If We Have Each Other
Quando aveva quattro anni, Alessandra chiese a Babbo Natale di avere un fratellino. Aveva già saputo da papà che nella pancia di mamma c'era un bambino, ma l'idea di avere una sorellina la terrorizzava. Non voleva un'altra delle sue amichette, una bambina che si entusiasmava per qualsiasi oggetto di colore rosa e si divertiva solamente se giocava con le bambole. No, lei voleva un fratellino, un maschio, qualcuno con cui giocare alle costruzioni e ai pirati e ai supereroi. Voleva qualcuno che avesse tutti quei giochi che lei tanto desiderava, ma che nessuno le comprava perché erano da maschio, poco adatti ad una femminuccia come lei.
E sapeva che essere una sorella maggiore non voleva soltanto dire che avrebbe avuto qualcuno con cui giocare, no, i suoi genitori l'aveva già messa in guardia, le avevano già spiegato i cambiamenti e le nuove responsabilità che avrebbero fatto capolino nella sua vita, togliendole i privilegi dell'essere figlia unica, insieme alle attenzioni e ad una camera tutta per sé. Ma ad Alessandra poco interessava, a malapena ascoltava quei discorsi così seri da essere un po' ridicoli, considerando che era una bambina anche lei e che mamma e papà ci sarebbero sempre stati, no?
A sei anni, era completamente innamorata di suo fratello. La sua parte preferita della giornata era tornare a casa dall'asilo e guardare Paolo dormire nel lettino, con quella boccuccia semiaperta e le manine chiuse a pugno. Non era ancora in grado di capire il fascino del costruire la torre di mattoncini più alta del mondo, ovviamente, ma ormai era in grado di ballare con lei in salone, piegando le gambine e agitando le braccine in alto. Non piangeva quasi mai, però rideva spesso e Alessandra adorava fargli il solletico e bubu-settete per sentirlo gridare ancora più forte.
Poi arrivò il momento in cui Paolo prese a parlucchiare. Mamma e papà erano parole già comparse sulle sue piccole labbra, ma Alessandra era troppo lungo, troppo difficile da pronunciare. E fu proprio per questo che suo fratello cominciò a chiamarla Sasa, come tutti l'avrebbero chiamata tra le mura di casa, perché nulla ti resta attaccato addosso come il soprannome datoti dal piccolo della famiglia.
Quando aveva otto anni, Sasa riuscì finalmente a godere dei benefici previsti dall'avere un maschietto nel letto affianco al suo. La loro stanza iniziò ad occupare un mare di pistole, costruzioni, spade e macchinine, ossia tutto quello che aveva sempre desiderato. I suoi pomeriggi si riempirono di arrembaggi, duelli all'ultimo sangue, gare di velocità e cantieri per la torre di mattoncini più alta del mondo, che puntualmente crollava prima che il progetto fosse ultimato.
E la cosa migliore era che Paolo non le diceva mai no, sei femmina, come i suoi compagnetti di scuola. No, suo fratello era sempre così entusiasta di giocare con lei, di averla tutta per sé dopo che aveva finito i compiti, ed era così triste quando non riusciva a mettersi le sue mollette colorate o i suoi cerchietti per capelli, perché, Sasa l'aveva capito, ai suoi occhi essere come sua sorella voleva dire essere assolutamente fantastico.
Iniziò ad avere paura per suo fratello a dieci anni, il pomeriggio in cui sua madre lo picchiò per la prima volta. Lei era abituata da un pezzo agli schiaffi, ai calci, alle tirate di capelli lungo il corridoio, perché era così che veniva punita per le sue marachelle. Ma, adesso che anche Paolo finiva per accasciarsi sul pavimento, immobile, piangendo come un cucciolo ferito, nella sua mente era apparsa una semplice domanda: Perché?
Insomma, un conto era lei, ma perché Paolo? Era così piccolo, così indifeso, perché fargli questo? Era solo un bambino, un bambino che ogni tanto sbagliava e combinava qualche guaio, quindi perché fargli del male? E la risposta, quella risposta che l'avrebbe resa cieca per anni, la trovò proprio sulle labbra di sua madre: Perché, se sapete che cosa vi aspetta, non lo farete mai più. Il che aveva perfettamente senso nella sua testolina di dieci anni, anche considerando che nella sua classe c'erano altri due o tre ragazzini che venivano puntualmente menati dai genitori.
Però non poteva sopportare che Paolo soffrisse come soffriva lei. No, non poteva proprio tollerarlo. E così iniziò a mettersi in mezzo, a togliere l'attenzione da lui e attirarla su di lei, in modo tale che sua madre se la prendesse sempre con lei. Il che non implicava che suo fratello non le prendesse di santa ragione, ma almeno diminuiva le volte in cui lo sentiva gridare dall'altra stanza.
A undici anni, Sasa era esausta. Paolo aveva preso a ribellarsi, ad urlare a sua madre di non farle del male, di non metterla in punizione, di prendersela con lui e non con sua sorella, perché lei era troppo buona e non si meritava questo. Ed era inutile prenderlo da parte, quello stupido ragazzino, e spiegargli che doveva andare così, che lei lo faceva per proteggerlo e che ormai il suo corpo si era abituato al dolore, le botte non facevano più così male, e l'unica cosa che le importava era che lui fosse al sicuro.
Perché, a soli sette anni, Paolo aveva vissuto così tanta sofferenza che il suo sonno ne era turbato. Finché si trattava della semplice e infantile paura del buio, sua sorella non si era allarmata più di tanto e si era perfino abituata ad addormentarsi con le luci accese. Finché doveva leggergli qualcosa per distrarlo dai rumori sinistri provenienti dall'altra stanza, Sasa aveva imparato a portarlo via di lì senza dare nell'occhio, metterlo a letto e farlo ridere facendo le voci dei personaggi della storia del giorno.
Ma, ora che suo fratello si svegliava a notte fonda, a volte piangendo, a volte urlando, non era più sicura che quello che faceva potesse bastare. E aveva perso il conto delle volte in cui Paolo si era infilato nel suo letto e lei l'aveva abbracciato stretto, cullandolo fino a farlo addormentare, cercando di rispondere a domande troppo difficili per una bambina alle porte della preadolescenza: Perché ci hanno avuto se non ci amano? Perché mamma ci mena sempre? Perché papà urla tanto ma non interviene?
Quando aveva quattordici anni, Sasa aveva ormai realizzato di non essere una ragazzina come tutte le altre. E non solo perché le piacevano le ragazze e non riusciva a mettere una gonna senza scoppiare a piangere. No, c'era dell'altro, qualcosa di molto più disturbante del semplice essere queer. Le sue amiche non sapevano quanta fatica ci volesse per convincere un bambino di dieci anni a farsi la doccia, né tantomeno dovevano assistere i loro fratelli quando stavano male perché quelle robe le fanno i genitori.
Ma i suoi, di genitori, non c'erano mai e, se c'erano, sapevano solo urlare e lanciare oggetti. E ormai per lei era scontato sapere esattamente cosa fare e quali medicine dargli quando Paolo sta male, o preparargli la colazione e la merenda tutte le mattine, o ancora aiutarlo con i compiti quando le insegnanti non spiegavano qualcosa. Così come per lei era normale che suo fratello non riuscisse a fare amicizia, perché nemmeno lui era come i suoi coetanei, un bambino troppo maturo per interessarsi al calcio e credersi figo solo perché diceva qualche parolaccia.
E questo le dispiaceva terribilmente, perché voleva dire che non era riuscita a proteggerlo dagli orrori della loro infanzia e ora non era in grado di fargli da sorella maggiore, perché non facevano altro che litigare per ogni cosa e Paolo non si lasciava più abbracciare quando piangeva.
A sedici anni, Sasa tornò ad essere Alessandra per tutti quanti, perché suo fratello era troppo grande per chiamarla ancora Sasa. E, ora che l'adolescenza cominciava a modificare il suo corpo e i loro genitori si ostinavano a vederlo ancora come un bambino, era ad Alessandra che domandava ogni cosa. Ma come funziona il ciclo? Perché sono tutti ossessionati dalle femmine ora? Che cos'è un pompino? No, non sono troppo piccolo, a Iacopo della seconda C ne hanno fatto uno ieri!
Nessuno aveva mai avuto l'accortezza di soddisfare la sua curiosità, lei era stata costretta a cercare online e sui libri, talvolta ad affidarsi alle speculazioni assurde delle sue compagne di classe. Ma ormai era abbastanza adulta da sapere la verità su certe cose e, pertanto, si assunse la responsabilità di mettere in guardia suo fratello dalle leggende metropolitane che avevano fregato molte sue coetanee.
Quando compì diciotto anni, le loro vite erano così diverse che anche il loro rapporto dovette cambiare di conseguenza. Quando Alessandra si tagliò tutti i capelli e cominciò a farsi chiamare Alex, suo fratello fu l'unico in famiglia a non battere ciglio. Beh, è giusto così fu il solo commento che riuscirono a cavargli fuori, mentre i suoi genitori non approvarono quel cambiamento inutilmente drastico. Fu lo stesso anno in cui Paolo iniziò le superiori, l'anno in cui smise completamente di chiedere aiuto a sua madre, l'anno in cui Alex si sentì di nuovo il centro del suo universo.
Sua sorella era la prima persona a cui mostrava i progetti che realizzava per scuola, l'unica persona la cui approvazione era indispensabile per inviare il tutto. Quando decise di riorganizzare la sua parte della camera, fu Alex a consigliargli cosa comprare e cosa cercare di seconda mano e ad aiutarlo a sistemare le lucine a led sopra la scrivania. Quando le ragazze entrarono finalmente nella sua esistenza, lasciandolo un po' perplesso, fu lei la prima a saperlo e a rendergli note le tipiche dinamiche di relazione con l'altro sesso.
Certo, continuavano a litigare, a scazzottarsi ogni tanto, a darsi fastidio a vicenda per il puro gusto di farlo, ma non c'era un istante in cui Alex metteva in dubbio il fatto che suo fratello la amasse tanto quanto lei amava lui. E, sì, non ci furono lacrime quando finalmente se ne andò di casa con la scusa dell'università, ma Paolo coglieva ogni occasione per scriverle e i weekend a casa li passavano tutto il tempo insieme.
A diciannove anni, Alex dovette affrontare il suo primo cuore spezzato e la consapevolezza che gli anni passati con la sua famiglia l'avevano distrutta prima ancora che potesse sbocciare. E, quando si ritrovava a piangere da sola, sul balcone della sua cameretta, perché doveva pur sempre tornare a casa per le vacanze, Paolo era sempre lì a tenerla d'occhio, a chiederle di rientrare perché non ce la faceva a saperla lì, in quelle condizioni, a tre passi dal vuoto.
E fu sempre per quell'amore infranto che disse le sue prime parolacce, perché era certo che, parlando in quel modo, insultando pesantemente una certa persona, sua sorella sarebbe stata un po' meglio. Così come fu allora che incominciò a notare che sua sorella, la sua Alex, la sua Sasa, che c'era sempre stata per lui, era anche lei un essere umano che aveva bisogno di amore nella sua vita.
Quando raggiunse i vent'anni, Alex realizzò per la prima volta quanto fosse fiera di suo fratello e della persona che stava diventando. Paolo ormai era abbastanza grande da doversi radere la barba ogni tre giorni e poter fare tardi la sera, ma era ancora il bimbo che cercava la sua approvazione e i suoi consigli. Era diventato un ometto in grado di tener testa ai suoi genitori, circondato da amici che lo stimavano per la sua forza e la sua gentilezza, pronto persino ad urlare per difendere sua sorella nelle discussioni.
Perché, sì, continuavano a punzecchiarsi a vicenda, ma lui si sentiva l'unico ad avere il diritto di poter criticare Alex, che ogni tanto tornava ad essere Sasa, perché lui era suo fratello e lei era sua sorella, il che significava così tanto per loro da non poter essere spiegato a parole.
Perché le parole non erano necessarie a spiegare perché Paolo fosse scoppiato a piangere quando aveva scoperto che cosa aveva passato Sasa con esattezza, o perché Alex volesse ancora proteggerlo dalle subdole grinfie di sua madre, o ancora perché si accoccolassero sul divano dopo aver litigato.
Perché l'unica cosa davvero importante, l'unica ad avere una qualche importanza nel loro universo era sempre stata questa. Il mondo non è perfetto. Il mondo sa essere davvero crudele, anche con le persone buone e indifese. Ma non è un posto così tremendo, la vita non è così tremenda. Finché avrebbero potuto contare l'uno sull'altra, avrebbero gestito qualsiasi cosa. Perché essere fratelli significa soprattutto questo: avere qualcuno sempre pronto a combattere al tuo fianco.
E a non lasciarti nella merda quando è finita la carta igienica.
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