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35 ~ Seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino (2ª parte)

«Lasciamo perdere Mausolo, tanto non sapremo mai che accidenti hai combinato, né la cosa ci interessa più oramai. Piuttosto, tieniti pronto, stai per ricongiungerti ad Artemisia, e così insieme potrete: affrontare Tantalo, assumervi le vostre responsabilità, e già che ci sarete, toglierci dall'impiccio nel quale ci avete scaraventato senza troppi complimenti!»

«E Stella per una volta ha ragione. Ma che caspita succede qui?» Darlina rispose per Mausolo, dal momento che lui sembrava che la voce l'avesse persa nel gonnellino del chitone per come lo stava fissando.

Stella batté il Caduceo per terra. «Punto primo: ho sempre ragione; punto due, se ci tieni a saperne di più, ragiona: nel mondo ci sono pandemie e guerre a iosa, e noi qui abbiamo incontrato il signore della Fame Eterna, per inciso: Carestia. Allora? Riesci a risolvere l'equazione?»

Darlina socchiuse gli occhi. «Apocalisse... Ma come siamo arrivati a questo punto? Io volevo soltanto fare una crociera, e che cavolo! Avrebbero dovuto informarci per bene, invece di dirci cose assurde come... non... mangiate... la... carne... Oh! Calipso si riferiva alla carne umana! Al potere malvagio di Tantalo!» Scrollò le spalle. «Io stavo per papparmi un essere umano... Erano tutti avvertimenti da capire in un modo diverso... Oh! Mi sento in colpa.»

«Almeno una ci è arrivata. Ah, e no, non è colpa tua. E tu Saba_»

«E infatti la colpa è tua!» Sabato caricò Mausolo come un bufalo, che fu rapido a darsela a gambe. Inutile. Inutile fu aprire il varco di fulmini circolari, alzare una gamba per entrarci, che il Basilisco lo afferrò per la collottola del chitone e giù botte da orbi. «Questo per il casino che hai combinato! Questo per non aver chiesto aiuto! E quest'altro, non so, ma una giustificazione la troviamo subito, fidati!»

«Oh! E basta!» implorò quello. «Io sono il signore delle tombe!»

«Bene! Sei già a posto col funerale, tiè!» Darlina rimase a indicarlo col pollice rivolto alle spalle, e Stella incrociò gli occhi. Un serpente scivolò dalla chioma, e finì a terra dove divenne brillante sabbia dorata.

«Oh, cara, stai perdendo i... serpenti.»

«Chissà che direbbe il mio parrucchiere,» ridacchiò l'altra cullando Reva. Lo sguardo a terra a tradire preoccupazione. "Se smettessi di essere la Medusa..." Il sottosuolo tremò di nuovo, Darlina sbatté sulle ginocchia e Stella in qualche modo riuscì a rimanere in equilibrio.

«Maestra Stella, lo rifacciamo?» rise Reva dello smottamento tellurico.

«Eh, caro scricciolo mi auguro di no!» E invece il suolo ballò ancora, il vortice intorno alla segreta cominciò a restringersi, la mano di Tantalo cominciava a intravedersi sotto gli occhi di Stella e Darlina.

«Sabato! Basta! Portalo qui! Ci serve intero!» Con le maniche del chitone porpora rimboccate, il Basilisco trascinò un Mausolo implorante pietà al cospetto della Medusa.

«A cosa mai potrà servire 'sto coglio_» Il pavimento sussultò, si abbassò e rapido si spinse verso l'alto, per poi ripiombare giù, Sabato perse l'equilibrio, mise un piede in fallo e pestò lo scrigno delle catene, per un istante appena Stella notò una lucina sul petto dell'amico, ma il "clic" che provenne dal giogo delle catene la incuriosì di più.

«Mi sono rotta!» esclamò Darlina. «Rotta a furia di sbattere le ginocchia a terra; rotta la schiena a furia di sbattere le ali; e rotta le pal_»

«Darlina! Sei impazzita?! C'è una bimba qui!» Un rumore simile a grandine mise fine all'alterco. Il trio di mostri si guardò attorno.

«Che altra diavoleria starà preparando "Mammolo?"»

«Si chiama Tantalo,» rettificò Stella. Lo sguardo acuto sul piede di Sabato ancora sopra lo scrigno che indicò.

«Oh, non me n'ero accorto,» disse, e quando si allontanò le catene vibrarono.

«Oh! Guardate! Le catene, si stanno muovendo!» annunciò Darlina. «Ma com'è possibile? Non erano necessarie le rose del deserto?»

«Era possibile che potevano esistere altre soluzioni,» commentò Stella, lo sguardo verso Sabato. "È stata la moneta. Sono sicura che è la stessa che si è portato a presso da quando l'ha trovata sulla nave." «Sabato, il tuo emblema...» Un colpo di vento dall'alto la interruppe. Un lungo tappeto arrotolato, dall'aspetto piuttosto pesante, ruotò lungo la porzione priva di dormienti, Darlina compì un balzello per non essere investita.

«Ma che è?» La copia della Medusa atterrò, e il secondo dopo svanì nel nulla. Il tappeto si srotolò e Artemisia rullò fino a fermarsi ai piedi di Stella.

«Ehi, signora Di Marino, che modi!» protestò la signora delle tombe rimettendosi in piedi, le mani a sistemare la chioma scura inanellata di bigodini fatti di clavicole, tibie e costole, due fette di cetriolo appiccicate a casaccio in faccia. «Ah! Ma era solo una copia,» scoprì fissando Stella con un mano il Caduceo di Ermes. «Vedo che è a suo agio nell'usare l'emblema che l'è stato assegnato.»

«Poche chiacchiere, Artemisia, ricongiungiti a Mausolo, così insieme potrete sistemare questa storia!» Artemisia cincischiò un attimo con la vestaglia marrone stampata a fantasia di loculi infiorati. Si schiarì la voce. «Avete sconfitto Tantalo!»

«NO!» fecero coro i mostri.

«Avete tenuto gli ostaggi al sicuro?»

«Come no? Li abbiamo appena liberati!» sbottò Sabato, e Stella esplose. «Ma che hai bisogno dei sottotitoli per capire come sta andando tutto a...»

«Miei! Sono tutti miieeii!» gracchiò la voce cavernosa di Tantalo diffusa via etere, e dal sottosuolo emersero volute fumose che con precisione chirurgica si infilarono nei nasi dei viaggiatori sequestrati. Mugugni, sbadigli, stiracchiate generali precedettero il risveglio di massa. Un risveglio appannato. In piedi e barcollanti, stavano tutti a domandare al vicino dove cavolo erano capitati. Cosa stava succedendo. Che fine aveva fatto la nave.

Stella chiuse gli occhi. «E adesso comincia la fine. Si sbraneranno l'uno con l'altro. Perciò, Artemisia, ricongiungiti con questo catorcio umano (indicò Mausolo), e insieme assumetevi le vostre responsabilità!»

«Se non vi decidete a fare qualcosa, qui il piatto della bilancia pende già a nostro sfavore,» commentò Darlina, e Stella la fulminò con gli occhi. «Che c'è Stellina? Perché mi guardi così?» le domandò mentre quella le si avvicinava. «Mi fai paura!»

«Hai detto: piatto della bilancia?» rimarcò Stella, buttando un'occhiata allo scrigno delle catene, per poi rivolgerlo lungo tutto il perimetro del pavimento circolare della segreta. Batté le mani. «Darlina, sei un genio!» le afferrò le guance molli, le strapazzò e le baciò a schiocco.

«Oh, ma, grazie! Sai essere così gentile quando ti prende bene la luna. Non credevo, ti devo rivalutare sai? Sì, sì, sei proprio una...» Stella batté il Caduceo sullo scrigno, le catene schizzarono fuori a centinaia, e Sabato e Darlina dovevano ancora capire l'ordine che la Medusa gli aveva impartito, che già avevano piantato lungo il perimetro della segreta almeno una cinquantina di catene a testa. Il tutto correndo alla velocità della luce, quella vera, zigzagando tra le genti senza sfiorarne nessuna. «... strøñzā! altro che gentile!» Ecco, il tempo di terminare la frase, e lo scrigno si ritrovò a figurare come il fulcro delle catene del piatto di una gigantesca bilancia, al cui interno erano ospitati le oltre tremila persone, mostri e cose morte compresi. Sabato invece non commentò. Aveva subito anche lui l'effetto velocità supersonica, aveva anche lui piantato i capi delle catene a mani nude nelle rocce attorno. Ma niente. Si grattò la testa, anche quella del capoccione iridato, e poi andò avanti col poco resto della sua vita.

«È davvero prodigioso, il potere di un dio,» sussurrò Stella al Caduceo, e la voce misteriosa le tornò a fare eco nelle orecchie.

"Veeloocee, sottrai gli umani a Tantalo, così ritornerà a dormire nel Tartaro."

«Eh? Che devo fare? Non ho capito!» Lo squillo tipo centralino le pizzicò un timpano. «Qui è la segreteria olimpica di Ermes, dio messaggero, protettore dei ladri, delle strade imbroccate bene, delle pecorelle, nonché firmatario del programma originale di Google Maps e del brevetto del Tomtom. Dunque, vecchia befana di una Medusa denoialtri, non crederà mica che il signor Ermes stia qui a ripeterle le cose? È un uomo molto impegnato, perciò le dirò io cosa deve fare...»

«Ma piuttosto te lo dico io cosa devi fare, darwiniana infima sottospecie di centralinista a salario minimo da strapazzo!»

«Oh, ci risiamo, un altro attacco di "scemenza" senile, discute di nuovo da sola,» disse Darlina, davanti a lei. E per preservare l'incolumità di Reva, la sfilò dalle braccia dell'allampanata compagna.

«Io sospetto invece che la signora Di Marino abbia una intuizione,» dichiarò Artemisia. «Vedo che è davvero a proprio agio usare il caduceo.»

«Intuisci bene,» ribatté la Medusa dopo terminata la conversazione con la centralinista ultraterrena. «E, ah! Dimenticavo!» Il terreno si scosse ancora, ma la gente quasi non fece caso. Piuttosto si guardava l'un l'altra con strane espressioni in faccia.

«Stella, se davvero hai un'idea, è ora di attuarla! Non mi piace l'atmosfera che si è creata tra la folla. Un grido, accompagnato da un'altra dozzina proveniente da diverse direzioni le diede ragione.

«È cominciato il cannibalismo!» suppose Sabato.

«Non ancora,» disse Artemisia. «Prima si morderanno, poi perderanno coscienza e inizieranno a straziarsi a vicenda senza battere ciglio.»

«Capisco l'urgenza, ma prima devo fare una cosa molto importante.» Riprese in braccio Reva. «Ehi, piccolo scricciolo, non abbiamo molto tempo. Ti chiedo di abbassare le palpebre, per favore.»

«Sì, maestra Stella. Così va bene?» La donna le accarezzò la guancia.

«Stellina, che intenzioni hai?»

«Donarle la vista. Ho un serpente con questa capacità.» Il cobra dagli occhiali, chiamato in causa, fece bungee jumping dalla testa. Era lo stesso che aveva promesso con lo sguardo che sarebbe stato in grado di esaurire proprio quel desiderio.

«Ora, Reva, conteremo fino a tre, d'accordo?» Non arrivarono a due che il serpente le aveva già morso ciascuna tempia senza causarle nessuna ferita, nulla, a parte il fatto che quando sollevò le palpebre il mondo come lo conosceva aveva assunto forme e colori che non poteva immaginare. La boccuccia aperta, le ciglia sollevare, e gli occhi sgranati parlarono con eloquenza dello stupore che da quel momento in poi l'avrebbe sempre pervasa.

«Oh! Ma guardala! Non si spaventa mica!» sorrise incredula Darlina. «Eppure ci sta osservando, e noi siamo... quello che siamo!»

«E come potrebbe spaventarsi, se non ha mai visto nulla fino a questo secondo, e di conseguenza non possiede ancora nessun metro di paragone?»

«Peccato che non è proprio il più bel posto per cominciare a vederci qualcosa.» Stella chiamò a raccolta Achille, Bellerofonte e Perseo. «Eroi! Ora dovete proteggere Reva a costo della vita!»

«Siamo ai vostri ordini!» tuonarono i tre del mondo antico. Achille accolse tra le braccia la bimba, che proprio non batté ciglio, troppo avvinta dal nuovo modo di percepire il mondo.

«Sabato! Adesso, sposa Artemisia e Mausolo!»

«Ma perché proprio io, donna?»

«È perché col chitone porpora sembri un vescovo! Era dal primo giorno che te lo volevo dire,» ridacchiò Darlina.

«Sempre simpatica tu,» ribatté alla Chimera. «Ma come faccio?»

«Avrai pure assistito a qualche matrimonio in tutta la tua vita, o mi sbaglio, dongiovanni giurassico!» sbottò Stella prima di dirigersi verso lo scrigno. L'ultimo tentennamento lo dissolse l'ennesimo scossone tellurico e le grida scomposte degli ex ostaggi, sempre più aggressivi tra loro. «Sabato! Datti una mossa!»

L'uomo sbuffò, trascinò davanti ad Artemisia Mausolo, Darlina stava a mani giunte in attesa di chissà quali emozioni. Emozioni traducibili nella sposa che stava a braccia conserte, il volto talmente girato dall'altra parte che sembrava volersela svitare dal collo; e da lui, che ancora stava cercando il coraggio perso nel contenuto del gonnellino del chitone.

Sabato diede un colpo di finta tosse. «Siamo qui riuniti per celebrare...»

«Falla veloce, Sabato!» sbottò Stella indaffarata a infilare il Caduceo sotto lo scrigno delle catene di Zeus.

«Oh, vabbè, allora, vuoi tu, signora delle tombe, delle ossa e altra roba allegra riprenderti 'sto debosciato "Maiuscolo," o come si chiama, come tuo legittimo consorte?»

«Se proprio devo...» disse Artemisia.

«E vuoi tu, pezzo di cretino senza spina dorsale, signore dei loculi cimiteriali, delle sentenze di morte e altre robe bene auguranti riprenderti "Artefisica," o come si chiama, come tua compagna?»

«Se proprio insisti,» biascicò Mausolo.

«Bene, scambiatevi un bacetto e chiudiamola qui.»

Mausolo allungò un braccio verso Artemisia, che si ritrasse. «Quanto puzzi! Una doccia nei giorni dispari mai eh?»

«Ah! E adesso fai pure la difficile? Dopo che mi sono preso io la tua colpa_» Artemisia gli tappò la bocca con un bacio.

«Ah, non ci sperava più nessuno,» commentò Sabato. «Allora, dal potere conferitomi da... Ma da chi?»

«Veloce! Che qui le persone ci stanno guardando come fossimo il rinfresco nuziale!» pregò Darlina, terrorizzata all'idea di essere costretta a difendersi contro gli umani normali.

«Ecco, nel nome di uno, nel nome di un altro, vi dichiaro sposati...» una fiammata improvvisa si riflesse negli occhiali di Sabato come anabbaglianti e cancellò all'istante la coppia di novelli risposati.

«Sabato! Dovevi sposarli, non cremarli oh!» tuonò Stella.

«Ma io, non, io...»

«Mai che ce ne vada bene mezza in tutta questa storia!» protestò la Medusa, tutta piegata e aggrappata con le mani al Caduceo incastrato sotto lo scrigno. «Oh! Andiamo avanti, non ci resta altro.»

«Ma che stai facendo Stella?»

«Secondo te?» Stella inarcò la schiena ed estroflesse le ali d'oro.

«Non vorrai mica fare decollare tutta il piazzale con più di tremila persone sopra!»

«Se hai un'idea migliore è ora che tiri fuori il fiato!» lo sguardo fermo a sottolineare tanta determinazione quanto disperazione. Darlina per un attimo perse il respiro. «Voi due adesso dovete trattenere la gente in mezzo alla segreta, avete capito?»

«E come, come possiamo fare?»

Gli occhi di Stella schizzati in cielo, intravidero porzioni di cielo notturno, e l'interno dello scheletro della torre di Platopoli incombere su ogni cosa. «Siamo o no ancora dei mostri? Allora spaventateli, minacciateli, ma soprattutto non mangiateli!» "Che a me stanno già cominciando a sembrare appetitosi stuzzichini..."

«Non andrete da nessuna parte!» La voce di Tantalo si fece sentire più cupa e minacciosa, il perimetro della segreta era circondato da un uragano sovrannaturale, pezzi di macigni a sbattere l'uno contro l'altro. Il pavimento a sprofondare con maggiore velocità. Stella, in posa da volo con aliante, sbatté le ali e il colpo di vento che produsse mandò a gambe all'aria una dozzina di ex ostaggi in preda alla fame malvagia.

«È il caos più completo!» esclamò Sabato, lo sguardo perso nella massa che sembrava un quadro dantesco vivente, peggiorato dalla grinfia titanica che tratteneva l'intero spiazzo.

Le ali di Stella sbatterono sempre più forte, le catene si tesero e la superficie circolare della segreta assunse l'aspetto del piatto della bilancia più grande del mondo. Lo sforzo le provocò una scossa elettrica lungo le braccia. «Ca-ucaso che male! Non ho la forza per...» Senza l'ausilio del morso del serpente delle rocce, impegnato al momento a fungere da Caduceo, il corpo di Stella si pietrificò spontaneamente. La forza che cercava era ora a scorrerle nelle vene. Inarcò il collo, ghignò a denti stretti, la chioma serpentesca sempre più mescolata alle ciocche mogano Tiziano, e il pavimento smise di sprofondare.

«Sabato! Hai visto?» Darlina indicò la Medusa, tra un tentativo e l'altro di sedare le zuffe cannibalesche.

«È una forza della natura...» commentò pieno di ammirazione Sabato, impegnato a fare lo stesso.

Nonostante il prodigio però, la porzione di terreno era in stallo.

«Ermes! Un aiuto non mi farebbe male...» piagnucolò. Le braccia scricchiolanti nonostante fossero di pietra. Le ali d'oro crebbero a dismisura e i battiti si fecero più cadenzati. Il fondo della segreta cominciò a risalire di qualche metro.

Darlina, mento al cielo, vide nell'angolo di mondo in decadenza l'amica di una vita brillare in alto, esattamente come il corpo celeste dal quale aveva preso il nome. Chinò il capo. Al gruppo di ex ostaggi che stava per aggredirla mostrò la bocca piena di lava incandescente. Quelli si ritrassero e lei li oltrepassò. Zigzagò tra gli altri affamati e raggiunse Sabato, che si stava facendo fare un massaggio a suon di pugni.

«Sabato! Sabato!»

«Oh, grazie giovanotti, grazie, adesso basta, mi stanno chiamando,» scartò una coppia di lato, altri cinque dall'altro e quelli che proprio non volevano farlo passare, oppure che provarono ad azzannarlo, li buttò a terra senza badare chi fosse, dicendo: «Permesso, scusate...»

«Sabato, non credi che dovremmo fare qualcosa per aiutare di più Stella?» L'urgenza trapelò con ogni mezzo dalle parole della compagna, e lui lo percepì appieno. Guardandola negli occhi, seppur schermati dalle lenti, comprese quali erano le sue reali intenzioni. Annuì fiero.

«Sono d'accordo con te, cara, sì, sono d'accordo. Però, Stella non merita di scoprirlo a giochi finiti.»

«È chiaro che deve saperlo, non ti preoccupare, ci penso io.» Darlina compì solo un balzo e fu già di fronte a Stella.

«Darlina!»

L'amica accostò la bocca all'orecchio il tempo di un planaggio controvento e sussurrò qualcosa, poi fluttuò di nuovo giù, verso le genti.

«Ma sono impazziti! Quei due deficienti, hanno deciso... Oh! Ermes! A costo di spezzarmi ogni cosa, dammi più forza!» Il Caduceo si accese. Guardarlo faceva male agli occhi. Le ali da pipistrello d'oro divennero quattro, e poi sei, tutti a sbattere in sincronia. Lo spiazzo, nonostante fosse ancora artigliato dalla grinfia di Tantalo, risalì di diverse decine di metri; ancora poche altre e sarebbe emerso dal sottosuolo. Dall'alto, oltre la raggiera di catene puntellate intorno alla superficie, Stella individuò Sabato e Darlina. Erano sull'orlo della fondamenta.

«Capo, Capo, Capo, mi spiace Capo...»

«Che c'è, compare di spalla?»

«Sto per andare via. Tra un po' non ci sarò più.»

Sabato spostò la spalla dove teneva in ospite il compagno di avventura. Il movimento fu più fluido del solito. Si tastò il fianco da dov'era innestato il corpo del rettile mitologico, e anche quella parte cominciava e liberarsi dall'ingombro. Persino la coda era ridotta a massimo due metri.

Darlina notò sul seno la capretta ancora vispa, mentre il leoncino era ridotto a un muso sorcino. Le caddero le ali d'oca, che si disfecero in sabbia brillante.

«Sabato! Presto! Non abbiamo più tempo!» esortò Darlina, preoccupata anche per il tirso, che stava rapidamente tornato a essere il suo semplice mattarello da viaggio.

«Capo, la Pupa Chimera ha ragione. Quello che dovete fare fatelo subito, così almeno potrò esservi utile un'ultima volta, Capo.»

«Oh, caro, mi mancherai tanto...» confessò l'uomo accarezzandogli la gola squamosa.

«Sì, anche a me mancherà qualcosa di questa situazione assurda, ma adesso, andiamo!»
Sabato accettò la mano che l'amica gli aveva offerto. L'orlo del baratro era davanti. Il vento solforoso di Tantalo alitava sulle facce. L'oscurità più assoluta accolse il loro tuffo, e avvenne ancora qualcosa.

Non vista da nessuno, due puntini luminosi espansero la più splendente delle luci in mezzo al nero braccio di Tantalo che si spezzò. Allo stesso modo si spezzò il cuore di Stella, che di quel prodigio vide soltanto il grande circolo luminoso circondare per un po' le fondamenta della segreta. Era come assistere a un'eclissi solare di breve durata.

Le rughe sul volto di Stella tremarono. Strinse gli occhi, gridò oltremodo incazzata, e trascinò verso l'alto le fondamenta zeppa di persone. Rapida, passò all'interno dello scheletro della torre spazzando via tutto ciò che lo componeva man mano che lo spiazzo lo attraversava.

«Aspettatemi, Darlina, Sabato, saremo, prestissimo, lo, giuro, insieme.»

Sul disco lunare s'impresse per pochi minuti l'ombra del piatto della bilancia più grande del mondo.

«Ermes, indicami dove portare questi poveretti.» Buttò un'occhio alla massa di ex crocieristi e sospirò. «Si sono rimessi di nuovo a dormire. L'effetto cannibalismo è cessato. Almeno così staranno tranquilli...» Un coro di ululati le diede torto. I frammenti oscuri di Tantalo, quelli che non avevano fatto in tempo a sprofondare nel mistero del cuore del Tartaro, si erano trasformati in lupi con le ali. Impiegarono pochi minuti per raggiungere la Medusa, che ne contò a occhio un centinaio, o forse più, a circondarla da ogni parte. E con gli occhi tristi li pietrificò tutti. Quelli che non vide subirono la stessa fine appena furono entrati nel suo spazio vitale.

Un punto in mezzo al mare brillò. Stella acuì la vista. «Non è una nave... È qualcosa che... Ah, sì, il punto dove atterrare. Spero solo di non sbagliarmi. Dopo tutta questa fatica, ci manca solo che faccia affogare i passeggeri, vero ragazzi?» Chiuse gli occhi appena finito di borbottare. «Sono morti. E io sono proprio vecchia,» rise. «Parlo da sola,» pianse.

L'aurora del mattino segnò il momento di adagiare la porzione di terreno sul pelo del mare. E Stella non si seppe spiegare come mai quella non andò giù a picco nei fondali. Capì però di non essere più la Medusa dal momento che, terminato l'ammaraggio, perse tutte le ali d'oro, e precipitò verso quella fetta di roccia. Ma non aveva più nemmeno voglia di urlare.

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