Rumore
Quella porta grigia è l'ultima immagine che Manuel ricorda di aver visto.
Poi tutto, all'improvviso, si è offuscato: le gambe hanno ceduto, ogni fibra del proprio corpo lo ha spinto ad arrendersi. Probabilmente è rimasto incosciente delle ore, ma è ancora stanco.
Terribilmente stanco.
Si trova in un letto, quello lo riconosce, però non a casa, nella loro dependance.
No, quella l'avrebbe riconosciuta.
Sarebbe stato un buon risveglio, fingendo di aver vissuto in un incubo. Invece Manuel si ritrova a fissare un soffitto bianco e asettico, con il freddo dentro alle ossa nonostante la coperta che lo avvolge.
Rimane immobile in un primo istante, prendendo una serie di respiri profondi. In seguito, volta il capo, soltanto di pochi centimetri. Vede Anita al proprio fianco, accomodata su una delle solite sedie di metallo che conosce fin troppo bene, e un sorriso stanco stampato sul volto.
«Ehi» sussurra la donna, a voce bassa.
Manuel socchiude le palpebre. «Simone?» è la prima parola che gli esce di bocca.
Ovviamente è la prima parola.
Anita sospira e allunga una mano, a raggiungere la sua. «È ancora dentro» spiega.
Il ragazzo cerca di restare calmo: è ancora dentro implica che sia ancora vivo – che Simone è vivo – quindi va bene. «Ho dormito tanto?».
«Tre ore» la donna rivela e cerca di allargare il sorriso, che stona con tutto il resto: stona con gli occhi arrossati, con i cerchi neri intorno, con l'aria sciupata e i capelli in disordine.
Sono particolari che Manuel nota, eppure non dice nulla poiché immagina che, se si guardasse allo specchio, vedrebbe il medesimo riflesso.
Cerca di esaminare ciò che c'è in quella stanza: è un ambiente piccolo, con una sola finestra che ha le tende tirate ed evita alla luce del sole di trasparire dai vetri; l'unica fonte luminosa è una lampada posta su un comodino accanto al letto.
Lui ha persino un ago conficcato nel braccio, da cui risale un tubicino collegato ad una sacca di plastica con liquido trasparente dentro. Presume gli abbiano fatto una flebo ricostituente – sempre che si dica così – dal momento che non consuma un pasto decente da giorni, non dorme da altrettanti giorni ed è andato avanti a caffè del distributore.
Di certo tre ore di sonno non sono sufficienti a farlo riprendere, non del tutto.
«Non v'hanno detto niente?» sussurra. Lascia perdere sé stesso, ancora una volta. «Se sta andando tutto bene, se...».
«Non hanno detto niente» lo frena Anita. «Se succede qualcosa, c'avverte Dante, mh?».
«Ma...».
«Te devi riposà, tu, Manuel» insiste. «Quando Simone esce dalla sala operatoria, vuole vedere er fidanzato suo fresco come 'na rosa, non un fantasma o uno che non se regge in piedi, okay?».
Quelle parole colpiscono Manuel con leggera violenza. Perché a quello c'ha pensato poco: al fatto che Simone possa vederlo in uno stato del genere, che possa vederlo consumato fino a tal punto, addossandosi tutte le colpe.
Lo sa che va sempre a finire così: Simone si incolpa di ogni cosa e lui non vuole opprimerlo anche con un peso del genere. Per cui, si ritrova ad annuire a stento, mentre la madre gli accarezza una guancia con la punta delle dita.
Così, cullato da quel tocco lieve, chiude gli occhi.
Cerca di sprofondare di nuovo nel sonno, sapendo che, al proprio risveglio, potrà rivedere il volto di Simone.
E pure il suo sorriso.
**
Sei mesi
e diciassette giorni prima
«Che c'è?». Manuel lo domanda, osservando Simone in piedi, col telefono in mano, a fissarne lo schermo.
Lo vede teso, ragion per cui gli si avvicina in maniera cauta, trattenendo il respiro, e appoggia un palmo sulla sua spalla. «Simò?».
Simone sussulta appena. Sbatte rapido le palpebre, per riprendere un lieve contatto con la realtà. Alza lo sguardo, ad incrociare quello del compagno che ora gli sta di fronte. Vede la sua aria interrogativa, il suo leggero timore. Butta giù a fatica della saliva. «Era – l'ospedale» soffoca.
«Eh – che dicono?».
«Niente, hanno solo detto di – andare lì il prima possibile».
«Perché?».
«Non lo so». A Simone sussulta il petto. «Però non è un buon segno, no? Cioè, se dovevano dirmi qualcosa, potevano farlo al telefono, invece devo andare lì e...».
Manuel percepisce chiaramente la sua paura. È la medesima che avvolge pure lui, ma cerca di non darlo a vedere.
Non può darlo a vedere.
Quindi, si limita a scuotere appena il capo e prende il suo viso tra le mani. Sfrega i pollici sui suoi zigomi. «Magari – te devono dà uno de quei braccialetti, no? O la medaglietta, non so che se dà in 'sti casi».
«Che casi?».
«Boh, tipo – danno qualcosa se c'hai le crisi epilettiche. Te danno quello pe' precauzione. Ce sta, mh?».
Simone non ci crede nemmeno per mezzo secondo.
Gli pare troppa assurda come cosa, però apprezza lo sforzo del compagno, di creare l'illusione che tutto vada bene.
Invece pare che tutto stia smettendo di andare bene.
Per quanto si sforzi di essere positivo, l'universo gli sta lanciando un messaggio opposto.
Succede.
È una sorta di sesto senso che ha sviluppato, ad avvertirlo che le cose andranno peggio.
Che la brutta notizia è dietro l'angolo.
Rimane in silenzio, serrando le labbra.
Manuel continua ad accarezzarlo e gli deposita un lieve bacio sulla punta del naso. «Avverto tu' padre?».
Simone si affretta a scuotere il capo. «No» sussurra. «Vieni solo tu».
«Sicuro?».
«Sicuro».
**
«Dorme ancora?».
La domanda giunge lieve alle orecchie di Anita. La donna solleva di poco il capo, ancora seduta di fianco al letto dove è sdraiato il figlio. Annuisce, distratta, passandosi una mano sul viso. Vede il compagno in piedi, sulla soglia della porta e con una spalla appoggiata allo stipite. «Simone?» sussurra.
Dante accenna un sorriso: è diverso dal solito, pare più malinconico.
Più rassegnato.
«C'è qualche complicazione che sta- rallentando l'intervento, ma...» biascica.
«Andrà bene» lo interrompe e rassicura Anita - che di solito non è mai cosi positiva. No, lei è sempre stata quella che crollava e iniziava a piangere proprio di fronte a Simone da quando hanno avuto la diagnosi. È tutto il contrario dell'essere positiva.
Questo Dante lo sa, per cui si limita ad annuire.
In seguito, rivolge lo sguardo a Manuel, che giace stanco ed esausto sul materasso e un leggero lenzuolo addosso. «Non lo svegliare» sussurra. «Non deve saperlo per forza».
Anita annuisce e sforza un sorriso che appare veritiero. «Lo svegliamo appena Simone esce dalla sala operatoria, mh?».
«Sì, facciamo così».
**
Sei mesi
e diciassette giorni prima
Manuel osserva la figura di Simone entrare nelle dépendance, mentre lui rimane indietro, sulla soglia della porta. È inerme. Vorrebbe muoversi, eppure non ci riesce. Le gambe pesano come macigni.
Come pesa tutto il resto.
Come pesano le parole che i medici non riuscivano a pronunciare davanti a due ragazzi di appena vent'anni, le loro spiegazioni con grandi termini tecnici che in quel momento stonavano e non significavano nulla.
Le grandi ed elaborate parole non servono mai a niente in certi casi.
«Simo...» cantilena.
Vede ancora soltanto le spalle del compagno che non si volta e non sa sia un bene o un male - perché il suo volto vorrebbe tanto vederlo, ma al contempo è pressappoco sicuro che crollerà quando accadrà o sentirà una fitta al petto abbastanza forte da destabilizzarlo.
Ma Simone non risponde. Non si muove. Rimane in piedi al centro della stanza, con i pugni chiusi lungo i fianchi. Quasi non respira. Quel gesto così naturale, spontaneo, gli sembra faticoso. Pare non appartenergli, come non fosse degno.
Come se ciò che ha sentito dai dottori gli avesse dato una sentenza atroce che lo condanna a combattere per il solo atto di respirare.
E un po' è davvero così.
Assurdo combattere per continuare a respirare, no?
Per continuare a far battere il cuore, aprire gli occhi ogni mattina.
Combattere per la vita quando essa a stento è iniziata.
Non crede di esserne in grado. Non è capace di duellare con qualcosa di più grande di lui.
Di loro.
Immerso in simili pensieri, Simone si accorge che l'altro ragazzo si è avvicinato soltanto quando sente la sua mano posarsi sulla propria spalla.
Solleva lo sguardo, mostra gli occhi che, involontariamente, si sono fatti lucidi e gonfi. Non ha pianto, non ancora, ma crede di essere in procinto di farlo.
Manuel si trattiene. Lo giura, fa una promessa silenziosa in quell'attimo: di non piangere, di non crollare, d'essere quello forte - perché all'amore della sua vita serve, non qualcuno che lo porta più a fondo.
«Ohi» sussurra e prende il suo viso tra le mani.
Sfrega delicatamente i pollici sui suoi zigomi. «La affrontiamo insieme 'sta cosa, mh?». È la prima frase che gli viene in mente - per quanto sia scontata, banale.
Ma cerca di crederci e farglielo credere.
Che insieme sono forti e la battaglia la possono persino vincere.
«Manuel...» singhiozza Simone, col petto che trema e subito viene fermato dall'altro ragazzo che «Shh» soffia e si avvicina ulteriormente, ciò che basta a far sfiorare le loro fronti e a respirarsi addosso.
Che gli donerebbe il proprio, di respiro, se potesse.
«Insieme» ripete. «Lo affrontiamo insieme».
**
Manuel apre di scatto gli occhi.
Non ha sognato in quel lasso di tempo in cui si è concesso il lusso di dormire. Ha visto solo nero.
Forse a causa della stanchezza, la sua mente ha deciso di non donargli neppure dei sogni, non delle immagini liete a cui aggrapparsi.
Forse perché nemmeno Simone sta sognando in quel momento.
È rimasto solo in quella stanza. Non c'è luce, la stanza è immersa nell'oscurità se non fosse per un sottile fascio bianco proveniente da sotto l'anta della porta chiusa.
Non sa che ore siano.
Soprattutto, non sa quanto sia passato, quanto è stato privo di conoscenza e questo lo logora.
Lo percepisce nelle viscere, quel senso di angoscia che si mescola all'impotenza, all'incapacità avuta di fare qualcosa - al senso di colpa per non essere stato lì ad aspettarlo.
Per non esser stato il suo ci vediamo dopo.
Goffamente, Manuel scende dal letto. Le sue scarpe sono lì a terra, riesce a metterci i piedi dentro e infilarle con leggera fatica. Ha ancora un ago conficcato al braccio.
Vorrebbe toglierlo, ma sa che si farebbe male.
Pertanto, decide di staccare la sacca trasparente di plastica contenente ancora metà liquido e portarsela dietro, reggendola con la mano opposta.
Forse è stupido da fare pure quello, ma tant'è.
Le gambe paiono essere molli, di sicuro non così stabili da reggerlo in piedi. È la ragione per cui barcolla quando non ha ancora raggiunto la porta e al suo stipite si appoggia per un attimo, per non cadere a terra.
Quando, finalmente, riesce a raggiungere il corridoio, dalle poche finestre presenti capisce che è pomeriggio inoltrato perché il sole sta già calando e ha tinto ogni cosa di arancione. «Cazzo» gli viene spontaneo esclamare.
Cazzo, ho dormito troppo.
Cazzo, forse è tardi.
Non sa esattamente in quale stanza lo abbiano sistemato prima, quindi ci impiega almeno quindici minuti per orientarsi e ritrovare la stanza di Simone.
Che spera sia ancora di Simone.
Davanti ad essa, ci trova Dante. È in piedi, con le mani congiunte dietro alla schiena, mentre muove qualche passo distratto in attesa di chissà che.
Manuel accelera per raggiungerlo più in fretta e «Dove sta?» esclama. «Simone - dove sta?».
Il professore è colto alla sprovvista a vedere il ragazzo e sentirlo porgere quelle domande, specie con così tanta smania e impazienza. «Manuel...» sospira «Dovresti essere a riposarti».
«Me só riposato abbastanza. 'Ndo sta Simone?».
C'è esitazione nel rispondere e questo getta Manuel nel più totale sconforto. In una frazione di secondo, nella sua testa si dipingono gli scenari più catastrofici, quelli che prevedono un'esistenza senza Simone, un futuro con la sua assenza da abbracciare e con cui imparare a convivere.
La sola ipotesi lo fa raggelare fin dentro le ossa.
«Dov'è Simone?» lo ripete e la sua voce si incrina.
Dante si rabbuia. Un'ombra cala sul suo volto, gli spegne gli occhi.
Manuel sta per mettersi ad urlare.
«Non si è ancora svegliato» lo informa il professore - e okay, non è l'ipotesi peggiore.
«Ma lo farà, no? Hanno- detto che ce poteva mette tempo e...».
«Non sanno dircelo, se si sveglia. Solo che dobbiamo aspettare».
Un'altra attesa, l'ennesima.
Manuel è stanco di aspettare. Tutti lo sono.
Di nuovo condannato a vedersela col tempo che scorre lento e inesorabile, a fissare la sabbia che cade in una clessidra, granello dopo granello con la voglia di spaccare il vetro e costringerla a farlo più velocemente.
«Posso entrà?» lo supplica. «Pure se dorme, lui— almeno me sente vicino, no? Posso...».
Dante lo fissa per un attimo, le sue labbra sottili si curvano in un sorriso amaro, uno di quelli che pare aver perso ogni speranza. È la prima volta che succede. Annuisce e lancia un'occhiata alla porta socchiusa della stanza. «Non fare troppo rumore» sussurra, in maniera a stento percettibile.
«Sì, lo so che non gli piace».
**
Tre mesi prima
Manuel entra in camera, quella della dépendance con le persiane chiuse per fare entrare meno luce possibile.
È giorno, comunque, il buio è tollerabile e non deve premere l'interruttore per vedere qualcosa.
Non lo farebbe, ad ogni modo, sa che per Simone troppa luce é insopportabile e fastidiosa, quindi ha imparato a muoversi per casa anche in assenza di essa.
Trova il compagno a letto, con gli occhi chiusi e le palpebre tremanti, segno che non sta davvero dormendo.
Ha già tolto le scarpe all'ingresso e, a passi felpati, lo raggiunge. Sale sul materasso, cercando di fare il più piano possibile, a non smuoverlo eccessivamente.
Si sdraia al suo fianco, appoggiando una mano sulla sua pancia che prende ad alzarsi e abbassarsi al ritmo flebile del respiro. «Sto qui» mormora.
Non c'è un saluto, non ci sono altre parole, convenevoli.
Solo un io sto qui.
Io qui ci rimango.
Con te.
Simone non risponde. Non ne ha bisogno. Mantiene le palpebre calate, perché gli costa fatica sollevarle, anche solo vedere il mondo esterno, come se esso fosse troppo sgargiante in quel momento, con colori troppo vividi e lui avesse bisogno del bianco e nero, di qualcosa di decisamente più tenue.
L'unico gesto che compie corrisponde ad appoggiare un palmo sopra alla mano dell'altro ragazzo che non si è mossa di un millimetro.
Manuel lo scruta in silenzio. Il suo profilo definito, il naso dritto e le labbra appena schiuse. Vorrebbe dire qualcos'altro, parlare, di tutto e niente, solo per il gusto di farlo. Invece sta zitto.
Per qualche minuto - tredici, per l'esattezza - è l'assenza di suono ad abbracciare l'intera stanza, interrotto soltanto dai loro respiri pesanti.
«C'era un sacco di - rumore oggi» è Simone a spezzare la quiete, ad un tratto.
«Cosa?».
Tiene ancora gli occhi chiusi, muove a stento le labbra e la sua voce è flebile, rauca.
«Il rumore» insiste. «Oggi - ce n'era un... Un sacco e mi faceva esplodere la testa».
Manuel non ha idea a cosa si riferisca: abitano fuori città, ce n'è davvero poco di rumore lì, è quasi nullo.
Eppure non si sofferma a chiedere spiegazioni. Non servono. Piuttosto, posa meglio la testa sul cuscino e muove appena la mano per rendere più reale è tangibile la propria presenza al compagno.
«Sto zitto, allora» soffia, col tono più basso che riesce a trovare. «Così non te do fastidio».
«No, puoi - tu puoi parlare» biascica, invece, Simone, perfettamente immobile.
«Faccio rumore se parlo e te dà fastidio».
«Tu no». Soltanto ora solleva le palpebre, con fatica, con estremo sforzo.
Cerca di girare quanto basta la testa per poter far incrociare i loro sguardo. «Il tuo é un bel rumore».
Manuel accenna un sorriso, delicato, un po' beato.
Non sa a cosa sia dovuta una simile sensazione, forse al fatto che si stanno guardando in modo così vicino e intimo che ogni ferita pare lenita.
Capita spesso, di guardarsi e guarirsi.
Anche se, a volte, vorrebbe bastasse così poco.
O semplicemente prendere le sue sofferenze e trasferirle su di sé.
Se lo prenderebbe volentieri il suo dolore.
Farebbe un patto segreto con un Dio a cui manco crede per prendere il suo posto.
«Ti parlo piano» soffia. «Così il rumore è più bello».
Simone chiude di nuovo gli occhi. «Così è più bello».
**
Ci dovrebbe aver fatto l'abitudine ad entrare in quella stanza asettica e impersonale, eppure la visione di Simone lì dentro riesce lo stesso a destabilizzarlo.
Adesso è addirittura peggio, considerando che i macchinari che sono sistemati attorno al compagno paiono essersi triplicati, come i tubi connessi al suo corpo, e la fasciatura che gli copre interamente la testa.
Si chiede se sia troppo stretta.
Magari gli dà fastidio, pensa, mentre prende posto accanto al letto, sulla sedia di metallo che conosce fin troppo bene. Tiene ancora in una mano la sacca della flebo. L'ago nel braccio gli dà un fastidio atroce, vorrebbe ancora sfilarlo e rimuoverlo. Si trattiene a stento e sopporta, rilasciando l'oggetto in plastica molle in equilibrio sulle proprie cosce.
Cerca di isolare ogni genere di suono che è presente nella stanza, perché sono tutti troppo freddi, meccanici, lontani dalla vita quasi.
Si concentra soltanto su Simone, sul suo petto che, lievemente, si solleva e poi si abbassa a seguire il ritmo di un respiro che viene aiutato dai tubicini che ha al naso.
A Manuel sussulta il petto. «Ti parlo piano» mormora «Così senti un bel rumore».
È l'unica frase che gli esce di bocca, l'unica che riesce a dire, prima di allungare una mano, a ricercare e trovare quella del ragazzo steso di un letto.
Sto qui.
Scende sera.
Si avvicina la notte.
Manuel da quella sedia non si è quasi mosso, non gli ha lasciato la mano - sebbene la propria abbia iniziato a formicolargli e a fargli male.
Ma non importa, non ha intenzione di muoversi da lì, nonostante i tentativi di Dante, Anita e Floriana di costringerlo a riposarsi.
Tanto non ci riuscirebbe, non di spontanea volontà, per quanto si senta incredibilmente stanco.
La flebo, alla fine, l'hanno rimossa dal suo braccio due infermiere - per fortuna.
Ha mangiato qualcosa - è stato l'unico momento in cui si è distaccato da Simone: sette minuti in totale per ingurgitare un panino con prosciutto e formaggio e bere dell'acqua, nulla più.
Sono le 23:43 quando qualcosa accade.
Manuel ha lo sguardo basso, a fissare la propria mano che stringe quella del compagno, evitando gli aghi sul dorso.
È distratto o forse sta cercando di immergersi in pensieri positivi per evitare di sprofondare nell'oblio, in qualcosa che non vuole conoscere.
In qualcosa che gli provocherebbe uno squarcio nell'anima.
È in quel momento che se ne accorge: è un movimento minuscolo, insignificante, a stento percettibile.
Però c'è, lo vede.
Quel leggero scatto di un solo dito, il mignolo, che basta, è dannatamente sufficiente a fargli alzare il capo.
Vede le palpebre di Simone tremare, in seguito sollevarsi, lente, come pesassero troppo. Aspetta, paziente, finché finalmente vede i suoi occhi aprirsi.
Quando succede, pensa vorrebbe annegarci in quelle due iridi scure.
Un sorriso cerca di raggiungere le sue labbra: non riesce a dipingersi sul suo volto in maniera cristallina perché poi sopraggiungono troppe emozioni, tutte insieme.
Gioia, euforia, sollievo, terrore - paura di stare immaginando ogni cosa, che magari accidentalmente si è addormentando e sta sognando.
Così trattiene il fiato, quello che gli manca. Non crede di star respirando bene.
Simone si è svegliato.
«C-ciao» soffoca Manuel. Seppur nolente, una lacrima gli scende sulla guancia e gli bagna la pelle.
Forse se sta piangendo vuol dire che non sta sognando.
Nei sogni non si dovrebbe mai piangere.
Almeno così crede.
Simone lo fissa, come se lo vedesse per la prima volta. Ha un'espressione assente, lontana. Schiude le labbra, le muove piano. Gli fa male la gola.
«M— Ma-nu» sussurra, piano.
Soltanto due sillabe.
Due sillabe bastano.
Manuel sta piangendo e ridendo al contempo. Non sa se sia effettivamente possibile, ma tant'è. Si alza dalla sedia, per potersi sporgere col busto in direzione dell'altro ragazzo. Con una mano gli sfiora il volto, accarezza piano il suo zigomo, in seguito la linea della mascella, sfiora i suoi tratti con la punta delle dita.
Fa cenno di sì col capo. «Sto qui» cantilena «Sto qui, sto qui, sto qui». Appoggia la fronte sulla sua, fa sfiorare la punta dei loro nasi.
Non lo bacia sulla bocca, per quanto lo desideri.
Si trattiene da compiere quel gesto come se esso potesse rovinare il momento, essere di troppo, frattanto che i loro cuori si alleggeriscono di un peso che per troppo tempo li ha tenuti ancorati sul fondo di un oceano di disperazione.
Che poi non serve perché nota altri particolari, gli stessi che parevano scomparsi o appartenere ad un vecchio ricordo: c'è il suo sorriso. È appena accennato, appena visibile, una curva lieve disegnata sulle sue labbra.
Però c'è.
Due sillabe e un sorriso, che fanno il più bel rumore al mondo.
**
Costringono Manuel ad allontanarsi dalla stanza per qualche minuto. Non vorrebbe, ma ne è praticamente obbligato.
Fuori, tuttavia, ha l'occasione di mettere sotto torchio i medici che si sono occupati di Simone. Li riempie di mille domande, sull'operazione, sul suo esito, su tutto.
In chiaro, scopre che l'intervento è andato bene - circa - che, però, il compagno dovrà continuare la chemioterapia preventiva, fare fisioterapia e infiniti controlli.
Ma gli va bene.
Gli va tutto bene, è musica per le sue orecchie, nonostante il futuro non sia roseo, nonostante si prospettino nuove sfide, nuove difficoltà da affrontare.
Non fa niente.
Simone è vivo ed è tutto ciò che conta.
Diciotto minuti passano prima che possa rientrare in stanza, chiedendo prima il permesso con lo sguardo a Dante e Floriana, se può precederli; i due non hanno nulla da obiettare, per il momento.
Così Manuel torna a quel posto ormai divenuto fisso: su una sedia di metallo accanto al letto dove giace Simone.
Fa intrecciare le loro dita in un movimento naturale, spontaneo.
Fa rumore pure quello.
Simone curva le labbra in un lieve sorriso - stentato, in realtà un angolo della bocca, quello destro, si solleva di più dell'altro, ma Manuel non ci fa troppo caso. Pare non avere eccessiva rilevanza.
«Sei - stanco?». Le parole sfuggono un po' meno a Simone, sebbene non riesca ancora ad avere una pronuncia fluida come accadeva prima della malattia.
I dottori hanno informato Manuel anche su tale aspetto e sa che dovrà lavorarci. «No, sto bene» sussurra, in risposta. «Ho dormito prima».
«Palle».
«Ou, è vero» ridacchia e si sbilancia in avanti col busto, per avere i loro visi più vicini. «Poi vado a dormì quando ce vai tu, magari facciamo gli stessi sogni».
«Pro - promes... So?».
«Promesso». Si sporge ancora un po', soltanto un briciolo. Deposita un bacio sulla punta del suo naso.
Sembra quasi possa respirare di nuovo bene dopo mesi di apnea ed è bello avere aria nei polmoni e non rischiare perennemente di soffocare.
Non ha idea di quanto durerà, se durerà. Per ora non si fa domande, non si pone quesiti inutili.
Non si fa divorare da rinnovate paura che è ben consapevole arriveranno.
Se si sforza, le può già vedere lì dietro l'angolo, ad aspettarlo.
Tipo il rischio che Simone non possa più parlare e muoversi come prima, che il tumore possa tornare e spostarsi in altre parti del corpo.
Perché quella dannata malattia, una volta che ti trova e ti abbraccia, non ti lascia mai. Sarà sempre una compagna silenziosa, spesso invadente, a volte cattiva e infame, pronta a fare un gran ritorno non appena si abbassa lo sguardo.
Pronta a mettere a tacere ogni bel rumore.
Lo sa.
Lo sanno entrambi.
Tuttavia, almeno per quel minuscolo frammento di tempo, cercano di non pensarci.
Per quella notte ci sono soltanto loro due, che si amano e si stringono la mano.
Che si completano e sorreggono.
Che si mescolano e si incastrano.
Come panna e fragole.
Come cioccolato e menta.
Come latte e miele.
Come Manuel e Simone.
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