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Cap 31 Chiaroscuro affascinante

Pubblico oggi il nuovo capitolo aggiungendo un caldo abbraccio ai giudici e ai concorrenti per il sostegno dimostratomi in questi giorni. Avete presente gli effetti della Belladonna su Alex? Mi ci sono avvicinata molto. Ora sono acciaccata ma di nuovo a casa. Grazie a tutti.


Fui svegliato da un rumore fastidioso, come una sirena, oppure uno schianto.

Ero presente, ma avrei voluto non esserlo.

Mi ci vollero pochi secondi per prendere coscienza della situazione. Dopo l'ennesima volta che mi ritrovavo in quello stato, tutto risultava familiare e scocciante.

Riconobbi subito la sensazione fisica disastrosa. Mi sentivo come se fossi stato ruminato e risputato da un enorme bovino, con i muscoli doloranti e stanchi, la testa vuota e pesante, lo stomaco pieno di acido che avrei tanto voluto vomitare e la pelle, fredda e viscida, come le rane che odiavo tanto. Neanche avessi passato la notte ad ubriacarmi.

Trovai il coraggio di alzarmi in piedi, già consapevole della mia nudità.

"Cazzo!" digrignai tra i denti, mentre cercavo un appoggio, contro la vertigine che mi aveva fatto sbandare. Stavolta era anche peggio del solito: sì, perché oramai di abitudine dovevo parlare, viste le vite che ero stato costretto a ricominciare. Quello era senza ombra di dubbio il momento che detestavo di più, anche peggio di morire.

In più, che diavolo era quel freddo pungente? Mi avvolsi le braccia intorno al corpo e osservai il mondo intorno a me: ero per strada, in un viottolo illuminato da un solo lampione, circondato da palazzine di due o tre piani, quasi tutte a mattoncini rossi e un paio di macchine accostate al marciapiede. Non era ancora davvero buio: forse era metà pomeriggio, ma il cielo plumbeo non permetteva di capire in che posizione fosse davvero il sole. Vicino a me percepivo il silenzio, macchiato però da un rumore di sottofondo, che riconobbi subito come il borbottio continuo del traffico di città o di un'autostrada.

Avevo la testa pesante e ancora faticavo a mettere a fuoco, sia le immagini che i pensieri, quindi credetti meglio cercare di rimettermi in sesto, prima di capire in quale cazzo di città avevano deciso di farmi rinascere i pezzi grossi di lassù.

Decisi che faceva troppo freddo per rimanere lì, dietro quell'auto parcheggiata, che fino a quel momento mi aveva offerto un blando riparo. Mi incamminai, ma proprio mentre la stavo superando, un particolare attirò la mia attenzione. Poteva essere un dettaglio di poco conto, ma il mio cervello ne fu attratto lo stesso e ne trasse la conclusione più logica: se l'auto aveva la guida a destra, forse ero in Inghilterra oppure in qualche colonia britannica. Anche se il freddo umido che mi stava scavando le ossa mi fece propendere più per la prima ipotesi.

Guardai il cielo grigio di un pomeriggio qualsiasi, in una città di cui non sapevo il nome, tremante dal gelo per essermi risvegliato in completo desabillé.

Fui costretto a sedermi di nuovo sul bordo del marciapiede. Non era mio solito farmi sopraffare dalla paura, ma non avevo armi contro la commiserazione.
Non era certo questo che mi sarei aspettato dalla mia scelta, quando mi ero lasciato avvinghiare dall'adulazione della vita prosperosa e facile, dal profumo del potere, che lavorare per Lucifero poteva darti con uno schiocco di dita. Magari avevo anche stabilito che me lo meritassi.
Solo che quell'acido in fondo allo stomaco non passava mai, la sete di qualcosa di oramai irraggiungibile mi lacerava le giornate, mi riempiva ancor di più di odio verso gli altri e di compassione verso me stesso.

Forse Michele aveva ragione: con quale diritto mi ero ripresentato lassù? Non aveva creduto neanche un attimo alla scusa di accompagnare Alex, che tutti conoscevano come forte e coraggiosa. Già, la mia sorellina! Non aveva mostrato segni di paura nemmeno in Paradiso, immersa nella sua luminosa rettitudine, di cui avevano invidia perfino gli angeli. Avrei dovuto chiedere il suo coraggio, invece di smettere di lottare. Avrei potuto anche solo chiedere aiuto, invece di passare all'odio. Avrei potuto tante cose, ma la verità era che l'umanità non merita nessun aiuto, nemmeno da uno come me, quindi tanto valeva sfruttarla e prendersi ciò che poteva dare, come uno schifoso parassita, quale oramai ero.

Vidi le mie mani macchiarsi di nera fuliggine, mentre dense nuvole vorticavano intorno a me. L'odio ha un profumo dolce, come la vendetta. Ti riempie la bocca, ti fa sentire affamato e appagato allo stesso tempo, ma cominciavo a capire che sostenerlo era molto faticoso.

Ricordavo invece quanto l'amore non avesse peso, come fosse facile e spudoratamente semplice, come facesse scivolare ora dopo ora verso una felicità immensa e inaspettata. Ne ricordavo il calore, il senso di appagamento, il profumo costante di un infinito a cui ci si può assuefare con troppa facilità: per questo se ne diventa dipendenti.

Mi rimaneva solo lei da amare, nessun altro se ne mostrava degno. Solo che quella briciola di Paradiso non potevo mostrarla troppo in giro, o qualcuno se ne sarebbe risentito, soprattutto ai piani bassi, dove non... beh non amano molto le smancerie, se così si può dire. L'avevo cercata per un motivo che oramai avevo dimenticato, o meglio, avevo consciamente deciso di ignorare. Osservarla per giorni, prima di decidere di mettermi in contatto con lei, mi aveva fatto innamorare di quella creatura così semplice e ingenua. No, ero consapevole della sua forza e del suo coraggio, ma rimanevo spiazzato dal suo senso di giustizia. Dritta e forte come un albero secolare, irremovibile sulla posizione da prendere di fronte al giusto o all'errore. Come si poteva traviare una persona così? Io non avevo potuto, al contrario, ne ero rimasto così affascinato da volerla tra le mie braccia sempre: era il mio ultimo angolo di luce e ormai, non mi sarebbe più stato possibile tradirla. Fanculo a Lucifero!

Anche se ciò avrebbe portato a non poche conseguenze.

Scossi la testa, cercando di scacciare quei pensieri lugubri. Non ero sufficientemente in forze, per pensare al futuro. Mi affacciai alla fine del vicolo, scrutando la situazione lungo il viale.
Non c'erano molti passanti: forse era mattino presto.
Lo stile a mattoncini rossi mi era familiare, ma anche troppo generico per capire dove ero rinato.
Stavo cercando un negozio, un ristorante, una qualsiasi attività commerciale dove poter rubare un vestito, un camice, qualcosa sufficiente a coprirmi con dignità, quando una forte ondata di stupore mi arrivò dalla strada.

Mi voltai con curiosità e mi ritrovai di fronte a una coppia di ragazzi, mano nella mano, esterefatti dalla mia situazione. O meglio, lui mi osservava stupito di trovare un uomo nudo in mezzo al marciapiede, come se nulla fosse; lei invece mi stava letteralmente mangiando con gli occhi. Erano giovani: vent'anni al massimo. E fortunatamente curiosi.

Feci un piccolo passo verso di loro e la mia voce tirò fuori il peggio di sé:

"Buonasera, ragazzi. Scusate la mia condizione, ma credo che la ragazza con cui ho passato la notte mi abbia scaricato... ehmm, nel senso che mi ha derubato e poi letteralmente scaraventato sul marciapiede." Vidi lei sogghignare, divertita, mentre lui rimaneva guardingo. "Non è che per caso avreste voglia di aiutarmi?" chiesi zuccheroso.

La ragazza, con dei lunghi capelli rossi, lasciò la mano del fidanzato e mosse un passo verso di me. Catturata, bambina, come la mosca nella ragnatela.

Una nube densa di colore scuro, indaco come il desiderio, rossa come la passione, un corposo color sangue, come sempre si presentava la lussuria, si propagò lenta dalle mie mani e si avviluppò intorno a quel corpicino esile e delicato. Le penetrò le narici, le saturò lo sguardo, la fece rabbrividire nell'abbraccio tiepido del peccato. Passai le mie mani sulle cosce nude e la sua lingua dovette correre ad asciugare la bava che già aveva saturato il suo palato.

Era mia e l'avrei usata al mio scopo.

Vidi la paura e il dolore del ragazzo, ma adesso mi serviva che rimanesse buono e tranquillo. Lasciai scivolare un leggero venticello, carico d'odio, come lo sbuffo nero di una ciminiera industriale, fino a che non ne fu completamente avvolto.

Odiala, per la facilità con cui ti tradisce! E vattene!  Ordinai al suo cuore, senza neanche aprire bocca.

E lui, imbestialito, girò i tacchi, lasciando lei a me.

Mi avvicinai così tanto da permettere al mio torace di sfiorare il suo braccio sinistro, mentre guardava il suo compagno andarsene e rifletteva sul da farsi. Povera piccola bambina, davvero ancora credevi di avere scelta?

Al contatto con la mia pelle nuda, la sua aurea divenne rosso acceso e quasi riuscii a percepire l'odore dolce delle sue mutandine bagnate.

La mia voce divenne zucchero sciolto: "Puoi aiutarmi almeno tu?" chiesi, mentre le prendevo la mano, l'aprivo delicatamente e poggiavo le mie labbra all'interno del suo palmo.

"Abito qui vicino, potresti salire un minuto e cercherò dei vestiti puliti di mio fratello. Potresti anche fare la doccia..." pianificò, mentre si toglieva la giacca e me la legava in vita. Sentii i suoi polpastrelli tremanti sfiorare i miei fianchi.

Mi abbassai, fino a solleticarle l'orecchio con il mio fiato caldo: "Potremmo farla insieme... Potrei mostrarti quanto è... caldo l'Inferno!" suggerii.

Si appoggiò al mio petto, sorpresa da un'emozione troppo intensa per le sue esili gambe. Povera bambina, in fondo era molto dolce, anche se pronta a farsi scopare a sangue da uno sconosciuto, atletico e affascinante, ma pur sempre sconosciuto. L'avrei accontentata. In fondo serviva più a me che a lei. Il sesso era da sempre il mio modo di svuotare la mente e preparare i piani.

Come avevo previsto, mi passò un braccio in vita e mi condusse con sé.

Questa era l'umanità che avrei dovuto difendere dal dolore? Io conoscevo gli uomini, erano anni che vivevo in mezzo a loro. Michele si illudeva, se ancora pensava di trovare qualcuno capace di provare amore, o cose del genere. La razza umana era nata per godere della sua carne, cosa che gli angeli non capiranno mai. Se all'anima dai un corpo, non saprà più che farsene della gloria dei cieli, su questo concordavo con Lucifero.

"Dimmi, tesoro, in che città siamo?" chiesi, mentre apriva per me il portone di casa sua, posizionato sopra una rampa di cinque scalini, in un complesso di case tutte a due piani, tutte a mattoni rossi, tutte affacciate su quel lunghissimo viale alberato.

Rise civettuola: "Siamo a Manchester, amore! Con che acidi ti ha drogato la ragazza con cui hai festeggiato ieri sera?" mi rispose, trascinandomi per mano dentro il suo appartamento.

Mi strappò via dai fianchi il suo giubbetto di jeans e finalmente si concesse di osservarmi, senza pudore, come una leonessa guarderebbe una gazzella in mezzo all'erba alta della savana.

"Ti mostro il bagno..." fu tutto ciò che disse, prima di prendersi tutto il premio che pretese, per il servizio resomi.

Mi svegliai appagato e finalmente senza mal di testa, disteso sul letto di quella piccola gattina.

Cercai un orologio e trovai il suo cellulare sul comodino: le cinque e mezza. A Washington era ancora notte fonda.

Mi vestii in fretta, facendo attenzione a non svegliare la pupetta. I jeans mi aderivano un po' troppo sulle cosce muscolose, ma forse era un bene. Rubai anche il giubbetto di pelle appeso nell'armadio: dopo il freddo del giorno prima, pensai che mi avrebbe fatto comodo. Presi qualche sterlina dal suo portafoglio e mi chiusi la porta alle spalle.

Mi incamminai lungo il viale, sotto il cielo sempre plumbeo dell'Inghilterra. Perché mi avevano inviato lassù, dopo la fatica che avevo fatto per trovare Alex? Soprattutto, che ci facevo in una città come Manchester, perché non Londra?

Mi fermai in un bar per prendere un caffé, in attesa che si facesse più giorno, così sarei passato più inosservato tra la folla. C'erano già diversi avventori, tra cui due ragazzi che sedevano al tavolo accanto al mio. Discutevano animatamente, parlando di particelle e molecole come vecchie amiche. Dovevano essere studenti universitari.

Ripresi in mano i miei pensieri.

Seguendo il filo logico di Michele, io sarei stato inviato a cercare qualcosa per essere d'aiuto ad Alex. Avevo vissuto qualche mese a Blackpool, ma ero ancora un ragazzo e me la ricordavo poco. Questa parte del Regno Unito mi rimaneva troppo sconosciuta per capire cosa avrei dovuto cercare. Avrei dovuto avere un po' più di pazienza e analizzare con calma la situazione. C'era sicuramente qualcosa qui di utile, di cui ancora non ero a conoscenza. Forse sarei potuto andare in qualche internet caffé e cercare notizie utili, magari un evento attinente, anche se dubitavo che qualcuno fosse davvero indaffarato pubblicamente ad analizzare la vita o il mistero di Alex.

Dovetti interrompermi perché il battibecco alle mie spalle si era acceso, fino a divenire molesto.

"Ragazzi, non è troppo presto per litigare sulle molecole?" li interruppi, cercando di farli finalmente tacere.

"Mi scusi, è che prossimamente dovremo consegnare la nostra ricerca e ancora non siamo d'accordo neanche sulla teoria base..." si scusò uno dei due, già vestito in giacca e cravatta, perfettamente pettinato e sveglio. L'altro invece aveva la faccia sconvolta e l'aria di chi avesse ancora solo voglia di dormire, mentre invece difendeva a spada tratta le sue teorie.

Fui incuriosito dal loro fervore: "Che cosa studiate ragazzi di così entusiasmante?"

Un sorriso ironico apparve sulle labbra di entrambi, a dimostrazione che avevano capito la battuta ironica.

"Studiamo al MIB" risposero in coro, come se fosse una cosa risaputa da tutto il mondo. Di fronte al mio smarrimento, uno dei due spiegò meglio: "Manchester Institute of Biotecnologies. Per la precisione noi siamo iscritti a Genomica"

"Spiegalo in parole povere..." insistetti, alzando un sopraciglio dalla sorpresa.

"Qui dietro c'è la sede di Genomica... cioè lo studio di tutte le informazioni contenute nel DNA di una particolare specie, oppure in un unico esemplare... meglio?"

"Decisamente!" risposi, alzandomi in piedi. Li salutai ringraziandoli e uscii di corsa alla ricerca della facoltà.

Nelle orecchie rimanevano solo due parole "Unico esemplare" che avevano fatto tendere tutti i peli del mio corpo. C'era una sensazione tremenda che mi stava graffiando la gola, qualcosa di altamente pericoloso che mi stava inseguendo e, su queste sensazioni, avevo imparato negli anni a concentrarmi, in quanto, sempre, ineluttabilmente vere.

Trovai l'iscrizione sul muro di marmo bianco di un palazzone squadrato, con enormi finestre, all'interno delle quali era possibile intravedere una miriade di persone in camice bianco.

Entrai alla ricerca di indizi, qualunque cosa che avesse scacciato via quella sensazione e chiarito che era solo frutto della mia fantasia.

Avanzai nell'atrio del palazzo diviso in diversi piani, alzai lo sguardo verso l'alto e rimasi affascinato dalla perfezione delle simmetrie e delle curve che mi si parò davanti. In realtà, al centro del palazzo c'era il vuoto, un immensa galleria attraversata da ballatoi bianchi che collegavano gli uffici completamente a vista, delimitati solo dalle ringhiere verso il vuoto, e i laboratori, rigorosamente incastonati dietro ad enormi vetrate, apparentemente sigillate.

Questo mi diede ancora di più la certezza che stavo cercando nel posto giusto.

Un ragazzo sui venticinque anni, mi spintonò mentre correva verso gli ascensori. Un istante prima che fosse fuori portata, lo arpionai con la mia mano. Ero letale senza essere toccato: figuriamoci se venivo a contatto con le mie prede.

Lo saturai in un secondo con tutta l'avidità che potevo immaginare, facendolo colorare di un viola scuro, che amai.

"Se mi dirai con chi posso parlare di Genomica, ti renderò invincibile" gli sussurrai a un millimetro dal naso, mostrandogli i colori della mia nube. Conoscevo così bene le debolezze dell'uomo, che il ragazzo sgranò gli occhi un secondo, ma poi iniziò a concepire il suo futuro, strinse le palpebre in due piccole fessure e alla fine rispose:

"Il professor Jones, dipartimento tre al quarto piano. E' il migliore in assoluto e segue da vicino le sperimentazioni." lo disse senza tentennamenti. Lasciandolo, lo colmai di passione, l'unica arma contro la noia della scienza. Come era prevedibile l'animo umano! Bastava promettere un po' di potere, solo quel poco per emergere dalla massa, che subito erano tutti disposti a vendersi l'anima. Perché si ostinassero a vivere in società, visto che il loro desiderio primario era la prevaricazione, ancora non mi era chiaro.

Presi l'ascensore a vetri e cercai il dipartimento indicatomi. La porta era socchiusa e all'interno intravidi un ometto panciuto, decisamente troppo retrò, occhialini incastrati sulla pelata, l'aria assorta di fronte a un poster, la cui iscrizione non mi interessò leggere.

Entrai nel silenzio assoluto. Richiusi la porta alle spalle e solo allora i suoi piccoli occhi neri si posarono su di me.

"Non è l'ora di ricevimento. La prego di voler ritornare alle sedici" rispose con un tono tra il comprensivo e lo scocciato: evidentemente non erano pochi quelli che provavano ad avvicinarlo fuori dalle ore di lezione. Questo era sinonimo di professionalità e scienza per me: ero dall'uomo giusto.

"No, mi scusi il disturbo, ma io non sono uno studente, sono un ricercatore tedesco e mi hanno espressamente chiesto di interagire con lei." accentuai il mio innato accento berlinese, così da risultare più credibile.

"Chi gliel'ha chiesto?" domandò perplesso.

"Come chi? I servizi segreti!" risposi con ovvietà.

Le sue sopracciglia si sollevarono incredule, mentre ero certo di aver attirato su di me tutta la sua attenzione. Per questo, lo deliziai della spiegazione più plausibile che riuscii ad inventare su due piedi:

"Mi sto occupando dello studio di una specie molto rara di lupo siberiano, il cui comportamento socievole e affettuoso sembra ripetersi in ogni generazione. Ne aveva sentito parlare?" chiesi con aria altezzosa, come se i miei studi dovessero essere rinomati fino in Inghilterra.

"No, mi dispiace. Forse perché, in realtà, io mi occupo di semplice genomica umana, non animale. Vede?" indicò il cartello appeso alla parete, a cui stava dedicando sospiri innamorati poco prima. Stavolta lessi con attenzione: La colorazione cromatica delle emozioni. Evento eccezionale o patrimonio genetico?

Stavolta fui io a restare basito. Possibile che avessero scoperto in qualche modo i nostri poteri? E come era successo?

"Nel senso, che c'è la possibilità che i sentimenti delle persone possano vedersi grazie ad una qualche forma di colorazione spaziale?" approfondii per essere sicuro.

"Sì, il mio studio si basa sull'analisi storica di quattro generazioni di individui che, in tutto l'arco del tempo, hanno mostrato segni di sentimenti positivi o negativi, modificando il loro modo di apparire" spiegò fiero di sé.

"Non sarebbe una novità, se prediligono un abbigliamento vivace se sono felici e uno lugubre se sono tristi" minimizzai.

"Esattamente! Quello che però ho scoperto è che la scelta del colore si associa inequivocabilmente ad un unico sentimento, sempre, anche con il passare di mezzo secolo. Questo mi ha portato a d ipotizzare che ogni sensazione che l'uomo prova deve, per forza, avere un suo colore definito. E qualche soggetto sembra riuscire a vederli, sotto forma di nube colorata."

"Eh?" chiesi adesso spaventato.

"Qualcuno riesce a vedere i colori dei sentimenti, molto probabilmente perché alcuni geni, nel tempo, si sono modificati perché fosse possibile" affermò deciso, come a negare qualsiasi mia possibile confutazione o derisione.

"Qualcuno tipo chi?" lo interrogai, avvicinandomi minaccioso.

"Non mi è permesso rivelarlo" negò contrito.

Lo presi per il suo bel fazzolettone damascato con cui cercava di nascondere il collo taurino e lo scossi come un piccolo albero di ciliegio contro il vento.

"Deve dirmelo!" lo minacciai. Negò con la testa, mentre assumeva un colore decisamente blu.

Lo lasciai, mi allontanai da lui di qualche passo e mi voltai verso la finestra, cercando di mantenermi calmo: "Ho bisogno di saperlo subito!"

"Mi dispiace, è classificato!"

Poteva davvero sapere di me, o di Alex? Ecco cos'era quella sensazione di terrore che mi avvolgeva da un po', ecco perché ero rinato qui.

Non riuscii a controllarmi, saturato dalla rabbia per l'ottusità di quell'omuncolo. Mi voltai di nuovo verso di lui e scoprii che stava cercando di raggiungere la porta, illuso!

"Dolore" ordinai in un sussurro e un attimo dopo vidi la mia nube più letale, viola come il fiore più bello, minacciosa come l'arma più distruttiva con cui l'uomo potesse mai confrontarsi. Si avviluppò sul corpo dell'ometto e subito lo vidi piegarsi, stringendosi l'addome. Cadde a terra, gemendo e piangendo. Avevo scoperto questo potere già da parecchi decenni, ma non amavo servirmene, perché in realtà non lo capivo veramente. Eppure, poteva addirittura diventare letale. Per gli uomini, tutti, senza distinzione, sembrava essere più facile sopportare un dolore fisico piuttosto che quello del cuore. Un difetto che giocava a mio vantaggio.

Lo osservai per qualche minuto contorcersi e disperarsi, consumando tutte le lacrime risparmiate in una vita. Mi sedetti sul bordo della sua scrivania, poi mi decisi a sbeffeggiarlo:

"Credo che adesso concorderà con me che sarebbe meglio che io sapessi..."

Mi guardò sconvolto, ma nel profondo delle sue iridi trovai la consapevolezza che preferivo: aveva capito che ero io a provocargli quella sofferenza. "MI6..." sussurrò disperato, "sono informazioni e sperimentazioni passatemi dalla MI6"

Ero peggio di quello che avevo immaginato. Alex era in pericolo molto di più di quello che avevamo pensato finora e forse lo eravamo anche io e Giulio.

Era arrivato il momento di fare una telefonata.

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