Cap 35 Ricominciare
"Alex, no!" lo odiavo quando era così categorico.
"Ci passo solo davanti, in macchina, mi faccio accompagnare..." cercai di rabbonirlo.
Mi si avvicinò, lo sguardo duro e deciso: "Bambina, non butterai all'aria tutto solo per vedere da fuori casa tua, rassegnati!"
Sbuffando, ritornai alle mie faccende.
Dieci lunghi giorni, nessuna notizia di Giulio... No, in realtà una ne avevo avuta: non era a Washington.
Forse lo avevano inviato in missione per distrarlo dalla mia... chiamiamola dipartita.
Entrai nella mia camera, al secondo piano dell'immensa villa in cui ero orspite. Giò era un padrone di casa esemplare, un amico che mai avrei potuto neanche immaginare, la sera che me lo ritrovai addosso in quella via buia. Eppure, mi aveva accolta, mi stava proteggendo in tutto e soprattutto, mi stava sostenendo psicologicamente.
L'elegante camera matrimoniale, anticipata dall'immenso salotto, tutto rigorosamente arredato in bianco, era diventata il simbolo della mia nuova vita. Era stato difficile prendere coscienza che, se volevo sopravvivere, avrei dovuto lasciarmi alle spalle tutto ciò che ero stata, tutto ciò che mi aveva caratterizzato fino a quel maledetto giorno, conclusosi con la mia morte.
Avevo urlato, lo avevo insultato, lo avevo addirittura accusato di volermi portar via da Giulio, ma a corti discorsi, la ragione era e rimaneva dalla sua parte: avevano voluto uccidermi e dovevo tenermi nascosta dai miei aguzzini.
Non solo, mi aveva convinto anche a modificare tutto il mio modo di apparire.
In primo luogo, avrebbe voluto farmi tingere i capelli di biondo, per modificare il primo impatto visivo, magari per camuffarmi se qualcuno mi avesse notato per strada. Mi ero rifiutata e avevamo raggiunto il compromesso che avrei portato una parrucca per uscire.
Il secondo accordo, prevedeva il cambiamento radicale del mio atteggiamento, troppo militare e austero. Così, con lo stomaco in subbuglio, mi ero lasciata accompagnare nel suo night club. Le ragazze al suo servizio si erano davvero divertite ad addobbarmi come la più squallida delle battone, perché questo era ciò che ogni mattina mi diceva lo specchio, nell'ultima settimana. Vestitini succinti e tacchi vertiginosi, rossetti improponibili e talmente tanto trucco sugli occhi, da far sembrare il mio marrone scuro due buchi neri. In realtà, mi sentivo come se davvero avessi accettato il peggiore dei lavori, il più sudicio dei compromessi. Ogni pomeriggio, perché le ragazze di mattina dormivano, entravo al night e sorbivo vomitovoli lezioni di... cattivo gusto. Per non parlare della scuola pratica di come, secondo loro, avrei dovuto ancheggiare e mantenermi in equilibrio su un tacco dodici.
Mi avevano imposto di masticare costantemente un chewingum, per risultare più volgare, ma già dopo un paio d'ore di agonia mi ritrovavo a sputarlo dentro qualche posacenere: l'unico gesto che avevo scoperto di apprezzare.
Infine, si fregiavano, tutte quante, di insegnarmi la manicure, ma ero quasi certa che presto Giò avrebbe pagato una professionista perché le mie mani risultassero le più curate e le meno eleganti possibili. Davvero una tortura per il mio orgoglio, considerato che per una vita mi ero impegnata ore intere, solo per avere unghie corte nude look, pratiche nel caso in cui si debba maneggiare una pistola.
Le armi invece erano il lato positivo di tutta la faccenda. Giò possedeva un vero e proprio arsenale e un poligono di tiro privato, in cui mi ritrovavo di mattina a gareggiare con le sue guardie più fidate.
Il problema era che, il mio salvatore, in realtà, era un uomo d'affari molto impegnato, che trascorreva gran parte della giornata fuori casa. Questo però non gli aveva impedito di organizzare una vera guardia armata per me e innumerevoli divieti con cui dovevo convivere. Tra cui, il peggiore, quello di non tornare a casa mia, neanche per prendere effetti personali, neanche per guardarla da lontano. Semplicemente perché, sempre a suo modesto parere, era tenuta sotto osservazione, proprio nel caso in cui qualcosa di anomalo vi capitasse intorno.
Di tutta questa strategia, io approvavo solo il nascondermi. Per il resto, ero convinta che, considerata la mia sepoltura, nessuno mi stava in realtà cercando.
La vera sofferenza invece proveniva da quell'enorme sensazione di vuoto che mi attanagliava il petto. Non ero riuscita a capire dove era Giulio, non avevo la più pallida idea di come mettermi in contatto con lui, non avevo ancora deciso come rimanere nascosta e allo stesso tempo, fargli sapere che ero rinata.
Di ciò che era successo, Giò mi aveva chiesto poco o niente. Semplicemente, si era convinto che avessi in qualche modo inscenato la mia morte, o qualcun altro l'avesse pensata per me, escludendo nel piano mio marito, in modo da risultare più credibile.
Poi, ero scomparsa e avevano comunque proceduto alla mia sepoltura a beneficio dei miei assassini. Infine, passata la burrasca, ero ricomparsa, ma qualcosa era andato storto e al mio risveglio mi ero ritrovata da sola. Da quel momento, era intervenuto lui e tutto si era sistemato.
Mi aveva solo informato che stava svolgendo indagini per proprio conto, per capire la fonte della belladonna e il tragitto che l'aveva condotta fino a me. Purtroppo, non essendo molto lucida nei ultimi giorni della mia prima vita, non ero stata molto prolissa di dettagli utili alle ricerche.
L'interfono gracchiò fastidioso: "Alex, vieni di sopra!"
Sbuffai di nuovo. Non riuscivo a capacitarmi come la moglie potesse sopportare questo suo modo autoritario di chiamare le persone a raccolta: io non ero una sua dipendente in fondo e nemmeno la sua famiglia, o sì?
Ripresi traballando sui tacchi, il corridoio verso l'ascensore principale, che conduceva direttamente all'interno del suo studio. Fortunatamente era rivestito di moquette, altrimenti il noioso marmo che rivestiva quasi la totalità della villa, mi avrebbe fatto ruzzolare a terra dopo pochi passi.
Salii in silenzio, accompagnata da una guardia del corpo. Lo specchio all'interno dell'abitacolo mi restituì la solita battona volgare, ancora più luminescente con quel vestito verde pistacchio che avevo trovato, pronto da indossare, sul letto. Era un dolore vedermi in quelle condizioni, io che per una vita mi ero mimetizzata con i muri. Inoltre quel biondo mi tappezzava di chiaroscuri, così accesi che mi ferivano gli occhi.
Si aprirono le porte ed entrai nell'elegante ufficio di Giò, trovando seduta sul divano sua moglie, sorridente e sempre più spesso compassionevole nei miei confronti.
"Dimmi..." lo apostrofai seccata.
Giò stava osservando qualcosa su uno schermo poggiato sopra la scrivania.
"Accomodati, devo parlarti"
Seguendo le lezioni delle ragazze del night, mi accomodai sulla poltroncina davanti a lui, mi poggiai stravaccata sullo schienale e accavallai le gambe in maniera fin troppo provocante.
Sollevò un sopracciglio, sorpreso dalla mia posa e il suo viso si aprì in un sorriso tenero: "Ancora non sei credibile, bimba..." mi riprese.
"Comunque, ti ho chiamata perché ho una notizia da darti, così magari la smetterai di soffocarmi con la tua stupida richiesta di andare a controllare casa tua."
Mi sollevai di scatto e in una frazione di secondo ripresi la mia solita postura: "Ti ascolto"
"Giulio è tornato. Lo ha intercettato una telecamera dell'areoporto, stamattina presto. Non era solo..." Respirai, una, due volte. C'erano momenti in cui Giò sapeva trasformare le parole in proiettili. Quello fu uno di quei casi. Poi il mio cervello partì per il suo viaggio, mentre il mio corpo rimaneva pietrificato.
Che cosa voleva dire che non era solo? Forse era con la propria squadra, quella in cui io ero il suo sottoposto, il suo braccio destro e lui il mio capitano. Scartai subito l'ipotesi, perché in quel caso, non sarebbe mai passato per un areoporto civile.
Quanto lontano era stato? Parecchio, se aveva avuto bisogno di percorrere la distanza in aereo. Forse quello poteva essere il motivo per cui non lo avevo percepito nei giorni passati.
Mi concentrai subito, chiudendo gli occhi e isolandomi dal mondo esterno. Sentii la mia mente espandersi, diventare come le note di un pianoforte che si librano lente e delicate verso l'alto e poi si diffondono con le loro vibrazioni per le vie del quartiere.
Superai i limiti dei palazzi, visualizzai l'autostrada, il cielo limpido, l'aria fredda di ottobre, mi librai alta come un'aquila a caccia e finalmente, quasi oramai incapace di credere che potesse essere vero, ne percepii la presenza. Giulio era in città, tutto si sarebbe sistemato presto. Espirai.
Riaprii gli occhi di scatto: "Fai sorvegliare casa mia!" ordinai con urgenza al mio ospite.
"Già fatto!"
"Prova a rintracciare il segnale del suo cellulare" proseguii impaziente.
"E' disattivato"
"Cavolo, Giò, inventati qualcosa! Dobbiamo rintracciarlo, subito!" finii urlandogli contro.
"Bambina, calmati. Ho come l'impressione che anche Giulio non abbia tanta voglia di farsi trovare. Si è come volatilizzato, ma è qui e nella mia città, stai tranquilla che te lo troverò!" Era sicuro e determinato. Io invece avrei voluto correre per le larghe vie di Washington a urlare il suo nome, fino a che non avrei ricevuto risposta.
"Le ragazze ti stanno aspettando, non c'è motivo per cui tu salti le loro lezioni, visto che non abbiamo novità"
"Aspetterò qui con te, se non ti dispiace!" replicai categorica.
"No, ho da fare." rispose secco, quasi preoccupato da quell'eventualità. "Vai ad imparare un po' di volgarità, so che oggi ti insegneranno ad insultare con grazia..." rise, divertito. Avrei voluto saltargli al collo e strozzarlo con le mie belle manine dalle unghie blu.
Mi alzai, prima di litigare con la mia unica arma di difesa e ripresi l'ascensore.
Era come se, improvvisamente, l'aria si fosse mischiata con un profumo dolce, così familiare e agognato che, alla fine, arrivai dalle ragazze sorridendo.
Forse per la prima volta risi di gusto con loro, immersa nel loro modo chiassoso di insegnarmi ad essere più volgare e meno "costipata" come erano solite prendersi gioco di me.
Avevo fatto molti salti nel buio, ma questo stava durando un'eternità. Non sapevo quanto profondamente si stava trasformando la mia esistenza e odiavo l'idea che l'unica cosa che mi stava seguendo della mia precedente vita, erano i miei aguzzini. Quella sensazione destabilizzante di sentirsi sempre in pericolo, sempre ad un passo dalla morte. Anche se ero sicura che, se avessero realizzato i loro scopi, sarei ritornata come avevo già fatto.
Uscimmo dal night club che era già sera e presi sotto braccio la mia guardia di quel giorno, più per non precipitare dai miei tacchi che per vero bisogno di affetto. O forse in egual misura per entrambe le cose.
"Tutto a posto, signora Barbera?" mi chiese con gentilezza l'omone.
"Sì, grazie. Possiamo rientrare alla villa"
Non ne ero proprio sicura, ma avevo il dubbio che Giò avesse chiesto ai suoi uomini di badare a me, esattamente come proteggevano sua moglie. Era proprio impagabile.
Parcheggiammo dentro i cancelli della villa, sempre protetta all'ingresso da due guardie armate.
Ero pronta a togliermi il travestimento e a godermi una bella doccia calda, quando quegli odiosi altoparlanti gracchiarono di nuovo: "Bimba, ti aspetto nel salone del piano terra"
Almeno, un citofono, mi avrebbe concesso un minimo diritto di replica; così avevo solo una scelta: ubbidire.
Mi diressi puntellandomi sui tacchi fino al salone, lo aprii forse con un po' troppo impeto e mi fissai subito verso Giò, ritto di fronte alle vetrate, con in mano un bicchiere di whisky.
"Che c'è? Stavo andando a farmi una doccia!" Ero consapevole che sarei dovuta essere più gentile con lui, ma per uno strano scherzo del destino, il mio cervello si ostinava a pensare a lui come ad un padre.
Fu in quell'attimo che, quasi alla fine del mio campo visivo, sulla sinistra, mi apparve qualcuno in movimento e mi voltai di scatto, trasalendo.
Fissai i tre uomini in piedi, scorsi lo sguardo su di loro abbracciandoli tutti insieme.
Poi la mia attenzione si focalizzò su un unico punto e lì mi paralizzai.
Mi tolsi, quasi umiliata, la parrucca dalla testa, mentre i miei piedi avevano già iniziato ad avviarsi verso quella direzione. Percepivo fiammo gialle, poi arancioni e infine rosse prendere vita intorno a me, ma non me ne curai, ipnotizzata solo dal blu lago più bello che avessi mai conosciuto.
Quando fui a un passo da lui, mi fermai. Non riuscivo a formulare una sola frase di senso compiuto, catturata dai suoi occhi come una spranga di ferro da una calamita.
Vedevo la stessa paralisi anche in lui e forse questo mi diede una flebile speranza.
Poi accadde l'inaspettato. Alle sue spalle, una mano forte si poggiò con forza sulla sua schiena e lo spinse, senza molta grazia, verso di me. Allargai le braccia per impedirgli di cadere, ma mi ritrovai stretta tra le sue. Avrei voluto dire tante cose, ma le sue labbra si avventarono fameliche sulla mia bocca.
Non servì altro per ritrovare tutto ciò che davvero contava della mia vecchia vita: Giulio era di nuovo con me ed io mi sentii finalmente a casa.
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