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𝚌𝚊𝚕𝚕 𝚘𝚞𝚝 𝚖𝚢 𝚗𝚊𝚖𝚎

⟿ ✿ ship :: ShiraSemi

➭ ✧❁ SMUT alert :: "Ci penseremo dopo, al resto."

➥✱ song :: "Call Out My Name", di The Weekend nella versione di Seraphim

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➠♡༊ written :: 23/01/21

⧉➫ genre :: hurt/comfort

─── ・ 。゚☆: *.☽ .* :☆゚.───

Lo odio.

Io odio Tendō Satori.

Lo odio con tutto me stesso.

Lo odio al punto che il mio cuore trabocca di rabbia, di sofferenza, di astio. Al punto che le lacrime fanno capolino dai miei occhi apatici ogni volta che ci penso, al punto che mi manca il fiato quando lo guardo in faccia, al punto che ogni notte, prima di andare a dormire, la sento, l'invidia. La sento, la sensazione che vorrei essere come lui.

Che vorrei essere lui.

Che vorrei avere anch'io quello che ha lui.

Rimango fermo, le braccia morte, stanche ai fianchi della mia figura sottile.

E lo fisso.

− Shirabu, che cosa c'è? Mi guardi come se volessi uccidermi. - lo sento dire, la voce sottile, ariosa, ammiccante.

Come?

Mi chiedo io, come?

Come ha fatto a diventare migliore di me?

Come è possibile che io, io, cazzo, debba abbassare lo sguardo di fronte a una persona del genere?

Mando giù la saliva.

− Non farti strane idee. - ribatto semplicemente, muovendo qualche passo all'indietro.

Corro con lo sguardo al suo collo bianco, magro e delicato, che spunta da una maglietta enorme e palesemente non sua.

Quello è il motivo per cui lo odio.

Perché lui ce l'ha addosso, quella maglietta di merda. Perché ci spiaccica sopra il suo odore e lo mescola con quello del proprietario del lembo di tessuto che porta addosso al corpo.

Mi ha preso tutto, Tendō Satori.

Mi ha preso Ushijima.

E non volevo crederci ma ora, ora ne sono convinto. Ora non c'è alcun dubbio.

Ora lo so.

Lo so come so che i segni scarlatti sul collo di Tendō li ha fatti lui. Lo so come so che la sua voce, la sua voce bassa, pacata, misurata è risuonata nel corridoio principale ieri sera piegata in qualche gemito che poteva lontanamente ricordare il nome "Satori".

Lo so come so che è entrato nella sala comune un minuto fa, si è chinato strofinando quei maledetti capelli rosso scuro, ha premuto le labbra su quelle di Tendō e ha sorriso.

Ha sorriso.

Non l'ho mai visto sorridere.

Non l'ho mai visto esprimere affetto.

E l'idea mi distrugge.

Mi rendo conto di non aver smesso di fissare il mio compagno di squadra quando recepisco le sue sopracciglia che si alzano.

− No, sul serio, c'è qualcosa che non va? Se hai bisogno di parlare posso rimanere qui, dovrei uscire con 'Toshi ma... −

Lo interrompo prima ancora di rendermi conto di averlo fatto.

− Non chiamarlo così. - sono le uniche parole che escono dalle mie labbra. Pesano, sono affilate, bruciano nella mia bocca.

Eppure rimangono lì, nell'aria, rotolano nell'atmosfera pacifica e calma che circonda Tendō, lo investono.

Osservo il suo viso piegarsi.

Prima è confusione, poi diventa calma. Calma violenta.

− Come dovrei chiamare il mio ragazzo, scusami? Capitano? Ushijima? - risponde, e percepisco un fondo di cattiveria.

Dovrei stare zitto. Dovrei scusarmi e far finta di niente.

Dovrei mangiarmi le mie parole. Dovei ingoiare la rabbia e mandarla giù.

E invece non ci riesco.

− Non durerete più di una settimana. - sputo fuori, acido, offeso, invidioso.

Non c'è nulla di decente in quello che sto dicendo.

Non c'è nulla di decente in me, ora.

Quello che mi giunge alle orecchie di risposta è una risata. Una risata piena, felice, crudele.

− Sei invidioso, Shirabu? Avevo sentito Goshiki dire che avevi qualcosa per Wakatoshi ma credevo fossero cazzate. - riesce a ribattere, poi.

Mi mordo il labbro e non rispondo.

Faccio per indietreggiare.

Devo andarmene. Devo uscire da qui. Devo smettere di imbarazzarmi in questo modo. Cosa speravo di ottenere?

Prima che la mia figura scompaia dall'arco della porta, però, Tendō si alza. Si alza e mi raggiunge, stringe una mano sottile al mio braccio, la presa più forte di quella che mi sarei aspettato da lui.

− Non so cosa tu abbia per 'Toshi e francamente non m'interessa, ma non permetterti mai più di parlarmi in quel modo. Non sai un cazzo di me, non sai un cazzo di lui. Ho passato anni della mia vita a credere di non meritarmi nemmeno la più minuscola delle cose che volevo, e ora che invece ce l'ho, non mollerei la presa nemmeno se mi puntassero una pistola alla tempia. Non metterti in situazioni che non puoi gestire. -

Cerco di evitare il suo sguardo ma mi sento quasi costretto a incontrarlo. È fiero, calmo. Niente a che fare con la giocosità ridicola che lo permea di solito.

Sento me stesso tremare.

− Non capisco perché abbia scelto te. - mormoro fra i denti.

Alza le sopracciglia, spalanca gli occhi.

− Perché gli piaccio, Shirabu. Perché per una volta nella vita piaccio a qualcuno. Perché vuole me. -

La sento, la violenza. La cattiveria, la voglia di marcare il territorio.

Mi lascia andare il braccio, e in un istante il suo viso è di nuovo sorridente.

Come se non fosse successo nulla.

Come se andasse tutto bene.

− Farò finta che questo non sia mai successo, Shirabu. E consiglio anche a te di farlo. Solo una cosa, prima che tu sparisca. Guardati attorno. Wakatoshi non è più sul mercato, ci sono altre persone oltre a lui. - sentenzia poi, ridacchiando al fondo e scappando sul divano dove si lancia di peso.

Lo osservo stringere le mani sul tessuto sottile, come se fosse suo, come se avesse paura di vederselo svanire fra le dita.

Sospira.

E io scappo in un attimo.

Percorro il corridoio con le gambe che sembrano di ferro.

Non mi rendo conto di star piangendo.

Mi accorgo delle lacrime solo quando scendono in piccole gocce disordinate dal mio mento.

So perfettamente dove sto andando.

Sbatto contro una spalla rigida che spunta dal una porta.

− Oh, scusami, Shirabu. - dice poi la voce che la accompagna, bassa, melodiosa.

L'ultima voce che volevo sentire ora.

Non mi fermo ad ascoltarla, continuo a camminare.

− Sai bene? - chiede ancora.

− Lascialo in pace, 'Toshi. Ha avuto una brutta giornata. - si accoda un'altra voce, quella di prima, quella che odio, che fa capolino dal fondo del corridoio.

− Se lo dici tu mi fido. -

− Bravo. -

Cerco di camminare più in fretta, di evitare le parole incandescenti che mi cadono dietro la schiena.

L'ultima cosa che sento mi fa venire il voltastomaco.

− Come mi sta la tua maglietta, 'Toshi? -

− Sei bellissimo. -

Fuggo.

E quando arrivo dove sono diretto, ormai sto singhiozzando.

Busso una, due, tre volte.

Sempre più forte, sempre più violentemente.

Ad aprirmi è un viso frastornato, un petto nudo, un paio di spalle larghe. Un odore familiare, uno sfondo disordinato.

Un'occasione di distrarmi.

− Shira... −

Mi butto in camera sua prima che parli.

− Lui. Perché lui? - rispondo, cercando inutilmente di mantenere la voce liscia, dritta.

− L'hai scoperto? -

− Lo sapevate tutti e non me l'avete detto? -

Sospira.

− Che cosa sarebbe cambiato? -

Niente, non sarebbe cambiato niente. Non sarebbe cambiato l'odio, non sarebbe cambiata la furia cieca.

− Ti ho fatto una domanda, Semi. - riprendo.

− Ne hai fatte due, in realtà. -

Alzo gli occhi al cielo.

− Perché lui, ti ho chiesto. Piaceva pure a te. Che cosa c'è in lui che non c'è in me? Che cos'ha lui che io non ho? Perché volete tutti lui e non me? - riesco a elaborare, le parole molto meno misurate di quanto normalmente butterei fuori.

Non sono in me.

Non sono lo Shirabu composto e freddo, no. Sono quello incazzato, quello furioso, quello così pieno di rabbia da scomparire nei miei stessi sentimenti.

− Secondo me è la frangetta il problema. - ribatte Semi ridacchiando.

Gli lancio uno sguardo gelato.

− Non prendermi per il culo. -

− Scusa, l'abitudine. -

Si lascia cadere verso il letto, apre le gambe, appoggia i gomiti sulle ginocchia.

− È bello. Dolce, adorabile, strano. Non ci annoia con lui. E ha un buon profumo. Questi erano i motivi per cui piaceva a me, ma sai che Ushijima pensa in un modo tutto suo. - risponde poi.

Mi volto in un attimo. Lo raggiungo, circondo il suo mento con la mano, lo alzo verso di me.

− Più di me? -

− Cosa? -

− È più bello di me? -

Lo vedo ammutolirsi. Piegare le labbra in una linea, pensarci su. E mi aspetterei un'altra delle sue battute al vetriolo, un altro commento acido e cattivo.

Così funziona, fra me e Semi.

Non è amicizia, la nostra. È solo la consapevolezza che ci scambiamo l'onestà più brutale. Che non c'è nessuno più vero e più corretto di chi non ti sopporta.

− No. - risponde poi, un filo di voce.

Vedo che vorrebbe aggiungere altro, ma non lo fa.

Tiro su con il naso.

− Voglio dimenticare questa storia. Tutto. Persino come mi chiamo. - mi ritrovo a dire.

Incontro lo sguardo con il suo.

Lo stress, la rabbia, la furia. Devo scaricare tutto.

E quando appoggio le cosce a fianco delle sue, quando gli salgo sopra di punto in bianco, non sembra nemmeno sorpreso. Sembra solo distante.

Come se guardasse la scena da fuori.

− Ne sei davvero sicuro? -

No, ovviamente. Assolutamente no. Per niente.

Appoggio una mano sulla sua spalla, lo spingo indietro, la schiena che incontra il materasso, il rumore sordo e silenzioso del suo corpo che affonda sulle lenzuola.

− Non trattenerti, Eita. -

Ed è iniziata così.

È iniziata con me che piango, con il mio odio, con la mia rabbia. Con le mani aggressive di Semi che mi scavano nella pelle, con il piacere che annebbia i ricordi, con le lacrime che mi scendono dai lati degli occhi mentre mi mordo il labbro e stringo le cosce ai lati del suo busto, con il rumore della pelle che sbatte contro la pelle, con la mia voce che si piega, con i miei capelli devastati da un paio di mani ruvide.

E come finirà, quello non lo so.

Non ne ho la minima idea.

Ma immagino che lo scoprirò presto.

Sono passate quasi due settimane quando sono in mutande, in camera mia, il phon in mano e i capelli fradici attorno al viso e l'aria calda che mi fa bruciare le guance.

Io e Semi abbiamo fatto sesso esattamente cinque volte da quella prima occasione complessa.

All'inizio pensavo che fosse un errore, e forse ancora lo è, di fatto il mio petto non ha smesso di stringersi quando Tendō allunga le mani verso le spalle larghe di Ushijima e lo tira a sé come se lo possedesse completamente, ma devo ammettere che queste scappatelle senza senso mi rilassano.

Mi fanno sentire meno teso.

Mi aiutano a gestire la situazione.

Sospiro agitando i capelli castani con la mano.

Ho davvero fatto una scenata inutile.

Mi imbarazza, pensare a come ho perso il controllo. A come mi sono esposto così palesemente permettendomi di commentare la loro relazione.

Ma, in effetti, mi infastidisce. Mi fa bruciare la bocca dello stomaco, mi irrita.

Lo odio, Tendō. Lo odio con tutto il mio piccolo, secco, minuscolo cuore.

L'ha fatto ridere. Ho visto Ushijima-sono-l'uomo-più-serio-del-mondo-Wakatoshi ridere. Ad una battuta del cazzo, tra l'altro, solo perché l'aveva fatta quell'altro.

Vengo colpito da un brivido di fastidio.

Spengo il phon ignorando che metà dei miei capelli è ancora umidiccia, non muoio dalla voglia di stare qui a farmi la piega, in effetti, e scavo fra i vestiti cercando qualcosa da mettere.

Prendo a caso una maglietta bianca, e mi accorgo solo quando la infilo addosso che non penso di ricordarmi quando l'ho comprata.

Amen, non ho né il tempo né la voglia di mettermi a rimuginare sui miei momenti da fashion victim, onestamente.

Mi siedo sul bordo del letto, raggiungo il flacone di crema sul comodino e ne spremo un po' sulla mano, iniziando a strofinarla delicatamente sulle gambe.

Mi piace avere un buon odore, e avere la pelle liscia e morbida. Non c'è nulla di male in questo.

Rimango in silenzio a strizzare il mio stesso corpo per un attimo, prima che un rumore proveniente dall'altra parte della parete mi distragga.

Una porta che sbatte.

Oh, no. Non di nuovo, vi prego.

− Devi smettere di trascinarmi in camera nei momenti più disparati, 'Toshi, cosa ne sarà della mia mug cake? E se esplode il microonde? Se do fuoco alla Shiratorizawa? Sarebbe divertente, lo ammetto, ma poi non avremmo più una casa. - sento dire da una voce che conosco bene fra una risata e l'altra.

− Ma io volevo fare sesso. -

− Quello l'ho capito, biscottino. -

Alzo gli occhi al cielo e sento una vampata di calore attraversarmi il petto.

− A te non va? -

− Ti sembra che non mi vada? -

− Non lo so. -

Silenzio, qualcosa che non recepisco, forse un gemito o qualche frase arruffata.

Mi alzo dal letto.

− Spogliati. - questa volta la voce è direttamente di Ushijima.

− Aspetta, un secondo, con calma che... −

− Spogliati ora, per favore. Voglio vederti nudo. -

Spalanco gli occhi, inizio a marciare verso la porta.

Una risata risuona nella stanza secca.

− Non ti dico abbastanza quanto ti amo, 'Toshi. -

− Me lo dici abbastanza, invece. A me sembra abbastanza. Ma se vuoi dirmelo di più sono molto felice. -

Un'altra risata.

− Avresti dovuto dire "ti amo anch'io, Satori. Sei l'amore della mia vita. E ora sto per scoparti così forte che il letto si romperà e ti dimenticherai persino come si fa a camminare". -

Esco prima di sentire la risposta.

Esco e me ne vado.

Ci vuole poco prima che le mie nocche battano contro una porta di legno.

− Semi, apri questa cazzo di porta. - borbotto tra me e me, dopo qualche istante, le voci di Tendō e Ushijima che ancora rotolano nel mio cervello.

Quello che mi stupisce, a dirla tutta, non è nemmeno che sono incazzato. Sapevo che lo sarei stato. Ma mi aspettavo di essere più... infastidito? E invece sono sì furioso ma... non così tanto. Mi sembra soltanto di avere un gran mal di testa che non vuole sparire, più che la sensazione del cuore che mi si spezza nel petto di qualche settimana fa.

E chi lo capisce, il mio stupido cervello.

Busso ancora.

Non andrò ad intrattenermi da Goshiki - anche perché sospetto che abbia qualche strano incrocio con qualche schiacciatore laterale troppo calmo per mandarlo a fare in culo come facciamo tutti - e non so che altro fare.

La porta si apre dopo qualche altro istante.

Semi è di nuovo senza maglietta, gli occhiali incastrati sul ponte del naso e una penna in mano, il viso sorpreso che quando mi vede diventa di immediato scherno.

− Il mio oroscopo diceva che avrei realizzato i miei sogni oggi, non mi aspettavo davvero di vedere la Bestia della Disney bussarmi alla porta. -

Alzo gli occhi al cielo.

− Ti sposti? Vorrei entrare. -

Rimane piantato sulla soglia.

− E se ti dicessi di no? Devo finire di studiare, non ho tempo per te oggi. -

− Spostati. -

Inarca le sopracciglia fra di loro.

Lo vedo scrutarmi per un istante, sospirare.

− Che è successo? -

− Niente. -

Una mano corre alla mia spalla, ci si appoggia, stringe piano. Poi si inerpica sul mio collo e si ferma sulla giuntura della mascella e tira il mio sguardo in alto verso il suo.

− Non dirmi cazzate, Kenjirō. -

− Non chiamarmi per nome. -

Il suo petto ampio viene attraversato da una risata.

− Oh, scusami. Quello lo riserviamo a quando vieni la notte fonda a pregarmi di scoparti perché Tendō ti ha rubato il fidanzatino. -

Sento il calore spandersi sul mio viso in un attimo.

Distolgo lo sguardo e lo incollo al muro dietro le sue spalle, non rispondo.

− Stanno facendo sesso e sento tutto da camera mia. - rispondo poi, alla fine, un filo di voce che se non fosse a tre centimetri dalla mia faccia Semi non avrebbe sentito.

Qualcosa attraversa il suo viso.

Forse fastidio, ma non saprei dirlo con certezza.

Mi lascia andare e indietreggia.

− Non fare rumore, però. -

− Sia mai che il tuo enorme cervello venga disturbato mentre cerchi di fare un importantissimo progetto per la scuola. - borbotto, mettendo finalmente piede nella stanza.

La sua somiglia di certo a quella di un adolescente, a differenza della mia. La mia è ordinata a livelli quasi scioccanti, pulita, senza un grammo di polvere da nessuna parte.

Non che la camera di Semi sia sporca, è solo... più normale. I vestiti da lavare ammassati nell'angolo prima del bagno, il letto disfatto, una foto di gruppo con la squadra incorniciata sopra la scrivania.

Ci metto un attimo a buttarmi di faccia sul letto, scalando le lenzuola e infilandomi sotto il piumone.

Non dirò che Semi ha un buon odore perché non mi permetterei mai di fare un complimento a quell'irascibile testa calda, ma devo ammettere che in queste due ultime settimane mi fa sentire quantomeno a mio agio.

È familiare.

Spiaccico il mento sul cuscino, osservo la sua schiena contrarsi mentre torna alla scrivania e si rimette a sfogliare il libro pigramente appoggiatovi sopra.

Hanno un bell'aspetto, i muscoli lunghi e affusolati.

Hanno un non so che di elegante.

− Smetti di fissarmi, mi distrai. -

Il calore sulle mie guance si riaccende.

− Non ti sto fissando. - borbotto.

− Sicuro? Mi sento osservato. -

Lascio cadere la mia testa di lato. Non ho nemmeno preso il cellulare, ora che ci penso. Mi sono infilato in camera di Semi senza pensarci due volte e non ho idea di che cazzo fare.

− Che studi? -

− Stai zitto. -

Strizzo gli occhi e inizio a chiedermi perché sono venuto qui. Forse era quasi meglio Ushijima che sbatte Tendō al sarcasmo fastidioso di questo stronzo.

Lo sento sospirare.

− Matematica. Non sono capace e ho i test per l'università fra un mese. - lo sento confessare poi.

− Non sai fare i conti, Semi? Chi l'avrebbe mai detto? -

Si gira dalla sedia e mi pianta gli occhi addosso, infastidito.

− Quella è la porta. Alza il tuo bel culo e sparisci, stronzo. -

Rimango un attimo in silenzio, poi una minuscola risata si forma tra le mie labbra.

− "Bel culo"? -

Semi alza le spalle.

− Ti odio, ma sai che sono onesto. -

Mi ritrovo a sorridere.

A sorridere, io?

Scaccio via quell'espressione in un attimo.

− Torna a studiare. - riesco a dirgli poi, prima di tornare a rotolarmi fra le coperte.

Non voglio che veda la mia faccia. C'è qualcosa che non va con la mia stupida faccia.

È rossa e brucia, e sorride.

E non è una faccia che vorrei che tra tutti proprio Semi Eita avesse l'occasione di vedere.

La nascondo fra i cuscini.

Inspiro profondamente e il suo profumo li impregna. È qualcosa di maschile, un fondo di shampoo economico perché è un poveraccio e una naturale nota della sua pelle, è giusto una traccia, ma è buono.

Sbatto le palpebre un paio di volte.

Tanto che ci sono potrei anche farmi una dormita.

Sono bloccato qui, e se ci ho visto giusto i miei simpatici vicini di stanza non hanno intenzione di smettere tanto presto.

Che male ci sarà?

− Dormo qui. - comunico, prima di abbracciare un cuscino e girarmi di nuovo dall'altra parte per osservare la sua reazione. Non ne ha.

Sbuffa e basta.

− Come ti pare. Ti invidio, comunque. Anche io voglio dormire. -

− E allora dormi. -

Mi lancia un'occhiata di stizza da sopra una spalla.

− Sei un bastardo, Shirabu. -

− Lo so. -

Smette di parlare ma rimane a guardarmi. Lascia scorrere gli occhi su di me per un istante, poi aggrotta le sopracciglia.

− Quella è la mia maglietta? -

Mi guardo il petto.

− Forse. L'ho trovata in camera mia. -

Continua a guardarmi, e catturo un qualcosa di sottile nel suo sguardo che si volta immediatamente.

Sento una fiammella accendermisi nel petto. Come se ci stesse bruciando dentro un fiammifero.

− Vuoi una mano con i compiti? - dice la mia voce prima che me ne renda nemmeno conto.

− Sei un anno indietro, sei inutile. -

− Sto facendo il corso avanzato per l'ingresso anticipato in università. -

Semi, per l'ennesima volta stasera, appoggia il mento sulla spalla e mi guarda.

− Sei bravo? -

− Sì. -

− Quanto bravo? -

− Bravissimo. -

Sospira e mi fissa.

− Vieni qui allora. -

Non so cosa sto facendo quando sento il mio labbro sporgersi in un broncio.

− Domani? Ho sonno ora, e anche tu. -

I tratti del volto di Semi si addolciscono per quello che sembra un attimo.

− Se domani scopro che fai schifo in matematica ti distruggo, Shirabu. - borbotta.

Allungo una mano oltre il bordo del letto, stringo le dita sul tessuto dei suoi pantaloni.

− Vieni a letto e spegni la luce. -

Qualcosa si accende nel suo volto quando mi vede dire "vieni a letto". Non è eccitazione, quella so bene che forma abbia sul viso affilato di Semi. È qualcosa di diverso. Qualcosa che rende piuttosto felice il mio fiammifero che sfrigola nel petto.

Ci pensa su un attimo e quello dopo è in piedi che preme l'interruttore della luce, e quello dopo ancora sta alzando il piumone dall'altro lato del letto e si sta infilando sotto.

Rimane fermo un istante, prima di girarsi dandomi le spalle e presumibilmente chiudere gli occhi.

Ma la mia testa non ce la fa a stare zitta.

− Ho freddo, Semi. -

− Mi dispiace, domani mandiamo un reclamo a Madre Natura così vediamo cosa può farci. -

Silenzio.

E poi scoppio a ridere.

Genuinamente, dal profondo del cuore.

Scoppio a ridere e rido così forte che Semi si gira e mi fissa costernato.

− Sei un cazzone, Eita. - riesco a elaborare fra il fiato corto e l'aria che mi manca, e gli brillano gli occhi quando lo chiamo per nome.

− Sono solo tremendamente simpatico. -

Smetto di ridere poco dopo, gli addominali che mi stringono appena la vita affaticata. Era un po' che non ridevo in quel modo.

− Intendevo questo, comunque. - borbotto, mentre cautamente, come se fosse un animale feroce che non voglio spaventare, appoggio una mano sul suo braccio nudo.

Piano, con movimenti lenti, misurati, mi avvicino. Stringo i bicipiti fra le dita e li apro quel che basta per infilarmici dentro, li lascio cadere su me stesso. Appoggio la guancia su un pettorale, la pelle bollente che scalda il mio viso freddo, quell'odore così tremendamente rilassante che mi circonda.

− Volevi le coccole, Shirabu? -

Scuoto la testa.

− Kenjirō. - mormoro.

Sorride appena, e non l'avrei visto se avessi anche solo sbattuto le palpebre in quel lasso di tempo minuscolo.

− Kenjirō. - ripete.

Il mio respiro si fa calmo, tranquillo, pacato.

Sento le sue braccia stringermi più forte, il naso appoggiarsi al centro della mia testa e strofinarsi piano fra i capelli sottili.

− Profumi. - commenta.

− Anche tu. - non posso fare a meno di rispondere.

Lo sento prendere fiato.

Aspettare.

− Perché Ushijima? - chiede poi, un filo di voce, il tono incerto.

La domanda mi investe in un attimo e la risposta inizia a formarsi nella mia mente.

Perché è bello, perché è perfetto, perché è affidabile.

Ma tutti questi motivi mi sembrano così stupidi ora, così vacui, così lontani. Il calore del fiammifero nella mia cassa toracica spazza via ogni parola che pensavo di voler dire.

Rimane solo la confusione.

− Non me lo ricordo più. -

Lo sento irrigidirsi, poi rilassarsi di colpo in una risata sfocata, stanca, sfiatata.

Appoggia le labbra sul mio capo, mi lascia un bacio fra i capelli.

− Te lo ricordi quando mi hai chiesto se Tendō fosse più bello di te? -

Il sonno inizia ad avvolgermi lentamente.

− Mh-mh. -

− Quando ti ho detto di no, te lo ricordi? -

Annuisco, muovendo appena il capo in su e in giù contro di lui.

− Non volevo dirti quello. Volevo dirti che non sei più bello di Tendō. Volevo dirti che sei più bello di qualsiasi altra persona sulla faccia della Terra. -

Rimango in silenzio per un istante, le palpebre pesanti, il cervello che inizia a spegnersi.

Stringo le dita contro il collo di Semi, faccio in modo che chini il capo.

Non l'ho mai fatto. Non l'ho mai baciato. Abbiamo fatto sesso. Sesso incazzato, sesso inconsapevole. Ma non l'ho mai baciato.

E ora, invece, la notte che ci circonda, il silenzio, il sonno, premo le labbra contro le sue.

Piano.

Lentamente.

E poi mi stacco e chiudo gli occhi.

E mi addormento.

Mi addormento e per una volta, non sento l'odio. Non sento l'astio. Non sento l'invidia.

No, sento la sicurezza. Sento la calma.

Sento Semi che dorme vicino a me.

E la sensazione non fa che aumentare, mentre dormo. La tranquillità della sua presenza.

Alimenta la mia fiamma come benzina.

E esplode quando apro gli occhi.

Semi dorme con le tende aperte, perché mi sveglio all'alba con la luce chiarissima del mattino che filtra dalle finestre sulla parete al fondo della stanza, il sole mattutino che mi pizzica il retro degli occhi e mi costringe a sbattere le palpebre.

Sfarfallano giusto un istante prima che mi renda conto di un movimento pacifico di dita fra i miei capelli, di un respiro che mi sbatte contro la guancia.

È sveglio prima di me?

Non ci metto molto a correre con lo sguardo al suo.

Ed è in quell'esatto momento che capisco.

No, davvero, ho capito tutto.

Tutto.

Tutto del mio cervello. Tutto del mio cuore.

Ushijima? La scenata? Quella non era invidia perché lo amavo.

Non l'ho manco mai amato. Era bello, era qualcuno che ammiravo, che trovavo perfetto, irraggiungibile. Che speravo un giorno di dire mio soltanto per il gusto di farlo.

E invece non c'è niente di perfetto in Semi.

Non c'è nel suo carattere sarcastico e scorbutico, non c'è nei capelli arruffati dal sonno.

Non c'è niente di irraggiungibile in qualcosa che rimane lì di fronte alle mie mani.

Eppure, il petto mi sembra bruciare. La pelle, il sangue nelle vene.

Quando mi specchio nei suoi occhi castani, quando lo vedo sorridere per un solo istante con le dita fra i mei capelli, appoggiare il pollice alla mia guancia chiara e chinarsi per incontrarmi a metà strada.

Quando sento le sue labbra morbide strofinarsi sulle mie.

Questo, è l'amore.

Non quello di prima.

Non quello che ti fa piangere e urlare e dire cose cattive, no.

Quello che ti aspetta sveglio all'alba con le dita fra i tuoi capelli e ti guarda come se fossi l'unica cosa al mondo, quello che ti affonda le mani nella carne sperando che tu stia meglio, quello che ti trova insopportabile e comunque non ti caccia via, quello che ti abbraccia mentre dorme, quello che profuma in un modo che ti fa tremare le ginocchia, è l'amore.

Quello negli occhi di Semi, è l'amore.

Mi lascio andare. Mi lascio andare nel bacio e lo sento così accogliente, dolce, profondo. La lingua che si intreccia alla mia, il respiro corto, la pelle bollente.

− Che cosa ci facevi sveglio? - chiedo, staccandomi dopo qualche istante.

− Russi. -

Tiro l'aria dentro la bocca stizzito.

Ridacchia e scuote la testa, il pollice che ricomincia a tracciare una linea morbida sulla mia guancia.

− Scherzavo. Mi sono svegliato per la luce e mi sono messo a guardarti dormire. -

− Inquietante. -

Sorride appena, gli zigomi che si alzano sul volto, si china e strofina di nuovo le labbra sulle mie.

− Mmh, probabile. -

Non mi chiede perché lo sto baciando. E io nemmeno lo chiedo a lui. Nessuno dei due vuole parlarne, vogliamo solo stare qui fermi e goderci la presenza reciproca.

Ci penseremo dopo, al resto.

Sento le mani di Semi chiudersi attorno alle mie spalle, scivolare pacificamente fino alla mia vita, stringerla piano. Mi tira verso di sé e ci metto un attimo a infilarmi sopra il suo corpo, le cosce a fianco delle sue, il petto premuto contro il suo.

Ricomincia a baciarmi con il mento che sale verso l'alto, le mani grandi che mi schiacciano verso di sé. Tiene il mio labbro inferiore fra i denti un istante, mordicchia appena, mi lascia andare con lo sterno mosso da una risata appena accennata.

− Vuoi farlo anche se non sei incazzato? - chiede giocosamente, con una vena cauta nella voce, però.

Annuisco piano.

− Voglio farlo sempre. - borbotto di rimando, e spalanca gli occhi, prima di baciarmi ancora.

Ruoto il mio bacino contro il suo, i movimenti che creano frizione fra le nostre palesi erezioni mattutine, lo vedo lasciar cadere il mento all'indietro, il collo chiaro nella luce pallida, un gemito che esce dalle sue labbra.

Lo faccio ancora, e ancora, bevo i suoi gemiti, ascolto ogni singolo istante della sua voce che si piega.

− Eita. - mormoro fra le labbra.

− Kenjirō. -

Mi viene da piangere. Mi sento così felice, così traboccante di gioia, così... calmo.

Appoggio le mani aperte sul suo petto nudo, traccio i confini dei suoi muscoli con i polpastrelli, strofino le labbra sulla superficie bollente.

Scendo con le dita fino all'elastico dei pantaloni della tuta.

− Posso? -

− Me lo stai davvero chiedendo? -

Ridacchio piano.

− Che ne so, magari ti volevi preparare psicologicamente. -

Abbasso lentamente l'indumento, non ha le mutande sotto, ma non è una sorpresa. Dorme senza. Stringo una mano delicatamente alla base, la muovo un paio di volte, lo fisso negli occhi.

Una mano raggiunge la mia guancia, la accarezza.

− Sei così bello, cazzo. -

Alzo un sopracciglio.

− Intendi me o - agito un attimo la mano che sta stringendo la sua erezione - il tuo magico scettro delle principesse sirene? -

Affonda i denti nel labbro per nascondere una risata.

− Sei un coglione, Shirabu. - risponde, e sorride in un modo così caldo che sento l'eccitazione avvamparmi dal centro del petto fino al collo.

Appoggio la lingua sulla punta.

La giro un paio di volte attorno, delicatamente, con calma, lo sento trattenere il fiato, irrigidirsi per un istante.

E quando stringo le mie labbra attorno al suo diametro la voce si alza definitivamente. Si alza ed è meravigliosa, bassa, gutturale, ferma nel tentativo di trattenersi.

È un lavoro disordinato, quello che sto facendo, la saliva che cola ovunque e i versi di Semi che riempiono la stanza, ma non posso convincermi a trovare alcun lato negativo.

Non mentre i suoi occhi scuri incontrano i miei e sono soddisfatti, e felici, e mi vogliono.

Vogliono me.

Solo me.

− C'è qualcosa che non sai fare? - lo sento sbottare fra i denti, mentre lo lascio uscire per un istante e mi aiuto con il movimento del polso a inumidire tutta la superficie con la mia saliva.

Lascio un bacetto sulla superficie rigida fra le mie dita.

− Non so cucinare, - sussurro − ma questo lo so fare bene. -

Non so dove come o perché io abbia imparato a fare questa cosa, ma quando apro le labbra morbide e ci faccio passare Semi in mezzo, quando lo spingo fino al retro della gola, il rumore che fa è tremendamente appagante.

Sento la mia glottide stringersi impercettibilmente, le mani che si aggrappano ai lati delle sue cosce mentre ricomincio a lasciarlo entrare e uscire con facilità, e la lingua che traccia la zona esattamente sotto.

− Porca puttana, Kenjirō. -

Stringo la punta fra le labbra.

Succhio forte.

Getta la testa all'indietro, il mento che sale, il petto che assume una forma delicata e solida.

− Sto per... cazzo, se vai avanti così non durerò poi molto, stronzetto. -

Lo lascio uscire e continuo a muovere la mano su e giù giusto per dire un altro paio di parole.

− Nella mia bocca, per favore. -

Mi fissa con gli occhi che sembrano in fiamme.

− Sicuro? -

Annuisco prima di aprire di nuovo le labbra, prenderlo dentro e in fondo fino alla gola, muovermi ancora un po' lasciando oscillare il capo, stringermi attorno a lui.

Sento le mie guance piegarsi verso l'interno quando succhio più forte, una mano impaziente ma delicata che raggiunge i miei capelli e ci si stringe dentro, accompagnando il mio movimento dolcemente, senza farmi male.

Alzo solo un istante gli occhi sui suoi.

Lo guardo, e lo guardo vedermi completamente occupato solo a far star bene lui.

Viene mordendosi l'interno della bocca per reprimere un gemito.

Viene dentro di me, dove posso sentire lui, il suo sapore, la sua presenza, e sono felice, così dannatamente felice quando lo sento lasciarsi andare, che potrei quasi venire anch'io.

Semi.

Il mio Semi.

Quando tutto il suo orgasmo si è finalmente esaurito fra le mie labbra, lo lascio uscire, e torno su a cavalcioni del suo corpo.

Le mani grandi mi stringono la vita, sempre con quel tocco dolce e pacifico di prima, nessuna traccia della rabbia solita con cui facciamo queste cose. Tasta la pelle come se fosse fatta di vetro.

Sporge il collo per invitarmi a scendere.

E lo faccio immediatamente, baciandolo ancora e ancora.

Incastro le dita all'orlo della maglietta che ho ancora indosso, ma mi ferma stringendomi un polso.

− Non togliertela. -

Aggrotto le sopracciglia.

− Niente, solo... non togliertela. - ripete.

Alzo le spalle lasciando cadere la questione, ma lo accontento, alzandomi giusto per sfilare le mutande.

Mi guarda per un istante come se stesse sognando. Come se non credesse davvero a quello che sta succedendo. Come se si aspettasse di vedermi scomparire da un momento all'altro.

− Di solito a questo punto inizio a scoparti, tu chiami il nome di Ushijima e mi sveglio coi sudori freddi. - confessa poi, le dita che continuano a strizzarmi i fianchi tenendomi fermo.

Sorrido al suo viso sconsolato.

− Sul primo punto non ho nulla da dire. Sul secondo... potrei avere qualche dubbio. - mormoro, allungandomi per accarezzare il suo viso.

Ed è vero, in effetti.

Prima che succedesse questo effettivamente il nome di Wakatoshi mi usciva dalle labbra alle volte, quando ero da solo. Ma mi rendo conto ora, che se penso al sesso, che se penso a qualcosa che mi eccita e che mi fa bruciare il sangue, non penso a capelli scuri e sguardo penetrante.

No, penso a muscoli affusolati, capelli chiari, lingua tagliente.

Penso solo a lui.

− Lo fai ancora solo per distrarti da quei due? - chiede poi, spaventato dalle sue stesse parole.

Scuoto le spalle, inclino il capo.

− La prima volta sì. La seconda pure, la terza forse. La quarta magari un pelino, la quinta no. Ora non so nemmeno come si chiamino. Non me ne frega un cazzo. - rispondo, con tutta l'onestà del mondo.

Sorride appena, tira su gli angoli della bocca.

− Il tuo interesse è sceso esponenzialmente, vedo. -

Ridacchio.

− Una curva esponenziale non arriva mai a zero, Semi. Ci si avvicina, ci tende, ma non lo è mai, è il paragone sbagliato. Ti servono proprio quelle ripetizioni di matematica, vedo. -

Alza le sopracciglia e schiocca la lingua.

− Presuntuoso. -

− Ignorante. -

Stiamo ridendo entrambi quando mi chino a premere le labbra sulle sue e a lasciarmi cullare dal calore del suo corpo.

Si stacca e mi pianta gli occhi addosso.

− Se hai finito di parlare di matematica mi passi il lubrificante? -

Alzo gli occhi al cielo.

− Di questo passo l'unica università che farai è quella della strada, Eita. -

−Di una strada che porta direttamente al tuo cu... −

Lo faccio stare zitto con un'occhiata mentre mi sporgo verso il comodino e cerco fra la montagna di roba inutile nel cassetto la bottiglietta mezza vuota.

− Vuoi che faccia da solo? - chiedo, tornando sopra di lui.

Scuote la testa.

− Non vorrei mai che ti stancassi il braccio. - borbotta, prendendo il lubrificante dalla mia mano e aprendo il tappo con i denti.

− È una scusa per toccarmi il culo? -

− Sì. -

Ne spreme un po' fra le dita, le ricopre generosamente e poi con la mano libera mi invita a stendermi sopra di lui, la fronte sulla sua spalla e le ginocchia aperte attorno al suo petto.

Mi tocca appena, all'inizio, e poi le lascia entrare piano, delicatamente, cercando di non farmi male.

Trattengo comunque il respiro per un istante, la voce che si incastra in un gemito ed esce acuta dalle mie labbra.

− Male? -

− No, continua. -

Non se lo fa ripetere due volte, stringe appena la presa sul mio fianco e le infila fino in fondo, piegando appena le falangi mentre affondo i denti sul labbro inferiore.

− Eita. - gemo, direttamente sul suo orecchio.

Un tremito attraversa il suo petto ampio, gira di scatto la faccia e mi bacia, le dita che diventano più aggressive nel giro di un istante.

È un bacio morbido, bagnaticcio forse, che ingoia ognuno dei singoli minuscoli gemiti che lasciano le mie labbra. Mi fa sentire come se stessi fluttuando.

Si stacca per riprendere fiato guardandomi e aggiunge un terzo dito, allargandolo piano con le altre e spingendolo più a fondo un secondo dopo.

Istintivamente sento le guance diventarmi più scure, e distolgo lo sguardo.

− No, voglio vederti. - si lamenta, fermando la mano.

Timidamente riporto la linea dei miei occhi sui suoi.

− Sei magnifico, Kenjirō. Magnifico. - si complimenta poi, e sono sicuro che il mio viso sia viola, ora, mentre gemo più forte contro di lui.

Spingo il bacino indietro, mi muovo quasi assieme alla sua mano, non riesco a trattenere la voce.

Sento il calore costruirsi nel mio addome.

Mi fermo.

− Ora, Eita. Fallo ora. - lo prego.

I suoi occhi castani mi squadrano un istante, dalle spalle sottili alle cosce aperte, alle labbra appena distanziate alle ciglia che si incontrano mentre sbatto le palpebre.

Ghigna.

− Chiedilo per favore. -

Mi viene quasi da ridere, ma obbedisco senza lamentarmi.

− Per favore, Eita, scopami ora. -

L'espressione sul suo viso si trasforma in plateale delusione, quando tira le dita fuori da me.

− E ma se non opponi resistenza non c'è gusto, cazzo. - commenta, il tono sarcastico permeato anche da un fondo di dolcezza.

Stringe le mani di nuovo attorno ai miei fianchi.

− Prendi un preservativo. - borbotta poi.

Scuoto la testa.

− Non serve. -

Spalanca gli occhi.

− In che senso non serve? Se rimani incinta non ti pago il mantenimento. -

Scoppio a ridere e questa volta non mi trattengo. Faccio per coprirmi il viso con una mano, ma la sento prendere da Semi che la stringe, e mi piego su di lui sentendo la mia pancia contrarsi al rumore.

− Non nascondere la faccia mentre ridi, sei bello quando lo fai. -

Insieme al divertimento sento il calore nascermi sul viso.

− Dio, Eita, ti... −

Mi blocco.

Cosa stavo per dire?

Ho deciso che non ho una cotta per Ushijima venti minuti fa, e sto già dicendo "ti amo" ad un altro uomo? A Semi Eita, tra l'altro?

Che lo so che è vero, in fondo in fondo, ma ecco, il mio cervello prega per un po' di cautela, questa volta.

Semi alza un sopracciglio.

− Mi...? -

− Ti odio. - borbotto, infilando la lingua fra i denti.

Fa spallucce.

− Sai che novità. Ora se vossignoria permette avrei anche qualcos'altro in mente, da fare. -

Sorrido appena.

− Vossignoria dice che è pienamente d'accordo. -

Sento il mio corpo cadere in un attimo. Le braccia di Semi che mi reggono mentre mi lascia scendere con la schiena sul materasso, il viso che si incastra accanto al mio collo, il bacino fra le mie gambe spalancate.

Mi lascia andare e riprende i miei fianchi, tirandoli su e allineandosi con me.

− Pronto? -

− Prontissimo. -

Mi manca il fiato.

Quando si spinge dentro di me mi manca il fiato.

L'aria mi esce completamente dai polmoni, la schiena si inarca all'indietro, il mento sale e gli occhi rotolano indietro, le mani di Semi mi stringono forte, e la sua voce risuona con la mia.

È un rumore basso, gutturale, ma è così melodioso che aumenta solo le mille sensazioni che sto provando in questo istante.

− Miseria, Kenjirō. - mugugna, quando è completamente dentro, io che mi sento come se non ci fosse più spazio in me e fossi soltanto pienamente soddisfatto.

Stringo impercettibilmente le cosce attorno alla sua vita.

− Ancora. - sussurro.

Annuisce, e poi inizia a muoversi.

Piano, lentamente, con una dolcezza straziante, esce e rientra fino in fondo, preme ogni angolo di me e mi fa fare versi che non credevo avrei mai sentito uscire dalle mie labbra, mi fa stringere le dita sulla sua schiena, infilzare la pelle liscia con le unghie.

Il braccio che regge i miei fianchi in alto, in linea con i suoi, si stringe impossibilmente, sale sulla mia schiena e si preme fra le mie scapole, mi tra su in un attimo a mezz'aria come se non pesassi nulla.

Mi costringe ad avvicinarmi a lui, a stringergli le spalle, a baciarlo.

E lo faccio, perché non vorrei fare altro.

E rimango con le mani strette attorno a lui, i gomiti appesi al suo collo, il corpo che nemmeno più mi appartiene che viene mosso delicatamente soltanto dalle sue braccia.

Come faccia a scoparmi tenendomi in braccio, è una cosa che sa solo lui. Per quanto riguarda me, è dolcissimo, e adorabile, e meraviglioso.

Appoggio la fronte sulla sua clavicola, chiamo il suo nome un paio di volte.

− Nessun'altro. - poi esce dalle sue labbra.

Confuse nel resto penso di non averlo sentite bene.

Ma poi lo ripete.

− Non voglio che tu lo faccia con nessun'altro. -

Rimango immobile, fermo, stupito, confuso.

Ma Semi non aspetta che io risponda perché ricomincia a muovermi, le mani sulle mie spalle allacciate dal retro della schiena che mi fanno incontrare il suo bacino sempre più forte.

E provo a rispondere che no, non lo farò mai con nessun'altro, che nessun'altro è così divertente, così dolce, così adorabile, così eccitante, ma le parole non escono, mangiate dai gemiti che mi costringe a emettere.

Tutto quello che riesco a mormorare sono un paio di mezze frasi che si riducono al nulla.

− Più forte. - mi esce poi, e non so da dove, e non so come.

Mi lascia, la schiena torna sul materasso, le mani mi spingono verso le lenzuola e mi tengono fermo.

− Scopami come se fossi tuo. - continuo.

E queste parole non so se siano sufficienti per fargli capire qual è la mia risposta, ma sono inebriato e confuso e decido che me ne preoccuperò più avanti e che ora voglio solo prendere tutto quello che mi sta dando.

Lo vedo stringere la mascella, muovere i fianchi più velocemente.

Il ritmo diventa incessante, diventa forte e serrato e non riesco più a darmi un contegno.

La parte frontale del suo bacino sbatte contro di me e il rumore riempie la stanza, la testiera del letto colpisce il muro, la mia voce è talmente alta che non so nemmeno cosa stia dicendo.

− Così è abbastanza forte, Kenjirō? - lo sento chiedere, lo sguardo affilato, penetrante.

Provo ad annuire ma non riesco, il mio corpo che balla ad ognuno dei suoi movimenti, la testa gettata all'indietro e la bocca aperta.

− Ti ho fatto una domanda. - riprende dopo poco, e anche la sua voce trema ora, meno della mia ma egualmente calda, egualmente mozzata. Non smette di spingersi in me ma stringe il lato del mio collo per mandarlo verso l'alto e costringermi a guardarlo.

− S... sì, cazzo. Eita! - riesco a elaborare fra la saliva che impasta la mia lingua e il secondo dopo è dentro completamente, più a fondo di quanto non lo sia mai stato, il piacere che mi attraversa il corpo come una scarica elettrica.

− Fammi vedere la faccia che fai mentre vieni. - ordina poi.

E basta questo.

Basta la voce bassa, basta il rumore caldo delle sue corde vocali.

E il mondo si apre.

E mi sembra quasi di perdere me stesso, di abbandonarmi completamente, di fluttuare.

Mi si infrange addosso come un'onda, il piacere, e torna altrettanto forte quando è Semi a venire, dentro di me, con me, vicino a me, solo e unicamente per me.

Il cuore batte, martella quasi nel mio petto, il rumore della sua voce che riprende aria, un paio di braccia solide che mi stringono e le labbra morbide contro le mie.

Occhi scuri.

Capelli chiari.

Le poche lettere del mio nome vicino al mio orecchio.

E una frase che mi sembra di aver sentito male.

Una frase che rimane lì, nell'aria, fra i nostri fiati corti e il calore dei nostri corpi.

Una frase che mi fa sorridere.

E poi, esattamente con la stessa facilità con cui non troppo tempo fa avevo aperto le palpebre le richiudo, le dita gentili fra i capelli e il respiro delicato sul volto.

Mi riaddormento.

E sono ancora una volta felice, rilassato, soddisfatto, fra le braccia di Semi.

Un rumore.

Quello che mi sveglia, per la seconda volta oggi, è un rumore.

Mi sembra qualcuno che urla, forse la voce alta di una persona fuori dalla stanza, ma sono troppo confuso per rendermi conto di chi ne sia il proprietario, tantomeno per preoccuparmene.

Mi fa male tutto.

Letteralmente, tutto.

Mugugno qualcosa spostandomi per cercare un paio di braccia rigide ma mi accorgo con stizza che non ci sono. Semi non è a letto. Non è nemmeno nella stanza, a dirla tutta.

Butto un occhio alla sveglia sul comodino e apprendo pacificamente che sono le dieci di mattina. È domenica, oggi, e nessuno di noi ha lezione, quindi programmavo di poltrire ancora un po' fra le lenzuola e tornare al mondo reale nel pomeriggio.

Ma siccome la mia fonte di calore e relax ha bellamente deciso di sparire, mi convinco a tirarmi su.

Lo costringerò a tornare a letto con qualche battuta sagace.

Anche se ho l'impressione che mi basterebbe dirgli "Semi, letto" per farlo tornare in camera senza protestare.

Mi rendo conto di essere pulito quando esco dal piumone.

Non c'è niente sulla mia pelle, è stata lavata, e la maglietta è sempre troppo larga per le mie spalle strette, ma è grigia. Mi deve aver cambiato lui.

Sono da solo, e mi concedo di arrossire.

Carino, Semi. Carino e adorabile.

Faccio un salto in bagno e mi lavo i denti con il suo spazzolino - immagino non abbia problemi con la mia saliva, a quest'ora - e mi guardo per un istante sullo specchio sopra il lavandino.

Sto... sto sorridendo?

Miracoloso.

I miei capelli sono un disastro. Sono arruffati ed è piuttosto palese che siano stati tirati da qualcuno, e la frangetta invece di cadere liscia sulla mia fronte va un po' da tutte le parti. E non parliamo del fatto che ho i segni delle mani sulle spalle, per favore.

Mi sa che è stato un po' tutto movimentato.

Però sono contento, di vederlo. Avevo quasi paura di averli sognati, quei momenti all'alba.

Sospiro e marcio fuori dal bagno. Mi faccio una nota mentale per dire a Semi che la prossima volta deve prepararmi meglio prima di farmi finire la voce in gola, perché ogni passo è una tortura.

Apro la porta lentamente e vedo un Goshiki rosso come un peperone correre dalla sala comune verso di me.

Ha l'espressione affannata.

− 'Giorno. - borbotto, desiderando ferventemente che mi ignori e continui a correre senza rivolgermi la parola.

E invece si pianta sui piedi, mi squadra.

− Shirabu, non andare nella sala comue. Fidati! - urla, e stringo gli occhi perché la sua voce è dannatamente irritante.

Alzo le spalle.

− Come mai? -

− Semi sta... sta urlando a Ushijima. Sembra arrabbiato. Non so se sia una buona idea disturbarlo proprio adesso. -

Mi gelo.

Un brivido mi corre lungo la schiena.

Inizio a camminare, quasi a correre, e non rispondo.

Sento Goshiki urlarmi un "ma che ci facevi tu in camera di Semi, tra l'altro?" ma di nuovo, ignoro le sue parole.

Entro in sala comune dopo un'istante.

− Non mi sembra il caso di scaldarsi così tanto, Semi. Avere un rapporto sessuale è una cosa perfettamente normale per un ragazzo della mia età. Non era niente di speciale. - sento dire dalla voce pacata, calma, bassa di Ushijima.

Cerco Semi con lo sguardo, e lo vedo. Si è messo una maglietta - e Dio lo benedica perché tutto ho voglia di spiegare tranne il perché gli ho pugnalato la schiena con le unghie - ma intravedo comunque i muscoli delle spalle tesi, le braccia incrociate, l'espressione incazzata.

Nessuna delle persone dentro la stanza sembra avermi visto.

− Perfettamente normale? Certo, se sei un figlio di puttana. Non ti è venuto in mente che magari non voleva sentirvi? No, a te non fregava un cazzo che ci fosse qualcuno vicino, immagino. -

Sta parlando di me?

Ushijima si irrigidisce vicino a Tendō seduto sul suo grembo.

− Non vedo dove sia il problema. - ripete.

Semi sembra prendere fuoco.

− Non vedi dove sia il problema? Che cosa avresti fatto tu se Tendō si fosse messo a scopare di fronte a te? Certo ma tu che cazzo ne sai, hai sempre quello che vuoi come e quando ti pare. Che cosa dovrebbe fregarne a te dei sentimenti degli altri? -

Mi avvicino e faccio per aprire bocca ma non parlo. Non escono le parole.

− Non ti dico di non stare con Tendō perché non me ne fotte niente di chi ti scopi o quanto te lo scopi, Ushijima, ma se fai di nuovo una cosa del genere a Shirabu ti metto le mani addosso, e non sto scherzando. Non se lo merita, qualcuno come te. Sei uno stronzo fortunato e non sai nemmeno di esserlo. -

Ha gli occhi lucidi. E sprizza rabbia da ogni poro.

− Semi-Semi, calmati. Non è niente di particolare. Shirabu andrà avanti, si abituerà, prima o poi. - borbotta Tendō, alzando le spalle.

− Certo che andrà avanti, lui non ha bisogno di te o di Ushijima, nemmeno di me, lui ce la farà perché è forte e intelligente e un sacco di altre cose che voi due stronzi non immaginate neanche. Ma così lo state prendendo per il culo, e non è giusto. - sento urlare un'ultima volta, e poi si gira.

Semi si gira.

Ed è il primo a vedermi.

Una lacrima, gli scende sul viso.

Ushijima e Tendō si girano immediatamente dopo, ma non me ne rendo nemmeno conto. Non li guardo, non do loro la minima importanza.

Perché vedo solo Semi.

Semi con il cuore spezzato.

Semi che mi guarda come se non potesse farne a meno, come se volesse corrermi addosso e stringermi e non lasciarmi andare mai più ma sapesse di non avere il diritto di farlo.

Tranne che ce l'ha, quel diritto.

Ce l'ha e non lo sa.

Scuote la testa, scendono altre lacrime.

− Scu... scusa. Dovevo farmi i cazzi miei. Ma è vero, che non te lo meriti. Mi spiace, Kenjirō, non potevo proprio stare zitto. - dice, la voce che trema, lo sguardo che sfugge dal mio.

Cammina verso di me, mi supera, mi lancia un'occhiata quando mi passa accanto, scompare nel corridoio dietro di me.

Ushijima di fronte a me alza le sopracciglia, sospira, si appoggia al divano.

− Che mattinata. Buongiorno, Shirabu, comunque. - commenta, il volto che non tradisce un'emozione, che rimane impassibile.

Impassibile?

Impassibile di fronte a Semi distrutto?

Impassibile dopo tutto quello che gli ha detto?

Lo guardo solo per un istante.

− 'Fanculo, Ushijima. - dico, guardandolo. Scandisco bene le parole.

E poi mi giro.

E percorro il corridoio l'ennesima volta, e non me ne frega un cazzo del dolore alla schiena, della stanchezza, di tutto quello che è successo.

− Eita! - grido, quando lo vedo.

È seduto di fronte alla sua stanza, la schiena contro la porta, una mano che trascina via le lacrime dalle guance, singhiozza e non si gira a guardarmi.

− Scusami, davvero, scusami. - ripete.

Mi fermo a pochi centimetri da lui.

E poi mi lascio andare.

Non sono un mago dei sentimenti, non lo sono mai stato. Sono apatico il novanta per cento del tempo, e il restante l'unica cosa che provo è rabbia, ma ora, ora è diverso.

Ora sono così emotivo che non so nemmeno descriverlo.

Ora non c'è niente di razionale in me.

Scendo in ginocchio di fronte a Semi, mi siedo sul suo grembo, gli prendo il viso fra le mani e passo i pollici sulle guance lisce spostando le lacrime via dal suo sguardo.

− Eita, smetti di scusarti. - inizio.

Mi osserva per un istante ed è confuso. Confuso e triste.

− Non è Ushijima lo stronzo fortunato. Non è lui. Io, sono lo stronzo fortunato. - ricomincio.

− In che senso? -

− Ti va di ripetermi quello che mi hai detto prima che mi addormentassi, dopo che abbiamo fatto sesso qualche ora fa? -

Distoglie lo sguardo.

Sembra soffrire intensamente per un istante.

Singhiozza, prende aria, piange ancora.

− Io... io ti amo, Kenjirō. -

Sentirlo mi manda in fiamme. Mi fa sentire così stupidamente felice e pieno di gioia. Mi fa sentire come se non ci fosse niente che non va nella mia vita. Mi fa sentire bene.

Sorrido.

− Questo intendevo, Semi. Sono io lo stronzo fortunato. Ho passato anni a rincorrere qualcosa che sapevo non avrei mai avuto senza guardarmi attorno, senza mettermi mai in dubbio. E invece ho sbagliato. Perché quello che ho è molto meglio di quello che pensavo di volere. -

La vedo, la speranza che si accende nei suoi occhi scuri.

− E che cos'hai, scusami? -

Circondo la sua mascella con le mani, la tiro su, a livello della mia.

− Io ho te, Eita. -

Pensavo che l'avrei baciato io. Il piano era quello. E invece no.

E invece due braccia solide mi stringono la schiena, una si preme sul retro del mio collo, l'altra mi tira in avanti, ed è Semi a schiantare le labbra contro le mie.

Non è bagnato, lento, dolce come stamattina.

No.

È incazzato, è possessivo, è violento.

Rispondo e sento le lacrime iniziare a scendere anche dai miei di occhi, mentre non faccio altro che stringere un paio di spalle accoglienti verso di me, intrecciare la mia lingua alla sua, confessare a me stesso che questo, questo è l'amore.

Mi stacco io per primo, e prendo fiato.

− Anche io ti amo, Eita. -

Come due coglioni, siamo conciati. Stiamo piangendo seduti sul tappeto del corridoio, appoggiati ad una porta, arruffati e rincoglioniti e confusi.

E anche felici.

Sì, quello un sacco.

− Mi aspettavo che saresti tornato umano, però. Dopo il bacio del vero amore la Bestia si trasforma nel film. - borbotta, la voce ancora un po' tremolante ma un sorriso in volto.

Scoppiamo a ridere insieme.

− Sei un coglione. -

− E tu sei antipatico. -

Mi chino e lo bacio un'altra volta. Così, per il gusto di farlo.

Semi mi tiene abbracciato ancora un po', il volto incastrato nell'incavo del mio collo, inspirando forte.

− Dobbiamo chiedere scusa a Ushijima e Tendō, ci siamo comportati come due isterici queste due settimane. - mormora e annuisco infilando una mano fra i suoi capelli.

− Hai ragione. -

Si stacca e mi fissa.

− Però prima facciamo sesso sfrenato in camera tua e facciamo cadere le fottute pareti. -

Sento i miei zigomi alzarsi da soli.

− Andata. −

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