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Cap 14 Troppo tardi?

Le quattro del mattino.

Fare l'amore con Giulio per tutta la notte era a dir poco appagante. Fare l'amore con Giulio tutta la settimana dopo ogni suo ritorno era entusiasmante.

Quel ragazzo, entrato nella mia vita come un uragano, senza preavviso e senza chiedere permesso, rimaneva il mio fulcro, l'unico piedistallo solido di una vita fatta di giornate adrenaliniche e notti pensierose. Quando era lontano, tutto sembrava annebbiarsi e l'idea di fuggire con lui ritornava prepotente ad affacciarsi nella mia mente. Quando eravamo insieme, tutto diventava facile e anche il peggio, con lui accanto, poteva risultare addirittura divertente.

Spiegare l'amore non è mai semplice, ma per noi due credo che la definizione esatta sia "complementarietà": eravamo due entità distinte, con caratteri diametralmente opposti, eppure i nostri poteri insieme sembravano dilatarsi, espandersi all'infinito. O meglio, Giulio era l'energia che potenziava i miei poteri, perché i suoi erano entrambi legati in qualche modo a me, mentre i miei erano rivolti all'universo intero.

Vedevamo entrambi le persone a colori, questo oramai era un dato di fatto; quando eravamo vicini, spesso creavamo una nube multicolore stupefacente, di cui ancora non avevo capito il reale significato, se non che i nostri sentimenti, le nostre caratteristiche, mescolate, diventavano potentissime.

Avevamo scoperto solo da pochi anni che Giulio riusciva a vedermi da miglia di distanza. Era accaduto per caso, un giorno che lo ero andato a prendere al aereoporto. Quando ancora non era visibile la città, aveva notato in cielo una scia arcobaleno, che procedeva decisa dall'alto verso terra. Avvicinandosi mano a mano, era stato come cercare la fine dell'arcobaleno, solo che invece della pentola di monete d'oro, c'ero io.

Da vicino i colori sparivano e si ripresentavano solo illuminati dai nostri sentimenti, ma da lontano erano nitidi e luminosi. Noi vedevamo le persone a colori, ma se gli altri avessero potuto vedere noi, sicuramente saremmo stati entrambi arcobaleno. O almeno credo, perché io invece non vedevo i colori di Giulio neanche da lontano. Un po' mi dispiaceva, ma ho sempre pensato che fosse dovuto al fatto che non avevamo poteri uguali. Giulio non sapeva modificare i sentimenti di una persona con il tocco di una mano, mescolare i suoi colori a proprio favore. Preferivo che fosse così: mi fidavo ciecamente di lui, conoscevo il suo animo senza ombre, ero consapevole che non c'era la minima traccia di odio o semplice cattiveria in lui; comunque saperlo lontano dalla possibilità di trasformare un essere umano in una bomba di rabbia e odio, rimaneva sinonimo di tranquillità per me.

Lasciai i miei pensieri in mano a Morfeo, serena e rilassata.

Quando riaprii gli occhi, erano puntati sui numeri rossi della sveglia digitale: le sette e venticinque.

Capii solo dopo che a richiamarmi dal mondo dei sogni era stato lo squillo del cellulare. Non avevo fatto in tempo a rispondere, così andai a vedere chi mi stava cercando a quell'ora improponibile di domenica mattina.

"Chi era?" mi sentii domandare dalla voce assonnata di Giulio, proveniente da sotto i cuscini.

Controllai la lista delle chiamate: "Il tenente Derise..." risposi, già preoccupata. Il tenente non chiamava mai nei cellulari dei suoi agenti, se non per esigenze urgenti. C'era un centralino efficentissimo per questo compito.

"Richiamalo! Deve essere successo qualcosa di grave." mi suggerì allora il mio compagno di letto, sollevandosi a sedere tra le lenzuola.

Feci ripartire la chiamata e attesi:

"Barbera? Meno male! Ascolta, ho bisogno di te, subito!" fu la risposta che arrivò dal microfono dell'apparecchio.

"Un altro attentato?" chiesi già sicura.

"Purtroppo peggio, molto peggio... non posso parlare per telefono. Vieni al 1100 di Pennsylvania Awe, al Trump International Hotel e chiedi di me alla reception..." La conversazione fu interrotta.

Guardai in faccia il ragazzo accanto a me, ma vi trovai solo preoccupazione e due occhi sgranati dal panico.

"Vedrai che non è niente..." cercai di sminuire, alzandomi dal letto.

Giulio fece lo stesso dall'altro lato, ma le sue parole furono l'opposto delle mie:

"Vedrai che sarà una brutta gatta da pelare!"


Arrivammo nel giro di mezz'ora all'Hotel. Mi resi conto immediatamente che eravamo a dieci minuti a piedi dalla Casa Bianca. Il mio sesto senso aveva ricominciato a macinare parolacce, segno che avrei dovuto aspettarmi il peggio.

Il Trump è uno degli alberghi più costosi a Washington, ospita spesso persone altamente referenziate dai palazzi di governo. Ospiti importanti.

La hall era grande come uno stadio, coperto da una scenografica cappella di vetro, potenziata alla base da giganteschi travi in ferro dipinto in oro, che si intrecciavano a mezz'aria come le antiche capriate delle chiese gotiche, soltanto che la loro forma era snella e sinuosa come il volo di una rondine. A terra, il groviglio di tavolini e divanetti, per un attimo mi confuse a tal punto, che lasciai a Giulio il compito di trovare la reception.

Che diavolo ci facevamo in quel posto pieno di stucchi in oro?

Prendemmo l'ascensore fino al quarto piano. La signorina incaricata di accompagnarci ci indicò il numero della camera, ma non scese sul corridoio del piano, anzi: si preoccupò di spingere frettolosamente il tasto di discesa. Ebbi l'impressione che stesse tremando.

A metà del corridoio riconobbi la voce incrinata del tenente Derise. Ci fermammo sul ciglio della porta, ad osservare preoccupati gli agenti del CSI che stendevano teli sul pavimento di moquette della suite. Alla fine, lo chiamai.

"Tenente, sono Barbera." La mia voce uscì leggermente agitata.

Spuntò fuori da una porta del salottino, con le copriscarpe di plastica ai piedi.

"Alex? Vestitela! Ho bisogno di lei qui. Giulio? Sei qui anche tu, meglio! Vestite anche lui!" e rientrò in quello che immaginai essere il bagno della camera. Derise era completamente verde acqua: brutto segno... bruttissimo segno.

Mentre mi passavano l'occorrente per entrare, galoches, cuffia, camice di plastica, osservai la stanza: aveva un salottino d'ingresso grande quanto il nostro soggiorno, con divanetti di velluto azzurro e struttura in legno dorato. Sulla parete opposta alla porta si aprivano due alte vetrate, anch'esse di tonalità azzurra grazie a uno strato di tende pesanti, spezzate al centro da uno strato in cotone bianco.

Fu quel drappo leggero ad attirare prima di tutto la mia attenzione. Identificai senza troppa fatica le tracce di una mano su quel cotone semitrasparente: era di un colore scuro, che con la luce alle spalle non potei riconoscere.

Finalmente ebbi il permesso di entrare. Varcata la soglia della suite, mi diressi senza pensare nella stanza da cui era uscito il tenente.

Nella mia vita avevo visto tante cose, belle oppure brutte. Nessuno però sarebbe riuscito a prepararmi a quello che sarebbe accaduto quel giorno.

La prima cosa che notai fu il colore rosso, non del tenente, né dei due agenti inginocchiati a terra, ma del sangue che copriva la metà della stanza da bagno. Avevano creato un piccolo corridoio con un telo bianco, per raggiungere la vasca e l'origine di quel fiume raccapricciante.

Quando lo vidi, credo di aver sbandato visibilmente, perché sentii le mani di Giulio sostenermi veloci sotto le ascelle.

Inspirai violentemente alla ricerca di ossigeno, mentre mi coprii la bocca con una mano per impedirmi di urlare. Sentii le lacrime trasbordare con la violenza di una cascata dalle mie ciglia, mentre le ginocchia gridavano il bisogno di toccare il pavimento.

Il tenente Proud era seduto sulle mattonelle, la schiena appoggiata alla vasca. Sembrava riposarsi dopo una lunga corsa: le gambe distese e aperte, i piedi in fuori in una posa rilassata, le braccia appoggiate sul bordo della vasca, con i gomiti verso l'interno e le mani ciondolanti verso di me. Era completamente nudo, mostrando tutta la sua figura statuaria. Un'opera d'arte in marmo, come tante ne possiamo ammirare nei musei.

L'unica nota stonata era la sua testa, riversata all'indietro in maniera innaturale. Forse a causa dello squarcio che solcava la sua carotide da destra a sinistra, oppure gli avevano anche spezzato l'osso del collo. Tutto perché i suoi occhi spalancati arrivassero a leggere la scritta sulle piastrelle di marmo sopra la vasca.

L'avevano scritta con il suo sangue, colato sul pavimento e all'interno della vasca, con la punta di un asciugamano. Visualizzai alla perfezione il movimento che avevano dovuto eseguire con cura, perché i segni fossero così precisi. Vedevo le lettere, ma il mio cervello non era in grado di carpirne il significato.

Alex, stop it.

"Credo che sia indirizzato a te, Alex... Non ne capisco il senso, ma stanno cercando di attirare la tua attenzione... e ci sono riusciti in pieno, credo!"

Il tenente Derise mi fissava stravolto e io non avevo la forza di pronunciare una singola parola.

Girai i tacchi e uscii sul pianerottolo, cercando di respirare. Mi buttai in ginocchio e iniziai a piangere convulsamente.

No! Come poteva essere vero? Era un tenente della CIA cazzo, un esperto artificiere. Era stato in Afghanistan! Come erano riusciti a ridurlo così? Il senso di umiliazione per quel corpo squartato e nudo, mi travolse come un treno. Era un combattente eccezionale, abile nel corpo a corpo, maneggiava il coltello come una bandito siciliano. Come ci erano riusciti?

"Alzati Alex..."

La voce lontana e fredda di Giulio mi raggiunse tra le lacrime. Non lo ascoltai e continuai a piangere, chiusa nella mia bolla.

"Alzati Alex! Credo che tu mi debba una spiegazione!"

Aprii gli occhi e seguii inebetita il filare di porte del lungo corridoio del piano. Il mio cervello aveva percepito una nota stonata e un campanello di allarme stava suonando fastidiosamente nella mia testa. Mi costrinsi a poggiare le mani per terra e a riacquistare la posizione eretta. Solo allora mi voltai verso Giulio.

Sembrava una statua di ghiaccio, immortalata nella sua espressione più arrabbiata. Non muoveva nemmeno un muscolo e credetti che sarebbe presto rimasto senza ossigeno, se non avesse permesso ai suoi polmoni di dilatarsi.

Solo alla fine, la mia mente, annebbiata dalle immagini di quel bagno, arrivò a capire ciò che gli stavano rimandando gli occhi e le orecchie in quel momento. Osservai allora con stupore il suo volto teso, le sue sopracciglia strette sulla fronte, le sue labbra stritolate a cercare di tacere. Era arrabbiato?

Il tenente Derise uscì in quell'istante dalla suite, mi toccò un gomito con poca gentilezza e mi voltò a forza perché lo guardassi:

"Alex, so per certo che conoscevi Proud. Adesso dimmi che altro invece non so!" Per una frazione di secondo i suoi occhi incrociarono quelli di Giulio.

A cosa stavano alludendo? Riuscivo solo a rendermi conto che entrambi stavano facendo riferimento a qualcosa di cui io non ero a conoscenza.

Il corpo nudo del tenente riprese prepotentemente possesso della mia visuale e le lacrime ricominciarono a solcare le mie guance.

Fu in quel momento che conobbi un lato di Giulio fino a quel momento nascosto. Mi prese con forza le braccia, con le sue mani morbide e possenti iniziò a scuotermi con una rabbia di cui ero completamente all'oscuro: "Alex, dimmi che cosa c'era fra te e Proud, porca puttana!" e mi lasciò andare con così tanto slancio che andai a sbattere sulla parete opposta del corridoio.

Di cosa stavano parlando? Perché tutta questa rabbia nei miei confronti?

Raccontai stremata la mia verità:

"Ho conosciuto il tenente Proud durante i primi anni di esercitazioni al Centro. Un giorno era vicino alla parete rocciosa, che mi studiava. Quando scesi, dopo l'ennesimo fallimento, mi suggerì come avrei dovuto usare le braccia e le gambe contemporaneamente e il giorno dopo riuscii a salire fino in cima." Un buco gigantesco si stava aprendo all'altezza del mio petto, ma mi costrinsi a continuare. "Festeggiammo il mio successo con un'abbondante colazione all'italiana e da quel giorno, credo che siano state poche le mattine che non ci siamo visti al bar. Mi piaceva il suo modo semplice di affrontare i problemi, quasi con leggerezza. Mi dava coraggio. Mi ricordava Antonio per via della sua altezza." sospirai, quasi senza fiato. "Era un amico." scossi la testa incredula "Un bellissimo, affascinante donnaiolo, ma per me, solo un amico intelligente e premuroso." le lacrime non vollero più saperne dei miei confini e tornarono con prepotenza a defluire dai miei occhi.

Per tutto il tempo avevo guardato il pavimento di moquette, come se la mia amicizia con Proud fosse una vergogna che avevo l'obbligo di confessare.

"Era l'unica persona celeste che ho incontrato da quando sono in America, era dissetante parlare con lui..." ammisi tuffando i miei occhi nel blu tempestoso di Giulio.

"Questo spiegherebbe perché hanno scelto lui... Ma non spiega il messaggio!" concluse il tenente Derise.

Mi voltai verso di lui sorpresa: "Quale messaggio?"

"Alex..." sentii le dita di Giulio carezzarmi dove un attimo prima mi aveva fatto male. Con dolcezza, lo sguardo desolato, si avvicinò di nuovo a me. Lo lasciai fare. Non era quello il momento di farmi spiegare i suoi perché. Per una volta, non ero pronta a preoccuparmi di lui.

Mi prese il viso tra le sue mani di nuovo tenere e cercò di chiarirmi meglio quello che ancora mi sfuggiva.

"Alex su quel muro c'è il tuo nome! Tutta questa pantomima è stata studiata perché tu ricevessi chiaro un messaggio..."

Alex, stop it

All'improvviso rividi quelle parole sulle piastrelle bianche del bagno, il sangue che colava verso terra e il loro significato si materializzò tra i miei pensieri. Sì, il messaggio era sicuramente rivolto a me. Solo che, non riuscivo a capire chi fosse a conoscenza della mia chiacchierata con Proud, di soli pochi giorni prima. Quella di cui fui certa però, fu la direzione in cui procedere.

Nell'esatto istante in cui le mie labbra furono pronte a spiegare le mie conclusioni a Giulio e al tenente Derise, un boato apocalittico riecheggiò in tutto l'hotel. Fu solo una frazione di secondo, poi il pavimento del corridoio iniziò a tremare, si sollevò e fummo sbalzati con troppa forza sul soffitto del piano. Ricordo solo di essermi aggrappata alle spalle di Giulio, per frappormi fra lui e il soffitto. Poi, il dolore lancinante alla testa e alle spalle, per il colpo preso. Dopo fu solo buio e silenzio. Infine, fu solo una distesa di bianco, tanto bianco... e io odio il bianco: porta solo guai.

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