36 ~ Onda su onda
È lecito pensare a sé stessi dopo aver forzatamente commutato una crociera di piacere in un'avventura garante di morte certa?
Sarebbe stato un ottimo tema di riflessione per Stella, dal momento che, un attimo prima di smettere di essere la Medusa e aver deposto in mare aperto lo spiazzo roccioso affollato di gente, stava precipitando, vedendosi passare davanti agli occhi le immagini di tutta la sua vita.
D'altronde era ciò che immaginava le sarebbe accaduto una volta raggiunto il momento del trapasso: un dinamico effetto Lumière di tutto ciò che la rappresentava.
E le arpe e cetre strimpellati tra le mani di paffuti puttini alati? Magari accompagnati da voci soavi? Tutto sostituito da una doppia voce arcinota, che riconobbe appena terminato di cadere in un cofano oscuro trainato da una quadriga di animali gobbe muniti.
«Dimmi quando schiatterai,
dimmi quando, quando, quando,
l'anno, il giorno, l'ora in cui,
forse tu le cuoia tirerai... Ciao nonnina Stella!»
«Uh, uoh! Oh!» mugugnò la donna spalmata a faccia in giù sul pavimento. Sollevò appena la testa. «Oh, mi sento male! Ma anche se è assurdo solo pensarlo, sono contenta di rivedervi, Terrore, Paura, oh... Non mi sento più le braccia!»
«E ci credo!» ridacchiò Terrore.
«Dopo aver trasportato in cielo un intero isolotto affollato, è già un miracolo che non le abbia perse, le tue braccine da vecchiettina!» puntualizzò Paura.
«Ah, vecchiettina, oh, non ho più nemmeno la forza per irritarmi, mascalzoni nomofobici!» li accusò, arcisicura che quei due, cellulari in mano, l'avevano ripresa mentre stava precipitando dentro la carrozza ombrosa. Spostò lo sguardo di lato, e un sorriso le migliorò l'umore. Vide Reva circondata dalle braccia dei suoi genitori, da poco ripresisi dal sonno sovrannaturale. Dalle espressioni di eccessiva gioia era evidente che avevano appena scoperto che la loro bambina ora ci vedeva.
«Non vedo Achille, Bellerofonte e Perseo. Che fine hanno fatto?»
«Non ti preoccupare, loro sono tornati al loro mondo,» assicurò uno dei cocchieri. La sirena di una nave militare italiana, e il gracchiare di quattro elicotteri da soccorso rincuorò Stella, e diede il segnale a Paura e Terrore di partire con la carrozza verso l'ultima meta.
Edgar Allan Poe, Mary Shelley, Stephen King e Drome-Dario Argento si misero in marcia oltrepassando la gente davanti, ignara della loro presenza.
«Ah, questa sensazione di fondermi con gli altri corpi come fossi un fantasma, proprio non mi mancava,» lamentò Stella, ancora asfaltata sul pavimento del magico mezzo. La situazione cambiò quando la quadriglia di camelidi guadagnò il mare blu del Mediterraneo. Puntò sulle braccia e nonostante la resistenza contraria dei nervi delle braccia, delle gambe, e un sospetto di colpo della strega, riuscì a buttarsi a peso morto sul divano con la testata rivolta verso il senso di marcia. Lei anche in treno odiava dare le spalle al senso di marcia, la sensazione di trascinamento la innervosiva.
E di Sabato e Darlina, avrebbe mai potuto dimenticarsene? Ovviamente no. Li aveva cercati sin dal momento in cui aveva realizzato di ritrovarsi nella carrozza dell'oltretomba. Ma era da sola a sopportare le canzoncine in sala funebre di Paura e Terrore. Non aveva coraggio. Per la prima volta forse in tutta la vita, non aveva coraggio. Coraggio di chiedere dove fossero, o che fine avessero fatto i suoi amici.
Chiuse gli occhi e rivide la corona di luce attorno all'isolotto che poche ore prima aveva magicamente trasportato in volo. Quella luce, oscurata dalla porzione di terreno imbrigliato alle catene di Zeus che aveva trattenuto col Caduceo di Ermes, era una luce di morte.
"Da quando sono così codarda?!" Tirò un respiro, raddrizzò la schiena sullo schienale e tuonò: «Ah no! Questo no! Assolutamente no!» Paura e Terrore si strinsero l'un l'altro. Gli occhi a palla come triglie. Poi si staccarono, si guardarono a bocca socchiusa, quasi ghignando, ma Stella non li fece commentare.
«Ditemi dove sono Sabato e Darlina!»
«Eh, sono arrivati prima di te,» scosse la testa Terrore.
«Che cosa significa, sono arrivati. Arrivati dove?» Le zampe dei cammelli affondarono a metà oltre il pelo dell'acqua. La carrozza sussultò prima di inabissarsi. Stella allargò gli occhi seguendo la luce del mattino espulsa dalla vettura. «Che succede?» Le braccia lanciate in cerca di un appiglio di sicurezza.
«Stiamo per raggiungere l'ultima tappa,» ridacchiò Terrore.
«Quella del giudizio.»
«Ma non possiamo chiuderla qui, dal momento che abbiamo risolto il problema?»
Gli occhi dei cocchieri incrociati brillarono nella penombra bluastra del Mar Mediterraneo. Annuirono.
«Nonnina Stella, non puoi tornare tra gli umani perché hai conosciuto la verità del mondo antico,» disse tutto d'un fiato Paura, e cedette la parola all'altro.
«Devi passare avanti e dimenticarti del mondo dei respiranti. Per questo c'è il giudizio finale.»
«E che razza di giudizio è, se già è stata decisa la mia fine?»
«Non puoi pensare di sapere tutto, nonnina Stella,» fecero coro i cocchieri, sorridendo maligni.
«Lo penso e lo affermo invece! E penso anche che la vera battaglia la dobbiamo ancora affrontare!» Col pensiero immaginò d'incrociare le braccia, ma all'atto pratico non ci riuscì, ruotò perciò la testa dalla parte del fondale marino, fingendo interesse per i banchi di pesci che fluttuavano ordinati e spensierati.
La carrozza trainata dai cammelli, in direzione obliqua verso i recessi del fondale, appariva come una silhouette nera su fondo blu, ravvivato da colorati pesci e meduse traslucide. «Bello,» sussurrò Stella. «Quanto manca?» domandò a voce più sostenuta per ostacolare di proposito l'ennesima nenia funerea che Terrore e Paura insistevano a intonare.
«Poco!» Il coro gioioso non attecchì nell'animo di Stella, soprattutto quando vide farsi più vicina la bocca di una grotta sottomarina, decorata con stele pensili uguali alle zanne di certi mostri.
«Deve essere per forza tutto così, a tema orrido?» protestò e sbuffò la donna. «Mi sento così morta...» i figli di Ares e Afrodite si scambiarono un'occhiata con tanto di punti esclamativi fatti di tibie e cartilagini apparse per un secondo sopra le loro teste. Stella non era sicura di averli visti, sbatté gli occhi. "Devo essere proprio a pezzi."
«Nonnina Stella, ecco...» sussurrò Terrore, il busto proteso verso lei.
«Noi volevamo dirti, che...» aggiunse Paura, la voce trattenuta.
«Che cosa? Su, avanti, non fate gli ermetici e sputate il rospo. Tanto sarà un'altra delle vostre mascalzonate...»
Di nuovo i fratellini più antichi del mondo si guardarono l'un l'altro. «Al mio tre?» fece uno, e il compare annuì.
«Un... Due... Tre!»
«Stella!» esclamò Stella.
«Sei morta!»
Il volto di Stella si espanse, gli occhi completamente bianchi, le orecchie si appuntirono. «AH NO! QUESTO NO! ASSOLUTAMENTE NO! ESIGO UNA SPIEGAZIONE! NON POSSO ESSERE MORTA SENZA NEMMENO UN PREAVVISO DI UN LUSTRO!»
Terrore e Paura si abbracciarono stretti, sbiancati in faccia e pure gli abiti. Tirarono un respiro al termine della sfuriata. I cuori sovrannaturali a rullare come tamburi. Deglutirono a occhi spalancati verso la passeggera. Terminato lo sfogo Paura batté un timido colpo di mani, seguito dopo un po' da Terrore.
«Ci, hai, spavento-terrorizzati, complimenti, nonnina, siamo fieri di te!» ammisero con la professionalità degli esaminatori universitari.
Stella tornò d'aspetto normale, anche se tanto normale comprese di non essere. La questione morì lì, tanto per rimanere in tema. Anche perché la carrozza era entrata già da un pezzo nel tunnel della grotta, ed era così buia che a Stella parve di essere scomparsa, inghiottita nel vuoto, mescolata col nero assoluto del nulla. Solo un puntino luminoso brillò a un tratto nei suoi occhi, ed ebbe un déjà vue. Per lo meno era un luogo asciutto e aerato.
«Non ditemi che quello è il posto in cui sarò giudicata?»
«Sì!» esplosero felici i due, mentre quella lucina s'ingrandiva sempre più. Inesorabile. Fino a rivelare il mistero: l'enorme camera del giudizio dei morti. Stella deglutì, si mosse come poté dal lato della platea dopo che la carrozza si era fermata nell'esatto centro.
«Sembra un'aula del parlamento,» valutò osservando le sedute in circolo a mo' d'imbuto crescente, tutte occupate dagli esseri più strani che avesse visto. «Perché mi sento così distrutta, oh! Non ci credo!» esclamò a occhi spalancati quando in un angoletto notò Sabato e Darlina, in piedi con davanti dei trespoli.
«Cara nonnina, add-Ade!» sorrisero Terrore e Paura, batterono le mani e Stella schizzò in aria oltre il cofano ombroso, tutta urlante precipitò sul pavimento e rotolò fino a raggiungere i piedi degli amici. Sabato incassò le spalle e fischiò.
«Sempre a fare entrate a effetto, Stella?»
«Ouch! Ma non farmi parlare,» biascicò l'altra spalmata di nuovo a terra.
«Oh, sei ancora tra noi, Stellina.» La voce tremula di Darlina svelò l'angoscia che aveva provato avendola creduta persa. Stava immobile, nonostante la voglia di abbracciarla. «Oh, se potessi, muovermi,» disse con le mani strette a tremare sui manubri del deambulatore, ma riuscì solo a farlo tintinnare come un alfabeto Morse.
«E se potessi alzarmi da terra...» Quattro sbarre metalliche, sbattute con violenza, le circondarono la testa facendola sussultare e fulminare con lo sguardo i calcagni nudi dell'individuo che aveva consegnato un deambulatore anche a lei. Allungò le mani e mossa dalla stizza accesa dal gesto arrogante, si rizzò facendo forza sulle ginocchia. Il busto piagato in avanti, data la statura allampanata, che la costrinse in quella scomoda posizione, peggiorata dalla necessità di dover guardare in faccia alla platea bisbigliante.
«Come avete fatto?»
«Intendi, come siamo morti?» sindacò Darlina.
«Eh...»
«Ci siamo buttati nel vuoto. C'era tutto il nero della cosa che tratteneva il terreno che stavi cercando di far decollare, e a un certo punto siamo saltati in aria, come se fossimo fatti di dinamite proprio. Non so se riesci a notarlo... Siamo scoppiati in aria come bombe! Mi fa male tutto! Mi fanno male persino i capelli, oh!» disse la ex Chimera indicandosi i capelli mezzi bruciati, sparati in aria e la faccia fuligginosa. Gli occhiali affumicati. Il vestito rosa di tela grezza era lo stessa che indossava durante la crociera, pulito però.
Sabato, anche lui dall'aspetto di uno spazzacamino in alacre attività, portava il completo elegante scuro pulito, senza cravatta. Stava a capo chino, con le braccia salde al deambulatore. «Come sta la gente?»
Stella captò a malapena il sussurro dell'ex Basilisco. «Be-bene, cre-credo. Credo che li abbiamo salvati tutti. Oddio, ora, su due piedi non so, spero che nessuno sia precipitato durante il trasporto. Però c'è di buono che ho fatto in tempo a vedere i soccorsi marittimi e aeronautici. E Reva, la piccolina, l'ho vista tra le braccia dei genitori.»
L'ultima informazione alla fine del disordinato discorso suscitò un sorriso ai compagni. Un colpo di martello e una voce biascicata pose fine alla già scarsa voglia di chiacchierare.
«Oh! Ordine, ordine! O fascio sgombrare l'aula!» Uno sparuto vecchietto cercò di farsi sentire. Era pelle e ossa, seduto su una scrivania sbilenca, occupata da montagne di scartoffie in disordine. Tre colpi di martello giudiziale pose fine al brusio, e solo allora il trio di amici ebbe la conferma di non essere del tutto ignorato dalla platea.
«Eh, ce l'avevano detto che saremmo morti e poi anche giudicati,» bisbigliò Stella accanto a Sabato.
«Ma va?» ribatté Darlina. «Mi chiedo perché non ci rispediscono indietro e la facciamo finita con questa storia?»
«E come? Se non abbiamo più un corpo al quale tornare?» tenne presente Sabato, che di colpo assottigliò gli occhi dietro gli occhiali di onice. «Ma, quello, quel tizio non vi pare di conoscerlo?» indicò proprio lo sparuto vecchietto in toga greca dorata, con un copricapo conico tipico dei costumi egizi che scivolava da tutte le parti, e che cercava di sistemare ogni due per tre.
Stella lottò contro il torcicollo appena scoperto per ampliare la vista. «Ah, che strano tribunale. Ci sono: Radamante, Remida ed Eaco, i tre giudici delle anime... E più in là, Anubi, il giudice egizio dei morti. Ah, e ci sono anche divinità greche ed egizie. Si saranno gemellati.»
«Ma che sono amici tuoi?» sbottò Darlina. «Li conosci tutti?»
«Basta leggere le targhette sui loro banchi, cretina! Tze! Amici miei proprio...»
«Alla lusce del dibattito sci dishpone quanto scegue: lei scignora Cometa, scignor Domenico e scignora Dario, in arte Daria, contravvenendo alle leggi condominiali scecondo comma, terzo punto, dodiscesimo capoverscio, verscione latina, tradotta in turco e scolpito sulla shtele di Roscetta, per aver perscio le mutande per strada, vi condanno alla pena pecuniaria di disciotto milioni di lire!»
Le bocche aperte non si contarono.
«Aaaaa-Santi Licheri! Non è più a Forum!» avvertì l'uomo grassoccio tutto agghindato d'oro, chitone e capelli compresi, seduto in mezzo alla fila piano terra.
«Collega Reguida, non mi interrompa, la prego!» lo sguardo acuto e convinto.
Remida, piccato, batté un colpo sul banco tramutandolo in oro. Eaco e Radamante scattarono in piedi con le braccia a proteggere il proprio corpo.
Sabato, Stella e Darlina si morsicarono le labbra dall'interno per non scoppiare a ridere. Sbuffi spinti dai diaframmi li tradirono alla fine.
«Credo sia opportuno a questo punto, onde evitare ulteriore inutile caos, che io, Anubis, sopraggiunga al giudizio finale dei soggetti qui presenti,» si palesò con voce profonda, pacata vagamente altera, l'omone accanto al giudice che aveva appena emesso la sentenza. Impossibile non notarlo con quell'ampia tunica nera, volto pieno e sguardo vitreo, la cui testa reggeva con dignità l'enorme copricapo conico d'oro. In una mano una piuma bianca e vaporosa, nell'altra il piatto di una bilancia d'oro sorretta da sottili catenelle, che posò con cura su un alto piedistallo d'oro stile barocco.
«Di nuovo la figura della bilancia,» bisbigliò Stella, collegando l'oggetto con il ricordo fresco della porzione di terreno che aveva trasportato esattamente come fosse lo stesso strumento.
Darlina affondò il mento nella gola cicciottella, gli occhi increspati a furia di guardare la mole di Anubis. «Ma quello è Severus Piton!»
«Silenzio!» tuonò Anubis strascicando ogni sillaba dell'esclamazione, e rapido come il vento sovrastò Darlina che, già piccina di suo, apparve ancora più minuta. Agli occhi di Anubis pareva un cucciolo in fondo a un pozzo. «Non deve compiacersi troppo della fama che ha raggiunto, signora D. N. O.»
«Ehi, tu, lascia stare la mia amica, lei è una cuoca di fama nazionale, non può farci nulla se è un asso a spadellare come una dannata!» disse Stella.
«Tua nonna spadella come una dannata!»
Anubis ruotò lento il volto, l'occhio di profilo sporgente come uno squalo. «Ha da dire qualcosa, signora S. D. M.?» domandò e rapido fu di fronte a Stella. La distanza tra il suo naso e quello della donna era di pochi millimetri, essendo entrambi pari in statura. Stella lo fissò negli occhi senza battere ciglio.
«Non mi fai paura, Belfagor!»
«Belfagor, questa è bella,» ridacchiò Sabato.
Belfagor, ehm, cioè, Anubis serbò lo stesso sguardo trucido di profilo all'ex Basilisco, prima di fronteggiare pure lui. «Non riderei troppo, signor S. D. M. L'incuria che avete dimostrato durante la missione è inqualificabile.» Fece un passo indietro e si voltò rapido, la veste nera svolazzò, trattenuta dalle grandi mani dell'entità sovrannaturale. Raggiunto il centro del palchetto circolare, piroettò di scatto di nuovo e indicò il terzetto a braccio teso. «Voi! Cosa avete fatto, a parte nulla di significativo?»
Darlina si protese sul deambulatore. «Senti tu! Io ho combattuto, sputato fuoco e veleno e ho pure cucinato!»
Stella lo aggredì anche con lo sguardo. Se fosse stata ancora la Medusa era sicura che l'avrebbe pietrificato. «Io ho lottato, squartato, partorito una mula volante e salvato gente che manco conosco!»
Anubis concesse attenzione orientando soltanto le pupille. Rimase in attesa che parlasse l'uomo. Attesa che si protesse più del tempo necessario.
«Beh, avete cucinato, volato, e lei signor S. D. M.?»
«Io ho scopat-oh!» rispose disturbato dalle gomitate delle compagne.
«Sei impazzito!» disse Darlina.
«Almeno non gridarlo ai quattro venti!» sbottò Stella.
«È chiaro, dalla vostra indisciplinata condotta, che non vi è molto chiara la situazione che avete creato.»
«Mazza come parla lento,» commentò Sabato. «Riuscirei a fumare una sigaretta prima che finisca una sola frase!»
«E con un discorso una stecca intera,» rincarò Darlina.
«Ci manca solo che ci dica avada kadavra e siamo a posto!» ridacchiò Stella.
«Siileenzioo!»
«Sennò che fai, ci uccidi?» domandò Stella e tutti risero. Anubis squadrò il trio come fosse un cumulo di immondizia marcia. Alzò un braccio e non disse avada kadavra ma qualcosa in egiziano antico, al termine del quale dal soffitto illuminato da nuvole infuocate, discese un enorme cubo trasparente come cristallo, sulle cui superfici scorsero delle immagini in movimento.
«Benvenuti a "la vita in diretta" dove tutto accade in tempo reale...»
«Eeee? Alberto Matano?» fecero coro gli ex mostri.
«Ma ci hanno pure la TV da queste parti? Incredibile!» commentò Darlina.
«Saranno centocinquanta, forse duecento pollici,» valutò Stella.
«Mi passate il telecomando che ci sono i campionati di nuoto?» chiese invece Sabato.
«Silenzio!» intimò Anubis estendendo ogni sillaba. Dalla bocca uscirono volute fumose che si incendiarono a contatto con l'aria.
«... Sì, Alberto, è proprio come hai detto tu. È inspiegabile, come potete vedere dalle immagini che vi stiamo trasmettendo in tempo reale, io sono su un elicottero dei soccorsi, spero mi sentite bene, ecco. È un isolotto, che visto dall'alto sembra una zattera tonda, fatta di terreno! Ed è piombata a largo dello Jonio, in pieno mare Mediterraneo! E non affonda! Non ha praticamente appiglio sul fondale. Be', del resto, com'è stato ripreso dal satellite Europeo, un'anomala macchia si è spostata come fosse un'astronave...»
«Barbara, Barbara, meglio non alimentare ipotesi su questo punto, perché altrimenti provocheremmo allarmismi ingiustificati.»
«Certo, sì, Alberto, fatto sta che una parte di terra ha spiccato il volo, ha percorso da ovest verso est migliaia di chilometri aerei prima di piombare in mare, e su questo non ci piove! Ed è piena di gente, dell'equipaggio, dei signori viaggiatori, di gente scomparsa misteriosamente tre settimane fa nei pressi a largo dello stretto di Gibilterra! Ed è inspiegabile proprio il fatto che i crocieristi... Li potete vedere mentre vengono tratti in salvo dalla marina militare, e dagli elisoccorsi, sembrano non sapere nulla di quanto successo...»
Anubis interruppe la trasmissione. «Questo, solo per cominciare,» disse col volto marcato da profonde rughe laterali, accentuate dalla severità. Il brusio generale dalla platea si sollevò come un cicaleccio estivo. Le centinaia di entità sovrannaturali si scambiarono opinioni mantenendo fisso lo sguardo sul trio inquisito.
«Che succede adesso?» domandò Darlina.
«Non lo so, ma credo che ne andranno per le lunghe,» sospettò Stella.
«Mandiamo avanti il tempo,» ghignò Anubis ruotando la clessidra che rapido aveva estratto dalla veste nera. La sabbia ricadde rapida, Sabato sentì l'orologio sul polso vibrare, lo controllò e allargò gli occhi celesti alla vista delle lancette che stavano ruotando come le pale di un ventilatore.
Stella socchiuse gli occhi. «Sento le tempie contrarsi... Ma che succede?»
«A me gira proprio la testa!» accusò Darlina.
«Abbiamo accelerato il tempo di un giorno e di una notte,» ghignò Anubis. «Così avrete un quadro completo della situazione che avete fatto succedere per merito della vostra vistosa inettitudine. Vi siete compiaciuti troppo dei ruoli dei quali siete stati investiti.»
«Ma che dannato cavolo hai fatto?» sbottò Stella.
«Vi sto mostrando gli effetti dei vostri errori. Vi mostro ciò che avete delineato. Dovreste ringraziarmi. È una concessione unica in millenni di servizio.»
Dalla porta dietro le spalle del trio un trafelato tacchettio annunciò l'entrata di quella che sembrava una segretaria, stretta in un tailleur rosa shocking. Stella si voltò attratta dalla nuova arrivata. Camminava sì, in modo celere, ma a piccoli passi come fanno le geishe. Le braccia occupate da scartoffie.
«Signor Anubis, ecco qui i resoconti giornalistici che mi ha chiesto... Uh, che fatica che fatica che fatica, uh...»
Stella spalancò gli occhi e le orecchie. «Ma io ti conosco!»
La segretaria si fermò e degnò Stella di uno sguardo rapido, poi scattò il viso e altezzosa proseguì quella specie di maratona super lenta. «Uh! Non conosco Meduse fallite io! Uh!»
«Aaaaa!» Stella le puntò il dito. «Tu! Tu sei quella centralinista maleducata che mi faceva venire il mal di testa!»
«Uh! No-no! Mi scambia per qualcun'altra, ma! Uh! Che fa? Mi insegue?» Di fatti Stella la caricò con tutto il deambulatore, anche se non era più veloce dell'altra.
«Ma che fanno, sembra un inseguimento con la moviola,» ridacchiò Sabato.
«Uh! Non mi seguire, Medusa fallita! Uh!»
«Te la faccio vedere io chi è la fallita, brutta cialtrona! Se ti acchiappo ti...»
«Uh! Aiuto, aiuto, uh! Questa è psicopazza!»
Anubis digrignò i denti ed emise un verso demoniaco soffocato, sopportando coraggiosamente la sfilata delle due donne sotto il suo naso arcigno. «Adesso basta!» ringhiò come un rinoceronte, spazzò l'aria con una bracciata e Stella si ritrovò al posto accanto a Sabato. Un capogiro la colse di sorpresa, il caschetto mogano Tiziano arruffato.
«Ora, qui, sorge una questione importante!» esordì la bionda che aveva preso parola nel programma trasmesso da ogni lato del cubo televisivo.
«Oh, e adesso c'è pure la Roberta Bruzzone!» indicò Darlina.
«La questione è questa: chi ha sequestrato e con quali ingenti mezzi di forze in termini di collaborazione a delinquere un intero equipaggio di viaggiatori? Dai primi referti medici è evidente che tutti questi signori sono stati privati della libertà personale per mezzo di catene strette ai polsi, alle caviglie, e addirittura attorno al corpo! Voglio dire, qui siamo verosimilmente in presenza di un tentativo di sequestro di massa!»
«Quali potrebbero essere le motivazioni, dottoressa Bruzzone,» domandò compartecipe Alberto Matano.
«È un chiaro tentativo estorsivo di dimensioni faraoniche, voglio dire, eh! Oltre tremila ostaggi, siamo di fronte a una operazione di livello unico nella storia criminale mondiale!»
Le mascelle di Stella e compagni si slogarono per come erano scattate in basso.
«Io adoro l'intelligenza di quella donna, ma stavolta ha acchiappato un granchio colossale!» commentò Darlina. «Però è troppo carina, biondissima, perfetta! Oh, la postura da seduta, col braccio a fare leva sul tavolo, le spalle in obliquo e lo sguardo acuto... Davvero una donna grintosa. E poi è così perfetta, non ha nemmeno una ruga!»
«Nah! Non ci credere, le sparano in faccia un faro da milioni di watt, così non si vedono le zampe di gallina!» ribatté Stella riferendo l'ultima parola alla segretaria, che trafelata come una lumaca stava scivolando fuori dall'aula. Quella le mostrò la lingua in risposta.
«Ti spenno viva!»
«Mostro!» squittì l'altra, e Stella scosse la testa dall'altra parte, dove inquadrò Sabato che stava osservando con insistenza un punto fisso nella platea. Ignorando lo sproloquio di Anubis che in vano stava cercando di stabilire ordine, intercettò l'oggetto dell'interesse del compagno. Una creatura, ovviamente femminile, super abbronzata, vestita, si fa per dire, con un bikini fatto di diamanti. Il seno, appoggiato sul bancone, sembrava una coppia di palloni da basket. Notò anche che l'interesse era reciproco. Scosse la testa con gli occhi al soffitto che non esisteva e scoprì che a diffondere luce erano nuvolette infuocate.
Anubis batté un piede a terra e ogni cosa tremò. «È l'ultima volta che vi richiamo all'ordine! Non fatemelo fare ancora, altrimenti sarò costretto a procedere col giudizio finale!»
«Oh oh, si è incavolato Serpe Verde,» fece Darlina.
Stella, rivolta verso Sabato, fu sul punto di dire qualcosa, ma l'ennesimo notiziario la persuase.
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