressione.
La mia testa martellava senza tregua e i miei battiti cardiaci acceleravano. Istintivamente, strinsi i braccioli della sedia con vigore, provando a trovare una stabilità.
Cercai lo sguardo di Chiyo per ricevere un sostegno, ma in quel momento la dottoressa era concentrata sui due attori della scena.
Una strana e familiare sensazione sgradevole si annidò al centro del mio petto.
Non adesso, ti prego. Jun respira...
"Cazzo, mamma guardami!" urlò il ragazzo dopo parecchi secondi, la disperazione che trapelava da ogni sillaba.
"Anche maleducato, molto bene... mi chiedo se scegliere questa struttura sia stata una scelta saggia" esclamò acida.
Mi mancava l'aria, la testa ronzava mentre l'ossigeno era diventato troppo poco.
Quell'orribile donna continuava a inveire contro il figlio senza provare il minimo rimorso. Tutto ciò che aveva a cuore era il prestigio, la facciata.
Era oltremodo insopportabile. Gli sforzi di Aki, i suoi enormi sacrifici portati avanti in vista di un futuro senza le sostanze... nulla di tutto questo aveva un valore.
Le persone attorno a me iniziarono a perdere di nitidezza, le immagini divennero confuse.
In quel momento, senza rendermene conto, i miei occhi incontrarono quelli di Riku. Mi guardava con un'espressione strana, tra il preoccupato e l'incuriosito. Riconobbi nel suo volto il mio stesso malessere, la voglia di urlare, il dolore per il suo compagno e, inevitabilmente, per sé stesso...
Il mio corpo non ce la fece più.
Mi alzai di scatto, dirigendomi in fretta e furia verso l'uscita. L'aria era gelida, ma non mi importava nulla del freddo.
Mi lasciai scivolare ai piedi di un albero poco distante, in penombra, mentre un orrendo attacco di panico si impossessò di me. Le lacrime uscirono incontrollate dai miei occhi chiusi.
Istintivamente, mi abbracciai le ginocchia dondolandomi avanti e indietro, incapace di respirare. Il cuore batteva senza ritegno, i polmoni non riuscivano a trattenere l'aria. Le mie mani tremavano, così come la terra sotto i piedi.
Non sentivo il mio corpo, l'ambiente intorno a me aveva perso la sua consistenza.
Precipitavo, precipitavo in un orribile baratro...
"Jun... Jun...".
Non volevo aprire gli occhi, avevo paura, una tremenda primordiale paura.
"Jun, guardami" quella voce... no, dovevo per forza averla immaginata.
Sentii una mano calda accarezzarmi la guancia. Piano piano, mentre i miei battiti cardiaci non mi davano tregua e l'aria si era trasformata in alluminio, tentai di aprirli.
Misi a fuoco a fatica, le lacrime ottenebravano le mie pupille. Incontrai i suoi, più azzurri dell'oceano, che mi fissavano a pochi centimetri dal mio viso.
"Riku...?" provai a dire, ma uscì un suono sgradevole anziché una parola.
"Sono qui" mi disse con voce tranquilla "respira con me...".
Nonostante la mia attuale condizione, era l'ultima persona che mi sarei aspettata di trovarmi davanti. Ma in quel momento, l'unica cosa di cui avevo bisogno era ristabilizzarmi. Per cui, lentamente, provai a concentrarmi lasciandomi calmare dalla sua delicata carezza sulla guancia.
"Ti ho vista poco fa, avevi una cera orribile" proseguì "è un attacco di panico, ne ho sofferto anch'io per cui so riconoscerli bene" mi sorrise "coraggio, continua a respirare, brava. Guardami e respira".
Annuii eseguendo quanto mi aveva detto. Mi concentrai sul suo viso diventato, in quel momento, l'unico centro fermo del mondo.
"Non durano mai più di qualche minuto" mi tranquillizzò "aiuta tanto focalizzarsi su qualcosa, me l'ha insegnato Twice".
Sorrisi debolmente mentre il mio respiro e il mio cuore poco a poco, ritornavano a stabilizzarsi.
Dopo qualche istante, sentii di essermi ripresa "okay, sto bene" dissi provando a mostrarmi più disinvolta di un attimo prima.
"Resta seduta" mi rispose lui con voce ferma impedendomi di rialzarmi "vado a prenderti un bicchiere d'acqua".
Senza rendermene conto, afferrai la sua mano. Mi guardò con espressione incuriosita, ma non si scansò dal mio tocco.
I miei occhi si riempirono nuovamente di lacrime "che razza di psicologa è una che si fa venire gli attacchi di panico per un gruppo terapeutico?" mi lasciai sfuggire. Era più uno sfogo personale che non una reale domanda.
Riku si mise a ridere asciugandomi distrattamente una lacrima "una a cui piacciono i Nirvana, i piercing e i tatuaggi" mi fece l'occhiolino. Quella frase mi fece scoppiare in una risata liberatoria che mi fece sentire immediatamente meglio.
Mi scompigliò con delicatezza i capelli prima di ripetere "aspettami qui: arrivo subito con l'acqua".
Quando fu a qualche passo da me, senza voltarsi aggiunse "e comunque, credo sia una psicologa che sente le cose veramente e non per circostanza, nonostante facciano fottutamente schifo" e senza aspettare alcuna risposta, sparì nel buio della sera.
Finii di asciugarmi le lacrime mentre quella frase raggiunse il mio cuore senza fare male, riscaldandolo con un piacevole calore.
"Grazie, Riku..." dissi con un filo di voce alla sua sagoma che si allontanava "per tutto...".
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro