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Cap 24 Sistema binario astronomico


Il piano terra era quasi tutto in penombra, le serrande erano tutte abbassate fino a toccare i davanzali, come le lasciavamo di solito uscendo di casa. Così, gli unici raggi di sole, provenivano dall'inserzione in vetrocemento sopra il portoncino d'ingresso e dalla piccola finestrella a vasistas sopra l'angolo cottura. Per pochi istanti, mentre attraversavo il soggiorno, mi sembrò che tutto fosse tranquillo. Poi però, sentii il rumore scrosciante della doccia provenire dal piano di sopra.

Avete mai notato che, facendo attenzione, la musica prodotta dalle goccioline dell'acqua in caduta, come quelle della doccia, dei rubinetti, del tubo per annaffiare le piante, ogni volta ha un suono diverso, un modo tutto personale di assomigliare alle note di una sinfonia? Così noi riusciamo a capire che quel suono che giunge alle nostre orecchie è quello prodotto dal lavandino della cucina, piuttosto che quello del bagno. Quello che invece mi diede il primo assaggio di ciò che mi aspettava, fu il sentire che il getto era completamente immobile, come se nessuno fosse all'interno della doccia. Giulio non si stava lavando...

Salii le scale lentamente, perché ogni gradino verso l'alto aumentava di pari passo la mia scala di ansia e angoscia. Varcai il vano del bagno e lo vidi riflesso nello specchio. Era sotto il getto dell'acqua, immobile, come una gigantesca, perfetta, scultura di granito egizia. I suoi muscoli erano sempre possenti, le sue spalle solide, le sue gambe ferme, la sua pelle abbronzata resa lucida dall'acqua. Solo che i suoi occhi era fissi, vuoti e inanimati, proprio come quelli delle statue. Stava lottando contro il dolore...

Giulio era prima di tutto un soldato, un militare a cui avevano insegnato la disciplina e la forza; era diventato uomo imparando a gestire il panico, la paura e la rabbia. Gli avevano insegnato anche come affrontare il dolore fisico, ma lo avevano addestrato anche contro la disperazione? Era quello che stavo per scoprire.

Mi spogliai davanti allo specchio, senza mai guardarlo in faccia, senza che lui muovesse un solo muscolo: lo sentivo in attesa. Aprii lo sportello di vetro della cabina ed entrai. A piedi nudi, di fronte a lui, ero davvero piccola e minuta. Lentamente, lo vidi fare un passo indietro verso la parete piastrellata, perché la sua stazza non mi soffocasse; uscendo da sotto il getto d'acqua bollente, finalmente i suoi occhi si posarono su di me.

Se per tutte quelle ore avevo pensato di trovare odio, rabbia nei miei confronti, per quello che lo avevo costretto a fare, in quel momento mi resi conto di quanto profondo era il suo amore per me. Non c'era niente nel suo mare blu, se non il dolore per la perdita, la delusione per l'inganno, la disperazione per ciò che aveva fatto. Non mi stava accusando affatto, anzi mi stava supplicando. Era completamente in balia dei sentimenti, lo vedevo perso in una tempesta che non sapeva come affrontare e mi stava chiedendo disperatamente aiuto. Era paralizzato in uno stato di equilibrio precario, ne sentivo lo sforzo quasi fisico, mentre cercava di non cadere, di non lasciarsi andare al dolore, di non piangere tutte le lacrime che premevano dietro le sue iridi. Ecco cosa gli avevano insegnato a fare: un soldato non si dispera, non piange, non perde il controllo. Soffre in silenzio. Io però non ero un soldato e lo amavo troppo per vederlo così.

Mossi un primo passo verso di lui e sembrò come se un fulmine avesse attraversato il suo sguardo. Era terrorizzato: io ero il suo punto di rottura, lo sbandamento che avrebbe causato la sua caduta, ma era necessario che cadesse.

Avvicinandomi, venimmo subito avvolti da una nube densa, come onde del mare in movimento, onde di colore a tratti gialle e a tratti arancioni. Stavolta, lo stavo facendo consapevolmente: lo stavo inondando di tutto il mio amore, perché sapesse che io ero lì, con lui, per aiutarlo a superare il suo dolore.

Infine i miei polpastrelli sentirono la pelle bagnata e tesa delle sue braccia. Dolcemente, lasciai scorrere le mie dita su quei muscoli tonici, ma completamente inutili in quel momento. Mi alzai in punta di piedi e intrecciai le mie mani dietro la sua nuca. Sentii le sue mani forti toccare come un soffio i miei fianchi, come se non sapesse come muoversi. Il suo sguardo non aveva lasciato un solo attimo il mio, in attesa della mia mossa, pronto a qualsiasi cosa io avessi pensato per aiutarlo.

Quando le mie labbra si poggiarono sulle sue, sembrò come se lo avessi spinto, come se all'improvviso si fosse risvegliato: le sue mani mi strinsero i fianchi fino a farmi male, tanto era il bisogno di entrarmi nella carne; le sue labbra si aprirono sulle mie come se volessero mangiarmi in profondi morsi. Il suo abbraccio divenne più stretto, fui scavata dai suoi polpastrelli sulla schiena, mentre riversava su di me tutta la sua disperazione. Stavolta io ero scoglio e lui mare in tempesta e si stava aggrappando a me con la forza di un tornado.

Riversai su di lui tutta la dolcezza dei miei sentimenti, gli carezzai il cuore come si carezzano le guance di un bambino. La forza bruta della sua angoscia venne inglobata dalla mia passione, incatenata con la grazia di un nastro di seta: morbido e inesorabilmente forte. Sembrava funzionare davvero, fino a che non sentii il sale sulle mie labbra.

Fu come pensare di poter sollevare un macigno: lo afferri e ti rendi conto che si sta muovendo, credi con tutta te stessa che si solleverà, ma quando fai forza sulle braccia ti accorgi che è davvero troppo pesante per i tuoi muscoli e che sarà tutto inutile.

Lo sentii piangere e singhiozzare sulle mie labbra, come un bambino piccolo. Fu tremendo. Fui colpita dalla violenza del suo dolore, che lo stava trascinando nel baratro ed ebbi paura.

Non riuscivo a sostenerlo, non riuscivo a risollevarlo come avrei voluto e non potevo far altro che sentirlo cadere verso la disperazione. Improvvisamente il mio giallo divenne quasi bianco, tutta la mia nube si stava schiarendo. Fui presa dal panico.

Giulio si staccò dalle mie labbra e posò la sua fronte stanca sull'incavo del mio collo. Non stava funzionando...

Iniziai a respirare affannosamente, terrorizzata. Non avrei mai accettato il bianco tra i colori di Giulio, non finché sarei vissuta. Era una mia priorità renderlo felice e la disperazione non era contemplata. Fui presa dalla rabbia per la mia incapacità. A che serviva il mio potere, se non riuscivo neanche a tirar fuori il mio compagno dal suo dolore?

Lo strinsi forte a me, mi aggrappai con forza ai suoi fianchi con le mie gambe: era mio e lo avrei difeso, sempre. Eppure stava diventando sempre più chiaro e io non riuscivo a cambiare i suoi colori.

Un urlo di impotenza fuoriuscì cattivo dalla mia bocca, mentre il mio cuore si squarciava.

Non so che cosa fu, ma subito dopo aver urlato, lo vidi chiaramente: io divenni stella. Chiara, brillante, iridescente, colma di calore. Giulio mi guardò esterrefatto, posando le sue grandi mani sui miei glutei, come se avesse paura che potessi volar via. Poi dei prismi colorati, così visibili da sembrare di poterli toccare, come piccole lame di ghiaccio, si sprigionarono dal mio cuore,  trapassando il corpo del mio compagno.

Una pioggia di luce e colori, la sentivo fuoriuscire da me ed era accompagnata da una sensazione meravigliosa: era amore, serenità, gioia. Era pace. Era arcobaleno.

Ecco cosa serviva, ecco a cosa servivo.

Tutto il dolore e l'angoscia, il senso di vuoto, la disperazione, il baratro, furono colmati dalla mia pace, dal mio amore, dal mio potere.

Giulio sembro respirare a pieni polmoni quella nuova sensazione, sollevando la testa verso l'alto, lasciando che il getto dell'acqua lavasse via le sue lacrime. Lo fece per attimi lunghissimi, immobile e mano a mano che si nutriva di me riprese il suo equilibrio.

Poi mi guardò con quel suo modo tenebroso ed intenso, sereno.

Mi tuffai sulle sue labbra, felice di riaverlo con me. Sentii le sue mani grandi sostenermi di nuovo, senza nessuno sforzo. Ebbi la sensazione che stessimo ruotando su noi stessi e alla fine sentii la  parete fredda di piastrelle aderire alla mia schiena.

La consapevolezza di ciò che stava per succedere riportò il sorriso anche sul mio volto.

"Non pensi di approfittare un po' troppo di me?" lo presi in giro.

Lo sentii sogghignare sulle mie labbra, mentre continuava a baciarmi, mentre il suo bacino si avvicinava al mio:

"Allora diciamo che ho bisogno di ringraziarti..." mi sussurrò con voce roca. Mi fissò in attesa. Io scoppiai a ridere, sollevata che tutto fosse di nuovo a posto.

Poi il suo sguardo si fece sottile, i suoi muscoli si tesero e finalmente lo sentii tuffarsi in me, dolce e preciso, ironico e potente, come era suo solito. Eravamo di nuovo noi, nella nostra nube rossa di passione, nel nostro guscio di magia solo nostro.



Mi ci volle più del previsto per riprendere coscienza di me. Erano passati già parecchi minuti da quando mi ero svegliata, ma continuavo a fissare i fasci di luce color arancio, che filtravano attraverso la grande finestra della camera.

Una mano calda e morbida solcò la mia pelle dalla coscia fino alla vita, scivolò verso l'addome e si fermò sopra l'ombelico. Con una pressione leggera, ma inesorabile, mi fece voltare dall'altro lato.

Fui soffocata da un bacio bollente. Lo fissai, sembrava ancora tranquillo.

"Buongiorno!" mi salutò allegro.

"Buongiorno, come stai?" volli sapere subito.

Un sorriso furbo gli illuminò il volto stropicciato dal sonno:

"Io sto bene, tu invece? Acciaccata?" mi prese in giro.

Gli mollai un bel pugno sul bicipite: "Mi stai sfidando?"

Un lampo infuocato passò tra il blu delle sue iridi: "Può darsi..."

Prima di rispondergli guardai la sveglia sul comodino. Le undici. Rimasi un attimo a riflettere, poi realizzai:

"Cazzo!" urlai. Giulio quasi tremò:

"Cosa?!"

"Siamo in un fottutissimo ritardo!" cercai di fargli capire, mentre lo spingevo via da sopra di me e scendevo dal letto.

"Di cosa stai parlando? Dove stai andando adesso?" chiese confuso.

"Stiamo... perché tu devi venire con me!" e agitai le mani per fargli capire che doveva darsi da fare a vestirsi, subito.

"Si ma dove?" continuò a chiedere, mentre si infilava i jeans e si girava su se stesso alla ricerca di una maglietta.

Aprii l'armadio e gli gettai addosso una camicia e un completo blu, piuttosto elegante.

"Metti questo" gli ordinai.

"Perché? Andiamo alla Casa Bianca?" chiese divertito.

"Una specie..." spiegai evasiva. Mi guardò esterrefatto, ma iniziò a vestisi senza fare altre domande.

In macchina seguii le indicazioni che mi erano state inviate al mio cellulare. Così mi ritrovai a parcheggiare in un vicolo contornato da enormi grattacieli. Per un attimo mi guardai intorno confusa, pensando di aver sbagliato, poi notai il fiocchetto bianco sul cancello, vicino ad un grosso muro in pietra.

"Siamo arrivati. Vieni" lo spronai a scendere dall'auto. Lo presi per mano e lo guidai lungo il selciato di un piccolo giardinetto, chiuso tra due solide pareti in pietra.

Entrammo in un portoncino in legno lasciato aperto e quasi corsi lungo il corridoio basso e schiacciato tra due pareti scure.

Arrivammo in un'ampia sala piena di credenze antiche, in mogano scuro. Il soffitto era schizzato a più di quattro metri, togliendoci la sensazione soffocante avuta nel corridoio.

"Aspettami qui!" gli ordinai senza tante cerimonie.

"Alex, mi dici cosa stai combinando? Dove siamo?" riprese a chiedermi.

Io mi ero spostata dietro un ampio armadio, che divideva la stanza in due ambienti.

"Che cosa stai facendo?" domandò cercando di venire dalla mia parte.

"Non ti muovere, ho quasi fatto!" lo fulminai.

Uscii fuori lentamente, emozionata e preoccupata allo stesso tempo.

Vidi la mascella di Giulio toccare il pavimento, completamente incantato a studiarmi in ogni minimo particolare.

Lo so che, dopo tutti gli anni che vivevamo sotto lo stesso tetto, il bianco non era proprio la scelta giusta, ma per una volta, lo avevo preferito a tutti gli altri colori.

Gli occhi del mio futuro marito brillavano di attesa:

"Alex? E' un abito da sposa quello?" sussurrò a fatica, visibilmente emozionato.

Gli sorrisi colma di gioia, per il suo sbandamento, testimonianza di come i sentimenti che stava provando in quel momento lo stessero destabilizzando.

"Scusami se ho aspettato tanto..." cercai di spiegarmi a parole "Perdonami se in questo modo ti ho fatto dubitare. Non era mia intenzione." mi stava fissando immobile, mentre il suo petto si sollevava e si abbassava velocemente, stretto nella camicia elegante.

"Alex, io..." cercò di parlare.

Mi avvicinai di corsa e gli poggiai due dita sulle labbra.

"Mi dispiace di non aver mai capito, di aver sempre pensato di poter rimandare, che per te non fosse poi così importante. Perdonami di non saper dimostrare fino in fondo quello che provo per te: non lo faccio apposta."

Sentii le sue mani aggrapparsi ai miei fianchi, come se cercasse un sostegno.

"Non deve esserci nel tuo cuore un solo infinitesimo dubbio che io non sia tua, completamente. Io e te siamo come due stelle di un sistema binario: legate fino alla fine dell'universo, stessa orbita, stesso destino." vidi le lacrime trasbordare dalle sue ciglia, mentre le sue iridi diventavano pura acqua.

"Io giuro oggi davanti a Dio che sono tua, sarò tua per sempre, sarò con te fino alla fine dei nostri giorni. Io non andrò mai via da te, non ti allontanerò mai da me, vivrò ogni istante per te. Mi prendo la responsabilità della tua felicità, ti dono la mia vita perché tu la custodisca." mi fermai, il cuore che pulsava isterico nel petto.

"Sposami Giulio, sposami adesso!" lo supplicai.

Inspirò con forza di fronte alla mia supplica. Continuava a fissarmi, scioccato.

"Avanti figliolo, non ci starai davvero pensando?" lo incoraggiò una voce alle sue spalle. Si voltò di scatto e il suo viso si illuminò di contentezza:

"Generale?" chiese, incapace di saperlo davvero lì, in quel mondo impazzito in cui io lo avevo trascinato. Dalla porta lasciata aperta, vidi la navata e tanti occhi che ci fissavano: i colleghi, il Capitano Derise da un lato e dall'altro lato, come a sancire la distanza fra quei due mondi, vidi le spalle possenti di Joe.

Sorrisi al ricordo di come aveva appreso la notizia Giò, il giorno prima, quando lo avevo chiamato uscita dal centro. Non si era affatto preoccupato di come poter riuscire ad organizzare un bel matrimonio in un giorno, ma si era innervosito all'idea di dover invitare gli agenti della CIA che gli avevo indicato.

Giulio li guardò, amici e colleghi, gente che era venuta per noi, persone che in qualche modo volevano dimostrarci il loro affetto. Non eravamo più soli contro il mondo, perle nere trattate come esseri pericolosi. Quelle persone credevano in noi, contavano su di noi. non potevamo dimenticarcene più.

Come se la loro presenza fosse sinonimo di realtà, realizzando in un colpo solo che non stava sognando, si voltò sicuro di nuovo a cercare i miei occhi e, drizzando la schiena, dichiarò sorridendo:

"Dove devo firmare?"

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