Cinque anni e un giorno
Sei mesi prima (o poco più)
Si vedono bene le stelle, quella sera.
Simone è sdraiato al di sopra di una coperta di pile blu che gli apporta forse troppo calore – ma non fa niente – a bordo della piscina da poco rimessa a nuovo, nel giardino della villetta Balestra.
Le luci artificiali all'interno di quella grande vasca sono l'unica illuminazione presente tutt'attorno e immagina sia a causa di ciò che riesce a scorgere chiaramente ogni costellazione in cielo.
Crede sia uno degli aspetti positivi di vivere fuori città, lontano dal caos, immersi nel silenzio, riempito soltanto dai versi dei grilli.
Tiene gli occhi puntati verso l'alto, una gamba piegata, l'altra lasciata distesa; ha appoggiato una mano sulla pancia ed è la stessa che si alza e abbassa a ritmo del respiro.
«Oh, dobbiamo ricomprà la liquirizia, questa è l'ultima». Manuel raggiunge il compagno, reggendo un barattolo di vetro col coperchio di sughero, contenente, appunto, bastoncini di liquirizia – ce ne sono almeno venti dentro, ma non sono mai abbastanza.
Simone gli rivolge uno sguardo distratto; la propria attenzione torna presto focalizzata sul cielo.
A ciò, Manuel non ci bada molto. Piuttosto, gli si sistema accanto. Posa il barattolo in equilibrio tra di loro e si sdraia, imitando la posizione dell'altro ragazzo. Osserva per un breve istante il suo profilo, notando i tratti che sforza di rilassare, però lo sa che è teso, che è davvero tutto il contrario di quanto vuole mostrare.
Perché ormai ha imparato a leggerlo, a capire cosa prova soltanto dal linguaggio del corpo senza bisogno di proferire parola; è consapevole del fatto che sia agitato, in tensione, dal modo in cui la sua mandibola è contratta, dalle palpebre che si abbassano e alzano più veloci del normale e dal petto che sussulta di tanto in tanto.
In simili occasioni, vorrebbe soltanto toccarlo, accarezzarlo, finché non passa ogni cosa. Spesso funziona: creare un minuscolo contatto tra di loro per riuscire a calmarlo.
Non frena tutto – sarebbe impossibile - ma aiuta.
Quindi Manuel lo fa in maniera impercettibile, a farlo risultare un gesto apparentemente involontario, quello di allungare una mano e posarla sulla sua coscia.
Simone se ne accorge senza neppure abbassare lo sguardo e lo ringrazia silenziosamente.
«Ci pensi che nello spazio ci sono un'infinità di pianeti di cui non sappiamo assolutamente niente?» esclama, ad un tratto, col naso all'insù.
Manuel non guarda il cielo: lo sguardo lo ha puntato sul compagno – che è una vista migliore, ma non glielo dice quasi mai. «Che?» borbotta.
A Simone sfugge una risata, priva d'entusiasmo. «I pianeti» ripete. «Nel senso - boh, noi siamo qui sulla Terra, conosciamo quelli del sistema solare, ma non ci siamo mai spinti oltre. Cioè magari a - che so, anni luce da qui c'è un pianeta esattamente come la Terra dove un altro Simone sta facendo esattamente questo discorso». Fa una breve pausa e le labbra gli si curvano in un mezzo sorriso, stanco. «Ci sono pure i wormhole».
«I worm-cosa?».
«Wormhole» ripete. «Sono tipo - dei buchi neri, più o meno. Li hanno definiti scorciatoie, delle volte. In realtà scientificamente manco sono stati provati, però accelerano il concetto di spazio e tempo. Nel senso che se ci dovessi cadere dentro, potresti - viaggiare in ogni angolo dell'universo nel giro di pochi secondi. È una cosa figa».
«Non ti sto seguendo».
«Quando mai» ridacchia Simone. «Non devi capirlo per forza. È solo per dire che - noi siamo qui a condurre una vita che ci pare importante e lunga, quando in realtà domani potremmo finire in un wormhole o - in un buco nero e tutto finirebbe nel buio senza nemmeno rendercene conto. Buio eterno, senza più un filo di luce».
«Come siamo poetici e macabri, stasera» Manuel lo schernisce, mentre recupera un bastoncino di liquirizia dal barattolo, se lo porta alla bocca e ne strappa via un pezzo con gli incisivi. «Non era tuo padre er filosofo de famiglia?».
«Qualcosa me lo avrà passato, no?». È soltanto allora che Simone smette di scrutare il cielo e porta gli occhi sull'altro ragazzo. Il sorriso sul volto gli è svanito, l'espressione che assume è più seria – o meglio, malinconica. «Ma è un po' così, no? Il fatto che adesso siamo qui e poi dopo non ci sia più niente» mormora.
«Dopo che?».
«Dopo che si muore».
Manuel lo capisce in quel momento il senso del discorso – e si stupisce non sia uscito fuori già prima tale dialogo. È passato poco tempo dalla diagnosi di Simone, da quella sentenza data loro in un pomeriggio afoso, in uno studio medico asettico, con un dottore dai capelli brizzolati che li guardava con aria da funerale, la stessa che avrebbe voluto strappargli via a suon di sberle.
«Simò...» sospira solamente e scuote il capo, giocherellando distratto col mezzo bastoncino di liquirizia che ha ancora tra le dita. Non crede, tuttavia, che il discorso del compagno possa interrompersi subito e risolversi in poco tempo.
Difatti, «Ma pensaci» insiste Simone «Alla fine viviamo su questo pianeta come se valessimo davvero qualcosa, ma la nostra esistenza potrebbe finire domani o direttamente oggi in un buco nero». Si morde piano il labbro inferiore e torna a puntare lo sguardo verso l'alto. «Tutto finisce all'improvviso e piombi nell'oscurità perenne. Sono le persone che hai conosciuto che parlano ancora di te, che ti fanno vivere attraverso la loro memoria. Altrimenti c'è solo buio, come nei buchi neri».
Smette di parlare per un breve attimo, corrucciando la bocca in una smorfia. «Alla fine, mica fa paura la morte» sibila «Fa paura quello che viene dopo, la consapevolezza di essere dimenticati pian piano, che ci sarà un giorno in cui qualcuno pronuncerà per l'ultima volta il tuo nome e poi smetterai di esistere per sempre».
Manuel è sopraffatto da tali parole. Non è in grado di metabolizzarle, probabilmente manco vuole sentirle. Si tira su col busto, ciò che è sufficiente per potersi sdraiare su di un fianco e reggersi su un gomito. «Oh, piantala che co' sti discorsi me fai venì l'ansia» si lamenta - un po' lo sta pure sgridando.
«Sono solo pensieri».
«E sò pensieri de merda, Simò» borbotta «Me pari mi nonno».
«Cercavo solo di...».
«Lo so che cercavi di fare» lo interrompe malamente. Si passa una mano sul viso. In realtà, a tal punto, fatica persino a scrutare il suo volto, come fosse qualcosa di troppo difficile o eccessivamente doloroso. «Parli come se - come se dovessi morì domani» biascica «Non me piace come fai».
L'ennesimo sorriso amaro si delinea sulle labbra di Simone. Lo sa quanto ciò sia ingiusto. Non ha avuto intenzione di ferirlo, di farlo stare male.
Ha soltanto condiviso una paura, quella di essere dimenticato.
Ha il terrore di ciò, di spegnersi e piombare nel buio eterno.
Per dei secondi che paiono infiniti, nessuno dei due parla.
Nemmeno si guardano.
Perché Simone fissa il cielo e Manuel fissa Simone.
Che è quello che accade la maggior parte delle volte, del resto.
«Io lo so quel che ho, Manuel» il primo a proferire di nuovo parola è Simone, emettendo un lungo sospiro. «Le ho lette le cose su internet».
«Internet dice 'na marea de cazzate» commenta subito Manuel.
«Sono le stesse cose che dicono i dottori» puntualizza l'altro ragazzo. «Ho un tumore che dà un tasso di sopravvivenza di sei mesi. Forse otto, con le terapie migliori. C'è l'operazione, che comunque potrebbe andare male e allungarti la vita ad un anno, sempre che non resti sotto i ferri. E poi, pure se l'operazione va bene, in media si vive per cinque anni, ammesso e concesso che il tumore non torni, magari da altre parti e...».
«La smetti?» Manuel lo interrompe, in modo brusco, quasi urla. «Me fai incazzà, Simò».
«Volevo...».
«Volevi rompe er cazzo stasera». Si tira su, mettendosi a sedere e flettendo le gambe al petto. È probabile – pensa – che una coltellata al centro esatto del petto gli avrebbe fatto meno male delle parole appena udite. È addirittura peggio di quando i medici le hanno esposte loro – in quel modo glaciale, freddo, tipico dei dottori.
Perché sentire Simone così, vederlo arrendevole di fronte a quella cosa – lo distrugge.
Vorrebbe solo scuoterlo per le spalle e urlargli addosso che deve piantarla, che alla morte non ci deve pensare, nemmeno ad una remota possibilità che essa sopraggiunga, che è giovane, che ha – che hanno – tutta la vita davanti per amarsi, per prendersi in giro, per litigare e fare pace.
E invece sono lì, a vent'anni a stento, a contemplare una loro fine senza aver avuto neppure un vero inizio.
È triste e ingiusto.
Simone imita la sua posizione. Si sente in colpa per quel che sta logorando il compagno – poiché si reputa l'artefice della sua sofferenza, in fin dei conti, dato che quella cosa, la malattia che lo ha colpito, pian piano butterà giù chiunque gli sta intorno. Lo sa bene e odia quel dettaglio.
«Mi guardi?» pigola, inclinando il capo su di un lato.
Tuttavia, Manuel tiene gli occhi fissi davanti a sé, sull'acqua della piscina che si muove in modo impercettibile. «Non te vojo guardà adesso» attesta – ed è un bugiardo, quando mai non vuole guardarlo: è lo spettacolo più bello al quale assistere.
Allora Simone resta in silenzio. Lascia che anche la propria attenzione venga catturata dallo specchio trasparente che è loro di fronte, stringendosi le ginocchia al petto.
«Tu non smetti di esistere». Manuel lo sussurra piano, in maniera stento percettibile, mentre si fissa le mani che ha preso a torturarsi. È una cosa che fa spesso: sfregare le nocche con un palmo o strappare via piccoli lembi di pelle attorno alle unghie, quando è nervoso, finendo pure per sanguinare. Serra la mandibola e tira su col naso. «Non ora» aggiunge. «Tra settanta o ottanta anni, forse, ma non adesso».
Ad udire tale frase, Simone sorride – con malinconia, angoscia, con un peso in più al petto. In realtà, ha smesso di immaginare un futuro che vada oltre il prossimo anno; lo ha fatto nel momento esatto in cui nelle orecchie gli è entrata quella parola.
Ha sempre ritenuto che qualcosa di brutto può capitare, una fatalità della vita, solo che ha collocato una simile eventualità nella convinzione che succedesse soltanto agli altri.
Agli altri, non a me.
Si è ritenuto, erroneamente, intoccabile, immune a quel genere di dolore.
E invece esso può arrivare, inesorabile, per chiunque.
«Ce l'avrai fino a quel momento, la luce». È ancora Manuel a parlare: il ragazzo solleva la testa, per far incrociare lo sguardo con quello del compagno.
Non ha gli occhi lucidi, sta imparando a racchiudere dentro di sé ogni emozione negativa che lo porti anche solo sull'orlo del pianto. Ha un'espressione seria – fin troppo.
«E tra cinque anni e un giorno, saremo in una casa tutta nostra» prosegue «In un'altra città, sul terrazzo, come stasera a guardare le stelle e mi farai mille discorsi del cazzo sui wormcosi e i buchi neri. E ti dirò che sei un cretino, ma non sei al buio. Perché tu sei la luce».
Simone, in un primo istante, resta in silenzio. Lo fissa: vede il proprio riflesso nei suoi tratti. Ed è bello e tragico al contempo: perfettamente distrutti, ancora in piedi, nonostante le crepe, come le statue in una piazza. «Con i nostri tre gatti che ci miagolano attorno?» dice e soffoca una risata.
Manuel annuisce. «Alpha, Beta e Gamma».
«È una bella visione».
Si sporge nella sua direzione. Sfiora la punta del suo naso con la propria. Tentenna per un istante, prima di far collidere le loro bocche, in un bacio lieve, ricco di paura e speranza. Tiene le palpebre socchiuse per un attimo. «Tra cinque anni e un giorno» sussurra.
«Cinque anni e un giorno».
**
Manuel è seduto sulla solita sedia di metallo gelida, in quella stanza d'ospedale immersa nella semioscurità. Ha cercato di tenere le luci quanto più basse d'intensità possibile – perché sa che a Simone dà fastidio qualcosa di più forte; non che glielo abbia detto, lo ha capito da solo dal modo in cui l'altro strizzava gli occhi o da come essi si facevano lucidi in fretta.
Quindi ha preferito tener spento il neon principale della camera, optando per la lampada posta sopra al mobile di legno lucido accanto al letto, che produce una luce più tenue e tollerabile.
Simone sta dormendo da almeno un'ora, col busto appena sollevato da due cuscini morbidi e il capo leggermente abbandonato su di un lato. Manuel non gli ha tolto gli occhi di dosso nemmeno per un secondo – del resto, rimane sempre lo spettacolo più bello.
Il resto, ciò che stona, non lo vede mai.
Non vede l'assenza di capelli, camuffata dalla sua bandana.
Non vede i segni scuri attorno agli occhi, le labbra screpolate, la pelle del viso irritata.
Non vede le guance incavate, il pallore, i lividi che ha sulle braccia – su tal particolare, si arrabbia un sacco, arrivando persino a prendersela con medici e infermieri per la poca delicatezza, pur consapevole che loro non c'entrano nulla.
Manuel non vede nulla non sia Simone e la sua luce.
Allunga una mano, per sfiorare la sua. Fa intrecciare le loro dita, facendo attenzione a non smuovere gli aghi che l'altro ha sul dorso. Lo fa spesso – sempre. Di solito, mantiene ogni volta un minimo di contatto. Fa bene ad entrambi. Lo calma.
È probabile sia a causa di questo particolare che, poco dopo, Simone solleva fiaccamente le palpebre, sbattendole più volte per rendere la vista meno offuscata.
Un sorriso si delinea sin da subito sulle labbra di Manuel che «Ciao» sussurra, flebile.
Simone, a sorridere, non ci riesce. L'espressione è un briciolo assente, ma con lo sguardo fisso e concentrato sull'altro ragazzo, con la bocca appena schiusa, che muove, nel vano tentativo di parlare. Il problema è che, in quell'ultima settimana, le condizioni fisiche sono peggiorate e pure compiere un gesto naturale come parlare o semplicemente muoversi è difficile, se non impossibile.
Manuel ne è fin troppo consapevole di un simile aspetto, ma si sforza di ignorarlo. «Oh, non parlà che devi risparmià le forze» mormora. «C'hai tempo dopo pe' stordirmi co' i tuoi discorsi, mh?».
Simone è piuttosto sicuro che riderebbe, se ne avesse la forza.
Manuel, comunque, la sua risata la sente lo stesso. Ha imparato a immaginarla, nel frattempo, per non scordarsene mai.
La porta della stanza viene aperta con un leggero cigolio. Manuel sposta lo sguardo verso la soglia di essa, soltanto per osservare la presenza di Dante, il quale gli rivolge un cenno del capo e, in seguito «Posso rubartelo un attimo?» dice, riferendosi, adesso, al figlio.
Come ovvio, Simone non riesce a rispondere a parole. Per quello, ci pensa Manuel, che si rimette in piedi, facendo scivolare la sedia sul pavimento e producendo un rumore sordo. «Mò arrivo» esclama. Si china quel che basta per poter depositare un bacio dapprima sulla fronte del compagno, poi sullo zigomo, sussurrando un «Torno subito» al suo orecchio.
Uscire fuori da quella camera equivale a soffocare, almeno un po'. È probabile sia a causa della distanza di Simone, dalla mancanza del suo contatto; è come stare senza un arto, a volte, stargli lontano.
È un corridoio lungo, con forti luci bianche ad attenderlo. Le pareti sono spoglie, anonime, e poca gente è di passaggio. Dante gli è accanto, ma è la presenza di Floriana, Anita e un medico che non ha mai visto a scombussolarlo, insieme al camice verde che quest'ultimo indossa, il viso corrucciato e i capelli scuri appena scompigliati.
«Che succede?» osa chiedere. Per un attimo, incrocia lo sguardo con quello della madre e, seppur accada raramente, non è in grado di decifrarlo. E quello un po' lo spaventa – perché con Anita basta un lieve cenno visivo per capirsi - solo che ora non capisce niente.
Non comprende nemmeno il discorso che il dottore comincia a fare: è pieno di termini tecnici, di spiegazioni troppo approfondite alle quali tutti intorno annuiscono, mentre lui viene tagliato fuori.
In realtà, ad un tratto, vede soltanto le labbra dell'uomo che gli è di fronte muoversi e non recepisce più alcun suono. Soltanto alla fine, Dante gli appoggia una mano sulla spalla e gli chiede: «Hai capito, Manuel?».
Manuel sbatte rapido le palpebre e «No» soffoca «Che – che devo capì?». Si sente stupido, poiché manco ha ascoltato davvero tutto il discorso.
«L'operazione, tesoro» è Anita a parlare, rivolgendogli un sorriso di circostanza. Gli è di fronte, affiancata dalla madre di Simone.
Al ragazzo sfugge una risata. Non che ci sia qualcosa di effettivamente divertente - no, tutt'altro. «Avevate detto che la terapia funzionava da sola e nelle condizioni di adesso è – è troppo rischiosa l'operazione per procedere e...» parla in direzione del medico dai capelli scuri: riesce a leggere il cartellino che porta appeso al camice, si chiama Giovanni Morelli ed è un neurochirurgo. «Perché – perché ora va bene?».
Il dottor Morelli si scambia una rapida occhiata con Dante, che annuisce a stento, si stringe nelle spalle, tenendo le mani congiunte dietro alla schiena e «Perché le medicine non gli fanno più effetto, Manuel».
«Come già accennato» il medico tenta di spiegare, fingendo un colpo di tosse «L'operazione era già contemplata nel piano di terapia. Le condizioni di Simone sono molto peggiorate negli ultimi giorni, quindi intervenire a livello chirurgico, può fare davvero la differenza e...».
«Se non more sotto i ferri» Manuel lo interrompe bruscamente. Tiene i palmi sui fianchi e trafigge l'uomo con lo sguardo – che lo sa che lui non c'entra niente, che non c'è alcun colpevole, alcun carnefice. Eppure adesso è così offuscato dalla rabbia e dal terrore da vedere solo nero. «O se no je friggete er cervello, così poi non se arza più da quel letto».
«Manuel...» Anita tenta di calmarlo, con nulli risultati, poiché lui è allo sbaraglio: «E chi lo decide?» esclama «Se se deve operà o no?».
«Simone» è Dante a replicare. «Lo sceglie Simone».
«Manco riesce a parlà» Manuel soffoca e scuote il capo. Cerca aiuto da parte dei presenti: nello sguardo di Anita, per un conforto che non trova, nel volto di Floriana, per un briciolo di supporto; infine, negli occhi di Dante, per conferme che non esistono.
«Manco riesce a parlà e je fate scegliere 'sta roba» bofonchia «Come fa a scegliere lui?».
«Il paziente è cosciente e lucido per prendere una decisione, una volta esposti tutti i rischi e p--» il dottor Morelli comincia l'ennesima spiegazione.
Stavolta, Manuel ride, con fare isterico, così da smorzare ancora le sue frasi. «Lucido» cantilena e alza gli occhi al cielo. «È imbottito de farmaci, non tiene gli occhi aperti pe' più di mezz'ora e secondo voi è lucido? Lucido da scegliere qualcosa che potrebbe ammazzarlo adesso o tra una settimana? Ve sentite quando parlate?».
«Manuel...» Anita cerca di tranquillizzarlo, di fargli vedere la situazione da una prospettiva appena più razionale.
Il punto è che Manuel ha smesso di essere puramente razionale, già da un bel po'. Quindi adesso è come se avesse tutti contro – l'universo intero. Non vuole più starli a sentire. Si sente soffocare.
Si sente schiacciato da quel medico che ricomincia a parlare, che gli elenca i pro e i contro dell'operazione – che tanto li conosce a memoria – da Dante che gli ripete che è la scelta più saggia, che tanto ne hanno discusso in precedenza e sì, lo hanno fatto, ma la situazione era diversa.
Era tutto diverso.
Basta.
Non ce la più a reggere tutto quello.
Strizza le palpebre, borbotta un «Fanculo» prima di allontanarsi da quel corridoio.
Ha bisogno d'aria.
Scende le scale di marmo dell'ospedale in modo rapido, fin troppo, dato che rischia di inciampare e capitombolare a terra. Sono tre i piani che scende di corsa. Urta qualcuno durante il cammino – forse una infermiera. Borbotta delle scuse che, immagina, non vengano sentite.
Quando è fuori, privo di giacca, il freddo pungente gli lambisce le guance e una nuvola di vapore si innalza dalla propria bocca. Ha il fiatone e non è per quel muoversi veloce e sconclusionato.
Il cuore gli sobbalza nel petto, batte forte contro lo sterno.
Sta tremando, sia a causa della bassa temperatura, sia per altro.
Per il panico che lo sta divorando. Per la paura di perdere ogni cosa nel giro di poche ore.
Il sole è calato da un po'.
Manuel strizza le palpebre, mentre una solitaria lacrima gli riga una guancia. Alza gli occhi al cielo e adesso gli sfugge una risata, che stona con lo stato d'animo che lo affligge, con la devastazione che ha dentro.
«Ci sono le stelle, Simò» sussurra, come se l'altro potesse davvero sentirlo.
**
Dodici giorni prima
Simone osserva il fumo che si solleva lieve sopra al piatto fondo di riso con passato di carote e patate; l'oggetto è appoggiato al di sopra del tavolino pieghevole di legno che, in precedenza, hanno acquistato immaginando le colazioni a letto insieme, lui e Manuel.
Ora è sì, a letto, con quello stesso tavolino in equilibrio sul materasso, ma la situazione è decisamente diversa rispetto a quanto prefissato.
Ha la schiena contro la spalliera del letto, due cuscini da intermezzo, seduto col busto sollevato e le gambe allungate in avanti. Alza lo sguardo, poco dopo, per notare il modo in cui Manuel gli è accanto, seduto con gli arti inferiori incrociati; rigira quella zuppa con un cucchiaio.
Lo sa quali sono le sue intenzioni e non si sbaglia quando lo vede portare la posata con un briciolo di pietanza sopra vicino alla bocca e soffiarci su.
Così «Non – devi p...» fa per dire – non devi fare questo, non devi imboccarmi come un bambino.
Manuel non gli lascia finire la frase. Piuttosto, gli rivolge un'occhiata di lieve rimprovero e «Ne abbiamo già parlato, no?» taglia corto.
Sì, hanno parlato. Di quell'aspetto e molti altri. Di come Simone abbia bisogno di assistenza e supporto per le cose basilari, di come si vergogna di ciò la maggior parte delle volte, di come gli pesi tale aspetto. Anche se Manuel non glielo fa mai pesare.
Simone deve arrendersi – perché non ha la forza di controbattere e di intavolare una eventuale discussione. Quindi tace e lascia che l'altro lo aiuti a mangiare in quel modo, accettando il fatto di non riuscire manco più a tenere un cucchiaio o una forchetta in mano.
Manuel compie ogni gesto con estrema attenzione e cura, pure quello di afferrare un tovagliolo e tamponarlo sul mento del compagno perché si è sporcato. «Oh, non fà quella che faccia che 'sta roba l'ha fatta mi' madre» tenta di sdrammatizzare «Cucina meglio de me».
Simone manda a giù a fatica quel riso e scuote appena il capo. «Brucia» bofonchia.
«Come brucia?».
«Un po'».
«Eh, devo soffià de più, allora».
A finire quella zuppa, Simone ci impiega almeno mezz'ora. Questo perché Manuel sa che deve fare bocconi piccoli, che li deve raffreddare un po' tutti – quindi a volte riempie gli spazi di tempo parlando di qualunque cosa gli venga in mente, sebbene non sempre ottenga una risposta; nemmeno la vuole, del resto.
In seguito, porta le stoviglie sporche in cucina. Le butta nel lavandino, le lava rapidamente. Pur essendo in un'altra stanza, continua a parlare con Simone – alza la voce, per farsi sentire meglio.
In un modo strano e contorto, parlargli lo tranquillizza, frena i battiti troppo accelerati del proprio cuore.
Gli basta quello: parlargli e sapere che lui lo sta ad ascoltare.
Quando torna in camera, riprende posto al suo fianco. Stavolta imita la sua posizione, con la schiena contro la spalliera e le gambe allungate.
Simone volta appena il capo, per poter osservare il suo volto. «Tu no – mangi?» biascica.
«Mangio dopo» lo rassicura Manuel. Poi è probabile che manco lo farà, che si ritroverà nel tardo pomeriggio a raccattare qualcosa dal frigo, mentre il compagno dorme. Solo che quella parte gliela tiene nascosta. Come molte altre cose.
Si sporge nella sua direzione, quel che basta per depositare un bacio lieve sulla punta del suo naso e sorridere subito dopo. L'espressione sul viso dell'altro ragazzo, tuttavia, rimane seria e quindi «Oh, e manco mezzo sorriso me fai» scherza «Non è carino, mh?».
«Scemo».
«Pure questo non è carino, 'o sai, vè?». Si lascia sfuggire una risata.
La maschera sul viso di Simone si incrina un po' – probabile a causa di quel suono così armonioso che gli riempie le orecchie. Tuttavia, un velo di tristezza e consapevolezza torna dopo solo qualche secondo.
Succede quando vuole fare ciò che è abitudine: richiamare Manuel, pronunciare il suo nome che equivale a cantare una dolce melodia.
Schiude le labbra, fa quello che è solito fare. Eppure, l'unico suono che gli esce di bocca è un «M... M...» a stento biascicato, una lettera pronunciata a fatica e nulla più; è l'ennesima parola che gli scivola via.
E se delle altre può farne a meno, di quella – di quella no.
Un leggero tremore lo percuote, poiché si sta agitando, si sta lasciando prendere dal panico. «M... Mh...» ci prova ancora. Vuole soltanto dire il suo nome, vuole dire il nome della persona che ama e invece quella cosa gli sta togliendo pure questo.
Pronunciare il suo nome.
Manuel se ne rende conto con leggero ritardo, di quel che sta succedendo. Ciò nonostante, cerca di mantenere la calma – lo deve fare per entrambi. Posa una mano sul suo viso, sfregando un pollice sul suo zigomo. «Manuel?» sussurra «Vuoi dire Manuel?».
Simone è in grado soltanto di annuire, anche se il cenno col capo che compie è frenetico – è scosso da nuovi tremori e gli occhi gli si riempiono di lacrime, frattanto che di nuovo tenta «M...».
«Shh, okay, okay, va tutto bene» Manuel cerca di frenare il suo pianto – che poi lo sa che niente va bene. Sforza un sorriso, privo di ogni entusiasmo. «Va bene, non lo devi dire per forza, mh?» in realtà, sta singhiozzando. «Puoi chiamarmi scemo, va bene uguale».
Prova in quel modo, per quanto assurdo e paradossale sia, farsi chiamare con un simile appellativo.
Lo sa che è stupido.
Eppure, forse in quel momento serve.
Essere un po' stupidi.
**
«T'ho portato la giacca».
Manuel sente la voce di Dante un po' lontana. Non che l'uomo sia effettivamente lontano: è in piedi a meno di un metro, ma lui la percepisce in tale maniera.
È seduto su una delle panchine di pietra che delimitano il parcheggio deserto dell'ospedale. Ha lo sguardo fisso nel vuoto, vacuo, assente, perso nei ricordi più dolorosi. Quindi non si accorge del professore che prende posto lì accanto e che gli sistema la giacca scura e felpata sulle spalle.
Non è manco sua, quella giacca: è di Simone, l'ha presa dall'armadio qualche giorno prima, per avere qualcosa di suo addosso.
Manuel manda giù a fatica della saliva. Non si volta. Piuttosto, si fissa le mani. «Che ha deciso?» domanda e la voce gli gratta la gola.
Dante esita per mezzo secondo. «Che si opera» risponde – ed è una replica scontata, chiara, palese. Lo sapevano tutti.
Una mezza risata intrisa da isterismo scuote Manuel che «Certo» commenta e scuote il capo. «E je avete spiegato bene ogni cosa? Tutti i rischi? Je avete detto tutto?» sta annaspando. «E lui v'ha risposto che andava bene? V'ha proprio detto così: me vojo operà, apriteme in due la testa».
«Manuel...».
«Manuel, un cazzo». È adirato. Eppure lo sa quanto sia irrazionale quella rabbia. Il problema è che, ormai, ce l'ha con tutti.
Dante sospira sommessamente. La capisce, la sua collera. È la stessa che prova lui, più o meno. Ma deve rimanere calmo, come ha fatto sin dall'inizio. Appoggia i gomiti sulle cosce e sporge il busto in avanti. Fissa le strisce bianche che delimitano i posti auto vuoti. «Se non avesse deciso Simone» dice, con tono fermo «Lo avremmo io e Floriana. E sarebbe stato lo stesso». Fa una breve pausa e rivolge un'occhiata fugace al ragazzo che ha accanto. «La terapia non funziona più e se non si opera, potrebbe – morire tra una settimana, due al massimo. I medici sono stati chiari».
«Allora è meglio farlo morire domani?».
«Allora – è meglio dargli la possibilità che ci sia anche un dopo, a quel domani». Smette di parlare di nuovo, mordendosi piano il labbro inferiore. «Saremmo arrivati a questo punto in un modo o nell'altro».
Di ciò, Manuel ne è consapevole. Un briciolo si è pure preparato, ma non ha mai messo in conto di giungerci così rotto, a pezzi e, soprattutto, non con Simone a stento riconoscibile.
Perché è come se ogni cosa che lo rendeva lui, che lo rendeva Simone, fosse stata spazzata via: la sua intelligenza, il sorriso, gli sguardi d'intesa, il suo canticchiare in cucina.
Tutto.
Resta in silenzio, non dice nulla. Non c'è molto altro da aggiungere, del resto.
Dante si rimette in piedi. «Lo operano domani mattina» annuncia. Infila le mani nelle tasche dei pantaloni. Compie qualche passo, in procinto di allontanarsi e tornare su, al terzo piano dell'edificio. Tuttavia, si ferma prima. «Ha chiesto di te, comunque» esclama. «Cioè, ha detto solo scemo e – immagino sia tu».
Nessuna risposta dall'altra parte. «Puoi stare con lui tutta la notte, se vuoi» prosegue, allora. «Le infermiere non ti cacciano, le avverto io».
Ancora niente.
«Non sprecarla questa cosa» sibila, alla fine. «Potrebbe essere la sua ultima notte, Manuel».
**
Un anno prima
«Manuel? Ma stai piangendo?».
Simone non riesce a scorgere bene il viso dell'altro ragazzo, poiché l'ha nascosto nel cuscino, quindi a parte i suoi ricchi scompigliati che spuntano da sotto il lenzuolo, non è in grado di osservare nulla di più. Sono nella loro dépendance, nella stanza da letto che è piccola, ma che per loro va più che bene.
Nudi, avvolti nelle coperte, con la flebile luce del tramonto che filtra dalle finestre e tinge le pareti e ogni cosa presente di un tenue arancione. Simone si sistema su un fianco, piegando un braccio e reggendosi la testa con una mano. «Oh, Manuel?» lo richiama ancora. «Stai bene?».
Ci impiega un paio di secondi per ottenere una qualsiasi reazione.
Manuel solleva il capo, mostrando gli occhi lucidi e appena arrossati.
E allora «Stai davvero piangendo, oddio» commenta Simone e gli sfugge una risata.
«Vaffanculo, Simò, che te ridi» si lamenta il compagno, che vorrebbe sprofondare per l'imbarazzo. Per un istante, torna a nascondere il volto sulla federa. Tuttavia, è l'altro a impedirglielo, solleticandogli i fianchi. Così, è costretto a dimenarsi e a ridere pure lui. «E piantala, daje» esclama, infine. Si volta, in posizione supina e adesso si ritrova a fissare il soffitto.
Simone, invece, tiene lo sguardo puntato sul suo profilo. «T'ho fatto piangere io?» domanda, per quanto ovvia possa essere la risposta.
Manuel sbuffa. Non gli rivolge alcuna occhiata. «No» sussurra. «Quel che hai detto».
«Che ti amo. Ma te lo dico sempre, no?».
«Boh, non così». Soltanto in quel momento, volta di poco il capo, per potersi guardare in faccia. «È stato - diverso».
Simone allunga una mano, va a posarla sulla sua pancia lasciata scoperta. Traccia con l'indice e il medio una linea invisibile che parte dall'ombelico e arriva sotto lo sterno. «Diverso – come?» mormora, mentre continua a compiere quel movimento leggero e delicato, su e giù.
A Manuel fa un po' il solletico, ma rimane serio. «Diverso nel senso che...» soffoca. «Che adesso non voglio che me lasci».
«Mica ti lascio».
«No, ma proprio mai. Che – me tieni co' te per sempre».
«Non esiste il per sempre». Simone continua con le carezze sul suo addome, sebbene ora ci stenda il palmo su di esso. Si sporge nella sua direzione, lo bacia delicatamente sulla bocca. Si distacca poco dopo, soltanto per sfiorare con le labbra la punta del suo naso. «Però non ti lascio lo stesso» mormora «Ti tengo con me, fino a che avrò respiro».
Manuel ride, privo d'entusiasmo. «Sei un po' macabro» commenta «Ma va bene. Se non me lasci, mi va bene».
**
Simone si è riaddormentato da poco.
Floriana gli è seduta accanto, su quella sedia che, fino a quale ora prima, veniva occupata da Manuel. La porta della stanza si apre con un lieve cigolio e Dante ne varca la soglia. La donna ricerca da subito il suo sguardo, per porre una domanda muta che entrambi conoscono.
Difatti, non è neppure necessario che uno di loro parli, che il professore capisce e fa cenno di no col capo.
Che significa che è andato a parlare con Manuel, che ha tentato di convincerlo a tornare in quella camera, ma non ha ottenuto nulla. «Gli hai detto che lo cerca?» mormora Floriana, mentre lo sguardo gli ricade sul viso assopito e stanco del figlio. Lei ha addirittura paura di toccarlo, quasi potesse romperlo con quel minimo di contatto.
«Gliel'ho detto» attesta Dante. Utilizza un tono di voce basso e appena rauco. Affianca l'ex moglie; li ha notati i suoi occhi gonfi e lucidi, il modo in cui trema. Anche se non stanno più insieme da tempo, non ha dimenticato quei particolari e la maniera con la quale piano si spezza. Così, appoggia una mano sulla sua spalla, come a dirle io ci sono, affrontiamo questo insieme, per quanto terribile sia.
Fuori dall'ospedale, invece, Manuel rimane immobile su quella panchina alla quale sembra essersi inchiodato.
Non si è mosso, non ha le forze per farlo.
Ha il cuore dilaniato che quasi gli sembra non batta più.
In realtà, la mancanza di contatto con Simone è la parte peggiore. Vorrebbe soltanto stare con lui nel loro letto, come succedeva un anno prima, quando piano gli prometteva che non lo avrebbe mai lasciato.
E adesso vorrebbe dirgli che è un bugiardo, che lo sta lasciando, che lo sta abbandonando, senza più luce, nel buio, come in un buco nero.
(Note autore:
Scusate la sparizione momentanea della storia, mi sono accorta e mi hanno fatto notare che ho riprodotto inconsciamente una scena che era già stata scritta nel fandom. Siccome non mi sembrava corretto tenere qualcosa già scritto da qualcuno, ho preferito togliere e revisionare, per rispetto, la scena stessa.
Spero capirete.
Un bacio.
Lilith)
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