4. Fell on black days
Touya’s POV
Erano passati quattro giorni da quella nottata di merda e Twice non si era ancora fatto vivo.
Dalle poche informazioni che ero riuscito ad origliare, era stato momentaneamente spostato in una clinica psichiatrica per ristabilizzare la sua terapia e tenere a bada la dissociazione.
Il suo quirk si stava risvegliando, con tutte le conseguenze problematiche che questo comportava.
D’altra parte, la stessa cosa stava succedendo a me, sebbene ancora non riuscissi a controllarlo consapevolmente. Per fortuna, le ustioni che gli avevo provocato non erano gravi e stavano guarendo velocemente.
“Dobbiamo tenere d’occhio Riku” sentii dire a bassa voce ad un infermiere parlando con un educatore “i suoi sbalzi d’umore possono diventare pericolosi”.
In comunità non si parlava d’altro. La notizia del nostro improvvisato scontro si era diffusa a macchia d’olio e, per quanto non ne parlassero direttamente con me, sapevo cosa pensavano.
La maggior parte di loro, tra utenti e operatori, pensavano che l’avessi aggredito io… se già prima non godevo di chissà quale grande fama lì dentro, adesso la situazione era anche peggiorata: avevano paura, una paura fottuta di me.
Me ne accorgevo dalle piccole cose, non servivano comportamenti eclatanti.
Durante le ore di lavoro, il mio compagno di turno a malapena mi rivolgeva la parola e, quando lo faceva, teneva sempre gli occhi bassi quasi temesse di incontrare il mio sguardo.
I pranzi e le cene erano incredibilmente silenziosi e chi sedeva accanto a me, tendeva a rimanere rigido sulla sedia, pronto a scattare e scappare via.
Da parte mia, io mi crogiolavo con una spavalderia idiota in quella fittizia posizione di potere che avevo raggiunto. Mi lasciavano in pace ed era esattamente tutto quello che sentivo di volere.
Avevo passato un’intera vita sentendomi un totale inetto, troppo debole per diventare una persona potente, per ambire anche solo a diventare un proHero come avrebbe voluto mio padre.
Per la prima volta, qualcuno attorno a me temeva la mia unicità, temeva me, lo stupido ragazzino magro ed emaciato che non riusciva nemmeno a reggere un’intera sessione di allenamento senza vomitare anche l’anima.
Lì, in quella stupida comunità dispersa tra le campagne, ero io a incutere timore. Poco importava del come e del perché. Per la prima volta in tutta la mia vita, mi sentivo visto, preso in considerazione… rispettato azzarderei.
Se essere temuto era l’unico modo per sentirmi vivo, per avere la certezza di esistere, allora benvenuta distruzione! Let it burn…
Ma chi volevo prendere in giro…
La verità è che avevo una paura fottuta, irrazionale e primordiale.
Ero terrorizzato al solo pensiero di provare dolore, un qualsiasi tipo di dolore, ancora una volta.
Iniziavo a sentire nuovamente il mio corpo indolenzito, febbricitante e dolorante. Le ustioni richiedevano qualche giorno in più per guarire. Il sangue dentro le mie vene diventava più caldo e più me ne rendevo conto, più il mio istinto era quello di scappare da lì rifugiandomi dal primo spacciatore che mi capitasse a tiro.
Ma non era soltanto del dolore fisico che avevo paura. C’era qualcosa dentro di me, in una parte imprecisata tra il petto e lo stomaco, che faceva un male cane.
A volte, mi svegliavo nel cuore della notte con una tachicardia bestiale mentre immagini indesiderate di un passato che non voleva sentire ragione di cancellarsi danzavano nella mia testa confusa.
Avrei voluto dimenticare tutto, Dio, se solo avessi potuto…
C’erano giorni in cui avrei voluto non svegliarmi. Altre volte, invece, intento ad affettare le cipolle, mi ritrovavo a fissare insistentemente il coltello rigirandolo tra le mani.
Magari domani mi ammazzo, pensavo… ma quel domani non arrivava mai.
Un attimo dopo, però, quella sensazione spariva ritornando nel nulla cosmico che l’aveva generata.
Quel pomeriggio, la mia voglia di interazioni umane era letteralmente pari a zero. Per cui, dopo aver ultimato di sparecchiare, mi diressi in camera mia. Gettai una rapida occhiata al letto vuoto di Twice e una strana e sgradevole morsa si impadronì delle mie viscere.
Coraggio fratello, pensai, sei molto più forte di quanto tu creda...
Entrai nel piccolo bagno personale per sciacquarmi le mani e la faccia.
Irrimediabilmente, i miei occhi caddero sull’immagine riflessa nello specchio.
L’ustione sulla spalla era quasi sparita, mentre un’altra, decisamente più visibile, mi colorava parte del collo. Passai con attenzione le dita sulla pelle arrossata avvertendo un leggero fastidio.
Poi la mia attenzione cadde sul viso. I miei capelli continuavano a crescere, mentre una leggera ricrescita bianca faceva capolino tra le ciocche scure.
Ho urgentemente bisogno di una tintura, pensai, devo necessariamente farmi accordare un permesso di uscita.
Non potevo di certo colorarmi i capelli in comunità! Ogni prodotto chimico simile era assolutamente bandito. Un tossicomane in pieno craving sarebbe capace di sniffarsi pure l’intonaco delle pareti.
Di solito, avevo a disposizione un giorno o due di uscita in due settimane di “buona condotta”, ma temevo che, dopo gli ultimi eventi accaduti, non l’avrebbero concesso tanto facilmente.
Un colore di capelli raro come il mio non passa di certo inosservato… in alcun modo avrei lasciato che scoprissero il mio segreto, anche a costo di colorarli con l’uniposca!
Passai distrattamente la mano tra le ciocche per spostarle all’indietro, lontane dalla fronte. Per un momento, osservai le mie orecchie, stranamente nude. I segni dei molteplici fori risaltavano in maniera evidente. Anche quella di non indossare piercing era una stupida regola della comunità legata, dicevano loro, a questioni di sicurezza.
Per me, erano soltanto invidiosi…
Un bussare leggero e appena accennato mi fece ritornare alla realtà.
“Sii?...” chiesi,
“Ehm, scusami Riku” la voce esitante dell’educatore mi fece trattenere a stento una risata “volevo avvertirti che sono arrivate le psicologhe… tra mezz’ora iniziamo con il gruppo”.
Sbuffai sonoramente. “Arrivo subito, grazie” mi sforzai a dire con il miglior tono che riuscissi a produrre. Nella mia mente, echeggiava il mantra hai bisogno del permesso Touya, ricordati che hai bisogno del permesso!
Per l’ultima volta, osservai il mio gemello fissarmi nello specchio. “Coraggio” dissi “che abbia inizio quest’altro pomeriggio di merda!”.
Quando entrai nella grande stanza erano già tutti seduti in cerchio. Vedendomi arrivare, calò un silenzio imbarazzante.
“Scusate il ritardo” mi sforzai.
“Nessun problema Riku” mi incoraggiò il dottor Kimura con il suo solito tono bonario “ci siamo appena accomodati. Coraggio, siediti” e mi indicò l’unica sedia rimasta libera.
Mi diressi al mio posto accanto ad Aki che mi incoraggiò con il suo sorriso marcio. Sembrava stranamente nervoso.
La dottoressa Chiyo stava seduta accanto a Kimura con la classica aria imperturbabile ma gentile che la contraddistingueva. Al suo fianco, visibilmente imbarazzata, c’era la stronza.
Se ne stava seduta a gambe incrociate osservando il pavimento con attenzione maniacale. Portava i capelli legati all’indietro e un paio di occhiali da vista che le conferivano un’aria da prima della classe. In quel momento, però, mi accorsi di un particolare che non avevo notato la volta precedente. Una miriade di anellini le penzolavano dalle orecchie tintinnando ad ogni leggero movimento del capo.
Non mi aspettavo di certo che a sua maestà austerità potessero piacere i piercing.
“Bene, possiamo cominciare” esordì Kimura “prima dei consueti esercizi di mindfulness, credo sia doveroso aggiornarvi sulle condizioni di Eichi. Il collega mi ha riferito stamattina che sta decisamente meglio e che presto potrà rientrare in comunità per riprendere il percorso”.
Quella notizia, anche solo per un attimo, mi riscaldò il cuore.
“Purtroppo, la sua condizione delicata” proseguì il direttore “unita al suo quirk necessitano di un costante monitoraggio. Voglio rassicurarvi sul fatto che Eichi rientrerà non appena avremo la sicurezza che non possa rappresentare un pericolo per sé stesso e per gli altri”. In quel momento mi lanciò una leggera occhiata quasi volesse accertarsi che stessi bene.
Dottore, qui il problema sono io non Twice, avrebbe voluto urlare la mia mente… ma, come mio solito, non dissi nulla.
“A questo punto” continuò dopo alcuni istanti di silenzio “possiamo cominciare con gli esercizi. Disponetevi a coppie”.
Osservai gli utenti modificare assetto sedendosi a due a due l’uno di fronte all’altro. Io rimasi fermo, in attesa di nuove indicazioni. Generalmente, era Twice il mio compagno. Sperai con tutto il cuore che il dottore dicesse Riku, per oggi sei esonerato, ma sapevo che non sarebbe andata così.
Vidi Kimura guardarsi intorno grattandosi distrattamente la barba. “Mmmm… potremmo formare una triade” disse parlando più a sé stesso “però gli esercizi sono pensati per essere svolti a coppia. Aspetta un secondo!” esclamò quasi avesse trovato la soluzione a un dilemma irrisolvibile “Jun, ti andrebbe di fare l’esercizio con Riku?”.
Oh no no no no no!!!!
Ci mancava soltanto questa! Questa era veramente la ciliegina su una torta di letame…
Pensa ai capelli Touya, pensa ai capelli…
Vidi la sua faccia diventare bordeaux e sperai con tutto me stesso che dicesse “nemmeno morta!”.
“Per me va bene..” fu invece la sua esitante risposta pronunciata con voce poco ferma.
“Fantastico!” esclamò Kimura entusiasta “Riku, a te sta bene fare coppia con Jun per oggi?”.
Preferirei impiccarmi, avrei voluto urlare, ma mi limitai ad alzare le spalle dicendo “nessun problema”.
La vidi avvicinarsi a me trascinando la sua sedia con fare impacciato. Sembrava parecchio nervosa. Si sedette di fronte a me, mantenendosi ad una distanza superiore rispetto a quella che separava gli altri utenti. Le sue guance erano visibilmente arrossate e il suo sguardo fisso sulle mani che tormentava compulsivamente.
“Okay, ora che ci siamo tutti sistemati, iniziamo. Come sapete, i primi 10 minuti sono dedicati al pre-contatto. In questa fase, non avete bisogno di alcun tipo di indicazioni: parlate liberamente con il vostro compagno di tutto ciò che volete”.
Attorno a me, si creò immediatamente un classico brusio fatto di racconti, confessioni, a volte di qualche risata.
Vidi Jun sospirare profondamente, quasi a volersi dare coraggio. Poi, dopo alcuni istanti, alzò gli occhi sul mio viso. Nonostante l’evidente imbarazzo, sembrava stranamente tranquilla.
I suoi occhi verdi reggevano il mio sguardo senza distoglierlo, quasi cercasse di leggervi qualcosa. Aveva un viso stranamente luminoso. I suoi occhi, decisamente più scuri dei miei, brillavano di una strana luce, come una specie di cartone animato. Per un breve minuscolo attimo, fui io ad abbassare gli occhi, tentando di interrompere una sgradevole sensazione.
Le sue mani continuavano a torturarsi l’una con l’altra. Si schiarì la voce con un leggero e nervoso colpo di tosse “se vuoi comincio io” disse esitante.
Risposi con un’altra alzata di spalle, quasi a voler dire a me non frega un cazzo.
“Ecco…” cominciò con una risatina isterica “credo che io e te abbiamo iniziato con il piede sbagliato”.
“Tu credi?” risposi senza nascondere minimamente il mio sarcasmo.
Per quanto possibile, le sue guance divennero ancora più rosse “sì... ehm, ecco… mi dispiace, per l’altra volta intendo. Mi dispiace di averti dato uno schiaffo”.
La osservai per diversi secondi. Quel colorito improvviso stranamente le donava e la faceva sembrare decisamente meno stronza.
Era qualcosa di raro per me ricevere delle scuse e non sapevo bene come comportarmi. Mi schiarii la voce distogliendo lo sguardo: il pavimento in quel momento mi sembrava molto interessante. “Sì, diciamo che non sono stato molto elegante nemmeno io” dissi.
Cazzo, perché sentivo la mia faccia diventare più calda?
Lei mi guardò aggiungendo con voce divertita “no, elegante direi proprio di no”.
Alzai gli occhi su di lei per ribattere, ma quel suo luminoso sorriso mi bloccò per qualche strana ragione che non capivo. I miei muscoli facciali si contrassero da soli, sorridendo a mia volta.
“Non devo piacerti per forza, Riku” aggiunse poi come se si trattasse della cosa più banale del mondo “così come nemmeno tu devi piacermi per forza. Ma possiamo imparare quanto meno a tollerarci... per cui, tregua?” mi propose porgendomi la mano.
Fissai la sua manina bianca per qualche istante prima di stringerla “Tregua” annuii “cazzo, hai le mani gelate!”.
“Sei tu che sei bollente” disse lei prima di aggiungere “cioè, voglio dire, hai la mano caldissima”. Osservai divertito la sua espressione imbarazzata mentre distoglieva lo sguardo dal mio.
“Si beh, non è la parte più calda del mio corpo, se vuoi saperlo” le dissi a bassa voce sporgendomi con il busto verso di lei. Compiaciuto, la vidi fulminarmi con lo sguardo mal celando il suo imbarazzo.
Poggiò il suo sguardo sul mio collo prima di chiedermi “quella te la sei procurata da solo?”.
Istintivamente portai una mano quasi a voler nascondere la scottatura “già… il mio quirk fa un po’ il cazzo che vuole al momento”.
“Ha l’aria di fare parecchio male” disse con tono preoccupato.
Non sai quanto dolcezza, avrei voluto dirle, ma uscì uno spavaldo “ci sono abituato”.
Quei suoi occhi verdi mi scrutarono per parecchi attimi.
“Devi averne passate tante” rispose con un filo di voce “è normale che non riesca a fidarti…”.
Una stretta dolorosa si impadronì per un momento del mio cuore. Da quanto tempo qualcuno non mostrava nei miei confronti un minimo interesse? Decisamente troppo al punto da non sapere più cosa si provava.
Era come se quel suo sguardo da ragazzina riuscisse a bucare quello schermo di indifferenza che mi proteggeva da tutto ciò che mi circondava… quella sensazione mi faceva sentire profondamente a disagio.
“E tu?” chiesi più per interrompere quel silenzio che per reale curiosità “tu possiedi qualche quirk?”.
“Nessuno” si affrettò a rispondere “niente di niente. Da piccola, me ne facevo un cruccio, specie quando mi confrontavo con gli altri compagni di scuola. Con il tempo, però non ci ho più fatto caso. Alla fine, sono contenta della scelta che ho fatto, per cui, va bene così”.
Quanto ti invidio, pensai. “Si beh, non sempre avere un quirk è piacevole” mi azzardai a dire “guarda Twice...”. Mi pentii immediatamente di averlo detto. Il pensiero del mio compagno di stanza mi incupì, mentre il ricordo di quella notte mi provocò una sgradevole sensazione al centro del petto.
“Twice?” mi chiese Jun, ma in quel momento la voce di Kimura pose fine al pre-contatto.
“Bene, adesso passiamo agli esercizi di respirazione. Chiudete gli occhi e respirate profondamente. Lasciate che l’aria attraversi i polmoni, lo stomaco e raggiunga tutte le parti del vostro corpo…”.
Il dottore proseguiva guidando l’esercizio mentre io mi sforzavo di rimanere concentrato. Nel corso dei sei mesi precedenti, non ero mai riuscito a portarlo a termine con successo.
Ogni volta che chiudevo gli occhi, una miriade di pensieri intrusivi si presentavano a disturbarmi, costringendomi a riaprirli in preda ad una smania incontenibile.
Anche quel giorno le cose non andarono diversamente. Dopo alcuni minuti, mi ritrovai ad agitarmi sulla sedia, incapace di respirare profondamente e con un bisogno urgente di riaprire gli occhi.
La voce del dottor Kimura proseguiva con il rilassamento. Attorno a me, i miei compagni, perfettamente immobili, erano visibilmente tranquilli.
Istintivamente, spostai l’attenzione sul viso rilassato di Jun, davanti a me. Qualche istante dopo, anche lei aprì gli occhi.
Mi osservò con espressione incuriosita, prima di sorridermi. Con la sedia, si avvicinò un po’ di più a me, facendomi cenno di fare la stessa cosa.
Mi mossi appena, mentre lei si sporse dimezzando la distanza tra noi, prima di sussurrarmi all’orecchio “non chiudere gli occhi, prova a guardare me: così è più facile”.
Non so per quale assurda ragione decisi di darle retta, forse perché, in fondo, non avevo nulla da perdere.
La vidi respirare piano senza staccare lo sguardo dal mio viso.
Portò una mano sul suo petto iniziando a respirare più profondamente, mantenendo un ritmo calmo.
Vedevo la sua mano alzarsi e abbassarsi seguendo il ritmo dell’aria che riempiva e svuotava i suoi polmoni.
Senza nemmeno rendermene conto, iniziai a respirare anch’io, imitando la sua cadenza. La sua mano aveva un movimento leggero, quasi ipnotico, mentre uno strano e sconosciuto senso di pace si impadronì delle mie viscere.
Portai anch’io una mano sul mio petto, sentendo i battiti del mio cuore accelerare appena.
La sua espressione era calma, gentile. Non c’era traccia di rimprovero, paura o rabbia nel suo volto. Senza parlare, continuava a incoraggiarmi con quei suoi strani occhi luminosi.
Nessun pensiero indesiderato venne a bussare alla mia porta, nessun impulso di scappare via si impadronì dei miei sensi…
Per la prima volta in tutta la mia vita, sentii che stavo imparando a respirare davvero.
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