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CAP 6 MAI FERMARSI

Vidi Anna seduta su una panchina dell'enorme parco che circonda ancora oggi il

nostro liceo. Stavo apprezzando quella bella giornata di sole, dopo tutti quei giorni di

neve e cielo grigio e il giardino era incantevole con i suoi prati bianchi, bucherellati

qua e là dai pini verdi o dalle alti siepi di alloro, oramai libere dal peso della neve. Mi

piaceva il silenzio che vi regnava. Mi piaceva il riverbero del sole sulla neve:

sembrava di essere in vacanza e non a scuola. Avrei potuto immaginare mille vacanze

in un posto simile.

Mi sedetti silenziosa accanto alla mia ragazza preferita, intenta a farsi venire un

leggero colorito, offrendo la propria pelle marmorea ai tiepidi raggi di sole. Fatica

sprecata!

"Davvero pensi che basti così poco alla tua pelle?" la sorpresi ironica.

Per nulla meravigliata dalla mia presenza, sorrise sollevando un solo angolo della

bocca. Infine aprì un solo occhio per fissarmi maliziosa:

"Forse hai travisato lo scopo..." rispose enigmatica.

Da dove usciva fuori adesso questo suo nuovo lato ammiccante? C'era sotto qualcosa

che non avevo affatto notato fino a quel giorno, eppure non poteva essere nato così,

all'improvviso.

"Di cosa stiamo parlando?" cercai di approfondire, gettandomi un'occhiata intorno

alla ricerca di qualcosa di illuminante.

"Di chi..." sottolineò ancora più misteriosa.

A quelle parole, decise che la mezz'ora di raggi UV poteva bastare e si sollevò

composta a sedere.

Strizzò le labbra, evidentemente contenta del mio vagare nell'oscurità. Aspettò, poi

sollevò un sopracciglio, fingendosi sorpresa che io non avessi ancora capito

l'allusione, infine sospirò rassegnata e, con fare cospiratorio, protese vagamente le

sue manine inguantate verso una chiara direzione, che i miei occhi non indugiarono a

seguire.

In fondo al prato innevato di fronte alla panchina, si ergevano le alte reti del campo

da basket, dove, a mio parere completamente ubriachi, si stavano allenando i

giocatori della squadra della scuola, in divisa ufficiale: calzoncini corti e canottiere.

"L'allenatore deve averli riempiti di vodka per convincerli..." dissi esterrefatta.

"Alex! Sono atleti, il freddo tempra il corpo!" mi rimproverò lei.

"O ti ammazza..." precisai io.

La sua risata esplose istigata dal mio stupore.

Fu una frazione di secondo e i giocatori, a soli centocinquanta metri da noi, si

bloccarono sul posto per fissarci. Non so dirvi se indispettiti dal fatto che qualcuno

potesse ridere di loro o semplicemente curiosi di vedere a chi appartenesse quel

suono delizioso che li aveva raggiunti.

Fu però, in quell'istante, mentre tutti i loro occhi erano su di noi, che un solo sguardo

mi arrivò doloroso come una ciabattata in piena coscia: Antonio era lì, in mezzo a

loro e, nonostante la distanza, lessi nei suoi occhi una sofferenza penosa.

Il suo blu si era sporcato di una tonalità diversa, sembrava quasi che si fosse

mescolato con..., faticai per identificarlo tanto a fondo sembrava volesse nasconderlo,

però alla fine riconobbi il suo viola e il mio cuore sanguinò.

Potevo permettere al mio migliore amico di sopportare tutto questo da solo? Era forse

scettico sui miei poteri, ma non avevo dubbi del dolore che stava provando, con o

senza viola.

Mi alzai di scatto dalla panchina, mentre Anna sobbalzò.

"Dove vai?" chiese stupita.

"Vado a dare una strigliata a chi se lo merita!" risposi decisa, iniziando ad avanzare

verso il campo da basket.

"Alex..." mi richiamò la mia deliziosa vicina. "Io non vengo... se ci caccia di

nuovo..." sospirò in affanno "Non sono abbastanza forte, scusa!" si giustificò in

imbarazzo.

Allora tornai indietro e l'abbracciai stretta a me: "Basta la mia per tutte e due di

forza!" la consolai "E poi... vado a picchiarlo, non me ne frega niente di quello che

tenterà di dire!" cercai di ironizzare.

Anna sogghignò divertita e sembrò rilassarsi.

In quell'istante, sentimmo il fischio dell'allenatore che rimandava i ragazzi agli

spogliatoi.

"Ci vediamo dopo, non andare a casa senza di me, okay?" l'avvertii.

Anna sembrò apprezzare la mia vicinanza, il mio rimanere sempre in contatto con lei

e vidi i suoi occhi brillare di gratitudine, mentre un'ondata di giallo attraversava

fulminea tutta la sua figura.

Le sorrisi, girai i tacchi e mi avviai a passo sostenuto dall'altra parte del campetto,

dov'era l'ingresso al seminterrato.

Mentre cercavo qualcosa di intelligente e estremamente crudele da dire, mi sentii

strattonare per un braccio. Involontariamente, urlai terrorizzata.

"Smettila gallina, mi stai rompendo i timpani!" lo riconobbi subito.

Mi divincolai rabbiosa dalla sua stretta, mi voltai per sputargli in faccia tutta la mia

angoscia, aprii le labbra per parlare, ma Antonio fu più veloce:

"No, aspetta! Prima lascia che io mi scusi con te..."

Nei suoi occhi lessi tutto il suo bisogno di avvicinarsi a me, di lasciare che quei muri

alti e dolorosi venissero frantumati dalla nostra amicizia. Mi riprese, con più

delicatezza, le braccia, perché io mi avvicinassi ancora a lui.

Capii che fra di noi non ci poteva essere né odio né tanto meno rancore, non sarebbe

mai potuto accadere: gli volevo troppo bene.

Solo che una soddisfazione, dopo una settimana di patema e sospiri, me la potevo

pure prendere, così alzai le mani, fingendo di volergli carezzare le guance; invece,

gliele strizzai con due profondi pizzicotti.

"Tu sei uno stronzo, ma non uno di quelli stupidi, sei un sadico, egocentrico,

commediante, insensibile stronzo, da evitare come un rovo di spine! Adesso capisco

perché Dio ti ha voluto così alto: perché se io ti decapitassi, tu continueresti

comunque a comportarti come sempre! Verme schifoso senza cervello!"

Inaspettatamente, invece di mettersi a ridere, Antonio si divincolò dalla mia stretta

dolorosa e mi urlò contro:

"Per te è sempre facile giudicare senza conoscere, vero? Spero che il mio colore sia

marrone, come tutta la rabbia che non hai mai conosciuto!"

Vidi i suoi pugni stringersi e tremare. Una insulsa idea di poter ricevere uno schiaffo

da lui attraversò tutto il mio corpo, come se un fantasma mi fosse passato sopra. La

mente ne fu talmente sopraffatta, che sentii il mio cuore urlare tutto il suo dissenso.

Sbandai vistosamente e per mantenermi in equilibrio, mossi un passo indietro.

Ribadirò fino alla morte che fu semplicemente una movimento involontario, dato dal

cervello come rimedio allo smarrimento che provai: neanche per un attimo, accettai il

pensiero che il mio migliore amico fin dalle elementari potesse davvero alzare le

mani su di me.

Purtroppo non fu quello che intese lui. I suoi occhi si sgranarono, il suo respiro

accellerò e vidi per un istante le sue labbra tremare. Abbassò la testa per guardare le

sue mani, ne osservò la loro immagine minacciosa e, lentamente, le aprì.

"Hai paura di me?" mi chiese mortificato. Iniziò a retrocedere anche lui, lo vidi

scivolare inesorabilmente al di là del baratro che stava nascendo fra di noi e, stavolta

sì, ebbi paura. Non potevo proprio lasciarlo fuggire lontano.

Quando si voltò per andarsene, mi aggrappai al suo braccio per trattenerlo, non

ricordandomi affatto a quanto inutile potesse risultare la mia forza, nei confronti della

sua prestanza fisica. Mi trascinò con sé, come un petalo di rosa dentro un uragano.

"Fermati! Smettila di fare il capoccione e parliamo!" gli urlai, quando mi resi conto

che le mie scarpe stavano grattando il pavimento di linoleum, emettendo un fastidioso

fischio.

"Lasciami, cozza che non sei altro! Dopo che ti sei chiusa, sbattendo anche forte,

pretendi che io mi metta seduto e ascolti i tuoi insulti?" mi fulminò con gli occhi in

fiamme. "E dimmi, quando sarà il mio turno?" mi strattonò così forte che, per non

cadere carponi, allungai una mano per appoggiarmi alla parete. Solo che, quello che

trovai, non fu un muro, ma una porta, aperta. Non trovando quindi un vero appoggio,

la mia caduta non si arrestò e rovinai sulla porta, con un rumore che riecheggiò in

tutto il corridoio. Come mio solito precipitai con poca eleganza sul pavimento,

stavolta sbattendo il mento, invece che il fondoschiena.

Fu un dolore così lancinante che, per diversi attimi, mi tolse il respiro.

Proprio quando la mia camera dei bottoni, dopo il blackout, ricominciava il ripristino

di tutte le funzioni, sentii qualcuno sollevarmi con facilità.

"Alex, tesoro, perdonami! Alex, guardami! Per favore apri gli occhi!" la sua voce

incrinata dallo spavento carezzò il mio animo ferito e umiliato. Anche in quel

momento, in cui avrei potuto davvero odiarlo, il mio cuore si chiuse a testuggine

perché l'odio e la rabbia non lo penetrassero.

Aprii lentamente i miei occhi sul suo viso spaventosamente turbato.

Fu un secondo, bastò solo quel misero secondo perché la nostra amicizia riacquistasse

tutto il suo vigore.

Mi baciò con impeto, come all'entrata dalla scuola, il suo sguardo troppo acquoso

perché potessi far finta di niente.

"Dimmi che stai bene..." mi chiese in un sussurro, il suo blu, per una volta, quasi

sovrastato dal giallo.

"Solo se stai bene tu!" controbattei, di nuovo lucida.

"Sei proprio una cocciuta!" mi sorrise, finalmente.

"Sono semplicemente la tua migliore amica..." lo abbracciai stretto. Avevo vinto.

Antonio era di nuovo nella mia vita. Presto, con Anna, ci avrebbe aperto il suo cuore

e raccontato la sua immensa paura.

Sentii il mio animo riempirsi di calore, come se avessi la necessità di fargli sentire

fisicamente tutto il mio bisogno di lui, tutto il mio vivere in lui.

Fu questa sensazione, a condurmi subito verso un'altra direzione, decisamente più

pericolosa. Di scatto, misi distanza fra di noi e lo osservai nei minimi dettagli: c'erano

enormi macchie gialle, esattamente dove io lo stavo stringendo, mentre in altri punti il

suo blu era ancora intatto. Lo stavo facendo di nuovo.

Cercai di non perdere la calma e gli fornii la spiegazione per quello strano gesto:

"Antonio...senti... ti sembra di sentire la tua pelle bruciare?" chiesi preoccupata.

Alzò le sopracciglia interrogative, come unica risposta. Continuai:

"Beh...ecco, in questi giorni ho scoperto un altro mio potere: riesco a far cambiare il

colore delle persone e non so proprio come..."

"No, zitta!" mi interruppe, mettendomi una mano sulla bocca. "Non qui! Parleremo di

questi tuoi e miei giorni, te lo prometto, ma non qui!" disse con fare cospiratorio,

guardandosi intorno.

Non so quanto tempo ero rimasta abbracciata sulle sue ginocchia, seduti su quella che

non avevo affatto valutato essere una panchina, di legno, circondata da armadietti,

immersi in una baraonda di voci e uno strano rumore, di acqua.

Mi sollevai di corsa da lui, guardandomi intorno, nella speranza che nessuno dei suoi

compagni di squadra, quasi tutti in mutande, si fosse accorto della mia presenza: una

ragazza negli spogliatoi della squadra di basket...

Invece di cambiare i colori della gente, non potevo trasformarmi in un moscerino,

oppure diventare invisibile? In quel momento, mi sarebbe bastato anche solo un

mantello per nascondermi.

Invece il mio sguardo venne catturato da una figura in fondo alla stanza, svelando il

mistero del rumore dell'acqua. Inondato da un getto bollente e fumoso, un corpo

spregiudicatamente nudo, si lasciava riscaldare dalla doccia. Le sue spalle erano

come onde del mare, un allettante saliscendi di muscoli in movimento, dove gocce

svergognate si dilettavano a scivolare allegre. La sua pelle, morbidamente

abbronzata, sembrava sabbia sul fondo del mare. Il suo fondo schiena lo avevo già

visto parecchie volte: sodo, spudoratamente perfetto, marmoreo. Riposa in una

galleria di Firenze, in attesa che io continui a passarlo a trovare.

Mentre ero intenta ad osservare quella statua in movimento, avvenne la catastrofe:

l'opera d'arte si voltò.

Intento com'era a massaggiarsi i capelli sotto quella saturale cascata calda,

nell'intento di liberarli dalla schiuma, quel piccolo capolavoro della razza umana

preferiva rimanere con gli occhi chiusi.

Io invece, mi stavo dissetando con le goccioline d'acqua che, vigliacche, non

lasciavano il suo corpo se non dopo averlo percorso tutto. Non potevo fare a meno di

seguirle, ubriaca da tanta bellezza. Senza pudore, tracciai con lo sguardo il sentiero

che percorreva le linee sinuose dei suoi addominali, ritrovandomi immersa, diciamo

involontariamente, tra i suoi genitali. Con un abominevole sforzo di volontà,

continuai il mio cammino, slittando sulla linea tesa dei muscoli delle sue cosce, come

una provetta campionessa di sci.

Era estasiata a tal punto, da non accorgermi di aver perso di vista l'elemento

fondamentale. Fu così, che mi ricordai di guardarlo in volto.

Avete presente quando una bomba di vernice viene fatta esplodere in un film? Tutto

si tinge di rosso, le pareti, le porte, le finestre dove ci mostrano gli schizzi in

controluce? Io, trovando i suoi occhi aperti, esplosi allo stesso modo, ritrovando la

mia dignità spiaccicata su tutti i muri dello spogliatoio.

Ero pietrificata, incapace oramai di trovare razionalmente una via di fuga.

Invece, la mia nuova statua preferita, allungò una mano, chiuse il rubinetto, fece un

passo avanti senza la minima vergogna, prese un asciugamano appeso al muro e si

asciugò il viso! Non ebbe per niente fretta di coprirsi, anzi! Continuava a fissarmi,

accigliato.

Proprio nell'istante in cui cominciai a pensare alla fuga, il lato sinistro della sua bocca

si sollevò malizioso, quasi con soddisfazione.

Alla fine, si convinse ad avvolgere l'asciugamano in vita, concedendomi di uscire

dall'apnea.

"Alex?" mi sentii chiamare.

Mi ripromisi di fare una riunione, comprendente me, che chiedo insistentemente ad

Anna e Antonio, di non svegliarmi più così di soprassalto dai miei momenti di trance.

Fu come risvegliarsi dal Paradiso.

"Alex ci sei?"

"Che c'è?" risposi esasperata per aver dovuto allontanare lo sguardo da quella visione

miracolosa.

"Conosci Giulio?" continuò il mio bentornato-al-momento-sbagliato amico.

"No, così non lo conoscevo..." fu la mia risposta senza filtri.

"Ciao Alex, è sempre un piacere incontrarti!" si avvicinò Giulio, con fare disinvolto,

di chi non è stato appena scuoiato dalla mia lussuria.

"Ciao Giulio, non so perché, ma quando ti incontro mi succede sempre qualcosa di

strano..." cercai io stessa di ritrovare un po' di contegno.

"Che ci fai qui?" chiese ancora, stavolta con un leggero tono divertito, che, posso

dirlo, un po' mi offese.

"E tu?" ribattei.

"Giulio è il nuovo vice allenatore della squadra" rispose Antonio. In quel momento

era come una luce intermittente: un momento mi ricordavo che era lì vicino a me, un

attimo dopo l'avevo cancellato.

"E allora perché ti fai la doccia?" domandai senza pensare.

Giulio sollevò di nuovo quell'angolino ammiccante delle sue labbra, si piegò fino ad

arrivare al mio orecchio e mi sussurrò enigmatico:

"Così puoi essere certa che i colori che non vedi, non ci sono davvero, su di me.

Giusto?"

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