Cap 33 Bugie dalle gambe lunghe
Eravamo alla luce. Mi ero immaginato di intrufolarmi nel palazzo, strisciando come vermi lungo i muri della facciata principale. Invece, eravamo seduti su una panchina davanti all'ingresso, completamente illuminati dai lampioni della strada.
"Adesso?" chiesi delucidazioni.
"Adesso entriamo" fu la risposta ovvia.
"E se qualcuno ci ferma e ci chiede che ci facciamo lì?" tirai fuori tutte le mie paure. Diciamo che... essendo uscito da poco di prigione, non ci tenevo a farmi trovare in situazioni imbarazzanti, soprattutto dal governo britannico.
"Diremo che stiamo cercando l'Istituto del Professor Jones, come hai fatto tu"
Sì, in parte era andata così, ma non ero sicuro che funzionasse anche senza i miei poteri...
Nella hall le luci erano tutte accese, il bancone della segreteria ancora in pieno fermento, gli studenti andavano e venivano come se fosse mezzogiorno invece che mezzanotte.
"Che problemi hanno qui? Perché non vanno a dormire o far danno nei dormitori, come in tutte le facoltà!" sussurrai più a me stesso che al mondo.
Giulio mi sentì ugualmente: "Sono per lo più ricercatori e la scienza non dorme!"
Lo osservai stupito. Il suo tono era suonato amaro, vissuto; come chi le sperimentazioni le avesse subite giorno e notte, più che fatte.
Ci dirigemmo con nonchalance verso gli ascensori e scendemmo al terzo seminterrato.
Quando uscimmo dalle porte scorrevoli, ci rendemmo subito conto che qui l'ambiente era più ovattato. Davanti a noi c'era un lungo corridoio, pavimento in gres bianco, pareti tinteggiate rigorosamente in bianco, una sola lampada nel centro, mentre a destra e sinistra lunghe vetrate, alcune illuminate altre al buio, a mostrarci un'infinità di banconi e provette.
Tutto il piano era in vetro, così che a tutti era possibile osservarci attraverso le pareti trasparenti. C'erano ancora cinque laboratori attivi, gli altri erano chiusi.
Mi agitai: per i presenti sarebbe stato semplice memorizzare le nostre facce.
Sentii il gomito di Giulio attirare la mia attenzione e mi voltai a guardarlo: "Laggiù!" mi indicò una porta con la targhetta in plastica: Dipartimento di Genomica Prof. Jones.
Annuii, quando mi fece segno di provare ad entrare. Lo vidi infilare una mano dietro la schiena e tirare fuori una pistola da dentro la camicia. Alzai un sopracciglio in segno di dubbio, mentre con la mano avevo già afferrato la maniglia. Giulio rispose calmo: "Te l'ho detto: non mi fido di questi scienziati, meglio essere previdenti!"
Io non ero della stessa opinione, soprattutto dopo aver conosciuto quell'ameba del professore. Inoltre, eravamo ancora troppo esposti.
Entrai nervoso nel laboratorio. Ci ritrovammo in una specie di androne, molto largo, su cui affacciavano quattro porte. Le pareti vetrate erano scomparse. Giulio accostò le orecchie agli usci per capire se dentro ci fosse nessuno. Nel momento in cui gli rispose il silenzio, entrò nella prima porta a destra.
Era al buio, ma le vetrate sulla strada ci permettevano di distinguere bene l'ambiente: un archivio. Posto eccellente in cui fare ricerche!
Il mio complice si posizionò accanto alla porta, lasciando a me il compito di smanettare con il computer.
Avevano quasi tutti una password d'accesso, ma uno la riportava su un post-it attaccato allo schermo. Alla faccia della sicurezza!
Scartabellai tra le cartelle, ma riuscii solo a capire che la ricerca primaria era stata chiamata Henry. Trovai un documento intitolato Studio delle associazioni tra colori e sentimenti. Era quello di cui mi aveva parlato il Prof. Jones; fino a che capitai in una nuova sezione, piena di grafici e percentuali. Non riuscivo a capire.
"Giulio, guarda qui!" lo chiamai per avere un'idea da lui.
Si avvicinò alla scrivania e diede una breve occhiata. Poi si risollevò, muto e bianco in volto.
"Sperimentazione su soggetto vivente"
Mi accigliai. "Qui ci sono percentuali di colori..."
"No, sono solo sintomi di riscontro. Verifiche sulle sensazioni. Ricordati che non sono in grado di vedere i colori, quindi si baseranno sulle descrizioni del soggetto..."
"L'ultima data è di ieri..." lessi sul monitor "Chi stanno...?"
Fummo interrotti da un suono, molto simile a un passo di zoccoli. Per una frazione di secondo rimasi immobile, poi mi sentii afferrare di peso da Giulio e posizionarmi dietro la porta, nell'esatto istante in cui si stava aprendo. Fummo nascosti alla vista per qualche millesimo di secondo, fino a che non si accese la luce.
Non ebbi nemmeno il tempo di squadrare l'alta figura vestita di blu, che la pistola del mio compagno era già sulla tempia dell'uomo.
"Chiudi la porta con calma" sentii sussurrare da Giulio, mentre toglieva qualcosa dalla cintura del malcapitato "Se respiri, sei morto."
Adesso lo vedevo meglio: guardia di sicurezza. Ci furono due cose a stupirmi subito. La prima era la pistola che il mio accompagnatore aveva tolto all'uomo in divisa e poggiato sulla scrivania alle nostre spalle, cosa davvero insolita per dei laboratori universitari; la seconda fu la freddezza con cui la guardia sollevò le mani sopra la testa, poco impressionato dalla canna di un'arma che gli premeva con forza sulla nuca.
"Che ci fai qui? Avete paura che vi rubino i test d'esame?" Lo canzonò Giulio, spingendolo fino a costringerlo a sedersi in una delle numerose seggioline con le rotelle presenti nell'archivio.
"Mi pagano per fare la ronda" fu la risposta laconica della guardia.
Vidi il mio soldato annuire e voltarsi verso di me con urgenza: "Cerca qualcosa di forte per legarlo"
Ubbidii e iniziai ad aprire i cassetti delle scrivanie.
"Che cosa c'è nelle altre stanze?" sentii sussurrare ancora dalla voce calma di Giulio.
"Laboratori di analisi" fu ancora una volta la risposta, sintetica e solo vagamente scocciata.
"Cavie?" insistette il mio compagno.
Per la prima volta notai l'addetto alla sicurezza agitarsi sulla sedia, senza che il suo sguardo si alzasse sulle iridi blu che lo stavano scavando come una trivella.
"Solo una..." Stavolta non fu sintetico, ma volutamente evasivo.
Finalmente trovai un rotolo di nastro da pacchi e mi affrettai a legargli i polsi dietro la schiena e le caviglie alle gambe della sedia.
"In quale stanza è? " chiese alla fine Giulio.
"Cercatela soldatino! Spero che ti ci voglia tutta la notte! " fu la risposta ironica della guardia prima che gli imbavagliassi la bocca.
Ci dirigemmo di corsa verso l'androne centrale e richiudemmo la porta dell'archivio in silenzio.
Rimanemmo così, in ascolto, in mezzo a quella specie di sala d'attesa senza sedie, indecisi su quale porta aprire. Poi Giulio si mosse e lentamente aprì un altro uscio.
Fu durante quel movimento che io, rimasto più verso l'ingresso, sentii un passo cadenzato, sollevato su tacchi rumorosi e veloci, avvicinarsi a noi. Corsi a spingere il mio complice dentro il laboratorio che aveva appena aperto, ignaro se all'interno ci fosse o meno qualcuno.
"Che cazzo...?" grugnì Giulio, ma lo zittii un secondo prima che la porta alle nostre spalle si aprisse.
Non guardai dove eravamo, ma mi preoccupai di far rimanere la nostra porta sufficientemente accostata da sembrare chiusa. Fu per quel piccolissimo spiraglio che potei vederla.
Sentii il cuore dimenticarsi di battere, mentre i miei occhi mi proponevano un'immagine impossibile da accettare per la mia mente. La vidi passare, bellissima, preoccupata, affaccendata in attività di cui non sapevo nulla. I suoi capelli biondi, il suo tailleur grigio, le sue gambe snelle e sinuose. Si muoveva, respirava e attraversò l'androne infilandosi nella stanza accanto a noi.
Quando il suo profumo raggiunse le mie narici, i piedi non poterono fare a meno di seguirla, dimenticandosi dove eravamo e perché.
"Dove cazzo vai?" cercò di fermarmi Giulio, arpionando una mia spalla con la sua mano forte.
Mi voltai a guardarlo, ma non riuscii a vederlo, appannato dalla visione di lei. Tornai nell'ingresso ed aprii di corsa la stessa porta in cui l'avevo vista sparire.
"Merda!" sentii imprecare dietro di me, ma io stavo cercando lei.
Sembrava una stanza d'ospedale: c'era un lettino con le sbarre d'acciaio, delle coperte bianche anonime a coprire un corpo disteso, quasi sicuramente addormentato; una finestra affacciata su... un pannello che riproponeva a ciclo continuo paesaggi spettacolari dal mondo reale; in fondo, un grande armadio bianco a cinque ante, di cui l'ultima aperta, a svelare il suo preciso corredo di asciugamani di varie misure, ma dannatamente tutti bianchi. Accanto alla finta finestra, una porta rimandava il rumore dell'acqua corrente, come se qualcuno stesse lavando delle stoviglie.
Ero pietrificato. Che posto era quello? Che cosa significava?
Sentivo il petto di Giulio appoggiato alle mie spalle e il suo respiro affannato, mentre gli ingranaggi della sua mente tentavano disperatamente di darsi una risposta, proprio come me.
Una voce melodiosa e cantilenante si levò dolce dal bagno: "Henry, credo che sia proprio ora, adesso."
Dal letto provenì un lamento, come quello di un micetto incapace di sollevarsi dal cuscino.
Spostai lo sguardo su quelle coperte, in attesa che comparisse un volto, ma non accadde nulla.
Dolcemente, Giulio mi spinse dentro la stanza e richiuse la porta senza alcun rumore.
Aspettai in apnea per secondi incantati, perché quello non poteva essere il mondo, ma un posto magico fuori dal tempo, dove quello stronzo di Michele doveva avermi inviato a mia insaputa.
Alla fine, il bellissimo viso della donna apparve sulla porta, i suoi affascinanti occhi verdi come giada grezza si posarono su di me, mi videro e furono offuscati lentamente dalle proprie palpebre; mi guardarono di nuovo, fino in fondo all'anima e si chiusero ancora; mi studiarono, mi riconobbero e solo alla fine la meraviglia li macchiò. Sì, perché l'ultimo sentimento che comparve sulla faccia di quell'angelo, fu anche l'unico che mai avrei pensato possibile: la paura.
La sua voce attraversò lo spazio, come una lama affilata e mortale: "Hermann?"
Non c'era confusione nella sua pronuncia, non era davvero meravigliata di vedermi. Semplicemente perché lei sapeva che io esistevo. Quello paralizzato dalla sorpresa ero solo io, per questo la lingua si scollò dal mio palato come quella di un bambino che ha appena ingoiato un cucchiaio di melassa:
"Ciao Ylenia..."
Avrei voluto aggiungere una vita intera di domande, ma sentii lo scatto di Giulio, esterrefatto nello scoprire che io conoscevo quella donna.
Così mi voltai verso di lui e spiegai a suo beneficio: "Giulio, ti presento Ylenia, mia moglie, o meglio... la mia defunta moglie!" E in quell'unico aggettivo racchiusi tutto l'odio del mondo, perché nel dirlo mi fu chiara solo una cosa: ero stato preso in giro dalla persona per cui avevo rinunciato al Paradiso, per cui avevo rinunciato ai colori dell'amore, per cui avevo pianto per il tempo di più di due vite.
Le mie mani divennero nere come la pece, il mio cuore smise di vivere, la volevo vedere piangere e soffrire, per ciò che mi aveva fatto.
Poi una voce assonnata ruppe il silenzio e tutto crollò attorno a me: "Mamma, chi sono questi due?"
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