Cap 37 Una luce nel bosco
Sentivo la schiena bucata da qualcosa di lungo e terribilmente insidioso, che non perdeva occasione per trafiggermi il costato e la colonna vertebrale in tutta la sua lunghezza.
Alla fine, fui costretta ad aprire gli occhi, stanca di cercare una posizione comoda nel dormiveglia, sdraiata su quella maledetta brandina da campo.
Ero quasi completamente al buio, salvo un leggero riverbero, che illuminava di un tenue grigio pallido le pareti telate della tenda. Intorno a me era ancora troppo buio per identificare gli oggetti all'interno della mia nuova dimora: una tenda militare in un accampamento di fortuna immerso nella foresta...
Fuggiaschi, ecco cosa eravamo diventati, nonostante non fossimo inseguiti da veri reati, se non la nostra natura, se non le vittime lasciate sul selciato della villa di Giò. Eppure eravamo braccati, inseguiti come lepri nella boscaglia e come tale mi sentivo, spaurita e con in testa sempre la solita domanda a scavare buchi profondi nel mio io: "Perché?"
Negli ultimi giorni, mi sentivo molto più vicino al disprezzo che mostrava Hermann per il genere umano: il suo continuo ripetere che l'umanità ha un cuore egocentrico e accaparratore; la sua totale rinuncia a immedesimarsi con loro a causa della loro crudeltà; la morbosa attenzione che aveva verso suo figlio, cercando di non farlo diventare come lui e come il resto del mondo; tutto ciò mi faceva male al cuore, ma a volte ero sul punto di cedere di fronte alla realtà dei fatti. Arrivavo fino al limite, poi me ne tiravo drammaticamente indietro, non appena il viso dolce e sorridente di Anna invadeva i miei ricordi, o la faccia burbera e preoccupata di Giò mi tirava le labbra in un sorriso malinconico.
Proprio di lui, non avevo notizie da tre lunghi giorni. L'ultima volta che l'avevo visto aveva un mitra in mano e mi aveva urlato di utilizzare il cancello a sud del giardino. Mi aveva lanciato il telecomando dei garage e un cellulare. C'eravamo guardati con dolore, per attimi che ritornavano ogni minuto a crepare il muro della mia calma apparente, insieme alle sue ultime parole: "Ti cercherò non appena sarò sicuro!"
Sicuro di stare bene? Sicuro di non essere sorvegliato? O semplicemente in un luogo sicuro?
Perché tre giorni sarebbero bastati a un uomo organizzato come Giò Cisco per trovare un luogo protetto da cui chiamarmi. Eppure non lo avevo ancora sentito. Ero tentata di provare a contattarlo io, ma Giulio continuava a ripetermi che non eravamo certi che non fosse prigioniero o sorvegliato: non potevamo correre il rischio di far tracciare il nostro segnale.
Un lungo sospiro uscì dalle mie labbra screpolate. I miei muscoli erano ancora doloranti, dopo i giorni di fuga senza soste, conclusi con ore e ore di arrampicata tra le montagne dell'High Peaks Wilderness nello stato di New York, con il freddo incessante a spaccarmi la pelle delle mani e ad addormentarmi le punte dei piedi.
Se non altro, all'accampamento avevamo trovato tutto preparato: abiti da montagna, tende riscaldate già montate, la cucina piena di viveri. Il Generale Hammerson aveva organizzato tutto per noi in poche ore, indicandoci le coordinate da raggiungere. O forse era così previdente da mantenere punti di soccorso sparsi in luoghi inaccessibili del mondo, nel caso qualche agente avesse avuto bisogno di protezione o semplicemente di un posto dove poter riposare al sicuro. Proprio come noi...
Allungai una mano alla ricerca del mio compagno di tenda, ma trovai solo un giaciglio vuoto e freddo.
Mi sollevai di scatto e poggiai i piedi nudi sul pavimento gelato, mi diressi con il fiato in gola fino all'apertura della tenda, che scostai in malo modo, ritrovandomi nel freddo mattino della montagna già spolverata dalla neve. Mi guardai intorno nella luce dell'alba, cosciente del leggero brontolío che aveva iniziato ad uscire involontariamente dalle mie labbra, come se stessi cercando di combattere un dolore sordo e pungente in mezzo al petto.
"Giuliooooo!!!" Urlai oramai in preda al panico. I miei occhi scandagliavano in mezzo agli alberi, alla ricerca di una traccia.
Avrebbe potuto decidere di seguire una sua pista lontano da noi, magari pensando di proteggermi meglio rimanendo invisibile e nell'ombra; oppure il Generale gli aveva dato un appuntamento di cui aveva scelto di non farmi partecipe; oppure si era allontanato nella foresta e lo avevano catturato, mentre io dormivo stremata.
Mossi altri due passi scalzi nella neve, presi di nuovo fiato per chiamarlo e...
"Sono qui" le sue braccia calde mi avvolsero da dietro come una coperta "Sono qui... è tutto a posto..." il suo corpo caldo mi riscaldò la pelle, mentre la sua voce carezzava il mio animo.
Dopo giorni di tensione, sentii un uragano strappare tutte le mie difese e i singhiozzi mi scossero forte, nonostante l'abbraccio saldo del mio possente soldato.
"Amore sono qui, non fare così..." cercò di calmarmi "Siamo insieme e siamo vivi, è tutto okay..."
Mi voltai e mi strinsi disperata a lui e solo dopo parecchio, riuscii a trovare il fiato per parlare di nuovo: "Non allontanarti mai da me senza dirmelo, mai!"
Il tono delle mie parole dovette suonare molto spaventato alle orecchie di mio marito, perché mi sorrise dolce e preoccupato insieme: "Sono solo andato al bagno e tu dormivi, ho preferito non svegliarti. Scusami, non ho pensato che ti saresti spaventata, non trovandomi. Ora però sono qui, va bene?"
"Sì, ora va tutto bene, finché sei con me, va tutto bene..." confessai, in un sussurro, quanto immenso era diventato il mio bisogno di lui.
Mi sollevò dalla neve e mi riaccompagnò in silenzio dentro la tenda, mi adagiò dolcemente sulla sua brandina, si voltò e chiuse con un gesto secco l'apertura.
Lo osservai in silenzio, mentre con una certa urgenza, mi sfilava i pantaloni di dosso: "A queste temperature non puoi permetterti di rimanere bagnata!" mi rimproverò. Si allungò di lato e tirò fuori un asciugamano asciutto da un baule, lo spiegò e me lo avvolse intorno ai piedi semi congelati. Iniziò a strofinarmeli con forza, finché il suo calore penetrò la mia epidermide e l'amico formicolìo mi avvisò che avevo ancora due estremità al di là delle caviglie. Mossi con attenzione le dita, all'interno delle sue mani grandi.
Solo allora, buttò a terra l'asciugamano e rimase immobile a fissare i miei piedi tra le sue mani. Sembrava riflettere, o meglio, sembrava indeciso.
"Sei consapevole di avere un debito con me, sì?" disse a bruciapelo, sorprendendomi.
C'era qualcosa di particolare nella sua voce, una familiarità che profumava di casa, una sensazione che mi sollevò le labbra in un ampio sorriso.
"Sì, lo so." ammisi "E sono pronta a scusarmi con te, perché avevi ragione, su tutto, ma devi capire che io non avevo assolutamente idea..."
"Di cosa pretenderò prima di perdonarti?" mi interruppe.
La mia bocca si spalancò autonomamente, mostrando senza vergogna quanto profondo fu il mio stupore, di fronte alla sua richiesta sfacciata. Capii, solo in quell'istante, che cos'era quel pensiero plumbeo che avevo visto passare sul suo viso nei giorni precedenti. Avevo avuto il dubbio che non fosse solo la paura di essere presi a perseguitarlo, ma mai avrei potuto immaginare che stesse valutando la possibilità di non trovare la forza di superare quello che era successo.
"Stai forse dicendo che ho io la colpa della mia morte?" chiesi, ritrovando la parola e con lei anche la forza di oppormi.
"Sto dicendo che sei stata troppo ingenua, troppo ottimista su tutto, a cominciare dalla fiducia che hai negli esseri umani. Sei sempre così disponibile a fare amicizia con tutti, a pensare che nessuno avrà il coraggio di tradirti, ma ti sei sbagliata, sempre. Eppure non vuoi imparare la lezione! Dovresti prendere esempio da Hermann, almeno nelle linee guida..." mi stava quasi urlando contro; quasi, perché le tende da campo non sono famose per il rispetto della privacy dei suoi abitanti e, in realtà, stava solo sussurrando. Solo che, nel mio cuore, percepivo benissimo i suoi urli e tutta la sua rabbia, non contro di me, ma contro coloro che lo avevano costretto a subire la mia morte, la nostra fuga, la distruzione di tutto ciò che avevamo costruito insieme.
Fu uno dei momenti più dolorosi del nostro matrimonio. Quando ci si accorge che la roccia a cui si sta aggrappati, lentamente sta affondando, è come se la terra avesse perso la sua ellissi intorno al sole; è come se l'universo, buio e senz'aria, fosse penetrato fino al nostro fulcro pulsante e lo avesse spento. Nessun punto cardinale, nessuna luce guida, nessuna speranza di salvezza.
Eppure, proprio in quel buio, riuscii a trovare la mia strada, riuscii a fermare la nostra caduta, riuscii, non seppi mai come, a creare un nuovo universo, più bello, più magico, più ostinatamente forte.
"Smettila!" gli sussurrai con dolcezza. Gli presi il viso ispido tra le mie mani freddissime e poggiai con forza le mie labbra sulle sue. Cercò di divincolarsi, ma lo trattenni e lo costrinsi ad approfondire il nostro bacio. Gli avvolsi le braccia intorno al collo e lo trascinai con me sulla brandina, fino a che ebbi fiato.
Si sollevò sulle braccia e finalmente vidi il blu dei suoi occhi brillare, come non lo avevo più visto da giorni: "Se stai cercando di corrompermi, non funzionerà..." mi confessò, sorridendomi.
"Noi saremo invicibili, saremo le nuove stelle per questo mondo alla deriva. Io sono stata creata perché il mondo non perda la speranza, perché l'universo non smetta mai di girare. Tu sei stato il mio scudo, ma presto sarai il mio carburante. Il mondo non ha bisogno di essere condannato, ha bisogno di essere illuminato e io sono l'unica in grado di farlo." gli spiegai teneramente.
Si corrucciò, ma volle sapere: "E come intendi fare? Il mondo è grande..."
Slacciai le mie mani da lui, le misi davanti al suo viso e le chiusi come a nascondere un grande tesoro. "Così!" risposi e lo invitai a guardare all'interno di quel piccolo scrigno. Senza nessuno sforzo, una luce potente, quasi quanto il sole, prese improvvisamente vita: era incandescente, pulsante e viva. Avevo appena creato la mia nuova stella arcobaleno.
Lo vidi sgranare gli occhi e guardarmi in apprensione. Così gli svelai il mio segreto, quello che avevo riportato dal mio viaggio in Paradiso: "Io sono la parte più bella della vita. Io sono un involucro, creato per proteggere la forza di tutti i cuori. Io so creare Amore e finché ci sarò io, il mondo saprà che nulla può sconfiggere la potenza data da un cuore che ama... neanche la morte, neanche Lucifero!"
Presi la mia luce e la lasciai entrare nel suo cuore. Inspirò con forza e mi guardò esterrefatto.
Gli baciai le labbra con dolcezza: "Ecco, adesso sai quale sarà la nostra strada. Smetti di avere paura, perché nessuno riuscirà a fermarci!"
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