25 ~ Ah, ah, ah! Che matto che è!
«Signor Dello Montesilvano! Signor Sabato! Su, apra gli occhi!»
"Sento le voci. Brutto segno. Se aprissi gli occhi e vedessi pure la luce, sarebbe un grosso guaio. Non mi rendo conto nemmeno se sto in piedi, seduto o sdraiato."
Gli bastò una strizzata di palpebre per realizzare di stare in piedi e d'intravedere un'ombra avvolta nella luce. «Luce! Come non detto. Sono morto. Pazienza. Tanto doveva succedere. Solo che...» Serrò di nuovo la vista.
«Ah, ah, ah! Lei mi fa proprio morire, signor dello Montesilvano! Ma no, su. Coraggio. Ora, apra bene gli occhi. Le prometto che non le succederà nulla di male.» Il calore sulla spalla nuda diffuse brividi che Sabato attribuì a una carezza. Il reticolo capillare delle palpebre scomparve, ora che aveva rilassato i muscoli del viso. "Non capisco. Non mi rendo conto nemmeno se sto sognando. Se è una voce femminile che mi parla. Se sto in piedi o asfaltato a terra... ah, no, questo l'ho già detto e... sto dritto come un baccalà. Però ho la sensazione di essere ancorato a terra. Mi pesano i piedi. Non potevo volare invece? Un momento! Il volo! L'auto! Il bosco! Stella! Darlina!" La preoccupazione vinse il timore e aprì gli occhi. Gli occhiali di onice scivolarono fino alla punta del naso. Sbatté molte volte le palpebre per dissipare la foschia che gli ostacolava la vista, e infine la figura che lo stava ancora incoraggiando apparve limpida. Deglutì spingendo indietro la testa schiacciando il pomo d'Adamo penzolante.
«Io ti conosco!» gli occhi celesti mezzi espulsi dalle orbite.
Il sorriso della donna si chiuse, pur mantenendo l'aria allegra. Ondeggiò la testa. «Lei mi conosce?» il tono di finto stupore.
«Eh! Eh sì! Quel sorriso, quel volto, gli occhioni scuri e quella...»
«Ah, ah, ah!»
«Risata appunto!» le disse osservando come portava il dorso della mano sulla bocca senza sfiorarla tutte le volte che rideva, l'altra mano sul fianco e soprattutto come inarcava la schiena quasi come una contorsionista. A veder poi il vestito blu, stretto, con le spalline, sommerso da paillettes luccicanti come stelle, e il caschetto biondo platino, Sabato non ebbe dubbi su chi fosse quella donna. «Ma tu, tu sei Raffaella Carrà!»
«Ah, ah, ah, che simpatico che è signor Sabato dello Montesilvano!» stessa risata a scatti e schiena ad Arco di Trionfo prima di raddrizzarsi. «Su, venga con me, mi segua che non abbiamo molto tempo purtroppo.» La donna mise un braccio attorno alla schiena dell'uomo e lo trascinò lungo quello che solo ora a Sabato si svelò come un giardino. Fiori dai colori mai visti, farfalle a più ali, ibis scarlatti i cui becchi ricurvi brillavano d'oro. Alberi dalle fronde vive che s'inchinavano al passaggio della bionda platino.
«Davvero siamo qui? E tu sei davvero...» Smarrì il pensiero, distratto com'era da un coniglietto appena sbucato da una siepe. Il colore nocciola della pelliccia folta, il tartufo vibrante, le orecchie lunghe scosse. Anche l'animale era incuriosito dalla nuova presenza, tuttavia scomparve affaccendato a trascinare un grosso uovo d'oro. Persino la terra, scoprì non essere terra, ma un misto tra pepite e polvere zecchino. Non poté osservare cosa ci fosse oltre la sua destra, la cui visuale era occupata dal testone del Basilisco accasciato. Frenò il passo. «Oh! No! No! Ehi! Amico! Stai bene?»
La donna chinò poco lo sguardo, gli zigomi sempre alti, la bocca che non tradiva nulla oltre l'allegria. «No, signor Sabato, non si deve preoccupare. Il suo amico sta bene, ha la mia parola. Però è meglio per lui che rimanga addormentato. Vede. Non potrebbe resistere alla mia vista, e io posso rivolgermi soltanto alla vostra parte umana.»
«Che intenzioni hai, donna?»
«Aiutarla. Su, procediamo. Mi segua. Le ho già detto che il tempo non corre a nostro favore.» Si riallacciò alla schiena dell'uomo e lo trascinò lungo il sentiero che stava indicando. Sabato, seppur restio dall'eseguire l'ordine, non riusciva a contrastare la volontà dell'altra.
«I miei complimenti, signora Raffaella, ha una forza notevole!»
«Ah, ah, ah, non si burli di me, signor Sabato.»
Sabato azzardò un ultimo tentativo per opporre resistenza, ma per una strana combinazione di movimenti, si ritrovò ad allungare il braccio sulla schiena della donna e a sfiorarle con la mano il posteriore.
«Oh! Ah, ah, ah! Ma lo sa che lei è proprio un gran bel birbantello! Ah, ah, ah!»
«Ops, non ero intenzionato...»
«La perdono, non si preoccupi. Piuttosto, adesso deve ascoltarmi bene.» La bionda platino si fermò davanti a un arco di rose che incorniciava un vortice di scintille. «Prima che entriamo. Lei, signor Sabato, ha un sacco di cose da fare. Deve portare in salvo le sue compagne d'avventura. Lei solo può farlo.»
«Ah, già! Devo trovare Stella e Darlina!» scosse la testa. Le gote arrossate.
«Non si deve vergognare, signor Sabato. È tutto a posto.»
«Come può essere tutto a posto se mi distraggo sempre, e mi dimentico tutto subito,» ammise.
«L'ho osservata, signor Sabato, e lo so. Però so anche che lei alla fine sa sempre fare la cosa giusta, su!»
«È che per queste cose vanno bene le persone come Stella. Lei sa un sacco di cose. Sa, è una cara amica di tutta una vita.»
«Ho visto anche lei, la vostra grande amicizia, e so che è una donna tenace. Davvero molto forte. Ma vede, anche le persone migliori hanno bisogno di amici che l'aiutino. Senza si fa poca strada.»
Sabato soppesò il pensiero. «È che io sono veloce a nuoto, non a pensare.»
La bionda platino allargò un altro sorriso. «Le svelo un po' di segreti: il pensiero veloce a volte tradisce, quello misurato invece ottiene risultati formidabili.» In pochi secondi vide il volto di Sabato distendere i solchi intorno agli occhi. Gli posò una mano sul petto e poi la ritirò a pugno chiuso. «Sulla nave ho scelte lei, signor Sabato, perché tra tutti i presenti è quello che ha il cuore più puro. Se lo ricordi, questo, alla fine.» Schiuse il pugno e sul palmo si trovò adagiata una piccola rosa del deserto. «Con questa potrete liberare le persone che Mausolo tiene prigioniere.» La bocca di Sabato si aprì a scatto. «Ma solo una persona completamente umana può usarla.» La bocca tornò serrata. Accettò la gemma e la mantenne in mano.
«E come facciamo?»
«Abbia fiducia.»
«Se non abbiamo altro...»
«Ancora una cosa, caro signor Sabato. Quando affronterete la foresta di Mancinella non dovete usare nessun simbolo divino. È importante, mi raccomando,» il dito a un palmo dal naso dell'uomo. «La foresta di Mancinella è stata creata da una dea succube di Mausolo. Se usaste i simboli scatenereste un conflitto tra divinità e la situazione, come può immaginare, diventerebbe disastrosa.»
«E cosa...» L'immagine della foresta incontro alla quale era andato a finire assieme a Stella e Darlina lo colpì come un pugno in testa. «Siamo finiti dentro una foresta. E che male può fare un mucchio di alberelli?»
La bionda platino restrinse di nuovo il sorriso senza cancellarlo del tutto. Gli occhi a esplorare ora un iride celeste ora l'altra, prima di stabilire un contatto visivo fermo. «Gli alberi di Mancinella sono le creature vegetali più velenose del mondo. Sono chiamati: "Alberi della Morte." Produce frutti a forma di mela.»
«Buone! Ho una fame!»
«Sono tossiche! Portano alla morte in pochi minuti.»
«Mi è passata la fame.»
«La corteccia, i rami, le foglie, rilasciano una resina capace di bruciare pelle, carne e ossa!»
«Una notiziona per i vegani di tutto il mondo!» sbuffò l'altro. «E allora... che si può fare... li bruciamo?»
«No! Assolutamente no! Il fumo della combustione dell'albero della morte provoca cecità! Per non dire che blocca persino il respiro!»
«Bè! Allora... scusi signora, dov'è l'uscita? No, perché qui abbiamo finito...»
«Ah, ah, ah, che matto che è, signor Sabato!» il dorso della mano davanti la bocca, il naso arricciato. «Ma adesso basta, è ora di tornare seri,» disse lei che ancora rideva. «Su, mi segua. E ricordi, signor Sabato, tragga in salvo la Chimera e la Medusa dagli effetti degli alberi di Mancinella il più presto possibile. Essendo creature superiori possono resistere pochi minuti prima di accusare gli effetti mortali. Su, coraggio!» Distese le braccia lungo i fianchi, il volto fermo, lo sguardo magnetico. Accennò a dare le spalle per passare sotto l'arco di rose, ma Sabato la chiamò.
«Ma tu chi sei veramente? Ancora non me lo hai detto.»
La donna allungò la mano sul chitone dell'uomo. Individuò il taschino interno, premette l'indice in direzione del cuore e lo baciò sulla bocca. «Non ha importanza. Lei mi vede con le sembianze che ama di più.» Ritirò la mano e Sabato, arrossitto come un pivello, ricordò d'avere nel taschino interno la moneta da due euro che tanto aveva inseguito all'inizio dell'avventura.
«Ma tu sei una dea?»
«Di più!» sorrise la donna.
«Una fata?» E l'altra scattò a ridere.
«Di più, di più! Ah, ah, ah,» reclinò ancora una volta il viso arcuando la schiena, prima di tornare seria e dritta. «La maggior parte delle persone m'immagina bendata,» sussurrò. Sabato scattò col capo, e la donna portò un dito davanti le labbra soffiando il sibilo del silenzio. Ripose l'arto lungo il fianco, chinò il capo, lo sguardo luminoso, un lento occhiolino, e aggraziata si voltò verso l'arco di rose dove s'incamminò svanendo nella nube dorata.
«Ma chi è che immagina la gente bendata? A. Qui ci vuole Stella,» fece una smorfia, chiamò l'amica, ma alla voce emessa rispose solo l'eco. Un colpo di vento improvviso gli gelò la schiena. Si voltò e sussultò alla vista del bel giardino risucchiato da un vortice nero. «Eh, eh, no! Che diamine!» La cosa mangiatutto avanzava veloce. Era ormai a un passo, e prima che lo divorasse si tuffò nella luce.
Una voce lontana lo chiamava, e una nuova luce ne sfocava la fonte. «Capo, Capo! Sveglia Capo! Qui siamo messi male! Capo! Capo!»
Le narici accolsero l'aria rovente del Sahara, il testone del Basilisco occupava il campo visivo. Stavolta Sabato si rese conto di trovarsi sdraiato. Le braccia formicolanti per la posizione innaturale che avevano assunto.
«Oh, sei tu, sei sveglio.»
«Sì, sono io, sveglio, Capo, ma adesso devi essere anche tu! Presto! Presto! Le pupe stanno male!»
Con colpo di reni Sabato si ritrovò in piedi, atto che gli fece vedere luccichii rincorrersi nelle retini.
«Dove sono?»
«Noi qui, loro là!» indicò il testone iridato sporgendo il muso. Stese a braccia aperte con i volti infossati nella sabbia ai piedi di uno dei degli alberi di Mancinella, stavano Stella e Darlina. L'uomo Basilisco accorse zigzagando tra fusti e virgulti della morte, il volto lungo e il respiro a bocca aperta. «Oh, no! No! No!» Si chinò a tuffo tra le donne e con le braccia in contemporanea le rivoltò come fossero cuscini di piume. Erano pallide, respiravano appena. «Come si esce da questo luogo schifoso?»
«Di là, Capo, di là!» il testone amico si protese verso la parte opposta della corsa appena terminata, laddove la luce di bronzo riflessa indicava le dune di sabbia del deserto. Sabato si caricò su ciascuna spalla le amiche e corse con le ali ai piedi fuori dalla foresta velenosa. Fu così rapido e potente che percorse quasi un chilometro. Quando giudicò d'aver raggiunto una zona franca, si voltò. La scia di sabbia smossa dalle falcate mostruose doveva ancora dissiparsi. E Sabato non aveva nemmeno il fiatone.
«Sei un grande, Capo!» singhiozzò il compagno di spalla.
«Mica tanto. Io. Io non so come fare adesso!» Con le braccia tremanti adagiò le donne sulla sabbia e s'inginocchiò tra loro. «Io cosa posso fare!»
«Cerca un simbolo divino, Capo!»
Sabato chiuse gli occhi e ricordò l'avvertimento della bionda che aveva visto in sogno.
«Non posso. Non posso usare i simboli. Arrivati sin qui non si possono più usare.»
«Ma perché, Capo?»
«Ho sognato una donna, una che fa parte di queste cose magiche. Che mi ha detto che non devo usare i simboli contro la foresta di Mancinella.»
«Ma allora è tutto a posto, Capo! Non è contro la foresta che devi usare i simboli, ma per aiutare le pupe, no?»
La testa di Sabato scattò a destra incastonando lo sguardo con quello del compagno.
«Ma sai che hai ragione... Non c'è un attimo da perdere.» Individuò la borsetta di Darlina coperta dalla veste gialla e vi frugò. A parte il libro di cucina, il mattarello d'oro, il cellulare è un confuso insieme di oggetti, non riconobbe nulla di utile. «Porca vacca! Non so nemmeno che caspita debbo trovare!»
Una lama di luce gli ferì gli occhi. Il sole stava tramontando. Il profilo del deserto cominciava a oscurarsi. Le ombre si proiettavano lunghe tra le onde di sabbia.
«Stella! Oh, lei deve avere qualcosa...» Sottrasse la borsetta della Medusa e in mezzo a vari segreti di bellezza, riconobbe l'opuscolo della crociera con tutti gli itinerari delle escursioni. «Se solo fossi tu al posto mio, cara formidabile Stella...» scosse la testa lentamente. Gli occhi umidi a veder il volto affilato dell'amica, reso più terribile dal nido di serpenti inerte a fare da macabra cornice. "I simboli sono dappertutto, basta cercarli." Le parole della compagna riaffiorarono nel momento in cui l'ennesima lama di luce solare gli colpì le pupille. Il sole era prossimo allo scomparire all'orizzonte.
«Quello. Quello che. Come si chiama quello che fa luce?»
«Ti riferisci ad Apollo?»
«Eh, ho letto sull'opuscolo che il tipo che sta al sole guarisce anche le persone.»
«No! Capo, no! Quello no! Quello è più cattivo, malvagio, pessimo, orribile, infido, iracondo, ingiusto...»
«E dacci un taglio!»
«No! Davvero Capo, no! Non lo invochi! Quello mi ha ucciso il nonno!»
«Che c'avevi pure il nonno adesso?»
«Sì, i nonni ce li hanno tutti. Era mio nonno Pitone.»
«E che ha fatto tuo nonno che Apollo l'ha fatto fuori?»
«Niente! Niente di male, una sciocchezza, voleva soltanto mangiarsi la madre prima che lui nascesse.»
«E vuoi biasimarlo pure?! E poi tu che c'entri?» Attorcigliò la coda e si sedette rivolto all'ultima corona solare che bruciava un piccolo segmento dell'orizzonte.
«Sei l'unica speranza che ho. Me la daresti una mano, giovanotto Apollo?»
Il sole svanì del tutto trascinandosi un crepuscolo sanguigno. Sabato crollò la testa. «Non ce l'ho fatta. Ma, aspettatemi amiche mie, verrò a chiedervi perdono di persona.»
«Ehi, Capo.»
«Sta zitto!»
«No, Capo. Guarda avanti.»
«Ai giovani si dice così. Noi. Ora. Io. Sono solo un vecchio scimunito...»
«Ma che dici, Capo? Guarda avanti!»
«Ma che vuoi?» ringhiò l'uomo, assalito dalla frustrazione più nera.
«E alza il capo, Capo!» Lo scossone che gli diede il compagno lo indusse a inquadrare due puntini luminosi provenire laddove poco prima c'era l'ultimo sole. Sabato assottigliò gli occhi, la bocca appena aperta. La coppia di puntini brillanti sfrecciava tipo cometa rasoterra, percorse l'enorme distanza a velocità irreale, e quando giunse a un passo dal Basilisco, si bloccò rivelando la reale natura.
«Sono, due, frecce! Due frecce d'oro! E a che mi servono?»
Il testone iridato tremò. «Te l'ho detto che non era una buona idea! Oh! Nonno! Aspettami, sto arrivando!»
Le frecce, ruotando, orientarono le punte verso le donne agonizzanti. «NO! NO! NO!» strillò Sabato, ora col fiatone della preoccupare. Ma niente. I dardi infilzarono i petti della Medusa e della Chimera prima che le braccia di Sabato li bloccasse. Suonò triste quel doppio "zac!" nelle carni delle poverette.
L'odio profondo che aveva il testone del Basilisco per la divinità appena invocata divenne pronta eredità di Sabato, che si rivolse laddove prima c'era il sole. «Ma che bastard_» Il doppio respiro grave e il rapido scatto delle schiene delle donne bloccò l'imprecazione. Gli occhi di Stella, spalancati, come quelli di Darlina, uniti alla ribalta del serpentario, della capretta e del leoncino, scatenò pronta gioia nell'uomo che sussurrò: «Che bravo giovanotto, Apollo.» Prima che le amiche potessero realizzare alcunché, le abbracciò così strette quasi da farle perdere il respiro, di nuovo.
«Ciao bella Pupa!»
Stella, a veder lontano un pollice dal naso il testone iridato, fece una smorfia mezza strozzata.
«Ma che succede, Sabato! Basta, non respiro!» La stessa lamentela provenne dall'altro lato. Il leoncino e la capretta presero a mordicchiare il chitone del Basilisco.
«Scusate, scusatemi,» biascicò a voce tremula l'uomo, liberando le donne dall'abbraccio. «È che stavolta ho avuto pura paura. Vi, vi, vi ho visto morire. Poi ho fatto la cosa dei simboli e sono arrivate due frecce che vi hanno trapassato.»
«E che volevi finire il lavoro?» disse Stella, e a Darlina scappò una risatina. Tuttavia entrambe si tastarono il petto alla ricerca di una qualche ferita, ma erano sane. Le frecce d'oro di Apollo erano scomparse al momento dell'impatto.
La Medusa individuò l'ombra oscura all'orizzonte oltre le spalle di Sabato.
«C'è qualcosa che mi sfugge. Ricordo il volo con l'auto, ho ben in mente la vista di sfuggita di Platopoli, un po' pure l'impatto contro quegli strani alberi. Però, dopo? Avremmo dovuto come minimo fratturarci le ossa. Invece...»
«Forse, dico con molta cautela, l'esser dei mostri ci dota di resistenza agli impatti,» ipotizzò Darlina.
«Sì, voi. Voi, tu Chimera e lui Basilisco, siete i forzuti del gruppo. Ma lasciamo perdere. Piuttosto. Che cosa sono quegli alberi?»
«Mancinella,» la informò Sabato, cogliendo al balzo un fugace ricordo di quello che le aveva spiegato la donna bionda in sogno; o quello che gli pareva fosse stato. Stella socchiuse la bocca, tolse dalla faccia un terzetto di serpentelli affaccendati a pulirla dai granelli di sabbia. L'ombra della sera poco macchiata dall'ultimo strascico di crepuscolo disegnava a tinte orribili il bosco mortale.
«È assurdo. Non ci sono, voglio dire, gli alberi di Mancinella crescono solo nel subtropicale dell'America Latina. Che ci fanno qui? E tu come fai a saperlo?»
«È stata una dea schiava di Mausolo a piantare quei fusti. E, ah, sì, me l'ha detto Raffaella Carrà,» disse tutto d'un fiato l'uomo, timoroso di dimenticare le poche cose che ancora ricordava.
«La Carrà?» fecero coro le donne, senza nascondere l'aria divertita, ma Sabato sorvolò e raccontò tutto quello che gli era capitato.
«Oddio. Può essere che esista un po' di tutto,» commentò Darlina, solo per apparire solidale alla proverbiale confusione mentale di Sabato.
«Ovvio,» fece eco Stella. «Dobbiamo prepararci a qualsiasi cosa. Siamo stati imprudenti. Assaltare la fortezza stile kamikaze poi, ci è mancato un pelo che ci lasciassimo le piume.»
«Come faremo a passare adesso? Se non si può attraversare quella foresta. Dobbiamo trovare un simbolo divino efficace?»
«No! La donna che mi ha parlato mi ha detto che no, sennò si scatena un pandemonio peggio di quello che già c'è,» rispose Sabato fissando lo sguardo attonito di Darlina.
«La faccenda si fa sempre più complicata,» valutò Stella. «Allora, per il momento, meglio riposare. Ci penseremo domani. Intanto ho fame e freddo.»
«Per il freddo ci penso io,» si offrì Darlina. «Fate attenzione ai piedi.» Il trio seduto in circolo sulla sabbia, ritrasse le gambe, Darlina solleticò il leoncino e dopo le fusa espulse dalla bocca un lapillo che sciolse in una pozzanghera di lava la sabbia in mezzo a loro, come una versione riveduta e corretta del fuocherello da campeggio.
«Ben fatto, ciabattina. Cominciava a tremare per il freddo, le escursioni termiche del deserto sono micidiali per la salute. Ora per lo stomaco...» Una mela le cadde in grembo, la raccolse. «Mmh, ho un déjà vue. Comunque grazie ragazzi,» disse rivolta al serpentario, che già una volta avevano prodotto mele in grado di saziare la fame. «Ora che ci penso, non sapevo che la Medusa fosse autotrofa.»
«Parlato in potabile?» domandò Darlina ridacchiando.
«Sono autotrofi gli organismi viventi che producono da sé il cibo. Ma perché ridi?»
«Magari sta cosa ti rimane anche dopo che abbiamo finito questa storia,» liberò la risata la Chimera mentre gustava la sua mela.
«E da dove dovrebbero uscirmi fuori le mele?»
«E secondo te, perché sto ridendo?»
«Cretina! E disgustosa!»
La notte volò rapida, l'aurora di fuoco non sorprese il terzetto, già sveglio a discutere su come aggirare la foresta degli Alberi della Morte. E per quanto fossero buoni i ragionamenti, nessuno sembrava trovare una soluzione.
«Non possiamo fermarci proprio adesso,» borbottò Darlina.
«Eh, se non possiamo nemmeno avvicinarci a quella foresta maledetta perché anche respirarne l'odore ci uccide; non possiamo bruciarla perché il fumo ci fa diventare ciechi, e poi ci fa morire. Ciechi. Eh, è come mordersi la coda. Non c'è soluzione.»
«Ehi, Capo, pupe, Capo, pupe! Io ho un'idea!» Il testone iridato si aggiudicò l'attenzione, data la situazione di stallo.
«Sentiamo, cosa ci proponi tu,» biascicò poco convinta la Medusa.
«Io lascio il comando al mio Capo, e lui spazza via quella erbaccia facile facile.»
Le donne si scambiarono occhiate smarrite prima di puntarle su Sabato. «Hai idea di cosa stia dicendo?» domandò Stella, e Sabato annuì.
«Credo voglia farmi diventare il dinosauro come la volta scorsa, giusto?»
«Sì, Capo, è così. Con la nostra forza di Basilisco sarà uno scherzo abbattere quegli stuzzicadenti infernali. Che poi noi siamo pure immuni al loro veleno.»
«È giusto!» esplose Stella. «Il Basilisco per sua natura è un mostro velenoso. Ecco perché sei stato in grado di salvarci. Questa è davvero una gran fortuna!»
All'udire l'ultima parola, un tintinnio ferì le orecchie di Sabato. Una schicchera, come un rapido pizzicotto. Scosse la testa, e reputò il fatto a un granello di sabbia volato nell'orecchio.
Dopo un attimo di esitazione, Stella sospirò. «Ma non sarà pericoloso per voi due? È vero che siete immuni al veleno, ma questo non esula possibili rischi... aspettate, ho un idea!»
«Ci risiamo con le tue idee,» borbottò Darlina, assicurandosi di farsi sentire dall'amica, che però la ignorò con un gesto della mano.
«Ragazzi, ma perché non ci ho pensato prima, c'è qualcuno di voi che può essere da antidoto?» Un serpente giallo maculato scivolò a penzoloni davanti alla padrona. Gli occhietti artigliati strabici valsero come una carta d'identità. Stella non dovette nemmeno leggere la scritta sul dorso del rettile per esclamare: «Giuro che a te stavo pensando, Rum!»
«Che intenzioni hai adesso?» la voce incerta di Darlina non distrasse Stella, che le puntò il braccio dove il serpente si era attorcigliato. Con uno scatto a molla le morse la guancia, malgrado avesse puntato il braccio.
Darlina gracchiò un urlo.
«Ma che sei impazzita, oddio, mi gira hic! La testa!»
«E una è vaccinata, ora...» La Medusa si voltò in direzione di Sabato, il testone del Basilisco tremante.
«Eh, no, no, Pupa, no, ho paura delle iniezioni!»
«Cagasotto!» disse Sabato, porgendo il braccio. La vipera Rum lo colpì sul collo, ma l'uomo non fece una piega. «Hic! Però! Buono! Ancora un po', donna per favore!»
«Non fare l'ingordo e trasformati. L'effetto non è duraturo,» lo consigliò prima di rivolgere a sé stessa il serpentello. «Su, un po' di coraggio liquido anche a mammina!» e a lei toccò un morso sul naso. «Aio!»
«Stella! Stella!»
«Che hai da strillare, ciabatta?!»
Darlina puntò un dito, e Stella si girò. Sabato si era già trasformato in diplodoco: la coda lunga oltre venticinque metri, il corpo pachidermico, il collo di altri venticinque metri col testone tondo e gli occhi inferociti, puntava malevolo proprio loro. Un affondo di testa si tuffò in mezzo alle donne, sollevando onde di sabbia, mandandole a gambe all'aria.
«Ma perché fa così?» Darlina in piedi con un balzo.
«Sarà l'effetto della sbornia serpentesca!»
Il Basilisco preistorico si stava disseppellendo dalla sabbia.
«Tu e le tue idee! Tanto intelligente tanto sce...»
«Non una parola di più, taci! E cooorriii!»
Stella già scattata in piedi, lo sguardo acuto verso il Basilisco.
«E dove?»
«Nella Foresta della Morte, no?»
«Pensavo al bar!»
Inseguite dal diplodoco/Sabato fuori controllo, le donne presero a correre a braccetto come comari disperate.
∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆∆
Note per i più curiosi.
Mancinella diapositiva sotto 👇🏻
Non è una mia invenzione bensì, esiste sul serio. Le caratteristiche letali descritte nel racconto sono tutte vere.
L'alta letalità di questo albero che può arrivare fino a quindici metri d'altezza, obbliga le autorità dei luoghi dove prospera ad affiggere dei cartelli segnaletici di pericolo. 👇🏻
Rosa del deserto credo che non sia un mistero, è una gemma reale, ma più che un prezioso, è piuttosto un minerale d'arredamento. Esistono infatti esemplari che arrivano a dimensioni utili per decorare le case in stile etnico.
Sotto, con orgoglio, trafugata da me stesso medesimo 🤭 durante un tour nel Sahara, la piccola rosa del deserto che ho trovato durante l'itinerario dei berberi. 👇🏻
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro