Capitolo 11
Quella notte strani sogni o visioni, non so dirlo con certezza, disturbarono il mio sonno popolandolo di urla, strazianti urla, e pianti.
C'erano singhiozzi e ringhi e voci indistinte, che gridavano la loro rabbia e disperazione.
Mi trovavo alla fine di uno stretto corridoio, davanti ad una porta semichiusa; le urla provenivano da lì e in sottofondo risuonavano sinistri schiocchi di frusta. Ero curioso ma al tempo stesso impietrito da esse, una gelida tensione mi si aggrappò addosso impedendomi qualsiasi genere di movimento, e dalla mia postazione sicura riuscii a vedere un uomo che torreggiava, imperioso, su un ragazzo rannicchiato sul pavimento umido e scrostato. Tra le mani l'uomo brandiva una frusta cosparsa di aghi, o comunque qualcosa di appuntito: lo strumento di tortura con il quale strappava a quel ragazzo gemiti di dolore e parole confuse, che interpretai come suppliche. Lo colpiva ripetutamente, imperterrito ed indifferente, continuando così a farlo soffrire e ad aprire ferite sanguinanti su un corpo dalla pelle pallida, bianca quasi come la neve.
Il ragazzo copriva il volto con le braccia e perciò non potei vederlo ma, per qualche motivo, mi ricordò tanto Axel.
Per un minuscolo attimo, l'uomo si spostò verso destra permettendomi di scorgere, oltre quel corpo martoriato che si contorceva in preda a spasmi di dolore, un paio d'occhi smeraldini. Occhi che si accorsero subito della mia presenza. Occhi che già conoscevo e che avevano ancora il potere di farmi tremare come una foglia.
Un altro schiocco di frusta si propagò nell'aria, un altro urlo.
Il mio risveglio fu lento, mi sentivo inquieto e frastornato, dunque non mi resi conto in fretta come avrei dovuto della figura che, coperta interamente da un mantello nero, se ne stava seduta sopra di me assicurandosi di bloccarmi ogni possibile via di fuga tenendo una lama tagliente premuta sul mio collo. Il suo volto era nascosto dall'ombra del cappuccio ma visibile quel poco che bastò a farmi intravedere i suoi occhi brucianti, che mi perseguitavano dal giorno precedente, e le sue labbra, dalle quali venne fuori un ringhio minaccioso e un paio di canini affilati ad enfatizzarlo.
Quando realizzai la mia posizione mi mancò il fiato, non tanto perché l'incappucciato mi teneva bloccato, dato che il suo peso nemmeno ostacolava il mio respiro, piuttosto fu a causa della paura che prese pieno possesso di me nel rendermi conto che il ragazzo del sogno e il tizio da cui io e Axel eravamo e scappati e che stavo fissando, sopraffatto, erano la stessa persona.
-Hai paura? Bene! È giusto ciò che merita un mostro come te! Dopo tutti questi anni, finalmente, sto per gustare il dolce sapore della vendetta!-
Un baluginio pericoloso attraversò i suoi occhi mentre premeva con maggiore foga la lama del pugnale contro la mia gola, facendomi sfuggire un basso mugolio. La presa delle sue cosce sui miei fianchi era forte ma entrambi eravamo ben consapevoli che, se solo avessi voluto, avrei potuto liberarmi facilmente. Era quella lama premuta contro il mio collo a farmi esitare, lo sapevo io e lo sapeva lui esattamente come sapeva anche che doveva approfittare di quel momento perché non si sarebbe ripresentato.
D'un tratto si scoprì il volto e mi meravigliai di quanto esso fosse profondamente segnato e scavato, sebbene così giovane, e se anche mi era rimasto qualche dubbio allora ne fui certo: il ragazzo che stava cercando di uccidermi era lo stesso ragazzo dalla corporatura esile che qualcun altro aveva cercato di uccidere nel sogno.
Abbassai lo sguardo su di lui e solo in quell'istante notai che anche lui come Axel, sotto il mantello nero e una veste cremisi, indossava un paio di pantaloni di pelle.
È una moda?! Pensai, perplesso.
Poi, in una frazione di secondo, accadde: un istinto spaventoso e oramai familiare prese comando del mio corpo. Fu come avere un blackout per qualche secondo, buio totale, e quando tornai in me ero io a sovrastare il ragazzo; una presa ferrea sui polsi e i nostri corpi incastrati affinché non potesse reagire. Lo sentii fremere.
Sentii il suo respiro e sentii il suo odio.
-Prima di tutto non sono un mostro e poi credo proprio che tu abbia sbagliato persona, amico. Io non ti ho mai visto prima...- ostentavo una sicurezza che non avevo e detestava il fatto che quel tizio lo sapesse.
-Credimi, riconoscerei tra mille altri l'angelo nero causa della mia rovina e tu "amico" sei la sua copia ringiovanita!- pronunciò quella parole cariche d'astio a denti stretti, senza mai distogliere lo sguardo dal mio. Mi stava sfidando apertamente eppure quella volta tenni a bada l'istinto, scegliendo di stare calmo.
-Cosa intendi? Mi dispiace che tu abbia sofferto, va bene? Ma ti ripeto che io non ti ho mai visto in vita mia e perciò non posso essere io la causa!-
-Sai molto bene cosa intendo e per questo hai paura di me!-
-Chi non avrebbe paura se ti presenti minacciando di farlo fuori?!- ribattei con enfasi, riversando in quelle parole tutta la mia agitazione.
Lo guardai piegare le labbra in un ghigno soddisfatto e improvvisamente mi fu palese che intaccare il mio autocontrollo e la mia sicurezza fosse il suo primo obiettivo.
-Il figlio di re Orion che ha paura di un demone, questa si che è bella...- disse don voce lenta e fare sfacciato, lasciandomi confuso a tal punto che allentai la stretta sui suoi polsi.
Stava per approfittare di quel mio momento di debolezza, lo avevo compreso non appena avevo avvertito i muscoli del suo corpo contrarsi rapidamente, ma l'improvviso spalancarsi della porta glielo impedì. Spostammo entrambi l'attenzione sulla persona che aveva fatto il suo ingresso nella stanza, ciò che ne seguì fu un lungo e pesante silenzio.
Axel rimase fermo sulla soglia ad occhi sgranato, la mano ancora posata sulla maniglia della porta come se stesse lottando faticosamente contro l'impulso di richiuderla. Il ragazzo era altrettanto impietrito, non lo mostrò nella stessa inequivocabile maniera di Axel però lo capii comunque sentendolo irrigidirsi sotto di me.
La situazione avrebbe anche potuto avere del divertente se non fosse stato che quel ragazzo voleva uccidermi per vendicarsi dell'uomo che lo aveva torturato, per chissà quanto tempo, senza alcuna pietà...
Chi era quell'uomo? Che tipo di torto gli aveva arrecato lui per meritare una tale punizione?
-Che... che diavolo sta succedendo?- borbottò Axel, nervoso. Esaminando il suo volto attentamente, più tardi, mi accorsi che era sbiancato così tanto da poter essere scambiato facilmente per morto. -Che ci fa lui qui?-
-Suppongo ci abbia seguiti.- risposi con sorprendente tranquillità.
-Non è possibile!- esclamò lui per poi essere colpito dall'innegabilità dell'evidenza: quel tipo aveva scoperto come aggirare l'incantesimo di sangue a protezione della villa, e ciò mi gettava in un mare di ansia. Io non conoscevo assolutamente nulla di quel mondo ma avevo lo stesso deciso, parecchio avventatamente, di affidare la mia vita ad Axel quando la paura aveva avuto il sopravvento su qualsiasi altra scelta razionale che avrei potuto fare e quello era stato il risultato: non solo non avevo risolto il problema ma sarei pure stato assassinato in quel luogo che, da ciò che avevo capito, per la gente del mio mondo esisteva solo nei racconti.
-A quanto pare lo è!- lo sbeffeggiai, venendo ignorato.
-Perché sei qui?- chiese al ragazzo.
-Non è ovvio? È qui per lo stesso identico motivo per cui era a casa mia ieri notte, vuole uccidermi Axel!- risposi al suo posto.
-Axel?- mormorò il tizio mentre provava di nuovo a sottrarsi alle mie grinfie -Lasciami! Per ora non ti ucciderò ma lascia che io lo guardi, ti prego!-
Inarcai un sopracciglio -Perché dovrei?-
-Sam...- sussurrò Axel -Ti prego...-
La sua voce era strana e dopo avergli rivolto un'occhiata capii la motivazione: se possibile, era diventato ancora più pallido e le labbra erano serrate talmente strette che pareva quasi non avesse parlato.
Decisi quindi di accontentarli, seppur riluttante, e lo liberai andando poi a sedermi sul letto per non perderli di vista. Il ragazzo si alzò in piedi con sbalorditiva velocità, dopodiché presumetti che avessero iniziato a studiarsi reciprocamente.
Tra noi era calato nuovamente il silenzio ma ebbi comunque l'impressione di poter udire gli ingranaggi del cervello di quei due girare vorticosamente finché, almeno per loro, qualcosa acquistò finalmente senso.
-Alexei!- disse lentamente il mio ospite. Sembrava non riuscire a credere di aver pronunciato quel nome, ne ebbi la conferma poco dopo averlo visto sfiorare con dita leggere il volto dell'altro e abbracciarlo forte nell'attimo immediatamente seguente.
Corrugai la fronte. In un primo momento ero rimasto del tutto spiazzato dalla scena cui avevo assistito, poi era sopraggiunta la confusione ed infine una sola ed unica, importante, domanda:
Che mi sono perso?
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