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Cap 13 Un'alba misteriosa


"Hai due secondi netti per darmi una valida ragione per cui io sia dovuto venire qui, nel cuore della notte, vorrei sottolineare."

"Siediti e ascolta!"

Capivo onestamente l'atteggiamento scocciato di Michael in quel momento, ma farmi passare per la bambina viziata, che ha voglia di gelato al cocomero in orari improponibili, no, non era sopportabile.

Avrei potuto farmi spostare già anni prima in una nuova squadra, magari facente capo a quel gran pezzo di manzo del Tenente Roud, solo che, nonostante Michael fosse un pezzo di merda, non riuscivo proprio a togliermi dal cuore la riconoscenza verso quell'uomo, che, in bene o in male, aveva modificato la mia vita. Se non avesse creduto a Giulio, se non avesse creduto in me, pur senza vedere nulla di ciò che vediamo noi, forse, in quel momento, sarei potuta essere impiegata in qualche centro per l'impiego a scrutinare ragazzi sfaccendati e capire quanto poco profonda fosse la loro voglia di lavorare davvero. Oppure, alla lunga, i miei mi avrebbero magari rinchiusa in qualche clinica psichiatrica e, mi fa male solo pensarlo, non avrei avuto accanto a me quel bellissimo angelo di ragazzo. Oddio, accanto è una parola grossa!

Quel pensiero mi spinse automaticamente a guardare il mio orologio: lo avevamo comprato, insieme ad un altro da uomo, un mese dopo aver stabilito che non potevamo più fare a meno di essere una coppia. Avevano entrambi un timer, con il quale scandivamo le ore che ci rimanevano, prima che i nostri corpi cominciassero a soffrire di lontananza. Quando nell'orologio scattava l'ora x, avevamo ancora sei ore di tempo prima del punto di non ritorno, ma di solito il timer non suonava mai. Quel mattino, mancavano ancora otto ore alla campanella... era ancora tutto a posto.

L'ufficio di Michael era rischiarato da una leggera luce, non era ancora davvero giorno, ma il cielo si era già colorato di un bell'azzurro ciano.

Il mio capo invece era di un vomitevole verde fango. Capivo la rabbia dell'alzataccia, ma perché, quando parlava da solo con me, tendeva sempre al verde? All'inizio non era così, era sempre gentile, rilassato, soddisfatto del nostro rapporto. Quando capì che io e Giulio non solo eravamo inseparabili, ma agognavano ogni istante insieme, divenne più distaccato con tutti e due, meno gioviale, più metodico direi, più agente superiore e meno amico. Presi atto del suo cambiamento, anche se, in fondo, non ne feci poi un affare di stato. Non sarebbe stato comunque semplice comportarsi da amica con lui, dopo aver scoperto che avrebbe potuto vedermi morire, quel giorno nella foresta, senza battere ciglio.

Quando ero passata all'Anticrimine, Michael era stato promosso a vicedirettore generale, grazie a me, mi piaceva pensare.

"Chi era secondo te quel ragazzo?" gli chiesi senza tanti preamboli.

Strinse i suoi occhi calcolatori in due piccole fessure. Il suo verde si fece più vivo.

"Uno sfigato suicida?" replicò stizzito.

Annuii. Se volevamo essere onesti, per come si erano svolti i fatti, per quello che le telecamere ci potevano raccontare, sì, poteva essere esatto.

"Come è riuscito ad impossessarsi dell'ufficio postale?" continuai con il tono di un vero e proprio interrogatorio. "Dov'era la guardia armata quando ha iniziato a sparare?"

"Perché ti interessa? L'attentatore è morto, gli ostaggi stanno quasi tutti bene: fine del caso!" rispose sputando fuori le parole, come a voler rimarcare che la parte della faccenda che riguardava me era finita. Gli antefatti non erano contemplati nel mio lavoro.

Staccai il mio fondo schiena dalla parete di fronte alla sua scrivania, da cui era possibile rimirare sia Michael, grazie alla piccola abat-jour accanto al suo intoccabile porta attaches, acquistato nel suo oramai lontano nel tempo viaggio in Tailandia, sia il panorama alle sue spalle, che avrebbe presto offerto una spettacolare alba.

Gli voltai le spalle e iniziai a leggere i titoli degli schedari della sua libreria.

"Dimentichi che interrogo indiziati tutti i giorni..." chiarii con una fin troppo limpida ironia.

Sbuffò. Fece roteare la sua poltroncina elegante su se stessa e poggiò i piedi sul mobile basso alle sue spalle. Sembrava pronto a godersi il sorgere del sole.

"Ti vedo Michael, ricordi?" sentenziai, divertita dal suo ingenuo tentativo di sembrare disteso.

"Vuoi dirmi che cosa hai visto o no?" rispose perdendo finalmente la pazienza.

Mi voltai di scatto, poggiai con un tonfo sordo le mani sulla formica della scrivania e sputai il mio rospo:

"Prima rispondi! Chi cazzo era quel ragazzo e come ha fatto a superare con tanta facilità gli allarmi di un Post Office? Siamo in stato di allerta da anni, ci sono gli allarmi, le grate, le guardie armate! Possibile che non siano serviti a nulla contro un..." mi risollevai e iniziai innervosita a gesticolare "...quanto? Venticinquenne? Quanto era bravo come perito informatico per eliminare tutti i sistemi della sicurezza in un colpo solo?"

Silenzio.

Davvero pensava di fregarmi con un po' di mutismo? Il blu cominciò a prendere il sopravvento in tutta la sua figura. Lo osservai riflettere, ponderare i pro e i contro della confessione che non era preparato a farmi.

Sospirò e pensai di aver vinto.

"Sei troppo in gamba... finirai per metterti in guai seri..." fu l'unica osservazione che uscì dalle sue labbra, lo sguardo perso nel cielo fattosi luminoso.

"Ci penserò dopo..." risposi evasiva, per nulla preoccupata della sua fin troppo palese minaccia. "Adesso voglio che tu mi dica che cosa sta succedendo, perché quel teatrino poteva sviare te e la tua squadra, non me!" lo presi per le spalle e lo voltai verso di me con tutta la sua maledetta sedia.

Mi fissò sorridente, o meglio, strafottente: "Tu non sbagli mai, vero darling?"

Lo odiavo, quando cercava di fottermi.

No. Io non ero solita fare errori. Non nel leggere le persone almeno. Nonostante il mio strano potere, con cui riuscivo a capire fino in fondo i sentimenti nell'animo di chi mi stava di fronte, nonostante riuscissi in qualche modo a manipolare tali sentimenti a mio favore, c'era qualcosa di più in me: un sesto senso, che mi permetteva di sintetizzare le informazioni e capire la realtà molto prima degli altri.

Per un attimo, mi chiesi se quell'intuizione preoccupante su quell'attentato fosse solo mia, mentre per tutti gli altri era un semplice caso di suicidio.

Poi però ci ripensai: Michael aveva paura...

L'esperienza mi insegnava che, in un interrogatorio, l'unica paura è quella di venire scoperti, di non riuscire a nascondersi.

"Io so per certo che quel ragazzo era lì in attesa." concedetti. Forse metterlo a parte di un pezzettino della mia verità, lo avrebbe invogliato a fare altrettanto.

Annuì. Quel leggero movimento della testa chiarì molte cose: non mi stavo sbagliando e il mio capo mi stava deliberatamente nascondendo qualcosa.

"Insomma Michael, vuoi davvero che conduca inutili indagini per conto mio, per scoprire quello che tu puoi già rivelarmi adesso?" gli urlai contro scocciata. Tirare fuori informazioni da quell'imbecille, era come decidere di spegnere la luce di una stella alzando una mano verso il cielo: una stronzata. Purtroppo, non c'era nessun altro ai piani alti a cui chiedere: la CIA era comunque un organismo con un inquadramento militare.

Improvvisamente, lo sentii.

Avete presente quando passate in macchina per una strada principale, magari in una pianura circondata da collinette verdi e al vostro naso arriva un odore insolito, ma piacevole. Vi iniziate a guardare intorno, sulle colline rasenti la strada, alla ricerca della fonte. Non alzate lo sguardo al cielo, consapevoli che, pur non riconoscendo gli ingredienti di quel profumo, è comunque qualcosa proveniente dalla natura, umana, vegetale o animale che sia. Solo così scoprite in lontananza, sul versante di un colle, un leggero filo di fumo salire verso il cielo. Mano a mano che l'auto procede lungo l'asfalto, la visuale diventa più ampia, gli alberi sembrano abbassarsi e diradarsi e alla base di quel filo bianco, scopriamo un fuoco opaco e delicato. Accanto, un uomo con un forcone. Solo allora a quell'odore riusciamo a dare il suo vero nome, solo in quel momento lo aspiriamo davvero e ne godiamo.

Quando la sua mano si poggiò delicata sulla mia spalla, quando le sue labbra calde si tuffarono affamate sulle mie, io aspirai il suo odore allo stesso modo e tutto divenne limpido, tutto si fece finalmente casa.

Riconobbi la sorpresa nello sguardo di Michael. Questa doveva essere una grossa novità per lui, semplicemente perché non lo avevamo reso partecipe di questa scoperta.

"Ciao Michael, che cosa sta succedendo qui?" gli chiese Giulio, tra il divertito per la sua espressione e il minaccioso perché mi aveva sentito urlare.

"Come sapevi che lei era qui?" rispose con un'altra domanda il nostro superiore.

Le labbra di Giulio si inclinarono di soddisfazione e strafottenza, mentre il suo braccio circondava nel suo solito gesto protettivo le mie spalle.

"Sai, in questo mondo sembra che nessuno faccia mai niente per niente, non trovi?"

Vidi gli occhi di Michael prendere fuoco dalla rabbia. Sapevamo che tutto ciò che riguardava noi era fondamentale per lui e l'idea di non conoscere un nostro potere gli rodeva dentro, più della consapevolezza di dover rispondere alle mie domande.

"Tu hai il dovere di metterci a parte di tutti i vostri poteri, siamo noi che ti paghiamo, profumatamente voglio precisare!" ringhiò verso il mio unico vero appoggio in mezzo a quel mondo di sotterfugi e bugie.

"Prima rispondimi!" ribattei, le mani già strette a pugno.

Quanto avrei voluto picchiare quel pezzo di merda. La sua reticenza dimostrava senza ombra di dubbio che avevo visto giusto. Il problema era che, pur non sapendo di preciso cosa, il mio intuito mi stava urlando che, qualunque cosa fosse, doveva essere molto pericolosa, considerato quanto cercasse di proteggerla.

"Che cosa vuoi sapere? Sì, stava sicuramente aspettando! Chi o cosa ancora non lo sappiamo! Soddisfatta?" sputò fuori con tutta la rabbia che possedeva.

Abbracciai Giulio più stretto, poi mi allontanai da lui e fissai il cielo, oramai una lastra di cristallo incandescente pronta ad esplodere. Era accecante, così mi voltai verso i due uomini che si fronteggiavano ancora minacciosi.

Quel ragazzo era entrato nel Post Office perché qualcuno gli aveva sicuramente dato i codici di accesso. Perché creare tutto quel casino, se l'obbiettivo non erano i soldi?

Poi, come una bomba, mentre ancora ero di spalle, il sole prese possesso dell'universo e ricoprì i tetti, le vetrate, le auto degli immensi parcheggi del Centro, con tutta la sua luce e la mia ombra si stagliò netta sulla parete accanto alla porta dell'ufficio.

Fu il sole che illuminò anche la mia mente? Non saprei. Fui però folgorata da una nuova idea: quel ragazzo, troppo calmo, troppo gentile in fondo, aveva un gesto ricorrente, glielo avevo visto fare diverse volte mentre ero lì con lui. L'attentatore guadava spesso fuori dalle vetrate nord dell'ufficio postale. Mai verso dietro o laterale, dove comunque la polizia avrebbe potuto assaltarlo in ogni momento, ma di fronte, verso il parcheggio dove erano piazzate le due camionette blindate antisommossa. Solo che, alle loro spalle, al di là del largo vialone, c'erano due grattacieli imponenti e, al loro interno, uffici finanziari di ogni tipo, assicurazioni, brokers, banche...

Il ragazzo gettava ombra, mentre un altro sole brillava lontano...

Era solo un diversivo...

Come avevo fatto a non capire? Il suo ultimo gesto di buona volontà: mettermi a conoscenza della verità. Il ragazzo aveva attirato l'attenzione nella direzione opposta ai grattacieli, dove altro di più importante si stava svolgendo.

"Michael, devi fare una ricerca per me." sentenziai senza guardarlo in faccia.

"No, ti sbagli, io non ti devo proprio niente!" controbatté viscido, quello che una volta avevo quasi considerato un padre.

Giulio allora gli tirò uno schiaffo così forte sul viso che, in quell'ora silenziosa, rimbombò in tutto il piano.

"Ubbidisci! O il prossimo farà molto più male!" minacciò il mio delizioso partner, che adoravo quando faceva così il duro.

"Controlla se nei due grattacieli di fronte, in quello stesso giorno, è avvenuto qualcosa di insolito, qualsiasi cosa, anche se si è rotta la porta dell'ascensore o dei bagni." spiegai allora, certa di essere ascoltata.

"Ci vorranno settimane e la mia squadra ha altro da fare..." fu l'unica risposta, esattamente come mi aspettavo.

"Crea una task force. Sei o non sei il vicedirettore? Hai migliaia di impiegati in questi uffici, qualcuno troverà il tempo per accontentarmi!" per un attimo, mi sentii una principessa viziata, ma il mio istinto scalpitava in quel momento ed ero certa che stavo seguendo la giusta direzione.

Mi avviai verso la porta dell'ufficio, seguita a ruota da Giulio. Sentivo il suo bisogno di festeggiare il suo ritorno, la sete che aveva sempre di me dopo essere rimasti separati per troppo tempo.

"Mi devi una spiegazione!" urlò alle nostre spalle Michael, infuriato che ce ne andassimo via così.

Giulio sbuffò, si voltò verso di lui e sorridente spiegò:

"Mai visto l'arcobaleno in cielo?" poi richiuse la porta; attraversammo il corridoio, salimmo sull'ascensore e iniziammo a scendere verso il piano terra. Soli finalmente, mi prese tra le braccia, aderì completamente alla mia figura e mi rubò la bocca per dolci, meravigliosi, dissetanti minuti. Attraversammo l'atrio del Centro e, subito fuori dal grande arco, intravidi la moto che ci aveva scarrozzato centinaia di volte. Mi infilò il casco con fare delicato e, prima di chiudere la visiera, mi domandò:

"Idromassaggio?" nei suoi occhi una luce tagliente, fatta di succo di fragole e miele, profumo di candele e bollicine.

I miei ormoni salirono alle stelle come tanti razzi e entusiasta sentenziai:

"Hai dieci minuti per arrivare a casa!"

Scoppiò a ridere e salì in moto, aspettò che salissi alle sue spalle e, quando sentì le mie braccia intorno alla sua vita, scommise: "Ce ne metterò sette!" e partì impennando.

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