Capitolo 8
- Skyler pov's
Sean non si è arrabbiato più di tanto. Mi ha rimproverato con la sua classica frase è il suo sguardo omicida:«Che hai combinato?»
Io ho alzato gli occhi al cielo e ho sbattuto le ciglia dolcemente. «Io non ho fatto assolutamente niente. Mi ha insultato e io ho perso il controllo.»
Lui non ci ha creduto molto ma non ha detto niente.
Ora siamo tutte e due nella mia camera mentre mi fa il classico discorsetto che odio tanto.
«Ti rendi conto che la scuola è iniziata da nemmeno un giorno e sei già stata richiamata.» la sua voce non lascia trapelare emozione.
Scrollo le spalle. «Si, me ne rendo conto ma non posso lasciare che gli altri mi insultino. Mi hai insegnato a difendermi e io ho messo in atto quello che ho imparato e poi ti ricordi cosa mi hai detto un paio di giorni fa? «Sei al college ora, devi farti riconoscere da tutti»
Sospira, sconfitto, sapendo che ho ragione. «Lo so che cosa ho detto e cosa ti ho insegnato ma devi capire che ogni cosa che ti dico devi stare attenta al luogo in cui ti trovi. Non puoi permetterti di perdere la tua borsa di studio per una scemenza simile!»
Dovrei ascoltarlo ma la mia testa è da un'altra parte. Dopo che io e Trevor siamo stati mandati dal rettore mi sono scontrata, di nuovo in un giorno, con Killian. Mi guardava in un modo strano e sospettoso. Il suo sguardo trasmetteva dolcezza e le sue labbra erano incurvate in un sorriso ma gli occhi, loro dicevano tutto, erano tristi. Non sarà mica dispiaciuto per me? È vero che è colpa sua se io sono stata richiamata ma non credo abbia ascoltato la conversazione con la mia vittima.
Mio fratello continua a parlare, così lo interrompo con una mano. «Sean, basta. Ho capito: ho fatto una stronzata. Basta, punto e stop! Non si ricapiterà più, promesso ma ora lasciami andare. Sono stanca, devo fare i compiti e tu devi andare al lavoro.»
Mi alzo dal letto, dove fino a poche ore fa dormivo e mi dirigo verso l'uscita.
«Perché l'hai fatto? Non è vero che ti ha insultato. Nessun l'ha mai fatto da quando hanno saputo di papà.» mi ferma, bloccandomi il polso. Sospiro, non capisce che non sono più nel Bronx, ora sono al college a chilometri di distanza da casa.
Mi giro a guardarlo negli occhi e capisco che l'unica cosa che vuole è la verità. «Loro non sanno di papà. Nessuno lo sa, quindi la tua teoria è sbagliata. Ma hai ragione, non mi ha detto niente a parte uno stupido soprannome. Ha insultato... un... mio... ehm amico? Sapendo come sono le cose in realtà mi sono sentita chiamata in causa, lo capisci, vero?» chiedo, dolcemente.
Lui annuisce e mi attira in un abbraccio. Solo ora capisco che in realtà non sono ancora pronta per abbandonare il nido. Ho troppo bisogno dei miei fratelli, sono come l'ossigeno per gli esseri viventi; l'acqua per le piante, l'amore per gli umani.
Respiro il dolce profumo che emana il mio fratellone. Sa di menta e limone: il dopo barba che gli ho regalato per il suo penultimo compleanno.
«Lo sai che sono orgoglioso di te?» domanda piano.
Scuoto la testa, alzandola. Gli do un bacio sulla guancia. «Grazie. Di tutto.»
***
Dopo aver ripetuto mille volte a mio fratello che la scuola non lo avrebbe più richiamato, mi sono recata nella biblioteca dell'università. Mi hanno detto che per i corsi di recupero delle lezioni si possono vedere anche al computer e quindi eccomi qui, diretta alla stanza più interessante e misteriosa del mondo.
La cosa positiva delle biblioteche, oltre il fatto che è piena di libri è che non incontrerai nessuno dei tuoi compagni. Quando mai un ragazzo come Trevor degnerebbe la sua presenza alle libraie? Mai.
Arrivata alla sala dei computer mi siedo sulla poltroncina e premo il bottoncino con scritto POWER. Aspetto qualche minuto che il sistema incominci a funzionare. Quando apro la pro la pagina di Google sento una voce famigliare che legge un pezzo classico.
Mi avvicino e quando noto che il ragazzo che sta citando uno dei miei libri preferiti rimango di stucco. Continua a sorprendermi.
«Perché non mi hai detto che gli uomini sono pericolosi? Perché non mi hai messo in guardia?»
Lo interrompo, continuando il discorso. « Le gran dame sanno come difendersi perché leggono romanzi che parlano di questi artifizi.»
La sua testa si alza capendo chi è la misteriosa ragazza che lo disturba, ma non sembra ne infastidito ne arrabbiato, anzi sembra felice.
«Che fai? Ora mi segui? Prima mi vieni addosso per ben due volte e ora vieni in biblioteca.» mi beffeggia.
Sbuffo. Non può rimanere il Killian di prima? «Non ti sto seguendo! E poi ti ho già chiesto scusa, sono inciampata.»
Metto le braccia conserte facendo un passo. «Che ci fai qui?»
«Dovrei chiederti la stessa cosa, perché un ragazzo come te viene in un posto simile per leggere Hardy?» Sul suo volto appare un ghigno.
«Okay, è l'unico momento che ho per dedicarmi ai miei libri. Prendimi pure in giro ma è la verità. Invece, tu che ci fai al corso di Scienze sportive?» E' davvero interessato a questo?
«Me la cavo con gli sport.»
«Davvero? Anche se sarai circondata da maschi? Però sai difenderti visto oggi...» ridacchia. Lui mi prende in giro dopo che l'ho difeso?
«Ehi, non dovresti fare così.» lo rimprovero.
«E sentiamo il perché? Non è carino o ti sto facendo soffrire?»
«No, perché potevo fregarmene e invece ti ho difeso. Ma non hai abbastanza forza per rimanere serio un momento. Ci si vede.» Mi giro e vado verso il computer. Quasi quasi me ne vado via direttamente, non mi importa di recuperare quelle due ore perse.
«Aspetta.»
Una mano calda si appoggia sulla mia e i suoi occhi celesti si scontrano con i miei. Se non avessi abbastanza controllo e forza di volontà sarei già precipitata in quell'abisso profondo ed oscuro. Sposto per un secondo lo sguardo sulla mano. Le dita sono lunghe e si vedo il callo della penna nell'anulare e le vene sporgenti nel braccio destro.
«Non andartene, ti prego.» sussurra.
«Perché?»
«Non lo so. Non voglio che ti allontani. Non da me.»
La sua mano si alza, verso la mia guancia e a quel contatto la mia pelle brucia. Cosa mi stai facendo?
«Non lo so, con te non mi sento il mostro che credo di essere.» L'ho detto ad alta voce? Non è la prima volta che succede.
«Tu non puoi essere un mostro. Non sei cattivo, lo vedo. Vuoi solo smembrarlo.» rispondo sincera. Lui non può esserlo. Anche se ha combinato una marea di guai, io non cambio idea.
«Perché dici che mi hai difeso.» chiede, senza togliere il contatto con il mio corpo.
«Non sono obbligata a sapere quello che è successo tuo fratello ma odio che le persone ti giudicano per quello che pensano.» Non ero sicura di dirlo, ma la bomba è stata sganciata.
Trattiene il respiro. «E tu mi hai difeso?»
Annuisco. «Odio i pettegolezzi e tutti quelli che ne fanno parte.»
Nei suoi occhi percepisco il senso di colpa. Che ha combinato, ora? Ti prego dimmi che lui non c'entra niente con il mondo del gossip e che è solo una vittima.
Vorrei dirgli cosa succede ma la mia bocca si apre da sola. «Davvero vuoi che io diventi la tua principessa?»
Come domanda è ridicola ma è da ieri sera che ci penso e non riesco ad evitarlo. Mi sta facendo scoppiare la testa.
Dal suo sguardo capisco di aver posto la domanda sbagliata.«Perché mai dovresti diventare la mia principessa?»
Come? Non si ricorda nemmeno quello che ha detto l'altra sera?
«Me l'hai detto ieri al lago. Mi hai detto che ero una principessa da salvare e...»
«Ero ubriaco, non sapevo quello che dicevo o quello che pensavo. Se ho detto delle stupidaggini come questa, scusami.» Non era una stupidaggine. Non per me.
Faccio un passo indietro, confusa. Forse era meglio vivere con il dubbio. Inizio ad annuire senza un vero motivo. «Okay, devo andare. Ci vediamo.» o forse no.
Mi giro velocemente e senza girarmi indietro mi incammino all'uscita. Non dovevo fermarmi prima.
La sedia dove nemmeno dieci minuti fa ero seduta è spostata con la mio borsa attaccata da un lato. L'afferro e me ne vado. Killian continua a chiamarmi chiedendomi di fermarmi e che non voleva dire quelle cose. Certo, non le voleva dire eppure l'ha appena fatto.
In quel momento mi viene in mente una cosa. Non posso tornare in camera mia, lì ci sarebbe Deb e gli aprirebbe subito quindi devo trovare un altro luogo. Continua a camminare a passo veloce, sentendomi osservata. Tiro fuori dalla tasta del mio giubbotto il cellulare e compongo il primo numero che mi viene in mente.
«Pronto?»
«Sono io. Ho bisogno di un favore, posso venire da te stasera?» chiedo speranzosa.
«Certo. Ti preparo il letto, ci vediamo tra poco.» E riattacco.
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