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Cap 9 Dice il saggio...


Finalmente potevo rimanere sola con i miei pensieri, le mie interminabili domande sulla mia giovane e già tremendamente incasinata vita.

Entrai di corsa nella toilette e mi chiusi la porta alle spalle. Per essere un ufficio statale, i bagni sembravano quelli di un hotel a cinque stelle: mi ritrovai circondata sempre dal solito marmo grigio, ma la sala era meravigliosa. Togliendo il senso di fastidio che quel colore iniziava a suscitarmi, rimasi parecchi minuti ad osservare gli improponibili specchi, alti quasi fino al soffitto, che illuminavano tutta la parete di destra, lasciando spazio solo per un'interminabile fila di lavandini, fortunatamente bianchi, addobbati da tovagliette, saponi, profumi... forse perché molti dei frequentatori di quegli uffici non avevano un vero e proprio orario di lavoro.

Presi coraggio e mi specchiai.

Un secondo dopo che il mio occhio mise a fuoco la mia immagine riflessa, le palpebre si abbassarono. Ero stravolta. Avrei potuto far finta che fosse colpa del lungo viaggio, del cambiamento improvviso avvenuto nell'arco di ventiquattro ore; avrei potuto benissimo lasciarmi cadere in una forma di autocommiserazione, visto che, a ben guardare, non mi rimaneva nulla dei miei quasi sedici anni; oppure avrei potuto decidere seduta stante di ripartire e mandare tutti a quel paese, ritornare dai miei amici, facendo finta di essere qualcun altro.

In quel momento, invece, scoprii quanta forza era cresciuta nel mio animo, quanto diversa fossi diventata grazie al mio potere di analizzare gli altri: puntai di nuovo lo sguardo allo specchio e trovai il coraggio di sorridere all'altra me disperata.

"Non ti farai piegare da questi quattro esaltati? Va e mostra loro chi sei! Sei qui per un motivo, ricordi?"

L'ultima frase accese nel mio cervello il ricordo di un bisogno impellente, mi voltai di corsa e mi rinchiusi in una delle toilettes.

Mentre finalmente potevo liberare il mio corpo da quattro ore di scorie accumulate, non riuscii a trattenermi dal ridere di me stessa:

"Sei così profonda Alex che a volte mi spaventi!" parlottai tra me e me. "Non prenderti gioco di me, non ricordi cosa dice il saggio? Non c'è soddisfazione più grande di fare la pipì quando ti scappa...!"

"Concordo!"

Avete presente quando qualcuno spiega un evento improvviso, definendolo una fucilata al cuore? Io sono certa che ne sentii anche lo sparo e somigliava molto al suono che fece quell'unica parola, proveniente da fuori della porta della mia toilette.

Non avevo idea del perché Giulio mi avesse seguito fino a lì, ero però certa che io non ne sarei più uscita. Non dopo l'ennesima figuraccia in sua presenza, che ero riuscita a inventarmi, nel giro di soli pochissimi giorni da quando l'avevo conosciuto.

Non ebbi la prontezza di spirito di proferire parola, completamente bloccata, lì seduta, mezza denudata.

"Scusami, ti sto disturbando..." stabilì, notando il mio mutismo.

Io però, avevo bisogno di parlare con lui, di avere una qualche minima delucidazione su quello che mi attendeva nelle settimane successive. Obbligai il mio corpo a muoversi, mi rivestii di corsa e, per coprire il rumore dello scarico, urlai:

"Aspetta!"

Naturalmente non servì, anche perché aprii la porta della gabinetto e tutto divenne palese. Stavolta però non me ne vergognai, perché ero troppo occupata a sprofondare nel suo mare blu, improvvisamente agitato.

"Perché sei qui Giulio?" lo interrogai, cercando di non aggiungere nessuna accezione di rimprovero nella voce.

"Ti ho vista fuggire via e volevo accertarmi che non ti sentissi male..." stranamente, il suo sguardo si schiantò sul pavimento.

Non avevo ancora capito il suo ruolo, il perché fosse lì con noi e si preoccupasse tanto per me: in fondo ci conoscevamo davvero da pochissimo, eppure c'era una sincera apprensione nei suoi occhi in quel momento, mescolata con tanta vergogna. Adorabile!

"Intendevo, perché sei venuto con me dall'Italia?" precisai, cercando di nascondere il leggero lato ironico che, inevitabilmente, tutta la nostra conversazione portava con sé, iniziando dal fatto che eravamo chiusi in un bagno ministeriale.

Anche lui notò il lato divertente della situazione, perché smise di sentirsi a disagio e si illuminò in un sorriso caldo. Fu come se qualcuno gli avesse puntato il sole in faccia: improvvisamente sembrò risplendere.

"Sei stanca. Se me lo permetti, vorrei mostrarti il tuo appartamento..."

Questa fu davvero una sorpresa, che sommò curiosità a curiosità.

"Vuoi dire che avrò un appartamento tutto per me?" chiesi entusiasta.

"Beh, è solo un piccolo bilocale, ma sì, sarà tutto tuo, almeno fino a quando rimarrai a Washington..." precisò, porgendomi la mano.

Immergere la mia mano nella sua, fu più allettante che sperare in qualche risposta.

Toccarlo fu più invitante della verità. Ero giovane, posso discolparmi, facilmente influenzabile, per nulla difficile da fuorviare. Voglio credere che fu per questo che non chiesi altro.

Uscimmo dall'edificio dall'ingresso di sud est, mano nella mano. Vi assicuro che fu il modo più efficace per non farmi sentire la stanchezza. Troppo concentrata su quel contatto caldo che, inspiegabilmente, mi alleggeriva di ogni preoccupazione.

Di nuovo, una berlina nera ci attendeva subito fuori. Di Michael nessuna traccia. Saremmo partiti soli.

"Michael non viene?" chiesi tanto per essere sicura.

"Non è suo compito" fu la risposta laconica che, stavolta sì, fece germogliare un tappeto intero di domande. Ne presi nota mentalmente, ma preferii rimandare.

Di tutto il circondario del nuovo centro dell'Agenzia, fui ammaliata solo dall'interminabile bosco che lo nascondeva. Curato, animato da piccoli animali, profumato di terra umida e foglie, con i raggi del sole che trapelavano tra i rami non tanto fitti. Quando ne uscimmo, eravamo di nuovo alla sbarra. Si sollevò senza che dovessimo dichiarare nulla. Ci inoltrammo tra stretti viali alberati, leggeri tornanti, innumerevoli incroci, sorpassando stupefacenti villette mono e bifamiliari, con splendidi giardini intorno. Era un quartiere davvero lussuoso, per cui pensavo che saremmo solo transitati. Invece all'improvviso, la macchina si fermò in uno spiazzo, su cui affacciavano tre enormi edifici, completamente diversi fra di loro per stile e colore.

Giulio scese, l'autista scese, io rimasi in auto, convinta di dover aspettare.

Per la prima volta nella mia vita, un bipede di sesso opposto mi aprì lo sportello, evento che non avevo mai considerato davvero realizzabile nel ventunesimo secolo.

"Vieni?" mi chiese, offrendomi ancora la sua mano, indicando con la testa la palazzina bianca davanti a noi.

"Qui? Davvero?" esclamai, incredula.

"Saranno degli imbecilli, ma a fondo illimitato, cosa credevi?" rise lui della mia meraviglia.

Dire che la palazzina era lussuosa, che l'appartamentino era un bijoux, non renderebbe l'idea di come mi sentii. Era come se mi avessero chiesto di fare un film sulle favole e io ne fossi la principessa protagonista.

Entrammo nella mansarda del terzo piano e, senza preavviso, il mio entusiasmo si spense. Posso garantire che non avevo neanche mai sognato di poter vivere in un posto così perfetto. Il portoncino si aprì in un lungo soggiorno diviso dall'angolo cottura da un'elegante penisola, che ospitava due lavelli in ceramica bianca. Le ante erano laccate grigio perla, lucide, con maniglie in acciaio. La zona soggiorno era ingombrata da un gigantesco divano in pelle bianca, poggiato su un pavimento in resina grigia, talmente delicato come colore che quasi si mescolava con il tappeto a pelo lungo, bianco ghiaccio, creando un effetto nuvola.

Camminai senza proferire parola verso la camera da letto. Dove il tetto spioveva con le sue travi bianche, era stato posizionato un letto a due piazze di un colore molto simile al verde ramarro, mentre l'armadio a otto ante, di cui le quattro centrali a specchio, occupava tutta la parete più alta.

"Ti mostro il bagno?" mi chiese, contento, il mio accompagnatore.

Non risposi e non mi voltai.

"Alex?"

Lentamente ruotai la testa verso di lui e percorsi tutta la sua figura millimetro dopo millimetro, ritardando il momento in cui avrebbe potuto studiare la mia reazione dentro le mie iridi.

Come avevo previsto, sbiancò. Sorpreso, inclinò la testa di lato e fece un passo verso di me.

"Perdonami, ma..." Come potevo spiegargli che era, sì, la casa che nemmeno sulle riviste più importanti d'arredamento avrei potuto trovare, ma in cui non avrei mai potuto vivere; come potevo chiarire quello che stavo provando in quel momento, senza risultare scortese?

"Troppo fredda... L'ho pensato subito anch'io..." intuì invece lui, avvicinandosi di un altro passo.

Mortificata, spostai il mio sguardo ai suoi piedi, annuendo.

"E' terribile! E' anche peggio di un albergo..." confessai alla fine.

"Avrei un'altra soluzione..." soppesò quel ragazzo generoso al mio fianco.

"Dormire al centro? Sgozzatemi subito!" dichiarai ferma.

Sogghignò divertito.

"Potresti venire da me, solo per un paio di giorni, intanto che arrediamo l'appartamento secondo il tuo gusto... Togliamo tutto questo dannato bianco e grigio... Posso farci mettere un bel parquet caldo, se preferisci..."

Lo fissai allibita. Nessuno mi aveva accolta come una diva del cinema, quindi perché tanto affanno per me?

"Perché farebbero questo per me?" provai a chiedere, consapevole che stavolta avrei ricevuto una risposta.

Giulio fece scivolare, pensieroso, una mano lungo la mia guancia, come avrebbe fatto mio padre, per consolarmi da piccola, quando rimanevo delusa da qualcosa.

"Perché, che tu ci creda o no, sei importante. Stanno cercando di non fartelo sapere, ma fremono nella speranza che tu accetti di aiutarli..."

Lo abbracciai, di slancio, perché avevo davvero bisogno di sentire il suo corpo caldo e quella sensazione di casa che trovavo solo in lui, nonostante fossimo praticamente degli estranei. Inspirai il suo profumo, quasi di nascosto. Fu rassicurante sentire le sue braccia forti avvolgersi intorno a me, lentamente, le dita delle mani massaggiarmi delicate le spalle, fino a che la sua testa si appoggiò sui miei capelli e mi strinse forte a sé.

"Di che colore è casa tua?" chiesi ancora ad occhi chiusi.

"Praticamente tutta di legno" rispose carezzandomi i capelli con il mento.

"Allora ci sto!"

Sentii che non era ancora pronto a lasciarmi andare, così non mi mossi, ma involontariamente aprii gli occhi.

Non saprei spiegarlo, perché fu l'evento più strano che io abbia mai vissuto. Ebbi come la sensazione di non essere più a terra, ma immersa in una nube luminosa, accecante e straordinariamente multicolore. Ne sentivo le sfumature, come se fossero vive, calde; ero investita dalle loro sfaccettature positive o negative, anche se il colore più vicino a me rimaneva sempre il giallo, seguito da un arancione acceso. Intravedevo solo sul fondo il verde, mentre il blu o il viola erano così trasparenti che si poteva anche pensare che non ci fossero davvero.

Spaventata, mi allontanai da lui e lo studiai con occhi sgranati.

Quando lesse il mio smarrimento, le sue labbra si sollevarono in una smorfia di consapevolezza.

"Lo hai visto anche tu, vero?" volle che gli confermassi.

"Che cos'era?" cercai di farmi spiegare.

Sospirò: "Vieni, forse è un bene se resti qualche giorno da me, così possiamo parlare in privato." si mosse indicandomi la porta.

Rimasi impalata sopra la stessa mattonella, incapace di trovare un motivo per seguirlo. Non mi fidavo ancora di lui e quello che era successo, di sicuro, non aiutava il nostro rapporto.

Percepì la mia paura. Si mise le mani nei capelli, forse alla ricerca di parole convincenti da dire. Sembrava molto più preoccupato di me, c'era nel suo sguardo un'ansia che si spandeva al suo corpo: ne percepii il vago tremore. Se anche lui era invaso dal terrore, volevo saperne il motivo, visto che quella specie di miracolo in cui mi ero ritrovata poco prima, per lui, sembrava abbastanza scontato.

"Parlami Giulio!" gli suggerii.

Si voltò di scatto verso di me, mostrandomi quanto in quel momento fosse pervaso da uno smarrimento profondo. Non aveva idea di come fare, ma... fare cosa?

Non c'era però segno di malignità nel suo sguardo, nessuna accezione cattiva verso di me, anzi: sembrava preoccupato per me. Sentii il calore della sua paura, paura per me. Questo bastò perché prendessi la decisione più importante della mia vita.

"Ho ancora molti dubbi, ma in generale, io mi fido di te..." sottolineai a suo favore.

Sembrò un bambino a cui avessero appena mostrato un camion pieno di caramelle: esplose in un sorriso sincero, emozionato e commosso. Si buttò in ginocchio ai miei piedi, mi abbracciò con impeto le gambe e con voce incrinata confessò:

"Io non lascerò che ti succeda niente di brutto, mai!"

Fu come se mi avesse carezzato l'anima. Sollevai una mano e la infilai tra i suoi capelli, con dolcezza. Ero frastornata, ma allo stesso tempo meno spaventata.

Chi era questo ragazzo, perché mi rimaneva sempre vicino, perché prometteva di proteggermi e soprattutto, da che cosa?

Lo costrinsi a risollevarsi e, stavolta, fui io a porgergli la mano. Si tuffò tra le mie dita e iniziò a correre verso l'auto che ci avrebbe condotto al suo appartamento.

Scoprii che abitava praticamente la via dietro alla mia abitazione. Era un fabbricato più piccolo, con il tetto spiovente, meno pretenzioso, ma decisamente più invitante. Il suo appartamento si sviluppava su due piani e aveva l'ingresso indipendente. Ci ritrovammo subito in un salottino con il parquet di frassino e le pareti rivestite dello stesso legno e bucate da quattro grandi finestroni a tre ante. Era piccolo, anche se un angolo riusciva ad ospitare un divano a sei posti, di stoffa calda, di un colore molto vicino all'arancione. Allo stesso modo, una parete era occupata da un bellissimo camino che rendeva la stanza ancora più accogliente. A metà del solaio, la scala in legno più scuro conduceva al piano di sopra, elegante e di taglio molto moderno.

Prese la mia valigia dall'autista, chiuse la porta di casa a chiave, trascinò me e il mio trolley gigante al piano di sopra. Il rumore delle assi di legno sotto i piedi mi riscaldò il cuore, assicurandomi che lì sarei stata bene, almeno per il momento.

La prima cosa che notai della camera fu il tetto spiovente completamente di legno. In mezzo alla stanza c'era un enorme letto posizionato proprio sotto la velux del tetto. La parete più alta era occupata da un armadio in frassino sbiancato a tutta altezza. La parete opposta invece, era coperta da una pesante tenda di un tenue arancione.

Giulio posizionò la valigia sul letto, aprì l'armadio, ne tirò fuori un morbido asciugamano e dichiarò:

"Ti lascio sola. Fai come fosse casa tua. Nell'armadio trovi tutto l'occorrente per il bagno." per un istante, ebbi come la sensazione che si stesse inchinando verso di me: era davvero un perfetto padrone di casa.

Sparì dietro la tenda e io mi sedetti sul letto. Iniziai a tirar fuori un po' delle mie cose e le posizionai in un'anta semivuota dell'armadio.

Finalmente mi potei togliere di dosso i vestiti del viaggio, le scarpe oramai parte integrante dei piedi e il reggiseno, prima che diventasse una nuova costola. Mi avvolsi in un telo da bagno. Avrei fatto un bella doccia, se solo avessi trovato il bagno, così iniziai ad aprire tutte le aperture che trovai nella stanza, senza successo. Decisi solo all'ultimo di guardare dietro al tendone.

Trovai il bagno, con al centro una stupefacente doccia rivestita interamente di vetro su quattro lati; una parete a specchio sul fondo, su cui erano poggiati due lavabi; sulla parete di destra, soprelevata da una pedana, un'immensa vasca idromassaggio tutta in pietra; infine, dietro un muretto in pietra, i sanitari.

Di tutto ciò, io non vidi nulla, perché i miei occhi notarono solo la figura che usciva dalla doccia: Giulio, completamente nudo, di nuovo.

Non riuscivo a respirare. Se lo avessi fatto, il mio corpo si sarebbe inesorabilmente mosso verso quell'adorabile schiena, i cui muscoli continuavano ad ondeggiare come l'erba al vento, mentre si asciugava con il telo.

Nonostante il mio silenzio, percepì ugualmente la mia presenza e si voltò verso di me. Non ho mai capito, perché non provasse neanche la minima traccia di vergogna o disagio, nel mostrarsi completamente nudo di fronte a me. Al contrario, mi sorrise e mosse un passo nella mia direzione, ben lontano dal pensare di coprirsi.

"Stavo pensando una cosa..." disse grattandosi la nuca. Stava evitando di guardarmi negli occhi. "Avrei bisogno di chiederti un favore e spero tu voglia assecondarmi... visto che, alla fine, ne sto facendo io uno a te, ospitandoti".

Improvvisamente, cominciai ad avere caldo. Fece un altro passo verso di me e mi sentii morire. La sua pelle nuda, che fino a quel momento mi aveva messo l'acquolina in bocca, perse ogni interesse. Possibile che non avessi neanche lontanamente percepito lo scopo del suo invito? Era lì, nudo, davanti a me ed era palese che la sua richiesta riguardasse qualche servizio che io avrei dovuto...

L'idea stessa mi stava dando la nausea. Senza farmi scoprire, feci un passo verso le scale.

"Sai Giulio, io in realtà sono una persona che non ama dare molta confidenza." tergiversai.

"Questo posso capirlo, ma vedi noi non siamo più dei veri e propri estranei, non dopo quello che è successo oggi" mi sorrise con calore. Si avvicinò ancora.

"Questo però non vuol dire che io sia pronta ad entrare in una stretta relazione con te" mi difesi, muovendo un altro passo verso l'unica via di fuga che vedevo.

"La nostra relazione credo che sia molto più intima di quanto, entrambi, abbiamo capito finora. È per questo che devo proprio chiedere..." spiegò serio Giulio, quasi toccando il mio asciugamano. Il profumo del suo corpo dopo la doccia stavolta mi fece venire da vomitare.

"Non farlo, per favore..." lo supplicai. Avevo pensato alti e bassi su di lui, ma principalmente avevo creduto che fosse davvero un bravo ragazzo, misterioso ma non pericoloso. Adesso la sua richiesta di andare a letto con lui, solo perché mi stava ospitando... In realtà, lo faceva perché io ero una bambina viziata, che non aveva apprezzato la favolosa casa predisposta per me! A quest'ora sarei potuto essere sdragliata sul mio divano, sola e al sicuro. Forse mi meritavo davvero questa punizione.

"Alex, tu come mi vedi?" mi chiese, come se volesse far uscire le parole prima che la bocca decidesse di chiudersi e non riaprirsi più.

Lo guardai negli occhi, scocciata: voleva giocare? Avrei giocato, al diavolo tutto e tutti!

"Abbronzato, bagnato e... terribilmente nudo?" sputai acida.

Inspiegabilmente, gli occhi blu mare, di quello che ora era il mio nemico, si fissarono nei miei per attimi pericolosamente lunghi: vidi la confusione nella sua testa, tante domande che si affollavano una dietro l'altra, poi gli si accese una lampadina e le sue pupille si dilatarono a dismisura. Si guardò e, posso giurarlo, si tinse di una tonalità rosso cocomero. Si voltò di scatto e andò a raccogliere l'asciugamano da terra. Lo avvolse intorno alla vita, poi si piegò a lavarsi il viso sul lavandino.

Io rimasi immobile e disorientata dai suoi gesti.

Nel momento in cui la sua immagine comparve nell'enorme specchio, vidi il suo sguardo colpevole e mortificato cercare la mia pietà.

"Perdonami, io ho sempre il brutto vizio di girare nudo per casa e non mi ero reso conto..." abbassò di nuovo gli occhi sul lavandino. "Qualunque cosa tu abbia pensato di me negli ultimi due minuti, cancellala per favore, perché completamente sbagliata!"

Ebbe il coraggio di tornare a guardarmi direttamente negli occhi e vidi la sua urgenza di chiarire: "Alex io non ti chiederei mai nulla di ciò che hai pensato. È vero, sono dell'idea che tu sia bellissima, straordinariamente interessante, ma soprattutto giovane... Dio, io non potrei mai! Sono davvero uno stupido, perdonami!" lo vidi dirigersi verso il tendone per uscire dal bagno e qualcosa di nuovo si mosse dentro di me.

Con uno scatto, agganciai una mia mano sul suo braccio, costringendolo a fermarsi.

"Anch'io penso che tu sia bellissimo e inspiegabilmente buono con me..." sussurrai, guardandomi nello specchio, mentre lo confessavo ad alta voce.

Lo sentii succhiare quelle parole dall'aria e immagazzinarle nel suo spirito.

"La domanda allora è ancora più pressante" proseguì con il respiro spezzato.

"Alex, tu come mi vedi?" ripeté, rimanendo voltato verso la camera.

Non lo seguivo più, che cosa diavolo voleva da me?

"Non ti seguo..."

Si voltò, a un centimetro dal mio naso, mi urlò contro, esasperato:

"Alex tu di che colore mi vedi? Possibile che non te lo sia ancora chiesta?"

No, non me lo ero chiesta davvero. Mi era sembrata una cosa curiosa, ma la mia vita era stata costellata di cose strane per anni, quindi no, in realtà non mi ero chiesta perché Giulio era normale, perché non riuscivo a vedere i suoi sentimenti, perché non era circondato come tutti da un'aurea di un colore specifico.

"Io ti vedo normale..." precisai.

"E non ti sei impegnata neanche un po' a capire perché?" mi domandò scuotendomi.

Mi liberai dalla sua presa, di nuovo spaventata.

"Che cosa vuoi dire? Ho solo pensato che fossi più difficile da leggere..." mi schernii, facendo un passo indietro. C'era nell'aria un'elettricità strana che mi agitava.

"Alex, anch'io ti vedo normale!"

"Lo so, sono io quella strana che vede la gente a colori!" gli sputai in faccia il mio dramma.

"Possibile che tu proprio non abbia capito? Anch'io vedo la gente a colori, tutti macchiati di un unico colore di vernice, vaporoso ma nitido. Tutti, tranne te! Al contrario tuo però, io mi sono chiesto perché dopo tutto questo tempo, finalmente, ho scoperto te..." vedevo il suo petto alzarsi ed abbassarsi, come se avesse corso per ore.

Percepii le mie palpebre chiudersi e poi riaprirsi.

Giulio aveva il mio stesso dono.

Non ero un essere difettoso dunque, un esperimento mal riuscito. Soprattutto, non ero più sola...

Lo guardai alzare la sua mano, ne sentii il calore sulla guancia, i suoi occhi, ora liquidi come l'oceano, si fissarono dritti nei miei. Fui investita dalla sua stessa emozione quando la verità uscì dalle sue labbra e tracciò tutto il mio futuro:

"Alex, io e te siamo uguali!"

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