Egoista
Simone è parzialmente sdraiato sul divano, con davanti la piccola televisione a venticinque pollici posizionata sopra un mobile di legno chiaro, anch'esso recuperato al mercatino dell'usato.
Non sta davvero prestando attenzione alle immagini che scorrono sullo schermo: c'è un film d'azione che neppure gli interessa, quelli che passano la mattina giusto per riempire buchi di programmazione.
Si sente stanco. Di nuovo. È diventata la normalità essere spossati per la maggior parte del tempo. Solo che a dormire non ci riesce bene, a causa di un costante mal di testa che non lo lascia mai in pace e dolori muscolari un po' ovunque.
Non è nemmeno riuscito ad andare a correre, sebbene lo volesse. Ha persino puntato la sveglia presto quella mattina, ma è finito per spegnerla dopo qualche secondo, senza muoversi da sotto le coperte.
«Oh, io sto andando». La voce di Manuel gli giunge alle orecchie in leggero ritardo.
Simone sbatte rapidamente le palpebre. Lo vede in piedi, accanto alla tv, frattanto che si infila una giacca a vento blu e gialla, decisamente troppo leggera per quella stagione.
Considerando il suo abbigliamento – una tuta unica grigia con le cuciture rosse – immagina sia diretto all'officina di Fabio, un conoscente di Anita che, di tanto in tanto, lo chiama per qualche lavoretto su macchine e moto, così da metter via qualche soldo; non è qualcosa di costante, però per il momento è sufficiente, visto che l'affitto non lo pagano.
«Mh-m» biascica soltanto, non prestandogli davvero attenzione.
Di questo, Manuel se ne accorge subito, per cui muove qualche passo distratto, unicamente per avvicinarsi al divano. Dopo si piega sulle ginocchia per essere all'incirca alla stessa altezza del suo volto. «Me lo dai un bacio?» sussurra, inclinando il capo su di un lato.
Simone ci impiega qualche secondo per distogliere lo sguardo dallo schermo e portarlo su di lui. Lo fa solamente per un istante e poi «Perché? Non pensi più che sono stupido?» borbotta.
Manuel alza gli occhi al cielo. «A parte che ho detto solo che te comporti da stupido, non che lo sei» puntualizza «E poi t'ho chiesto un bacio, che c'entra che fai lo stupido?».
Simone gli rivolge un'occhiata rapida e truce. Non ha intenzione di assecondare quella richiesta, per cui rimane immobile, non fa assolutamente nulla. Manuel esita per qualche secondo, prima di sospirare e «Vabbé» conclude, cercando di non far notare il fatto di esserci rimasto male – ancora una volta.
Si rimette in piedi, lento. «Tuo padre è a scuola stamattina, ma mia madre è a casa» annuncia «Dopo passa de qua, m'ha detto».
«Mandi qualcuno a farmi da balia quando non ci sei?» si lamenta Simone «Carino». Ha un tono scontroso, altamente sarcastico e ironico – quel meccanismo di difesa che nell'ultimo mese ha adottato per la maggior parte del tempo.
Manuel deve mordersi la lingua per non scattare – perché lo sa che poi finiscono per discutere e non gli pare il caso. «Passa a salutarti e vedere come stai» tenta di spiegare.
«È la stessa cosa».
«La smetti, per favore?».
No, Simone non ha proprio l'intenzione di smetterla. Piuttosto raccatta il telecomando e, premendo un tasto, spegne la tv. Sbuffa e si alza dal divano, forse in maniera troppo brusca, troppo veloce, poiché non appena assume una posizione eretta, la vista gli si appanna, gli gira la testa e rischia di cadere.
Per sua fortuna, Manuel è rimasto abbastanza vicino da poterlo reggere: lo tiene per un avambraccio, mentre una mano si posa sul suo fianco e «Oh – oh, Simò?» si allarma.
Simone si sente miseramente piccolo e indifeso in quel momento. Chiude gli occhi, per aspettare che la sensazione di vertigine passi. È finito con la fronte contro la spalla del compagno e ringrazia di poter nascondere in tal modo il volto.
«Simò?» viene richiamato ancora.
Ci impiega più di qualche secondo a riprendersi – non del tutto, comunque. Manda giù a fatica la saliva e si stacca dall'altro ragazzo con forza. O meglio, tenta di metterci forza, in realtà non ne ha per nulla. «Sto bene» si ostina ad affermare.
«Non me sembra» Manuel non si allontana, ha ancora le braccia allargate, pronto ad afferrarlo di nuovo se dovesse cadere. «Se ti metti giù...».
«Non te ne stavi andando?».
«Sì, ma...».
«Ma – niente. T'ho detto che sto bene». Simone lo scansa, in malo modo. La sua andatura non è troppo lineare, perché è ancora debilitato da quel procinto di svenimento e percepisce le gambe deboli, sul punto di cedere. Tuttavia, cerca di non farlo notare in maniera eccessiva: raggiunge la camera da letto e si chiude la porta alle spalle.
Manuel rimane in silenzio. Non fiata neppure. Serra la mandibola, frattanto che il cuore prende a battergli freneticamente nel petto – oppure si è fermato e non se ne è reso conto. Prova l'istinto primordiale di seguirlo, di abbracciarlo, di dirgli ancora una volta che andrà tutto bene, che sistemeranno tutto, che non è arrabbiato, che non ha senso litigare.
Però non lo fa.
Stringe i pugni lungo i fianchi, trattiene quelle lacrime che gli fanno pizzicare gli occhi – che lo fanno sempre, anche se, alla fine, non piange mai. Poi abbandona la dépendance, nel silenzio più totale.
**
Anita lo passa a trovare.
Sì, controllare.
Lo fa per sette volte in tutta la giornata. Simone le conta tutte. Nota che gli ha preparato e portato anche il pranzo, con primo, secondo e contorno, come se riuscisse a buttar davvero giù tutta quella roba.
Non tocca nulla, ovviamente.
All'ottava volta, finge di dormire sul divano perché non ce la fa più, perché Anita ha sempre gli occhi lucidi quando lo guarda e scoppia a piangere senza motivo.
No, è letteralmente esausto.
Funziona, comunque: vedendolo assopito tra quei cuscini di finta pelle, la donna gli sistema soltanto la coperta e va via in tempi relativamente brevi, così da concedergli di tirare un sospiro di sollievo.
Dio, gli sembra una tortura.
Vorrebbe soltanto stare in pace, ecco tutto.
Ad ogni modo, Manuel rientra a casa nel tardo pomeriggio. Simone cerca di ignorarlo il più possibile e un po' la cosa è persino reciproca – per quanto ad entrambi la cosa pesi e non poco.
Un briciolo d'attenzione sono costretti a darsela ad ora di cena, quando Manuel apparecchia per entrambi e mette a tavola gli avanzi – o meglio, tutto ciò che ha preparato Anita nel corso della giornata, dal momento che ogni cosa è intatta.
Simone prende posto poiché non ha voglia di sorbirsi una ulteriore predica e lo stomaco gli brontola dato che è a digiuno da tutto il giorno; la sensazione di nausea ce l'ha ancora, solo appena più lieve, tanto da concedergli di buttare giù qualcosa – almeno spera. Tiene lo sguardo basso tutto il tempo, mentre mette nel piatto fondo a stento un cucchiaio di farfalle al ragù e delle foglie di insalata verde ancora da condire.
Per un istante, Manuel si limita ad osservare semplicemente i suoi gesti: non dice né fa nulla che possa interferire con essi, sebbene qualcosa vorrebbe tirarla fuori, tipo che ha saltato il pranzo, che quella porzione è decisamente troppo piccola per sostenerlo e una lunga serie di dettagli più che rilevanti.
Finge un colpo di tosse, poco dopo, e «È andata un po' meglio oggi?» chiede, con tono pacato. Ce la mette tutta per sembrare sereno, pacato – per essere un po' com'è Dante, insomma.
Simone sbatte piano le palpebre, mentre rigira con la forchetta una farfalla. «Cosa?» borbotta.
«Te» spiega Manuel «Stamattina stavi per...».
«Sto bene» la risposta è sempre la stessa.
A volte si domanda il motivo per cui si ostina a porgere tal quesito e teme persino il giorno in cui la replica sarà ben diversa. Perché, in fondo, lo sa che non sta bene per davvero.
«Okay» biascica e scuote appena il capo.
Tutto ciò lo logora dentro. Lo fa a livelli che manco ha mai creduto possibile: il non poter parlare con lui con tranquillità, ridere e scherzare in sua compagnia, prendersi in giro per qualunque cosa e stuzzicarsi, come quando si metteva a suonare la chitarra e Simone gli chiedeva di strimpellare le canzoni dei cartoni animati e lui lo accontentava, sebbene non sapesse bene gli accordi. Adesso c'è solo un astio inutile, il terrore da entrambe le parti, la rabbia e il dolore che li sta dilaniando senza che nessuno dei due possa fare niente – e la chitarra si è pure rotta.
E fa più male pensare che quel tempo lo stanno sprecando in tal modo invece che vivere al meglio quegli attimi che hanno insieme, gli stessi che potrebbero essere gli ultimi.
Forse è questa la parte che più lo ferisce: sprecare il tempo.
«Mi passi il – il coso» esclama Simone, ad un tratto, facendo segno con un dito alla pasta che ha nel piatto.
«Che?».
«Qui, per la pasta».
«Il formaggio?».
«Eh».
Manuel scrolla le spalle e raccatta la busta di plastica semi-rigida del formaggio grattugiato, sporgendola al compagno. Dopo afferra la forchetta, per consumare la propria porzione.
La cena va avanti e termina così, con loro due consumati dal silenzio e il rumore delle stoviglie.
Persino dopo non si dicono nulla, quando sono nello stesso letto matrimoniale, dandosi le spalle, alla luce di soltanto una piccola abat-jour sul comodino dal lato dove dorme Manuel. Poi nient'altro.
Sono le 23:20 quando Simone recupera il proprio cellulare e apre una delle conversazioni che ha su WhatsApp:
From: Mattè
bella simò! stasera semo qui co n'amico mio, se ve va de raggiungerce
(posizione)
Non gli ha ancora risposto, sebbene il messaggio sia di mezz'ora prima. Solleva il busto quel poco che basta per scorgere il compagno, per accertarsi stia effettivamente dormendo. In seguito, si alza addirittura dal letto, facendo attenzione a non scuotere troppo il materasso, e ne fa il giro soltanto per osservare il volto rilassato di Manuel, immerso nel sonno.
È solamente dopo aver appurato che non si sveglierà a breve che, pur essendo immerso nella parziale oscurità, Simone infila un jeans scuro e una maglia a maniche lunghe a strisce blu e magenta – dimenticandosi la camicia bianca che per abitudine porta sotto, solo perché, a causa della mancanza di luce, nell'armadio non la trova – e un paio di scarpe da ginnastica bianche con le cuciture nere. Poi, a passi felpati abbandona quella stanza, successivamente la dépendance.
C'è un'assenza di suono surreale intorno: dormono tutti in quella quiete.
Quando giunge nei pressi del proprio motorino dalla carrozzeria bianca, lo stesso che non utilizza da mesi, attende prima di accenderlo: farebbe troppo rumore e lo scoprirebbero subito.
E se lo scoprono, lo fermano.
E se lo fermano...
Non vuole fermarsi.
Quindi dà vita al motore nell'attimo in cui è abbastanza lontano da non farsi sentire, per poter sfrecciare per le strade periferiche di Roma senza inutili raccomandazioni a scalfirlo.
To: Mattè
Arrivo!
From: Mattè
t'aspetto! ma solo te o ce sta pure manuel?????
To: Mattè
Manuel è stanco oggi. Dice sarà per una prossima volta.
From: Mattè
non sa ke se perde.... :)
**
A raggiungere la posizione indicata da Matteo, Simone ci impiega venti minuti circa.
Si ritrova davanti ad un locale con un'insegna al neon sui toni del rosa. Non lo ha mai visto prima, immagina sia una discoteca nuova e sa quanto è bravo l'amico a trovare posti nuovi.
Parcheggiato il motorino in una via più piccola e secondaria, ha la fortuna di non fare troppa coda all'ingresso e in quarto d'ora riesce a varcare la soglia di quel posto.
All'interno, le luci sono soffuse, alternandosi tra quelle fredde e bianche, a sprazzi che danno sul viola, lilla e ancora rosa. La musica è piuttosto alta, gli rimbomba nei timpani da subito e strizza gli occhi, come ad aiutarsi a sopportare meglio tale suono.
Ci impiega qualche attimo a trovare Matteo in quell'enorme sala colma di gente: deve farsi spazio tra le persone che danzano pur non seguendo il ritmo delle note che riecheggiano nell'ampio ambiente.
Vede l'amico nei pressi di uno dei tanti tavoli rotondi disposti in fila lungo la parete più lunga della sala, con sopra un paio di bicchieri di vetro trasparente vuoti.
Non appena lo nota, Matteo lo accoglie con un ampio sorriso, un mezzo strillo che recita «Ed eccolo!» e una mano che si alza per dargli il cinque – ricambiato subito.
Simone tenta di replicare al medesimo modo, abbozzando una risata. «Scusa il ritardo, ho trovato traffico» esclama e deve utilizzare un tono di voce appena più alto per farsi sentire; non è vero che c'era traffico, ma la vera ragione per cui ci ha messo tanto sarebbe troppo complicata da spiegare.
«Ma va, tanto qui prima di mezzanotte non comincia niente» lo rassicura Matteo. Sta per aggiungere dell'altro quando Simone lo precede con: «Quello cos'è?» - e indica con un cenno del capo il bicchiere che l'amico ha in mano.
«Oh, questo? È Negroni sba...». L'ultima parola Matteo non riesce a pronunciarla, poiché Simone letteralmente gli sradica il drink dalle dita e ne beve il contenuto tutto d'un fiato.
È forte - davvero forte - il che lo porta a strizzare le palpebre frattanto che la gola prende a bruciargli.
Per un attimo, Matteo lo fissa incredulo, ma cerca di non farci troppo caso e taglia corto con «Vabbè, ne prendiamo un altro se te piace. Tanto paga Gabriele».
«Chi è Gabriele?». Simone lo domanda perché il ragazzo con i capelli biondi e gli occhi chiari che è vicino a loro non lo ha notato. Lo fa soltanto dopo quando Matteo glielo presenta con «Viene all'università con me».
Non che gli interessi tanto, comunque: lo saluta molto frettolosamente, ma con quello sconosciuto non ci scambia più di qualche parola, più per circostanza.
No, non gli interessa per nulla dialogare con qualcuno.
Piuttosto si lascia tramortire dalla musica alta, da ulteriori bicchieri d'alcol che butta giù senza neppure sentirne il sapore - perché mescola talmente tante cose da non averne più traccia.
Di solito, bere così tanto non lo destabilizza: lo ha fatto altre volte, spesso soltanto per sfogo, per staccare la spina.
Però in quel momento, in quel preciso istante con le luci che divengono ad intermittenza, tra il rosa, il blu e il viola, la musica sempre più alta, Simone sente la testa incredibilmente leggera, le mani che gli formicolano e la gente tutt'intorno che pare avvolgerlo, racchiuderlo, forse persino soffocare mentre lo spingono, lo spostano. E sente anche Matteo, la sua risata, mischiata a quella di Gabriele.
E poi...
Poi la testa diviene, forse, troppo leggera.
Eccessivamente leggera.
E i suoni, quelli si fanno forti, ridondanti, si mescolano alle voci della gente che urla, che canta, che poi grida, che poi lo spintona senza farlo apposta.
Tra quella folla, Simone cerca di focalizzarsi sul volto di Matteo perché è l'unico che conosce, l'unico su cui può canalizzare la propria attenzione per avere un appiglio alla realtà.
Tuttavia, funziona poco.
Perché alla fine tutto davanti a sé diventa sfocato, poco chiaro, come in un sogno. I suoni si fanno ovattati, poi distanti.
«Simò, tutto bene?» è l'ultima frase che giunge alle proprie orecchie.
E dopo ogni cosa piomba nell'oscurità.
**
Sono le 2:50 di notte quando Manuel si mette alla guida della Panda con gli occhi che gli bruciano e addosso ancora la tuta blu scuro che usa come pigiama.
Crede di infrangere ogni limite di velocità consentito e di beccare pure qualche autovelox in funzione pur di raggiungere il posto che Matteo gli ha indicato.
Stupido, stupido, stupido Simone, continua a pensare per tutto il tragitto in auto, quando entra in quell'edificio tramite la discesa del pronto soccorso e in sala d'attesa, tra le sedie di plastica rigida arancione. Trova l'amico in piedi, da solo, con le mani nelle tasche dei pantaloni beige che indossa.
Manuel cerca in tutti i modi di trattenere tutto il nervosismo e frustrazione che ha dentro.
Matteo scrolla le spalle, è decisamente più calmo – perché tanto mica sa qualcosa. «Oh, scusa se ho chiamato te» dice «Non me sembrava il caso de chiamà Dante per riprenderse suo figlio ubriaco».
A tale affermazione, Manuel strabuzza gli occhi e «Ha bevuto?» quasi urla.
«Beh, eravamo in discoteca!» spiega Matteo «Un po' abbiamo bevuto. Ma forse ha mischiato troppo, così ad un tratto è - boh, come svenuto in pista. Abbiamo cercato di farlo rinvenire, però niente così qualcuno ha chiamato l'ambulanza».
Stupido, stupido, stupido.
Manuel lo pensa ancora. Non può farne a meno. È arrabbiato, si sente tradito. Ma al contempo è preoccupato, è qualcosa che lo sta lacerando dentro. Perché manco se ne è accorto del fatto che Simone è uscito di casa mentre lui dormiva e presume possa non accorgersi di molte altre cose che succedono se dorme; quindi gli passa pure per la testa l'idea di non dormire più soltanto per vegliare su di lui, per controllare che respiri ancora e...
Ah, pure questa è un'idea alquanto stupida.
Lo sa, ma non sta ragionando lucidamente.
Prende a camminare nervosamente in quella sala completamente vuota: ci sono soltanto loro due lì dentro, in un silenzio surreale.
È lo stesso che viene interrotto trentatré minuti dopo, quando la grande porta col vetro opaco che delimita la sala si apre con un leggero cigolio: la sua soglia viene varcata dapprima da Simone, che barcolla sui piedi, è pallido, con la faccia stanca e spossata, e dopo da un uomo col camice verde e la barba nera, il quale ogni tanto allunga le braccia quasi temesse che il ragazzo capitomboli a terra da un momento all'altro.
Manuel nemmeno considera l'ipotesi di rimanere fermo e aspettare che i due compiano un passo in più, che già gli si piazza di fronte – seguito in maniera più lenta da Matteo.
Simone strizza le palpebre a vederlo: in realtà, se lo aspettava, sapeva che l'amico lo avrebbe chiamato e adesso attende solamente le conseguenze di ciò che è successo.
«Volevamo tenerlo sotto osservazione per la notte» annuncia il medico, fingendo un colpo di tosse «Ma il paziente ha rifiutato, ha firmato per le dimissioni».
Ah, strano, eh, pensa Manuel, alzando gli occhi al cielo. Vorrebbe urlare al compagno, dirgli quanto si è comportato da stupido, sebbene una parte di sé, al contrario, vedendolo in tale stato vorrebbe abbracciarlo, portarlo a casa e stringersi a lui nel loro letto.
Il dottore sospira sommessamente, il suo sguardo si rivolge a Simone, in seguito ai due ragazzi che ha di fronte. «Nelle sue condizioni, l'alcol deve essere assolutamente evitato» attesta.
Manuel sorride, in maniera sarcastica. Lancia un'occhiata tagliente al fidanzato, rapida, e poi «Ah, sì? Assolutamente evitato? Pensa un po'» lo schernisce – e Simone, a parte incassare il colpo senza emettere fiato, non può fare.
«Mi raccomando: nei prossimi giorni riposo, tanti liquidi e – nessun altro drink. Intesi?».
«Seh, non se preoccupi».
«Vi faccio avere i referti e potete andare». Il medico si congeda in quel modo, sparendo nuovamente dietro alla porta vetrata.
Simone cerca di evitare lo sguardo di rimprovero del compagno, anche perché la testa gli gira ancora un briciolo; è la ragione per cui barcolla e si accascia su una delle sedie di plastica arancione, abbassando il capo, mentre Manuel cammina nervosamente su e giù, con le mani sui fianchi.
Matteo, invece, rimane immobile poiché di quel dialogo non ha capito niente, non sa cosa si riferisca quel dottore con nelle sue condizioni e allora è pure un po' nel panico. Vede Manuel incredibilmente agitato, Simone a pezzi – in tutti i sensi – e non ha idea di che fare.
«Vabbè, ma è solo una bevuta, no?» dice e abbozza una risata priva d'entusiasmo «Un po' d'alcol non ha mai ucciso nessuno».
È al sentire tale affermazione che Manuel si blocca. Guarda l'amico, in seguito Simone. Si morde forte il labbro inferiore. «Seh» borbotta «Di solito non uccide nessuno. Ma in altri casi sì, vero, Simò?».
È serio. È terribilmente serio. Questo Simone lo sa, ne è consapevole quando solleva la testa, ma cerca comunque di evitare che i loro sguardi si incrocino per troppo tempo.
Matteo li osserva ancora, con i pugni che si stringono lungo i propri fianchi. «Che – che vuol dire?» osa domandare.
«Che vuol dire» Manuel gli fa quasi da eco e «Che è...» fa per proseguire, ma Simone lo ferma e gracchia: «Sta' zitto. Hai promesso, stai zitto».
Il problema, a quel punto, è che delle promesse fatte a Manuel non interessa più, soprattutto quella sigillata dopo la diagnosi, di mantenere il segreto, di non farlo sapere a nessuno al di fuori di una stretta cerchia. Quindi non gli importa niente, non gli interessa dello sguardo supplicante di Simone, del suo flebile «Ti prego» che gli giunge alle orecchie. Non gliene frega nulla quando guarda fisso Matteo e «Vuol dire che è malato» esclama.
Simone strizza forte le palpebre ad udire una simile affermazione, quella che rende reale ogni cosa, la stessa che ha evitato nell'ultimo mese.
Matteo ancora non comprende, allora «Ha l'influenza? Un virus? Che?» bofonchia, che è la prima cosa che gli viene in mente, ciò che trova più logico, più scontato, più banale.
Manuel scuote il capo e un briciolo gli viene pure da ridere, con isterismo. «Ha il cancro» dice, con tono piatto, assente.
Per Simone tale frase equivale al ricevere una freccia al centro esatto del petto. Neppure lo guarda l'amico o il fidanzato. Si stringe nelle spalle, quasi potesse farsi più piccolo così oppure sparire e basta. Lo vorrebbe, in quel momento: sparire, smettere di esistere, smettere di ascoltare una conversazione che lo fa solo stare male.
«Che cazzo dici» è, invece, la reazione di Matteo, che scuote il capo e «Stai a scherzà, eh?» ride pure, perché non ha ancora metabolizzato tale informazione. «Oh, stai a scherzà?» ripete e pretende una risposta fissando Manuel, dopo Simone e dunque «Simò? Sta scherzando, vero? Dimme che sta scherzando». E adesso non ride più.
Smette nell'istante in cui i propri occhi si scontrano con quelli di Simone, che si sono fatti lucidi e tristi. E allora giunge a quella dolorosa consapevolezza di trovarsi di fronte ad una verità amara che gli fa tremare le gambe e gliele rende deboli. Riesce soltanto a compiere due passi, sufficienti a sedersi accanto all'amico e poi mantenere lo sguardo fisso nel vuoto.
È un nuovo silenzio che piomba su quella sala d'attesa, uno più assordante, dove nessuno di loro è in grado di osservare il volto dell'altro.
**
Per tutto il tragitto di ritorno a casa, Simone e Manuel non parlano.
Non si guardano nemmeno in faccia, l'essenza di suono all'interno dell'auto è esasperante. Simone fissa il suo profilo, illuminato soltanto dalla luce fioca dei lampioni della strada, ad intermittenza; fissa la sua mascella contratta, il modo in cui non gli rivolge lo sguardo neppure per mezzo secondo.
Sono arrabbiati entrambi. Come capita spesso in quel periodo.
Arrabbiati per ogni cosa e per nessun motivo in particolare.
Vorrebbe quasi chiedergli di fermarsi, di lasciarlo scendere, perché quella tensione non la regge, perché a casa sicuramente litigheranno e non gli va.
Oppure sì.
Oppure vorrebbe urlargli addosso qualcosa e sfogarsi.
Quando giungono a destinazione, nella loro dépendance, Simone è il primo ad entrare, barcollando in una andatura non troppo stabile. Gli gira ancora la testa. Sbuffa sonoramente, frattanto che il compagno si chiude la porta alle spalle.
«Perché cazzo glielo hai detto?» sbotta, allargando le braccia. Rimane in piedi, accanto al divano.
Ecco, ha scelto la seconda opzione.
Manuel si morde forte il labbro inferiore e «Parla piano che dormono tutti» lo riprende – perché lui di litigare non ha per niente voglia, per quanto senta la necessità di sgridarlo, di fargli capire cosa ha fatto.
«Non me ne frega un cazzo che dormono tutti» è la replica secca che arriva «Dovevi stare zitto! Avevamo un accordo».
«Ah, mò sono importanti gli accordi?» glielo dice in maniera piccata, poggiando entrambe le mani sui fianchi «Com'era? Non avemo mica fatto un patto di sangue» lo cita.
Simone strizza le palpebre. Vorrebbe piangere dalla rabbia. «Che c'entra?» esclama «È diverso! Avevamo deciso di non dire niente!».
«No, tu avevi deciso!» puntualizza Manuel – e si stanno praticamente urlando addosso. «Tu lo hai deciso» ripete.
«Lo hai detto a Matteo! E se lo sa Matteo, ora lo sapranno tutti».
«E quale sarebbe il problema? Adesso non c'hai più nessuno che te porta a ubriacarte? Che peccato, Simò, che peccato!».
Il problema non è quello, lo sanno benissimo entrambi. È un altro, ben più prevedibile, ma Simone non sta a spiegarlo. Piuttosto scuote il capo e «Sei uno stronzo» dice.
«Seh» a Manuel sfugge una risata isterica «Seh, sono uno stronzo, me pare che l'hai sempre saputo che sò uno stronzo».
«Sei uno stronzo perché non te ne frega un cazzo» grida Simone «Perché t'ho chiesto una sola cosa e te ne sei sbattuto le palle!».
«Io te ne ho chieste altre de cose e ben più importanti e non me pare che m'hai ascoltato, mh?». Manuel compie due passi nella sua direzione.
Sono vicini, sebbene non abbastanza da potersi respirare addosso – come accadeva prima, del resto, quando i litigi erano pochi e i baci sempre di più.
Ora, per i loro baci sembra esserci meno spazio.
«È a te che non frega un cazzo» urla «Fai cose senza pensà alle conseguenze perché non te ne frega un cazzo de me, de tu' padre, de tu' madre, de come ce possiamo sentì noi, non te ne frega un cazzo di nessuno!». Sull'ultima parte della frase, finisce per sbattere i palmi sul suo petto: lo spinge e l'altro ragazzo barcolla appena all'indietro, incassando il colpo.
Manuel è talmente adirato e con la mente offuscata che di quel gesto non riesce a pentirsene. «Non te ne frega niente» ribadisce «Perché sei un'egoista del cazzo, ecco cosa sei!».
A tale accusa, Simone vorrebbe pure rispondere, farlo subito. Ma è bloccato, probabilmente perché è una affermazione che lo tramortisce, che è come un fulmine a ciel sereno. Che ha pensato davvero a tutto, tranne che all'essere egoista.
Un peso, forse, quello sì, ma non egoista.
Il labbro inferiore gli trema. Si sente miserabile, indifeso. Eppure cerca di non farlo notare troppo, cerca di rimanere fermo, immobile nelle proprie ragioni.
E dunque «Non ci devi stare per forza con questo egoista del cazzo» ribatte, alzando il tono di voce «Ed è inutile che ci perdi tempo, tanto se non ti fosse abbastanza chiaro, io sto morendo, Manuel, e tu non puoi fare proprio un bel niente per salvarmi».
Boom.
Manuel viene colpito in pieno stomaco da quel che gli è appena uscito di bocca, perché è una consapevolezza che ha avuto dal primo giorno: di essere inutile, di non avere nessun potere su quella maledetta cosa che glielo sta portando via pian piano, pezzo dopo pezzo. E fa male.
Gli fa male qualunque cosa: il cuore, l'anima. Non si accorge di quella singola lacrima che gli scivola lungo una guancia, mentre i loro occhi sono ancora concatenati.
Forse è la parte peggiore, quella di aver sentito tali parole con i loro sguardi fusi insieme.
«Ma infatti perché sto a perde tempo» dice, tentando di essere deciso – però non funziona molto, la voce gli trema «Non ne vale manco la pena».
Indietreggia e si passa una mano sul volto, stanco. Scopre che le lacrime sono aumentate, prive di controllo. Tira su col naso, scuote il capo. «Fanculo» biascica, in maniera a stento percettibile. Evita di scrutare ancora il viso dell'altro ragazzo, in quel momento non ne è in grado senza esserne distrutto. Piuttosto compie mezzo giro su sé stesso e abbandona la dépendance, sbattendo la porta con violenza.
Simone rimane inerme. Gli manca il respiro. Forse il cuore gli si è addirittura fermato nel petto.
Assurdo come sembra abbia smesso di battere non appena Manuel ha abbandonato quella stanza, quasi fosse lui a tenerlo in vita.
Paradossalmente è così: Manuel che lo regge, lo sostiene, Manuel che gli donerebbe il proprio respiro se solo potesse.
Però non ne vale manco la pena, gli ha detto.
D'improvviso, Simone percepisce le gambe deboli - tutto il corpo, in realtà. Un magone assurdo gli chiude la bocca dello stomaco, si sente soffocare, stretto in una morsa di dolore che gli fa strizzare gli occhi, mentre copiose lacrime cominciano a sgorgare da essi. Singhiozza e crolla, seduto sui cuscini del divano. È devastato, distrutto, a pezzi.
Odia sé stesso per aver tirato fuori il peggio e aver fatto la medesima cosa con Manuel, per averlo portato al limite, per aver ridotto in mille frammenti quella maschera di forza che si è costretto ad indossare.
E odia quella cosa che gli sta crescendo dentro e gli sta portando via ogni cosa bella.
Vorrebbe dirle di andare via, glielo vorrebbe urlare di lasciarlo in pace, di andarsene. Se fosse così facile, lo farebbe.
Se bastasse così poco.
Appena fuori dalla porta blindata della dépendance, Manuel è travolto da sensazioni affini.
Non è riuscito ad allontanarsi troppo, come da prime intenzioni. Voleva prendere la macchina, metterla in moto e guidare senza meta per le successive ore.
Eppure è stato soltanto in grado di compiere pochi passi, per poi cadere in ginocchio nel bel mezzo del giardino – sfinito, affranto, arrabbiato.
Furioso a causa di ciò che sta accadendo a loro, devastato dal fatto che Simone gli stia scivolando via dalle mani e che...
E che lui non può salvarlo.
E che questo lo sa fin troppo bene.
Che qualunque cosa faccia, che qualunque attenzione gli riservi, il destino potrebbe comunque essere tanto crudele, tanto beffardo da strapparglielo via. Il che è persino assurdo perché ha sempre pensato che le loro anime siano state create per incontrarsi e amarsi e trova illogico che il medesimo ente superiore e misterioso adesso stia cercando di separarli.
È ingiusto e triste.
Trattiene un urlo disperato, mordendosi forte il labbro inferiore, tanto da rischiare di sanguinare. Le mani gli stanno tremando e ormai le lacrime non le trattiene più. Non occorre mostrarsi forte ora che è da solo, che forse si è trattenuto fin troppo, evitando di scoppiare, di dare sfogo a quel dolore che lo sta annientando.
Rimane fermo in quel luogo, accartocciandosi su sé stesso, cominciando a singhiozzare - perché ormai è alla deriva, è crollato.
Per quel che ha detto a Simone, per come si sono urlati addosso, per quelle frasi taglienti che bruciano sulla pelle al pari del fuoco.
Passano diciassette minuti.
Sono relativamente pochi, ma paiono un'infinità.
Simone è ancora inchiodato ai cuscini del divano. Non è riuscito a muoversi. Ha smesso di piangere, soltanto perché crede di aver esaurito le lacrime: gli si sono seccati gli occhi, la pelle del viso pare consumata e gli tira.
La testa gli pulsa, gli fa male tutto.
È d'improvviso che sente scattare la serratura della porta d'ingresso. Gli è sufficiente voltare di poco il capo, solo qualche centimetro, per vedere lì Manuel, che è in piedi, che trema mentre gli va incontro; poi gli si inginocchia davanti e «Scusa, scusa, scusa» cantilena - e il suo, di volto, è ancora bagnato.
Manuel mette una mano sulla sua guancia, sfrega un pollice sul suo zigomo. «Scusa - scusa» ripete ancora.
A Simone sussulta il petto. Non dice nulla, non ci riesce, gli brucia la gola. Scuote il capo e strizza le palpebre. Eppure vorrebbe parlare, dire che lo sa che non intendeva ciò che gli è uscito di bocca, che non lo pensa neppure, che lo sa che era soltanto arrabbiato.
Vorrebbe dirgli che dovrebbero smettere entrambi di essere arrabbiati, di litigare.
Però non serve.
Non serve quando Manuel si solleva col busto quel che basta per poterlo stringere a sé, racchiuderlo in quell'abbraccio che voleva dargli già al pronto soccorso. «Scusa, scusa, scusa» glielo sussurra in un orecchio adesso, probabilmente non smetterà presto.
Simone si abbandona del tutto a lui, lasciandosi cullare. Affonda il viso nell'incavo del suo collo, chiudendo gli occhi e inspirando a fondo il suo odore. Un briciolo, quel particolare lo calma pure.
Permangono in tale fase di stallo, in quell'abbraccio, per un tempo che non calcolano: è come se si fossero chiusi in una bolla che per il momento non hanno intenzione di far scoppiare.
Così manco emettono suono quando poi si alzano all'unisono, quando si spostano in camera da letto e Manuel aiuta Simone a rimuovere quei vestiti sporchi e sudati - gli stessi che getta alla rinfusa sul pavimento - e in seguito ad infilare i pantaloni grigi di una tuta che gli sta larga in vita e una felpa col cappuccio dello stesso colore.
Sempre nell'assoluto silenzio, Simone si infila sotto le coperte del letto matrimoniale, sdraiandosi su di un fianco ed è naturale l'atto di Manuel di fare lo stesso, di posizionarsi dietro di lui e far intrecciare le loro gambe, per poi posare una mano sulla sua pancia.
«Hai freddo?» chiede, in un sospiro.
«No» mormora Simone, che sente il suo fiato sulla propria nuca. «Manuel?» pigola.
«Mh?».
«Mi odi?».
A Manuel sfugge una risata, un briciolo rotta dall'isterismo e un singhiozzo. Deposita un bacio lieve sul lato del suo collo. Non crede ci sia stato un solo singolo istante in cui ha odiato Simone. Mai, neanche per un momento.
«Ti amo sempre» mormora allora «Come le fragole e la panna».
Simone sorride, anche se non può essere visto. Adesso sta un po' meglio. «Come cioccolato e menta» dice, piano.
E si capiscono così, senza dire altro.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro