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Cap 32 Autodisciplina e rabbia


Comincerò con il precisare che ho sempre odiato gli aeroporti, soprattutto quelli perennemente affollati, sia di persone che di auto posteggiate fuori.

Per questo, decisi di aspettare fuori del Terminal 2 dell'aeroporto di Manchester, in taxi, al caldo, senza dovermi impazzire in mezzo ai trolley e ai viaggiatori stremati.

Dovevo riconoscere che il nuovo padiglione era davvero scenografico, con tutti quegli spigoli, tetti spioventi e vetrate infinite, immense pareti di vetro, attraverso le quali era possibile spiare l'eterno via vai di gente.

Ero arrivato un po' in anticipo, ma forse avrei fatto meglio a non prendermela così in affanno, considerando che la pazienza nell'attesa non era il mio forte.

Scesi dal taxi e aspettai qualche passante. Un ragazzo magrissimo, vestito completamente di pelle nera, mi squadrò quasi rabbioso, mentre procedeva verso il terminal. Aveva una sigaretta in bocca.

Sorrisi tra me per le mie idee, sempre partorite d'emblée, per questo le più soddisfacenti.

Abbassai lo sguardo sulle mie mani e nell'esatto istante in cui il ragazzo mi passava davanti, disprezzandomi per motivi che non volevo sapere, mossi un passo verso di lui e lo toccai, poggiandogli una mano su una spalla. Devo ammettere che la luce fioca del crepuscolo e il suo abbigliamento nero, per un secondo, mi fecero titubare dei miei poteri. Solo fino a che non vidi le sue pupille dilatarsi, mostrando tutto il terrore che gli avevo inculcato. C'era una sana soddisfazione, nel mio animo, ogni volta che i poveri miseri umani mi mostravano la loro paura: mi faceva sentire più vicino alla mia natura, più lontano dalla debole umanità.

"Dammi le tue sigarette e l'accendino!" ordinai al malcapitato.

Senza esitare infilò la mano nella tasca interna del suo chiodo di pelle e tirò fuori un pacchetto di Luky Strike e un accendino da pochi cents. Questi erano i nuovi inglesi: fingevano amore incondizionato per la Regina e poi fumavano sigarette americane!

Presi il pacchetto e l'accendino e lo allontanai con uno spintone. Corse via verso l'ingresso del terminal, sbandando per l'agitazione.

Accesi una sigaretta e l'aspirai profondamente, godendomi il momento. Non ero davvero un fumatore, ma amavo rilassarmi con il tabacco e in quel momento, nonostante fingessi un'estrema calma, cercavo di ignorare quella stupida vocina che continuava a volermi mantenere in allerta.

Quello che ero riuscito a scoprire al Mib, già di per sé era preoccupante. Quello che mi era successo il giorno prima però, mi faceva dolere il petto, cosa davvero anomala per me.

Avevo chiamato con l'iphone dell'emerito professorino, perché l'urgenza non ammetteva mezze misure o divagazioni. Avevo sentito squillare dall'altro capo del mondo fino al fatidico "Pronto". La sua voce risultava spenta e tremendamente affaticata, neanche più in grado di raggiungere il tono scocciato. Me ne sentii subito in parte responsabile.

"Giulio? Sono Hermann..." lanciai la bomba e poi restai in attesa.

Lo avevo sentito sospirare profondamente, lo avevo anche immaginato mentre le sue sopracciglia si avvicinavano pericolosamente, preso da uno sbandamento inaspettato.

Non avevo minimamente calcolato che, subito dopo, potesse riattaccare.

"Pronto? Pronto!" guardai lo schermo e capii che la linea era stata chiusa.

Rimasi impalato per diversi istanti, esterrefatto. Infine scoppiai in una sonora risata, che venne amplificata dall'enorme aula in cui mi trovavo.

Me lo meritavo, non ce n'era dubbio. Semplicemente, perché non mi riusciva mai di immedesimarmi con loro, di anticipare le loro reazioni, di capire le loro sensazioni. Alex era per certo più brava di me in questo, più vicino ai loro animi.

Ero sceso di nuovo in strada e avevo passeggiato fino a un piccolo bistrot, con tavolini dentro e fuori. Mi sedetti nella veranda riscaldata e chiesi quello che si rivelò un buon lunch, considerato quanto tempo era passato da quando avevo mangiato in maniera salutare l'ultima volta. Ero in una posizione ottima per osservare l'ingresso del Mib e studiarne gli orari.

Quando oramai il sole era già tramontato, ritentai con l'unico alleato di cui potessi fidarmi in quell'impresa: avrei cercato di essere più convincente.

"Giulio, posso darti la certezza che Alex non è morta!" iniziai a bruciapelo non appena aprì la chiamata. "Ti giuro che sono Hermann e darò una risposta a tutte le domande che vorrai farmi"

Silenzio. Osservai lo schermo: ero ancora in linea. Allora attesi che riordinasse le idee.

Una voce tremula, inadatta al soldato che avevo conosciuto, alla fine chiese:

"Dammi qualcosa perché io possa identificarti."

Giusto. Pensai un particolare che avrei potuto sapere solo se fossi il fratello di Alex, qualcosa che nemmeno la Cia sapeva, ma io sì. Riflettei ripassando a mente tutto ciò che potesse essere d'aiuto e alla fine, incrociai le dita e confessai:

"Ci basta un tocco con una mano per modificare i sentimenti di un uomo, Alex lascia addirittura un'impronta del colore del sentimento che sta inculcando..."

Sentii come uno sbuffo dall'altro capo, come se avesse trattenuto il fiato.

"Ciao Hermann,... felice di saperti vivo... purtroppo sono stato io a... seppellire Alex... so per certo che è... sì lei è... morta."

Il modo in cui parlava, come fosse ubriaco, stordito, affaticato a tal punto da trascinare le consonanti con sé, come se stesse facendo ginnastica e avesse il fiatone.

"Giulio, ascoltami. Lo so questo. Quello che tu però devi poter concepire adesso è che lei ha il potere di ritornare... di rinascere, esattamente come l'ho io."

Di nuovo silenzio.

"Tu avevi già capito che la mia età non corrispondeva alla mia data di nascita, ricordi?"

"Sì..." fu tutto ciò che ottenni, ma era già un inizio, visto che almeno non aveva ancora riattaccato.

"Io sono morto già diverse volte e ogni volta ritorno, sempre con gli stessi anni, lo stesso aspetto, sano come un pesce. É parte della nostra natura."

"Ricordi anche tutto quello che hai lasciato?" Finalmente una vera domanda!

"Sì Giulio, ti sto chiamando." Era abbastanza ovvio che mi ricordassi di lui, se avevo anche digitato il suo numero a memoria.

"Allora Alex non è tornata, perché non mi ha chiamato nessuno..."

Okay, questo era strano anche per me. Forse però, essendo per lei la prima volta, si stava nascondendo e visto come si stavano mettendo le cose in Inghilterra, non sarebbe stata una cattiva idea.

"Sì, beh... per lei sarà tutto nuovo e confuso, io oramai mi riprendo in fretta." tergiversai.

Altri minuti di assoluto mutismo. Bene! Se rifletteva, allora forse iniziava a fidarsi delle mie parole. Doveva imparare che io ero un suo alleato, almeno per ora.

"Se Alex non è con te, perché mi hai chiamato?"

Adesso sembrava un po' più solido e stabile, meno sofferente e per questo più lucido e l'autodisciplina di un soldato è l'arma vincente nelle situazioni di pericolo.

"Io sono a Manchester Giulio, sono rinato qui e all'inizio mi era sembrato davvero strano, ma poi sono stato al Mib e ho scoperto una cosa sconcertante..." lasciai la frase in sospeso per sondare la sua concentrazione.

"Che cosa?" chiese, infatti.

"Che l'MI6 è a conoscenza dei poteri miei e di Alex e ha dato mandato ad alcuni ricercatori di studiarne la natura. Quello che però è sconvolgente, è che se ne occupa il dipartimento di genetica!"

"Non so se sanno di Alex, ma sono quasi certo che sappiano di me." mi rispose con assoluta certezza. "Nella clinica dove mi avevano rinchiuso da ragazzo, fui visitato da molti psichiatri, soprattutto esteri. Fui sottoposto a molti test. Credo che da qui nasca la loro ricerca... Per questo ho preteso la riservatezza assoluta quando scoprimmo Alex"

Poteva essere vero, ma la mia domanda rimaneva in piedi:

"Sì, ma se noi siamo tutti fuori, su chi stanno sperimentando?" Quando avevo capito che la ricerca del dottor Jones non era esclusivamente teorica, mi si era gelato il sangue.

"Che cosa hai intenzione di fare?" chiese Giulio, riacquistando la sua solita fermezza nella voce.

"Voglio scoprire che cosa stanno facendo, cosa sanno e soprattutto chi li sta aiutando. Voglio ispezionare i laboratori del MIB, quelli protetti dagli allarmi antintrusione, tanto per capirci!" dichiarai convinto, perché in fondo la mia esistenza fino a quel momento che scopo aveva avuto? Proteggere Alex e la sua purezza era un ideale più che nobile per me, magari avrei anche smesso di essere lo stronzo che ero.

"Dammi venti ore. Non fare niente di stupido e osserva attentamente la sorveglianza di giorno e di notte, okay?" rispose deciso e autoritario.

"Di cosa stai parlando?" chiesi spaesato.

"Sto venedo lì, quindi aspettami prima di muoverti da solo." Rimasi basito. Non era per quello che lo avevo chiamato.

"E se dovesse chiamarti Alex?"

Ancora silenzio.

"Farò in modo di poterle rispondere anche da oltreoceano..." e non aggiunse altro prima di riattaccare.

Le sei.

Il volo da Washington era previsto per le cinque e mezza. Quindi Giulio era quasi sicuramente già atterrato.

Buttai il mozzicone di sigaretta e avvisai il tassista di aspettarmi in quel punto, così l'avrei ritrovato. Sembrò scocciato, ma annuì. Iniziai ad avvicinarmi all'ingresso del Terminal, sotto le immense tettoie con le travature di acciaio e i pannelli trasparenti. Non sarebbe stato facile in mezzo a quell'andirivieni, nonostante la stazza di quel soldato. Così aguzzai la vista, nella speranza che fosse lui a vedermi per primo e a venire da me.

Passò ancora un quarto d'ora, ma non adocchiai nessuno di familiare. Cominciavo a spazientirmi, non era mia abitudine aspettare tutto quel tempo, per nessuno. Sinceramente non mi era nemmeno chiaro perché avesse deciso di venire, visto che avrei potuto entrare senza problemi al Mib anche da solo.

Furono i due pensieri uno accanto all'altro a darmi la soluzione: si stava tenendo occupato! Ma certo, ero proprio una frana con gli esseri umani! Aspettare seduti sul divano la chiamata della persona che si ama, ogni istante meno convinti che accadrà, ogni secondo in più d'attesa che trascina via un granello di speranza. Quanti giorni aveva passato quel ragazzo nell'assoluta disperazione di aver perso la moglie? Io gli avevo dato la speranza di poterla rivedere, un giorno. Questo lo aveva rimesso in moto, lo avevo percepito durante la nostra telefonata. Si era riposizionato nel suo solito equilibrio.

Doveva amarla davvero molto, se per sentirsi meglio gli bastava sapere che sarebbe stata bene, senza preoccuparsi per se stesso, senza martirizzarsi nell'attesa che avrebbe dovuto subire inevitabilmente. Non aveva chiesto quando, solo come.

Avrebbe sopportato il peso del cielo per anni, solo per rivederla. L'unica sua paura era stata quella che l'avesse dimenticato. Saputo che non sarebbe successo, avrebbe aspettato, non importava il tempo, gli bastava sapere che prima o poi sarebbe avvenuto.

Un leggero sorriso incurvò inaspettatamente i miei tratti: Alex era stata fortunata anche in questo. Il mio destino era stato decisamente peggiore, ma ero felice di sapere che almeno lei avrebbe sempre avuto accanto il suo soldato, la sua guardia armata. Avrei sorvolato, per il momento, sul fatto che le loro vite erano oramai in simbiosi e che la morte di Alex avrebbe condotto, nel giro di pochi giorni, anche alla morte di Giulio. Sapevano già di non potersi allontanare per molto tempo, però, quindi prevedevo una mossa di Alex molto presto.

Fu proprio mentre ero assorto nei miei pensieri, cosa decisamente più amplificata dopo che ero rinato, che lo inquadrai tra la folla. Aveva un cappellino di lana nero e un giubbetto mimetico imbottito. Sotto invece continuava ad indossare i soliti jeans e gli anfibi. Forse stava cercando di mimetizzarsi, sembrando un ragazzo di trent'anni qualsiasi, ma ad un occhio allenato risaltava come se avesse un faro addosso, soprattutto la sua camminata marziale e muscolosa, le sue spalle rigide che rimanevano tese, come se fosse sempre in allerta.

Più di tutto però era il suo sguardo, penetrante, intelligente, attento e scrupoloso, che lo tradiva. Un viaggiatore avrebbe osservato l'originale architettura del terminal, non le facce di tutti quelli che incrociava uscendo dalle porte vetrate dell'aeroporto.

Trovò infine il mio viso, si prese diversi istanti per studiarmi. Non ero molto diverso da come mi aveva visto l'ultima volta, forse solo più ripulito, senza la barba lunga, abbigliato con abiti comuni e non con la divisa del carcere di massima sicurezza.

Infine iniziò ad avanzare verso di me e involontariamente, mi ritrovai a sorridergli. In fondo, eravamo parenti anche noi e, in qualche modo, c'era qualcosa in lui che me lo rendeva caro. Prima avevo pensato che fosse il suo acume, la sua fierezza, il modo in cui proteggeva mia sorella. All'inizio, poi però avevo scoperto che il mio rispetto per lui era molto al di sopra di quello che provavo per la maggior parte degli uomini ed ero letteralmente affascianato dal suo senso del dovere e del giusto, valori che io tendevo di solito a deformare a mio favore.

Quando fu finalmente vicino a me, allungai la mano in segno di saluto. Alla fine, ero davvero felice che fosse lì con me.

Giulio la guardò, posò il suo borsone a terra e me la strinse con la destra. Credo che mi abbia pure sorriso, prima che il suo gancio sinistro si schiantasse contro il mio zigomo, tagliandomi la guancia e facendomi voltare il volto di novanta gradi.

Sbandai, ma la sua mano era ancora nella mia, così mi strattonò con forza verso di lui, impedendomi di cadere a terra. Entrai in apnea per lo stupore e il dolore, acuto, lancinante che mi faceva scricchiolare tutto il viso.

I miei occhi vennero seppelliti dal suo sguardo rabbioso:

"Tu nascondimi un'altra volta una cosa del genere e io ti ammazzo!" Sapevo che non era solo una vaga minaccia la sua. Annuii soltanto, lasciando entrare l'aria dalla mia bocca spalancata.

"Bravo!" mi lasciò andare. "Adesso andiamo in un posto sicuro a rimediare qualche arma" ordinò sintetico, avviandosi verso la zona taxi.

"Armi? Io non uso armi" sentenziai con forza, mentre mi portavo una mano al volto.

"Tu fai come vuoi, ma se devo andare a spiare l'MI6, voglio un fucile tra le mani." chiarì, cercando di capire quale fosse la nostra auto.

"Basta che non lo usi contro di me" sussurrai in una smorfia, pensando che non mi avesse sentito.

Giulio invece si voltò di scatto, avvicinò il suo viso al mio e strinse le palpebre in un cipiglio spaventoso, mentre ancorava il suo pugno al colletto del mio giubbotto: "Tu non darmene motivo e forse, fra venti anni, potrai essere certo che io non lo faccia, perché, per adesso, vorrei davvero solo riempirti di calci per tutto ciò che ho dovuto passare!"

Mi spinse via da sé in malo modo e fu chiaro che ci sarebbe voluto molto più tempo di ciò che avevo pensato, prima di conquistarmi la sua fiducia.

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