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Cap 23 Come un lampione nella nebbia


Uscii dal nuovo centro della CIA correndo, tuffandomi finalmente nella luce del sole, dopo un interrogatorio durato più di quattordici ore. Avevo fretta, ma il suo tepore ebbe comunque il tempo di rilassarmi un po', anche se quella sarebbe stata una delle giornate più difficili della mia vita. Ebbi solo il tempo di fare una telefonata...

Era stato uno strazio dover spiegare a colleghi e amici chi era Michael, perché lo stavo accusando e quali erano le prove che avevo contro di lui. Stranamente, nessuno aveva battuto ciglio quando avevo rivelato che avevo notato un suo comportamento ambiguo già da diverso tempo. Ero stata da lui più di una volta, prima dell'attentato al Trump, chiedendogli informazioni sul sequestro del Post Office. Era stato sempre evasivo sulle indagini. Dopo l'attentato, invece, aveva iniziato spudoratamente ad evitarmi. Avevo lasciato numerosi messaggi alla sua segretaria e l'unico risultato fu una mail, arrivata nella mia casella elettronica pochi giorni prima della mia cena con Giulio e Giò: confermava che l'esplosione aveva deliberatamente distrutto l'IRC, ma che non avrebbe dovuto colpire il Trump, quindi sicuramente erano persone non abituate a maneggiare così grossi quantitativi di C-4.

Mi aveva mentito e, nel mio mondo, chi mente, ha qualcosa da nascondere.

La sua aggressione nei miei confronti e la sua tentata fuga, avevano avvallato le prove in mio possesso, più di una confessione scritta.

Solo nel momento in cui avrei dovuto rivelare come sapevo che Michael era terrorizzato in quei momenti e dunque spiegare il potere che avevo, fui interrotta dall'arrivo nello studio di un pezzo grosso dei piani "altissimi".

"Buongiorno signori" fu tutto quello che servì per far scattare i presenti sull'attenti. Li guardò uno ad uno, senza vergognarsi del palese esame che stava svolgendo su di loro. Infine ordinò:

"Vorrei conferire in privato con il Tenente Barbera."

Sembrava una richiesta, ma in realtà suonò per tutti come un ordine indiscutibile, perché uscirono in silenzio senza rimostranze.

Quando l'ultimo agente si chiuse la porta alle spalle, il generale fissò il suo sguardo su di me e per la prima volta potei scrutarlo approfonditamente.

Era un uomo alto, snello, con i capelli nerissimi, tranne una leggera sfumatura grigio perla sulle tempie. Il suo completo gli cadeva addosso senza una piega, nonostante le ampie spalle, evidenti anche da sotto la giacca. Aveva una postura impettita e rilassata allo stesso tempo. Solo che il suo sguardo mostrava una commozione profonda, come se fosse felice di vedermi.

"Di che colore mi vedi, Alex?" mi domandò senza tergiversare.

Sgranai gli occhi di fronte a quella confessione. Forse non avrei dovuto meravigliarmi tanto; ero consapevole che il progetto "Colori", come era stato battezzato il mio addestramento e quello di Giulio, era stato seguito in tutti quegli anni non solo da Michael; non avevo però mai conosciuto i diretti interessati, oltre il traditore.

Rimanei comunque concentrata sul protocollo di sicurezza e risposi con il codice di accesso, quello che mi avrebbe davvero convinto che fosse a conoscenza di tutto ciò che riguardava i miei poteri:

"Celeste cielo, verde erba, giallo sole" risposi sicura.

Il Generale annuì soddisfatto:

"Brava bambina! Vedo che non ti lasci intimidire!"

"La sua risposta, prego..." continuai, intenzionata a tacere, fino a che non avrebbe completato la password.

Il Generale arricciò le labbra, come se fosse disgustato da ciò che stava per dire, poi recitò:

"Blu come la paura, verde come l'ansia, giallo come l'affetto!" e sorrise, sentendosi ridicolo.

"Grazie, signore!" sospirai, sicura di essere di fronte a una persona amica. "In questo momento la vedo effettivamente celeste, con leggere sfumature di giallo." fu la mia risposta sincera, con un'accezione vagamente interrogativa.

"Sì, lo so, ti stai chiedendo io chi sia..." intuì il mio stupore "Io sono colui che ha deciso di finanziare tutto il progetto "Colori", colui che ha chiesto a Michael di occuparsi della tua istruzione, militare e non, colui che in questi anni ti ha seguito sempre, passo dopo passo. Sono il primo che abbia creduto in te e nei tuoi poteri e, se vogliamo essere onesti fino in fondo, il primo che abbia salvaguardato la tua integrità, impedendo al centro ricerche di vivisezionarti come una cavia. Sono il generale Richard Hammerson, Direttore della sezione Sviluppo e Ricerca della CIA, sezione Nuove Armi" si presentò con un tono rilassato e a tratti vagamente emozionato, come se avesse aspettato a lungo per conoscermi di persona.

I miei occhi erano puntati nelle sue iridi nerissime, eppure così facili da decifrare. Capii, in quel lungo istante di sorpresa, che tutta la mia vita si era modificata secondo gli ordini di quell'uomo. Tutto ciò che ero diventata era frutto delle sue decisioni su di me o se vogliamo essere sinceri, delle sue aspirazioni.

Non ero certa di essergli grata, perché nell'ultimo periodo non avevo avuto proprio una vita tranquilla. C'erano però milioni di domande che solcarono i miei pensieri, a cui nessuno in tutti quegli anni aveva avuto il permesso di dare delle risposte, meno di tutti Michael...

Pensare a lui mi causava delle profonde fitte al cuore. Non per me, lo avevo allontanato da me già da molto tempo, riconoscendo in lui un'accezione pericolosa che non riuscivo a spiegarmi, almeno fino al giorno prima; ero addolorata per Giulio, che invece lo aveva trattato alla stregua di un padre, fino a che aveva dovuto decidere di colpirlo, per salvare me.

Non avevo più sentito né visto il mio dolce tesoro, non avevo ancora avuto modo di spiegarmi con lui, ma sentivo la sua anima disperata all'interno del centro e, a ondate costanti, cercavo di carezzarlo con tutto il mio amore e mi sforzavo di lenire il suo dolore con un po' di serenità. Dopo il mese di coma, inviare a distanza i miei sentimenti a Giulio, mi era risultato sempre più facile; anche a grandi distanze, riuscivo a percepire la sua anima e carezzarla con il mio amore per lui. Anche se quel giorno ero consapevole di non star facendo abbastanza e lo sentivo in un baratro di disperazione e agonia tale, da desiderare di poterlo raggiungere, anche fisicamente, il prima possibile.

Fu forse a causa di quel malessere, che la prima domanda che rivolsi all'unica persona informata di tutto ciò che mi riguardava, verté sul mio compagno e non su di me:

"Anche di Giulio?" volli sapere, perché sul come Giulio fosse arrivato lì, molti anni prima di me, rimaneva ancora immerso in una nube indefinita.

Il Generale Hammerson mi sorrise gentilmente: "Giulio è stato il germe del progetto, il seme che ci ha convinto che il tuo potere esisteva davvero. Solo che non siete uguali, come tu stessa mi hai dimostrato più volte: siete legati, ma con funzioni diverse."

Sì, eravamo noi stessi consapevoli della nostra diversità.

"Come lo avete trovato?" era l'unico quesito che mi interessava davvero, il punto di partenza, le origini della mia vita a Washington.

Una smorfia amara rattristò il volto del generale, come se quello che di lì a poco sarebbe uscito dalle sue labbra lo ferisse ancora nel profondo. Capii che tutto ciò che non sapevo di Giulio aveva a che fare con il dolore, spiegando così il motivo per cui non me ne aveva mai voluto parlare.

"Un giorno di parecchi anni fa, quando ancora non ero direttore del dipartimento Sviluppo, Michael mi parlò di alcune voci che raccontavano insistentemente di un ragazzo, ricoverato presso l'Ospedale di Santa Croce di Moncalieri, in Italia, all'interno del Dipartimento di salute mentale. Aveva avuto varie crisi nervose, sembrava spaventato, ma prima di tutto sembrava riconoscere in un secondo lo stato d'animo dei paramedici e dei dottori che lo visitavano. Andammo insieme a capire di cosa si trattava e rimanemmo strabiliati dalle abilità di Giulio, che a quel tempo aveva solo sedici anni. Riuscimmo a farlo trasferire da noi, inventandoci una cura sperimentale per casi di allucinazioni e lo portammo con noi a Washington. Ci vollero parecchi mesi, prima di riuscire a convincere un ragazzo spaventato che i suoi poteri potevano essere anche utili."

Come se il racconto lo avesse sfiancato, il generale decise di sedersi vicino a me, in una delle poltroncine dello studio del Capitano Derise.

"Anche in questo tu ci hai mostrato la tua superiorità: quando tuo padre, che era a conoscenza a grandi linee che Michael lavorasse in un centro di cure psichiatriche sperimentali, ci ha parlato di te, abbiamo riconosciuto i sintomi e abbiamo inviato Giulio sotto copertura. Ci riferì che eri una ragazza piuttosto tranquilla ed equilibrata, introdotta nella società e all'apparenza normale, solo che..."

"Non mi vedeva a colori..." completai il discorso.

Annuì, sorridendo alla mia intelligenza.

"Ma i genitori di Giulio?" riflettei tra me, risollevando uno dei quesiti che più mi avevano solleticato la curiosità in quegli anni, accanto a quel ragazzo determinato e dolcissimo.

"Quando siamo andati da lui in Italia, all'ospedale ci dissero di averlo trovato legato ad un albero nel cortile dell'istituto: ruggiva come una belva per essere stato legato a quel modo, ma nessuno venne mai a cercarlo nei mesi successivi. Ho rintracciato quasi dopo una settimana che era con noi a Washington la sua famiglia, ma, nonostante le mie rassicurazioni che il figlio non fosse matto, non hanno voluto più saperne di lui e dei suoi continui colpi di testa. Mi dissero che nell'ultimo anno passato con lui avevano iniziato a temerlo... Credo che per Giulio, dopo quell'episodio, l'unica figura paterna fosse rimasto Michael: ai suoi occhi io sono solo il Grande Capo, come mi ha sempre chiamato." Un leggero sorriso di tenerezza illuminò il suo volto austero, ma gioviale.

Era stata la mia più grande paura per anni: essere abbandonata in un centro psichiatrico. Giulio era più grande e forse doveva aver pensato egli stesso di stare impazzendo. Io ero stata solo più furba, imparando a far finta di essere normale. Mi tornarono alla mente tutti quegli atteggiamenti un po' possessivi del mio compagno, il suo modo tremendamente agitato di proteggermi, il suo costante bisogno di toccarmi o di sapere dove fossi. Non era solo per necessità di sapermi in salvo, dunque: era anche per sentire che io c'ero, non stavo andando da nessuna parte... non lo stavo abbandonando come la sua famiglia...

Immediatamente capii che avevo qualcosa da fare, urgente; qualcosa che avevo rimandato fin troppo e che forse per il mio amore, doveva essere sembrata indecisione...

Io avevo avuto una famiglia, costantemente preoccupata per la mia salute, ma presente. Per loro avevo finto di stare bene e per anni avevo persino creduto di riuscirci. Fino a quando mio padre mi aveva ugualmente presentato Michael...

Il pensiero della mia famiglia, mi ricordò una questione ancora in sospeso:

"Quanti?" chiesi, chiudendo gli occhi dalla paura.

"Quanti cosa?" non capì il generale.

"Quanti altri ci sono come me?" specificai.

Fui strangolata da una morsa intorno al collo. Perché avevo chiesto? Non volevo sentire la risposta, mi faceva troppa paura. Eppure, avevo bisorgno di sapere.

"La risposta alla tua domanda la troverai a casa, da Giulio." fu tutto quello che mi sentii rispondere.

"Come?" domandai esterrefatta.

"Giulio mi ha informato che non eri pronta per conoscere la verità, così la sta conservando per te, in attesa che tu sia abbastanza forte da chiedere" mi spiegò gentilmente, con un accezione quasi fiera, mentre le parole si posavano sul mio compagno.

Sì, erano stati quelli i nostri patti, dopo le parole di Hermann. Forse avevano ragione loro, perché non ero ancora pronta a sapere la verità sulla mia natura, altrimenti sarei già dovuta tornare ad interrogare quell'uomo in prigione che mi scombussolava dentro.

"Adesso, ho io una domanda per te..." mi fissò serio. Sollevai lo sguardo fino a lui e, oramai certa di potermi fidare di quell'uomo sincero, acconsentii al suo interrogatorio.

"Ti ha fatto nomi?" mi chiese laconico, ma non avevo bisogno di altro per capire a cosa si stava riferendo.

Negai con la testa, dispiaciuta. "Non era sua intenzione aiutarmi. Ha detto che sono troppo potenti perfino per noi..."

"Sei certa che non fosse solo un altro suo inganno?" volle essere certo. Così gli diedi l'ultima prova della veridicità dei miei pensieri su Michael:

"Era completamente blu..."

Annuì convinto. Tirò fuori da una tasca interna della giacca una specie di pistola in miniatura, poco più grande di un pugno. La osservai, meravigliata. Notando la mia sorpresa, spiegò:

"Qui non ci sono telecamere e io, da oggi, sarò il tuo unico referente, oltre Giulio. Per questo ti darò una linea diretta con me. Dammi il braccio!"

Lo fissai allibita, insicura su cosa rispondere. Eppure quell'uomo conosceva Giulio da una vita e ne parlava con affetto. Potevo aver dubbi su tutto e tutti in quegli ultimi tempi, ma di certo non sul giudizio del mio premuroso compagno. Inoltre non aveva cambiato neanche una volta colore da quando era entrato nello studio, segno che era stato completamente sincero con me.

Allungai il braccio alla sua mercé. Lo afferrò dolcemente e vi poggiò sopra la pistola trasparente. Sentii una leggera piccata, ma nulla di più.

Guardai più da vicino, ma non c'era nulla di visibile da sopra l'epidermide.

"E' una ricetrasmittente interna, ne ha una anche Giulio, da parecchi anni... beh dall'inizio!" sogghignò con fare divertito. "Sai, i primi mesi, soprattutto nelle ore notturne, non si ricordava di preciso perché era qui con me e tendeva a sparire in giro per gli States con la sua moto, così gli ho introdotto la ricetrasmittente." spiegò con aria furba.

"E ha dovuto usarla spesso?" gli chiesi, più rilassata dall'idea di un Giulio, di solito così ligio al dovere, ribelle e fuggitivo.

"Non sono io a doverla attivare, ma tu. Ti basta poggiare il pollice qui sopra, vedi?"mi posizionò il pollice sopra una leggera macchiolina bluastra che nel frattempo si era creata nella parte interna del mio avambraccio " E l'altro di qua, in modo da creare un campo di calore" e spostò il mio dito medio nella parte esterna del braccio, così che le due dita si trovassero sullo stesso asse.

"Non capisco, se non può attivarla, allora come faceva a rintracciare Giulio?"

"Non siete prigionieri, mia cara. Ogni volta che si perdeva tra uno stato e l'altro dell'America, era lo stesso Giulio a mettersi in contatto con me, con un'abbondante dose di imbarazzo..." rise divertito, al ricordo di un ragazzino impertinente costretto a dichiararsi sconfitto.

"Adesso non chiamerebbe più!" precisai, rispondendo giocosa.

Il volto del generale si fece sofferente e serissimo in un battito di ciglia. Sembrò valutare se confessarmi un altro segreto oppure no. Alla fine chiarì:

"Mi ha chiamato ieri, invece, spiegandomi cosa era successo e cosa aveva fatto..."

"Ah..." riuscii solo a dire, colpita da un dolore sordo. "Mi dispiace per ciò che ho fatto..." tirai fuori finalmente "se avessi agito in maniera diversa, forse... non so..."

Fu allora che quell'uomo potente e allo stesso tempo stranamente affabile, mi posò una mano gigantesca su una spalla e mi costrinse a guardarlo in volto:

"Tu hai un dono enorme, Alex, non lasciare che qualcuno ti dica il contrario: se dentro di te senti che qualcosa non va, segui il tuo cuore, perché hai la possibilità di vedere il mondo come nessun altro può e per questo ne vedi amplificati i pregi e i difetti. Fidati di te stessa e tieni Giulio sempre vicino a te, perché è stato addestrato come un soldato proprio per proteggerti e te lo ha appena dimostrato, non credi? Il tuo potere è protetto da un programma di sicurezza molto esteso, ma se Michael ne avesse parlato con i suoi complici, potrebbe esserci qualcuno interessato a voi."

Annuii pensierosa. Forse era la prima persona che incontravo, dopo Giulio, a mostrarmi l'importanza del mio potere.

"Ora vado..." mi sollevai dalla poltrona, frastornata, ma molto più serena. "Grazie Generale Hammerson, di tutto!" gli sorrisi grata.

"No, Alex, sono io ad esserti grato. E chiamami Richard per favore, potrei essere tuo padre..."

Lo osservai malinconica. Arrivai alla porta e prima di aprirla, gli confessai: "Ho come l'impressione che in fondo lo sia davvero, forse anche più di quello biologico!" e uscii, troppo commossa da questa nuova conoscenza per rimanere ad osservare la sua reazione.

Feci dieci passi nel corridoio, ripensando a tutto ciò che mi aveva raccontato quell'uomo, quando percepii l'assenza di Giulio dal centro. Quando se ne era andato?

Iniziai a correre fino agli ascensori e non mi fermai fino a che non parcheggiai davanti a casa nostra.

Le luci erano accese. Era arrivato il momento di affrontare il dolore, mio e suo, tutte le mie colpe e tutta la sua rabbia. Soprattutto però, non ero assolutamente pronta ad affrontare la disperazione della persona che amavo, mi sentivo come se dovessi squartare un bambino: quando la vita ci costringe ad affrontare la sofferenza di un innocente, allora il profumo della morte diventa più ammaliante. Io ero stata nel lago di latte del nulla e ricordavo quanto dolce fosse l'oblio, ma in quel momento sapevo che invece non mi era consentito dimenticare. Avrei dovuto attraversare il deserto del dolore e bruciare nel fuoco della colpa, solo per tirarne fuori Giulio e riconsegnarlo alla serenità. Sentivo che stava aspettando me e tutto il mio aiuto e io avevo solo una pallida idea di ciò che avrei dovuto fare.

Presi un profondo respiro e aprii la porta di casa, raccogliendo ad ogni passo tutta la mia forza e tutto il mio potere, perché avrei dovuto usarli entrambi, dando fondo a tutto ciò che ero, solo per lui.

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