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24 ~ Ragioni e sentimenti

Il giovane alato abbassò lo sguardo, incredulo di scoprirsi libero dalle catene che lo assoggettavano a Mausolo. Si piegò, lanciò le mani sulle caviglie incise dai lividi, testimoni del supplizio. Erano così scuri che si vedevano a distanza. I lunghi ricci castani celavano la smorfia. Le mani si unsero d'icore. «Non so chi di voi mi ha liberato, comunque vi ringrazio tutti.»

Stella si avvicinò, sollevò di poco l'abito e si chinò. «Hai delle brutte lesioni. Oh! Ma questo è sangue d'oro! Il sangue degli dei!» Negli occhi verdi brillarono le scintille della linfa celeste. Guardò in faccia il ragazzo e sorrise alla sua smorfia. «Darlina, forse puoi fare qualcosa per lui, con il leoncino?»

«Sei sicura che, insomma, non vorrei che...» sospirò e lasciò in sospeso il pensiero. Stella fece stendere il giovane, vinse le proteste e l'obbligò ad allungare le gambe. «Non dire idiozie, su. Da com'è conciato, si capisce che ne ha passate di dure pure quest'altro disgraziato.» Il ragazzo cambiò la smorfia con un cipiglio.

La Chimera si accovacciò accanto, e l'amica mise sotto il naso della testa leonina la prima caviglia, e quella la leccò. «Sta funzionando,» disse Darlina, contagiata dalle risate del giovane torturato dal solletico provocato dalla lingua dell'animale. «Le piaghe si stanno rimarginando. Non credo avrebbe funzionato se si fosse trattato di un altro nemico.»

Guarite le ferite e rimesso in piedi la nuova conoscenza, Stella domandò di nuovo chi fosse.

«Sono Zefiro, uno dei tanti dei minori del vento. Mausolo mi aveva catturato e costretto a fare da spia ai vostri danni,» confessò come se l'informazione non avesse nessun valore.

«Anche tu sei stato catturato? Com'è possibile? Ma come si fa a catturare un dio?»

«Mi rincresce, ma non posso dirvelo, non ci è permesso rivelare i nostri punti deboli. Capisco la vostra perplessità, signora Medusa, ma vede, Mausolo ha il supporto di un'entità malvagia dotata di un potere sconfinato, grazie al quale può fare prigionieri gli dei.»

«Tantalo,» fecero coro i tre, e Zefiro annuì. «Menomale che non dovevi scoprire le vostre carte divine!»

Zefiro fece spallucce. «Comunque, catturare gli dei e arrecare loro danni, non è una cosa impossibile. Noi divinità possiamo essere catturati, se si dispone di reti, filo o catene forgiate dagli dèi principali. Si possono ferire, se si dispone di un potere superiore. E...»

«E... cosa?» incalzò Stella. «Non mi piacciono i discorsi incompiuti. Parla!»

«E uno di voi possiede il potere necessario per abbattere un dio,» sospirò Zefiro. Stella e Sabato presero a fissare Darlina.

«Che c'è? Perché mi guardate così? Cos'ho?»

«Il tirso che ti ha forgiato Efesto, è tuo,» disse Stella. «Cara ciabattina dorata, sei la nostra arma segreta contro quella Bestia che vuole mangiarsi gli ostaggi di Mausolo.»

Darlina deglutì a gola secca. «Io?» si indicò, e la mano scomparve in mezzo alla capretta e il leoncino. «Ma non può essere, ci dev'essere un errore, non può essere, che stiamo scherzando. Io sono una chef, io scrivo libri di cucina, che c'entro io? Non ne capisco niente di 'ste cose da libri antichi io, oh! Perché non potresti essere tu, tu che queste cose le insegni pure in televisione. Ecco, te lo do il mattarello, così siamo sicuri che lo sai usare meglio di me, tiè!» chiosò allungando il matterello d'oro, ma l'altra scosse la testa facendo ondeggiare i serpenti.

«Io non posso. Insomma, l'hai visto no, che con una semplice botta casco giù come una pera cotta. Eh, non sono indistruttibile come te e Sabato. Eh, dovrai farti coraggio bella mia.»

«Ma io ho paura...»

«E chi non ne ha?»

«Nel frattempo, dobbiamo trovare un modo per arrivare a Platopoli,» convenne Sabato.

E a Platopoli, nella sala in cima alla torre più alta del palazzo, Mausolo imprecava sommerso da un cumulo di mobili distrutti. La testa mezza incassata al muro. «Argh! Ma che caspita,» fece forza per disincastrarsi. «Come cavolo hanno fatto a spezzare la catena con la quale tenevo a guinzaglio Zefiro? Accidenti! Senza i suoi occhi divini non potrò più tenere sotto controllo quei dannati mostri!» Scaraventò tutti i rottami di legno che aveva addosso e si rialzò.

«Maaauuusooolooo

Il signore di Platopoli s'inginocchiò sui cocci delle chincaglierie che aveva distrutto. Imprecò peggio di prima. «Si-signore, Tantalo, mio signore, dite pure.»

Nella sala circolare, tra le colonne di alabastro, traslucide come vetro porcellana alla luce del sole che si tuffava dai finestroni, non c'era nessuno. La voce della Bestia s'insinuava nella testa di Mausolo, come un oscuro grillo parlante. Un mignolo dentro un orecchio per smorzare il fischio e distendere la smorfia.

«Sto per emergere dalle profondità della terra, e presto arriverò a Platopoli. Fa in modo che possa mangiare più umani possibile, altrimenti a pagare sarà...»

«No! Mio signore, no! Non sarà necessario. Ho pronti quasi tremila umani. Sono nelle segrete della città, a un passo dalle vostre fauci!»

«Mmh... sì, è vero, li percepisco. Percepisco però che sono protetti dalle catene di quel bastardo di Zeus!» ringhiò a tal punto che Mausolo digrignò i denti fino a farli scricchiolare. «Vedi di liberarli. Usa le rose del deserto.»

«Sì, signore, sì, lo so cosa serve per liberare gli ostaggi. E ce le ho tutte, le ho recuperate tutte. Vedesse, ho riempito una sala intera di rose del deserto. Però, le rose del deserto le possono usare soltanto gli umani amorevoli, altruisti e bla bla bla. e io... come farò?»

«Di come farai, sai che non me ne importa una cassa da morto, Mausolo!» rise a tono basso. «Se non potrò mangiare loro, allora mangerò...»

«NOOO! No, mio signore, vedrà. Vedrà che sarò in grado di offrirle il pasto di cui avete bisogno!»

«Vedremo, vedremo,» Tantalo chiuse con una risata che fece stridere le orecchie di Mausolo.

«Dannazione! Artemisia, perché ti ostini così?» sussurrò appena. Si alzò. Osservò il disastro che aveva causato. La catena che teneva allacciata al polso, legata a Zefiro, esplodendo, aveva causato un rimbalzo di forza tale da averlo scaraventato indietro, come il rinculo di un cannone male ancorato. Tirò un respiro e tuonò: «ACLI!»

Nelle stanze segrete, con la telecamera puntata, la dea dei veleni stava immersa nella vasca con addosso il mantello, avvolta da schiuma nera, le cui bolle fluttuanti avevano la forma di teschi. «Oh! Cari followers di YouTube, oggi in questo vlog, vi mostro le novità della settimana per quanto riguarda la cura della persona. Cosa abbiamo qui?» Prese a maneggiare un flacone verde bottiglia e a leggere l'etichetta. «Oh, questo lo stavo aspettando da mezz'ora e già non ce la facevo più,» bisbigliò. «Allora, questo è il prodotto di cui vi avevo accennato la volta scorsa: "bagnoschiuma V.V.V. al vetriolo verde velenoso, direttamente dalle terme di Vetriolo, Trentino Alto Adige." Toh, un made in Italy. Adesso vediamo che sensazioni dà...» Fece per svitare il tappo, ma aveva le mani unte del sapone nero. Fece forza con le dita scheletriche. «Un attimo di pazienza...» Si rannicchiò nella vasca, vinta però dalla difficoltà, s'infilò il collo del flacone in bocca e usò i denti marci come tenaglie. L'improvviso urlo di Mausolo la fece sussultare, strappare il tappo e ingollare mezzo contenuto del flacone. Sputacchiò all'impazzata, si ribaltò nella vasca e colpì l'orlo con la nuca. Annaspò, sbatté le braccia e le gambe contro l'acqua del bagno molti minuti prima di rizzarsi. «Porca trota! Stavo per morire avvelenata, io! La dea dei veleni! Questa parte devo tagliarla! È meglio che non si sappia in giro. Chissà quante me ne direbbero i miei followers.» Al secondo strillo di Mausolo, gli occhi s'illuminarono di rosso sangue.

«Che dannato cavolo vorrà ora, quel citrullo?!» L'ennesimo tuono di voce la indusse a lasciar perdere le riprese e ad accorrere svanendo di riflesso, così come stava: bagnata, piena di schiuma nera e incavolata.

Mausolo nel frattempo ingannava l'attesa della dea misurando a falcate il pavimento di terracotta. Stizzito, scalciava qualsiasi cosa sana o rotta che fosse. Uno sgabello centrò in pieno lo sbuffo di fumo a fungo dentro il quale Acli stava apparendo.

«Ma dico io, ti ha dato di volta il cervello?» disse con lo sgabello parato prima di riceverlo in faccia.

«Ah! Niente storie! I tuoi canarini avvelenati hanno fallito! Voglio che escogiti all'istante una soluzione permanente! Non fare entrare i mostri a Platopoli!»

Acli lanciò lo sgabello fuori dalla finestra. Si diede una sistemata ai bigodini fatti di ossicini umani, e si schiarì la voce. «Quanto ancora vorrai annichilire il mio governo? Io rappresento le forze velenose della natura! Io sono la regolatrice naturale dei veleni concessi alle forme di vita più deboli affinché possano difendersi dall'ambiente esterno! Il veleno è uno strumento di difesa! Nessun animale o vegetale che ne sia dotato lo usa per attaccare se non per sopravvivere!»

Mausolo aveva seguito tutti il discorso muovendo il labiale, con le iridi scomparse nelle orbite, tanto aveva ruotato verso il soffitto gli occhi. «Se hai terminato col tuo solito monologo, fai in modo che i mostri non entrino a Platopoli!» Gli occhi puntati a sfidarla.

«Un modo ci sarebbe,» valutò Acli, dopo aver compreso che non sarebbe riuscita a infilare un minimo di buon senso nella zucca dell'altro. «Solo che dopo non potrò più fare altro. Insomma. Quello che mi stai chiedendo esige tutti i miei poteri. Eh. Dovrei dopo riposarmi un mese almeno per riprendermi. Nel frattempo che farò?»

«Fa quello che ti ho ordinato e per il resto... so che assumono al bar del patronato per l'accoglienza turisti al piano terra di questo mio palazzo.»

Gli occhi di Acli si accesero di nuovo di rosso. «Come osi?» Il respiro pesante ingarbugliava le parole nonostante il tono basso. «Non avresti dovuto sostituirti ad Artemisia per il rito dell'equilibrio. Lei rappresenta il simbolo di base del bene. L'unica barriera in grado di trattenere Tantalo nei recessi del Tartaro. Te lo aveva detto anche la ninfa Menta, che avresti perso il controllo, e che il progetto che ti eri prefissato è impossibile. Tantalo infatti si è liberato. E se non riuscirà a divorare gli umani, mangerà la sua carceriera: ARTEMISIA!»

«A me degli umani non me ne importa una zolla di terra tombale!» La barba si sollevò attorno alla bocca piegata in un sorriso. Gli occhi blu elettrici. Acli, intimorita, spense il bagliore rosso dagli occhi e li socchiuse, il naso pizzicato dall'aria gelida emanata da Mausolo. Odorava di morte.

«Farò come desideri,» disse asciutta. «Dopo, non, devi, più, chiedermi, nulla!» Strinse i pugni scheletrici nascosti sotto il mantello di seta, ora ricoperto da velature di ghiaccio. L'antico sguardo di una divinità a un passo dal cedere all'ira.

Mausolo scosse la testa e l'aria tornò bollente. Quel nuovo sorriso era foriero di nuove idee. «Barriera, hai detto.» Si sedette sul trono, uno dei pochi mobili scampati al disastro. Poggiò il mento sulla mano e il gomito sul bracciolo d'oro. Gli occhi socchiusi come gatti che si crogiolano al calduccio. Acli scrollò le spalle ed emise un verso incomprensibile. Voltò le spalle all'uomo.

«Ehi, Acli!»

«Sì, sì, sto andando! Dovrò prendere un mezzo per uscire fuori città!»

«No. È che prima di andare, potresti farti una doccia? Oggi puzzi più del solito.»

«Ma va fa n' bagno!» disse alzando un braccio in concomitanza con la nube tossica dentro la quale svanì.

Mausolo restò cinque secondi a pensare prima di emettere un: «Eh?» puntando il versante in cui la dea era svanita. Accigliato, tornò a meditare sulla mossa che stava modellando nella mente.

La dea scese dal palazzo e s'incamminò lungo il colonnato che conduceva dritto verso l'uscita est. «Ma guarda che mi tocca fare! Dovrei fare la barista per il patronato per l'accoglienza dei turisti? Ma se, tranne gli eroi, non c'è anima viva a Platopoli! A chi potrò mai servire da bere? Idiota! Ah! Appena finisco me ne vado! Vedrà se non me ne vado!» Brontolò lungo tutta la passeggiata a testa china, coperta dal mantello per ripararsi dalla luce riflessa dai marmi decorativi seminati ovunque. «A me poi manco piace Platopoli. È tutta troppo bianca! Splendente!» Camminò lungo il primo ponte di pietra sotto il quale scorreva acqua azzurra. «E vorrei sapere chi l'ha progettata questa città. È tonda, ogni quartiere è tondo, concentrico, diviso da questi stupidi fiumiciattoli. Sembra un enorme bersaglio a righe per il tiro con l'arco!» Sbuffò. «Si dice che camminare aiuta a sbollire la rabbia. Tutte "vetriolate!" Io mi, mi, mi, oh!» Gli antichi muscoli divini, o quello che parevano fossero, si stringevano sulle ossa a ogni passo. Acli si sventolò il volto sudato tanto per il caldo, quanto per il pensiero della commissione che stava per svolgere.

Avrebbe dovuto sentirsi esausta ora che stava per raggiungere la porta est piantonata da due eroi minori. No. Aveva il fiatone sì, ma per la vergogna che stava provando. "Se mi mettessi a sterminare gente a caso, da chi poi noi dei trarremmo la venerazione che ci fa sopravvivere attraverso i secoli?" Assoggettata a sé stessa, non sentì il ripetuto richiamo dei piantoni. Dovette ritrovarseli di fronte perché potesse riconnettersi con il mondo oltre i suoi pensieri. Ma anche così, non badò loro più di quanto si faccia caso a un mozzicone di sigaretta per terra. Alla domanda: «Fermati, e fatti riconoscere! Chi sei?»

Acli rispose: «Allontanatevi immediatamente dal perimetro esterno della città. È meglio per voi.» Oltrepassò i gladiatori armati di spade, lance e coltellacci. Quelli, per dovere di servizio, la bloccarono di nuovo, stavolta puntando le armi contro.

«Chi sei?»

«Quanto siete stupidi.» La dea indicò la palma che faceva ombra alla guardiola, i guerrieri si voltarono attratti dal gesto. La raggiera di fronde dell'albero si seccò all'istante e si staccò dalla sommità. Poi anche il tronco, marcito all'improvviso, crollò sulla guardiola mandandola in frantumi. «Se non volete fare la stessa fine, ritiratevi.» Dalle bocche aperte e dagli sguardi dei due guardiani in cerca di spiegazioni, comprese che era inutile aggiungere altro. Per lo meno la lasciarono oltrepassare la porta che dava sul deserto bronzeo del Sahara.

Acli si lasciò abbracciare dalla grandezza del panorama. Dune dai morbidi vertici spezzavano l'orizzonte. Il cielo d'argento illuminato dal sole più feroce. Portò un dito sulle labbra secche, si chinò lenta e poi lo affondò nella sabbia, e da quel punto si propagarono crepe nerastre, e altre si diffusero lungo il perimetro della città rotonda, fino a formare un anello. Il terreno prese a scuotersi man mano sorgevano dalle crepe alberi sconosciuti alle latitudini del Sahara. L'anello nerastro si tinse di verde: una boscaglia talmente fitta da scoraggiare ogni desiderio di avventurarsi.

Le ginocchia bitorzolute della dea scricchiolarono durante il tentativo di rialzarsi. Quando ci riuscì e mosse il primo passo, inciampò una volta, e poi di nuovo. Imprecò. «Se non fosse per il potere che gli dà Tantalo, a quest'ora ero... ah!» Sfilò davanti ai due guardiani, rimasti a osservare il prodigio. Non li degnò più d'attenzione. Si allontanò senza badare ai commenti di quelli.

«Non ho capito chi è.»

«Sarà la giardiniera?»

«Non credo. Ha abbattuto una palma alta cinque uomini.»

«Andiamo a vedere,» disse uno, e l'altro lo seguì. «Sono alberi,» convenne l'altro. Alzò le spalle, osservò il compare senza sapere cos'altro poteva dire. «Torniamo dentro.» Senonché avvenne qualcosa. I due si piegarono in avanti, le gole trattenute con le mani, il respiro uguale al rantolo di un animale divorato vivo. Gli occhi erano a un millimetro dallo sfuggire dalle orbite. Il tempo di un respiro e i duecento chili e più di muscoli che avevano si rinsecchirono; durante l'attimo del secondo respiro la pelle si squamò, i finimenti da guerriero scivolarono sulla sabbia, sciolti in una poltiglia metallica. Gli occhi si restrinsero fino a scomparire, i capelli come paglia recisa. Al tentativo di un terzo respiro, tutte le parti che formavano i loro corpi si sgretolarono come talco grigio.

Acli tirò dritta per la sua strada. "Non è per questo che sono stata generata. Ma ormai la gente mi vede come una stronza!"

Centinaia di chilometri più a est, Zefiro proseguiva il discorso con i mostri, e anche se ammetteva di non poter rivelare alcunché, la lingua si scioglieva a ogni parola sempre più. E Darlina ne approfittava per ottenere più informazioni possibili.

«Gli ostaggi, come stanno?»

Zefiro orientò lo sguardo nella direzione opposta alla donna. «Questo proprio non posso dirvelo. Non posso dirle, signora Chimera, che tutti gli ostaggi sono rinchiusi nelle segrete delle fondamenta del palazzo di Mausolo. Non posso assolutamente farvi sapere che stanno là, a dormire sotto l'effetto di un incantesimo di Acli, incatenati alle catene create da Zeus. E guai a me se vi dicessi che Tantalo sta emergendo dalle profondità del sottosuolo, che sta puntando dritto verso quei poveracci. Che fin quando resteranno incatenati non potranno essere mangiati da Tantalo.»

«Questo ci dà un margine di tempo. Certo. Sono sollevata,» disse Stella, la voce tremula. «Non ce lo saremmo perdonati se fossero in pericolo. Oddio. Sono in pericolo, ma non del tutto in pericolo...» Mentre gli amici le davano ragione, vagò con lo sguardo tra le dune a ovest, ma con la mente era salita sulla nave, quando la crociera era una normale traversata a tappe nel Mediterraneo, a tutti i volti che aveva conosciuto, e soprattutto a Riva, la bimba cieca con la quale aveva stretto un'amicizia. "Menomale non può vedere che razza di mostro sono diventata. Aspetta!" Guardò i serpenti della chioma. Non chiese nulla, tuttavia un cobra reale spiccò fra tutti e lo vide annuire. Stella dipinse un'ombra di sorriso. "Fosse l'ultima cosa che farò, voglio salvare almeno quella piccolina. Con tutto quello che stiamo attraversando, non ho avuto modo nemmeno di pensarla come si deve. Tenera bambina. Piccola furbacchiona," sorrise al ricordo del primo incontro.

I genitori la stavano accompagnata dagli animatori specializzati per viaggiatori disabili, e Stella si era ritrovata a scambiare due pensieri con una delle addette, che proprio in quel frangente era stata chiamata nella sala giochi. E così si era ritrovata a sostituirla. Aveva accolto la bambina, e invece di consegnarla agli operatori se l'era portata in giro per la nave. Il fraintendimento fu chiarito la sera stessa, a cena, nella sala bel vedere sul mare notturno. Però, le ore più dolci le aveva trascorse insieme a Reva. "Quella frugoletta cicciottella e piena di curiosità."

La mano di Stella raggiunse il cuore, così, d'istinto. Abbassò lo sguardo su quella mano. Era il punto in cui la bambina aveva posato la testolina per ascoltare il suo battito. Era una delle tante cose che le piaceva. Diceva che le piaceva il caldo delle persone. Una lunga lacrima scivolò sul viso e... i serpenti si azzuffarono per berla. «Ah no! Questo no! Assolutamente no! Non è proprio il momento! State fermi!» ordinò al serpentario scacciandolo con le mani. Il baccano che stava creando richiamò l'attenzione di Darlina.

«Ehi, Stellina, tutto bene? Su, vieni che abbiamo trovato il modo per rimetterci in viaggio!»

La Medusa scosse la testa per rimettere in riga i serpenti. «Sì. Sì. Vi seguo. Stavo pensando. Non ho seguito più la discussione.»

«Useremo quella.» La Chimera indicò l'automobile dei delinquenti ribaltata e mezza sepolta nella sabbia.

«Sarebbe grandioso. Ma non credo che sia in condizioni di muoversi. Avrà carburante sufficiente? È tutta scassata, dopo l'esplosione con la mula volante.»

«In alternativa, potresti fabbricarne un'altra,» propose Sabato.

«Assolutamente no! Avrò già gli incubi per il resto dei miei giorni, solo a sapere che dal mio sangue è uscita fuori una mula suicida!»

«Come avevo accennato prima,» intervenne Zefiro saltellando sul posto, con le ali spiegate. «Chiamerò un ottimo auriga capace di sistemare il mezzo che avete scelto. La direzione da prendere è quella,» indicò un punto a est. Ghignò, e Stella se ne accorse, nonostante una ciocca di serpenti le copriva la vista laterale. Vide bene però il dio minore del vento volare via. Sabato lo seguì con lo sguardo. La bocca poco aperta.

«Non ha nemmeno salutato, quel giovanotto. Oltretutto, si è sbagliato. Se andiamo a est torniamo dritti alla piramide di Cleopatra.»

Stella sorrise a bocca stretta. «Lo dico sempre, caro Sabatino, che quando ci stai con la testa, sei preziosissimo.»

«Oh Capo, ho Capo! La Pupa mi ha fatto un complimento!» Sabato lanciò un occhio al Basilisco. «Mi sa che ce l'aveva con me,» sussurrò.

«Va bene lo stesso, Capo, siamo una squadra "fortissimi"!» canticchiò.

Il trio raggirò l'alta duna e raggiunse l'auto mezza annegata nella sabbia.

«Come faremo a tirarla fuori?» domandò Stella, a corto di idee.

«Serve una mano?»

«Chi è?» fecero coro i mostri, lo sguardo verso la fonte della voce profonda appena palesata. Un uomo con l'armatura ellenica fece capolino da un fianco della montagna di sabbia. Le donne si strinsero accanto a Sabato.

«Non dovete avere paura!» il tono tutt'altro che rassicurante, reso più sinistro dalla stazza, obbligò i mostri ad alzare l'attenzione. La mole dell'energumeno aumentava a ogni passo che allungava. I piedi affondavano nella sabbia fino alle caviglie grosse come tronchi di pino. Stella si ritrovò in mano il serpente delle rocce già teso come un'asta. Darlina puntava la capretta spara spine e il leoncino generatore di lava. Sabato, con la sigaretta in bocca, chiese a quell'individuo se avesse da accendere, e le amiche lo incenerirono con gli sguardi.

«Mi ha mandato Zefiro. Mi ha detto che avete bisogno di una riparazione,» la voce nasale e i lineamenti duri confermarono l'identità eroica. «Sono Automedonte, e sono qui per riparare la vostra auto, grazie alla mia officina Auto riparazioni autistiche Automedonte Srl,» aggiunse come se stesse leggendo il bugiardino dei lassativi. Tuttavia, al termine della presentazione, il suolo attorno la quattro per quattro tremò. Sabato prese sotto braccio le amiche e le trascinò a distanza di sicurezza. Il tempo di valutare la neutralità del punto, e un'autofficina emerse dalla sabbia. Un cubicolo di mattoni rossi dall'intonaco scrostato in più parti, con tanto di saracinesca arrugginita. Automedonte l'aprì e lo stridore fu tale che un avvoltoio piombò stecchito a due metri dal trio, che si tratteneva le orecchie per attutire il frastuono. Il collo nella sabbia, teso come il corpo, manco fosse impagliato.

«Stellina, a proposito della tua preparazione in materia di cose assurde, sai qualcosa sul meccanico?»

«Fa troppo baccano! Sembra che la stia distruggendo l'auto. Non riesco a pensare. Ah, sì, Automedonte. È un personaggio secondario dell'Iliade. È il conducente del carro di Achille.»

«Aaa, è l'autista di Brad Pitt.»

«Cretina! Quello ha fatto solo il film. La storia autentica è lontana mille miglia. Comunque, almeno hai inquadrato il personaggio.»

I tonfi durarono pochi minuti. La cosa parve ancora più sospetta. Darlina aguzzò la vista in direzione del cubicolo nel momento in cui Automedonte si stava piegando di spalle per dare altre occhiate al di sotto della carrozzeria. Non riuscì più a chiuderli.

«Quel giovanotto, quando apre bottega non scherza,» rise Sabato, distogliendo lo sguardo da tutto ciò che all'eroe delle riparazioni era sfuggito dal gonnellino del chitone verde. Stella si coprì mezzo volto con una mano, incapace di non far cadere l'occhio scoperto sui pendagli ciondolanti del tipo.

«Donne! Su, un po' di contegno,» le ammonì Sabato, alle prese pure con i conati di vomito del testone del Basilisco. «E anche tu, su. È tutto normale, non abbiamo anche noi... hai capito no?»

«Sì, Capo. Però. Quello degli altri non m'interessa!»

«Il vostro carro è pronto!» annunciò Automedonte dopo essersi rialzato. Le bocche di Stella e Darlina rimasero socchiuse, negli occhi un'ombra di delusione. «Scusate se ho messo troppo tempo, ma stava messa brutta.»

Darlina e Stella si guardarono in faccia, Sabato si offrì di avvicinarsi per primo, di modo che potesse offrire le spalle come scudo alle amiche. Automedonte tirò fuori l'auto dal cubicolo, trascinandola con un braccio come fosse un triciclo.

«È pronto per essere pilotato,» disse Automedonte, la voce sempre più profonda nonostante il tentativo di non arrecare terrore con quell'aspetto da scaricatore di porto incavolato.

«Grazie, giovanotto. Cosa ti dobbiamo per il disturbo?»

Automedonte crollò sulle ginocchia. Le mani affondate nella sabbia. Stella si ritrasse, il gomito alzato per difendersi da qualsiasi cosa sarebbe provenuta da quella mossa. Darlina reclinò il mento e protesse le teste delle sue bestiole con le mani.

«Vi scongiuro, signori mostri, salvate la vita a mio signore, Achille.»

«Questa poi non me l'aspettavo.» Stella si avvicinò a piccoli passi. «Tu non senti il bisogno di farci a pezzi!? Abbiamo già incontrato Ercole e Perseo, e non avevano mostrato tentennamenti. E non eravamo ancora diventati mostri.»

Automedonte mostrò il volto dai lineamenti marcati, senza alcuna piega a esprimere alcunché. «Io no. Non ho voglia di attaccarvi. Siete umani, un pochino. Zefiro mi ha detto di aiutarvi. Mi ha detto che potete battere Mausolo.»

Darlina trovò il coraggio di uscire allo scoperto. «Allora, siamo sicuri? Non ci tirerai un tiro mancino?»

Automedonte scosse la testa. «Io sono riuscito a sfuggire a Mausolo. È stato lui, grazie all'aiuto di Tantalo, a cambiare la mente di Achille e di tutti gli altri. Se riuscite a rompere quello che ha con Tantalo, Mausolo perde il controllo dei guerrieri. E questi poi possono diventare normali.»

Darlina sussurrò: «Tu ci hai capito qualcosa, cara?»

«La forma del pensiero è contorta, ma credo d'aver compreso.»

«Cosa posso fare per convincere voi di aiutare il mio padrone? Vi prego, non uccidetelo. Se muore per colpa di un mostro, lui perde la gloria che va fiero.»

«No, no, niente, niente, nessuno ucciderà nessuno!» dissero insieme le donne. «Noi stiamo facendo il possibile per sistemare questa situazione.»

Automedonte annuì a Stella.

«Però, visto che sei disponibile, potresti accompagnarci a Platopoli, e magari usare i tuoi muscoli per aiutarci nella lotta.»

«Non posso avvicinarmi a Platopoli. Se mi avvicino, Mausolo mi fa diventare come il padrone Achille. Non so dire come. Però. Chi sta vicino a Mausolo perde quello che sta nella testa.»

Stella socchiuse gli occhi. I serpenti immobili, come se stessero partecipando alla riflessione della padrona. «Vuoi dire che, se riuscissimo ad allontanare da Mausolo gli eroi corrotti, questi potrebbero recuperare il senno?»

Automedonte non rispose. Stella accennò un sorriso. "Mi sono espressa in modo troppo articolato per uno che ha trascorso i secoli a guidare carri."

«Allora, dobbiamo usare l'auto?» domandò Sabato, lanciato da un pezzo allo studio del quattro per quattro rimesso a nuovo.

Stella fece spallucce, e mandò un occhiolino ad Automedonte. «Non abbiamo scelta.» Dal guerriero provenne un rumore di elastico tirato al massimo. Tale suono era dovuto ai muscoli del viso che si stavano tendendo. Stella strabuzzò gli occhi.

«Scusa. Noi guerrieri non ridiamo mai,» Il volto basso. Si alzò. «Scusa. Se non vengo. Se vengo vi faccio problemi.»

«Ci conviene non perdere altro tempo. Prima partiamo, prima arriviamo e prima porremo fine a questo pasticcio,» disse Sabato, già con una gamba dentro l'auto dalla parte del volante.

«Eh, no! Questa la guido io!» Stella prese Sabato per il chitone e lo trascinò fuori dal veicolo. Che l'uomo stesse protestando non le importò. «Non vedevo l'ora di tornare a fare qualcosa di umano!»

«Ti piacerebbe!» esclamò Darlina, che con un balzo scavalcò Stella e atterrò col posteriore sul sedile del conducente. «Tu, giraffona, dietro!» ordinò, le mani strette sul volante. La Medusa si accigliò. Sabato era già seduto, di buon grado, sul sedile alle spalle di Darlina. Batté la mano sul posto accanto.

«Dai, vieni, dai. Tanto sai che il papà di Darlina era un campione di rally. Aveva fatto anche la Parigi Dakar.»

Stella sospirò. Salì e si sedette accanto all'amico. Darlina avviò il motore, che ruggì nel vero senso della parola. Sembrava ci fossero le tigri nel circuito. Azionò la leva, l'auto partì in retromarcia, Automedonte si vide arrivare il mezzo contro, incrociò le braccia davanti al viso, una smorfia preventiva al peggio. Darlina lo scongiurò frenando in tempo, ma si ritrovò le teste di Stella e Sabato ai lati della sua, per come li aveva sbalzati in avanti.

«Di' un po', vecchia ciabatta, da quant'è che non guidi?»

«Ah, non rompere giraffona!» Con una mossa immise la marcia giusta, il veicolo schizzò in avanti, e mandò le schiene dei passeggeri a sbattere contro la spalliera del sedile posteriore. Le teste piegate indietro oltre il limite possibile.

«Ehi, donna! Ma chi ti ha dato la patente!»

«Mio marito buonanima!» rise a bocca larga Darlina, il vento sparato in faccia. «Piuttosto, ditemi la direzione giusta!»

Stella, con le mani a massaggiarsi il collo, e i serpenti trascinati tutti indietro per come l'amica guidava veloce, individuò la montagna di sabbia, alzò lo sguardo in aria, nel punto in cui ricordava d'aver visto Zefiro quando ancora faceva la spia. Ricordò soprattutto la provenienza del filo d'oro sospeso in cielo. Poi tese il braccio verso il punto appena calcolato, e Darlina corresse la direzione.

«Accidenti come si diverte! Le piace proprio l'alta velocità!»

«Ha preso sul serio il ruolo che le compete. Cara ciabattina, toccherà a te affrontare Mausolo. Noi ti sosterremo.»

«Hai detto qualcosa?»

«Guidi molto veloce, tra un po' saremo arrivati,» strillò Stella per vincere il controvento che schiaffeggiava l'auto priva di cappotta.

Sabato notò qualcosa di diverso all'orizzonte di sabbia. Si sporse. «Guardate! Quello! Quello è un bosco!»

L'auto, lanciata a folle velocità, vista dall'alto, con la lunga scia di sabbia che sollevava al suo passaggio, appariva come un razzo sparato rasoterra. Stella si accigliò. «Non ci sono boschi nel Sahara! No! Al massimo oasi! E quelle non mi sembrano palme!»

Il veicolo puntò dritto contro la radura creata da Acli. Stella, distratta dalla scoperta, sussurrò qualcosa, prima di gridare: «Freeenaaa!»

Darlina non ascoltò, e troppo presa dal gusto della guida, salì a tutta birra su un alto dosso, un trampolo talmente acuto che l'auto volò contro al bosco. Per un attimo la città di Platopoli svelò il suo aspetto, l'attimo dopo Stella, Darlina e Sabato finirono nel cuore della vegetazione maledetta.

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