Cap 25 ISOLATED SYSTEM
Erano le 17:00.
Il primo giorno di ritorno dalle vacanze non era mai stato così pesante. Non c'era stato un minuto che non fosse durato un'ora.
Il secondo giorno, le era sembrato come se l'orologio scandisse i secondi con una mazza da baseball battuta con violenza sulle sue spalle.
Il terzo giorno invece era passato nel limbo. Era cosciente di non essere minimamente consapevole di che cosa fosse accaduto in quell'intera giornata di lavoro.
Sì, era vero che la chimica la assorbiva, la distraeva, in un certo senso la estraniava da quella che era la sua vita, la conduceva in un pianeta diverso: più familiare dell'esistenza giornaliera.
Questo la rassicurava, perché, in questo pianeta, lei sapeva come tutto si svolgeva, come ad ogni azione sarebbe corrisposta quella e solo quella determinata reazione. Difficilmente si sbagliava, nel suo mondo.
In quei giorni, però, il suo cuore non era lì, in quel pianeta facile. Il suo cuore era vuoto, silenzioso, muto, perso. In attesa.
Andrea?
Non parlarmi!
Almeno prova a chiamarlo.
Per la quattrocentoventinovesima volta, prese il telefono quasi certa che avrebbe fatto partire la chiamata, poi si fermò.
Non posso...
Chiamalo, ho detto!
Che cosa gli dico...?
Io...io... non lo so.
Dio, come mi mancano i suoi abbracci.
Hai freddo anche tu?
Sì e ho paura...
Le tornarono in mente, come un flashback, la tensione del risveglio a casa sua, già diversi giorni prima. La sua fragilità, esplosa all'improvviso, forse per la troppa tensione. Il suo riscoprirsi ancora intera e non spezzata, come aveva pensato in tutti quegli anni. Facevano male le emozioni, ma adesso si sentiva più solida, più in equilibrio e nonostante tutto, più serena con se stessa.
Nessuno dei due ragazzi avrebbe voluto lasciarla da sola. Li capiva.
Si era sentita effettivamente indifesa, senza pelle, completamente alla mercé di un pericolo sconosciuto e imprevedibile. Poi però aveva capito: in realtà, non le importava un bel niente, se qualcuno le voleva fare del male.
Era un altro il pericolo da cui si sentiva minacciata: Steve se ne era andato.
Tre giorni... nessuna notizia...
Una goccia di sangue stillò di nuovo dal suo cuore ferito.
L'aveva abbandonata senza sforzo, senza remore... praticamente quasi senza una parola.
Un'altra goccia di sangue...
Inspirò con forza per contenere il dolore.
Che cosa potevano rubarle, se anche per Steve lei valeva così poco...?
In quei tre giorni aveva preso completamente coscienza di quanto profondo, illimitato, indispensabile fosse il suo amore per quel ragazzo timido e chiuso.
Aveva creduto di capirlo, di riuscire a leggere le paure che nascondeva dietro il suo savoir-faire; si era già immaginata con la spada sguainata, mentre gli insegnava quanto adorabile potesse essere il suo amore per lui, quello che per lui restava ancora inconcepibile.
Che ingenua.
In fondo, aveva sempre saputo che tutto sarebbe finito, prima o poi. Era fin troppo facile, prevedere che quel bel ragazzo educato non avrebbe potuto sopportarla a lungo.
Rotta. Decisamente da aggiustare. Più forte grazie a lui, ma sempre non adeguata.
Andrea deglutì, le sue sopracciglia si unirono in un profondo cipiglio e per un istante la sua mano tremò, mentre versava dalla fialetta una goccia di liquido rosso sul vetrino del microscopio.
Tutto cadde.
Il liquido si sparse in un istante sul suo tavolo. Rimase lì, ad osservarlo, mentre la macchia si allargava e per un istante, le sembrò sangue. Con uno scatto si allontanò dalla scrivania, facendo scorrere le rotelle della sua sedia all'indietro.
Arrivò Jennifer trafelata. Aveva capito che c'era qualcosa di grave sotto, ma non aveva avuto il coraggio di chiedere.
"Ehi, Andy? Ma che combini oggi?"La rimproverò, ma il tono non era scherzoso come era solita. Il tono era più autoritario e di rimprovero.
"Scusa... oggi sono molto distratta..." le rispose con un filo di voce.
Jennifer le mise le mani sulle spalle, fece ruotare verso di lei la sedia. Puntò i suoi begli occhi marroni in quelli del suo capo:
"Ehi?" domandò gentile. "Vuoi parlarne?"
"Il problema è che non ci sto capendo niente neanch'io..." fu la risposta sincera, mentre le labbra si stringevano in una smorfia di disgusto. Parlarne faceva male.
"Bene! Allora parliamone, così magari ti schiarisci le idee!" la incoraggiò invece la ragazza.
Andrea annuì. Rifletté un secondo e poi sintetizzò l'accaduto in un'unica frase:
"Steve se n'è andato..." la voce sembrò esaurirsi in gola. Sentì il corpo diventare leggero. Non ci riusciva, era troppo doloroso ogni volta soffermarsi su quella verità così inconcepibile per lei. Perché non si poteva morire di dolore? Perché non si poteva semplicemente chiudere gli occhi e non respirare più? Sarebbe stato tutto così meravigliosamente facile...
Jennifer le strinse le mani sulle spalle come a volerla trattenere con lei. Si piegò di più e l'abbracciò stretta.
Inaspettatamente, il gesto riportò Andrea con i piedi per terra e le diede forza per continuare.
"Ma questo non è niente!" voleva che non lo fosse. "Il problema è che ha picchiato Jaime, con una violenza e una cattiveria che non gli conoscevo. Per un istante, ho pensato non fosse lui!" nei suoi occhi comparve di nuovo il vuoto. Non era importante cosa aveva fatto allo spagnolo. Non l'aveva neanche chiamato per sapere come stava. Erano i perché a ferirla di più: ancora non riusciva a trovare un motivo valido a ciò che aveva visto.
Jennifer rispose con una smorfia tra il disgustato e il divertito:
"Guarda che era inevitabile! Te l'ho detto fin da subito che Jaime le avrebbe prese da Steve!"
Così era troppo facile. Steve non era geloso, era un mistero. Andrea si liberò dalla stretta dell'amica con un moto di stizza. Si alzò e andò a prendere un panno, per asciugare il disastro che aveva fatto sul suo bancone delle provette. Rifletteva, così Jennifer attese paziente.
"Non è questo... Credo che Steve abbia picchiato Jaime per un altro motivo, qualcosa fra di loro... di cui io sono completamente all'oscuro!" l'evidenza era ancora più tragica del dubbio. Sospirò per darsi la forza di proseguire: "La verità è proprio questa: io di Steve so pochissimo, quasi nulla del suo passato, praticamente niente della sua storia." lo dichiarò con voce ferma, anche se quel pensiero la destabilizzava fino in fondo al cuore. In quei giorni aveva evitato di farsi domande, aveva prepotentemente cercato di non pensare a lui. Ora però, analizzando i fatti con più lucidità, si rese conto di quanto il suo interesse per Steve l'avesse portata verso una condotta a dir poco inquietante. Ripensò agli ammonimenti di Grace, al suo sorprendersi di come Andrea lo avesse fatto entrare nelle sua vita senza conoscerlo davvero. Che cosa le era preso?
"Credo che tu ti stia sbagliando, sai?" interuppe i suoi pensieri l'altra..
"No, la realtà è proprio questa!" ribatté convinta Andrea.
"Davvero? Allora dimmi: credi che avrebbe potuto picchiare anche te?" le chiese con aria di sfida Jennifer.
Un vortice, come se una bomba fosse esplosa lì in mezzo a loro e l'onda d'urto fosse arrivata implacabile addosso all'animo della ragazza gambe lunghe, che continuava a rimanere appisolata dietro la facciata gelida di Andrea, la investì. Si sentì attraversata dalle schegge e ridotta in carne traforata come una maglietta di pizzo san gallo. Percepiva il bruciore dei buchi sul suo corpo: era un'idea impensabile, un insulto troppo grande da tollerare.
Andrea si sollevò da quello che stava facendo e sgranò due occhi di fuoco:
"Come osi? Steve non è quel genere di persona! Non l'ho mai sentito neanche per una volta rispondermi con cattiveria! Neanche quando me lo sarei meritato..." il suo labbro inferiore tremò. Si rifiutava categoricamente di pensare una cosa simile di lui.
Un'immagine maledetta però si affacciò traditrice nella sua memoria: "Anche se... prima di andare via, mi ha intimato di stargli lontana e... i suoi occhi... erano così privi di qualsiasi emozione!"
"Quindi pensi che te l'abbia detto per paura di picchiare anche te?" chiese l'altra, con un sopracciglio alzato in segno di meraviglia.
"No!" rispose ringhiando la ragazza "questo non lo crederò mai!" alzò il pugno con ancora lo straccio in mano.
La collega sorrise: "Bene! Se ne sei così convinta, allora vuol dire che lo sai per certo...!" la stuzzicò ancora.
Il suo tono derisorio la stava facendo davvero infuriare. "Steve è il ragazzo più dolce, buono, disponibile ed educato che io abbia mai conosciuto! Non osare neanche pensare per un secondo che possa mai alzare un dito su di me, se non per farmi una carezza, hai capito?" si infiammò, cercando di non alzare i pugni davanti a sé e lasciarsi sopraffare dalla rabbia.
"Hai detto tu di non sapere chi è in realtà... Quindi? Questo vuol dire che non conosci il suo passato, ma... sai esattamente come si comporterebbe?" chiese ancora Jennifer, lisciando con nonchalance la superficie lucida del suo bancone da lavoro, poco distante da dove era Andrea.
"Certo che lo so! In questo momento è solo, disorientato, sicuramente spaventato! Pensa che io sia impaurita dal suo comportamento, che non voglia avere più niente a che fare con lui, per come si è mostrato e... Dio solo sa che cosa gli sta suggerendo il cervello, su come muoversi in questo pasticcio!" rispose convinta la riccia, ergendosi dritta e autoritaria verso l'amica.
"E ha ragione?" insistette Jennifer. Continuava a non volerla guardare in faccia.
Non ci aveva mai pensato. In questi giorni aveva pianto la sua assenza, ma mai per un istante aveva giudicato il suo comportamento.
"No... mi è sembrato strano, ma..." il ricordo di aver avuto paura di avvicinarsi alla lotta a cui stava assistendo ritornò prepotente. Di nuovo scacciò quel pensiero.
"No! Non ho mai pensato che potesse rivolgere la sua violenza su di me..." concluse. Ne era certa. Quando Jaime aveva tirato fuori la pistola, gli si era avvicinato come a volerla proteggere.
"Perché pensi che sia spaventato?" chiese ad un tratto la bruna.
"Perché..." Andrea si rese conto che non poteva parlarne con Jennifer. Jake le aveva chiesto di non dire a nessuno quello che avevano saputo da Nilhanti.
Tergiversò.
"Tu non lo saresti sapendo di aver mandato tutto a puttane? Sapendo che Simon mi è vicino e che potrebbe, secondo lui, rincarare la dose?"
"Come fa a saperlo?" la interrogò a bruciapelo la collega.
"Perché Simon lo ha minacciato più volte di non fare cazzate con me"
"No," scosse la testolina Jennifer sorridendo della risposta di Andrea "Come fa a sapere che Simon è con te?" precisò.
"Beh, perché mi è venuto a prendere al parcheggio e mi ha riaccompagnato a casa" rispose sovrappensiero.
"No, Andy, concentrati. Come fa a sapere che Simon ti ha riaccompagnato a casa?" chiese di nuovo la collega, interdetta dal rincoglionimento in cui era la sua dottoressa preferita.
"Ah, perché ha telefonato a Jake nel cuore della notte e gli ha detto che c'era Simon con me" rispose sempre più persa Andrea.
"Jake gli ha raccontato che Simon ti era venuto a prendere?" cercò di capire l'amica.
"No, lo sapeva già. Voleva solo che mi tenesse al sicuro."
"No scusa, ricapitoliamo." cercò di capirci di più la collega. "Vuoi dire che dopo la sfuriata con Jaime, dopo aver mostrato il peggio di sé ai tuoi occhi, dopo essersene andato con il culo dritto lontano da te, è ritornato indietro per assicurarsi che tu stessi bene e ha chiamato Jake perché venisse ad aiutarti?"
Andrea squadrò interrogativa la ragazza, ma rispose comunque: "Sì, credo che sia andata proprio così!" acconsentì.
"Andrea? Non ci sei ancora arrivata?" le chiese adesso esterrefatta Jennifer.
"Cioé?" non la seguiva più.
"Ma come cioè! Quello quasi ammazza di botte Jaime, sembra un diavolo scatenato, se ne va imbufalito e poco dopo ritorna per vedere se stai bene? Tu saresti riuscita a far tacere la rabbia, solo per soddisfare il bisogno di sapere se la probabile causa della tua incazzatura è al sicuro?"
La testa riccia di Andrea si spostò lentamente a destra e a sinistra.
"Se non è amore questo, dimmi tu che altre prove vuoi!" concluse il ragionamento Jennifer, guardando il suo capo con affetto.
Le palpebre di Andrea si chiusero lentamente; nel buio sentì il suo respiro fuoriuscire dalle sue labbra socchiuse; scosse la testa cercando di formulare un pensiero logico ed ecco, all'improvviso tutto divenne nitido:
"E' lontano perché pensa che io non lo ami più. Perché pensa che questo basti al mio cuore per non volerlo più! Come nel sogno... Mi ha chiesto di stargli lontana, perché pensa che sia la cosa migliore per me... perché pensa così di tenermi al sicuro, lontano da qualsiasi cosa stia succedendo con Jaime..." mentre pensava ad alta voce, i suoi occhi si aprirono, poi si spalancarono, infine si fissarono sul viso di Jennifer."Non perché non valgo abbastanza!"
"Sì tesoro, credo che sia proprio così! Sta cercando di non coinvolgerti..." concluse per lei l'amica.
Andrea si voltò con urgenza, raccolse le sue cose, corse nel suo ufficio, prese la borsa, il cellulare e le chiavi di casa. Si guardò intorno per essere sicura che ci fosse tutto, poi alzò lo sguardo su Jennifer che l'aveva seguita divertita:
"Devo andare... Ce la fai senza di me domani?" la supplicò.
"Ci provo. Adesso va!" la spinse fuori verso l'ascensore. Andrea però un attimo prima di salire, si voltò, l'abbracciò, le stampò un bacio sulla guancia e si tuffò all'interno della cabina dell'ascensore.
Un istante prima che le porte si chiudessero urlò all'amica:
"Sei proprio una grande analista, Jennifer!"
La collega le sorrise e quando l'ascensore fu chiuso, si voltò verso il corridoio e rifletté ad alta voce:
"Già... speriamo!"
Quando arrivò davanti al portone di vetro antiproiettile dell'edificio, Andrea si arrestò di colpo: non poteva andare da nessuna parte senza Simon... Per di più era anche a piedi.
Tornò sui suoi passi, verso la reception.
Melanie aveva notato il suo strano comportamento, ma fece finta di nulla. Non appena vide che avanzava verso di lei, chiese cortese:
"Posso aiutarla, dott.ssa Wilson?"
"Sì, Melanie. Mi chiameresti un taxi? La mia macchina è dal meccanico." la voce di Andrea cercava di mantenersi neutra, come se in realtà la sua richiesta non fosse importante. Sorrideva, con un aspetto tranquillo e rilassato.
"Certamente!" obbedì la receptionist. Digitò subito un numero e attese.
Andrea continuò ad osservare fuori dalle vetrate.
Sembrava un giorno come tanti. Nel parcheggio scoperto davanti all'ingresso principale c'erano solo poche auto, sotto la fila d'alberi che seguivano il vialetto carrabile. Le altre erano tutte nel parcheggio sotterraneo. Con quel caldo era improponibile rimanere fuori. Notò in fondo alla fila, parcheggiata tra un suv e una station wagon, una bellissima moto che tra le fronde brillava nelle finiture di un bianco madreperla, in netto contrasto con il nero del resto della carrozzeria. Era per metà al sole: qualcuno più tardi si sarebbe bruciato le chiappe.
Un angolo delle sue labbra si sollevò a quel pensiero divertente: il primo dopo giorni.
Finalmente le sembrava di avere un piano e dunque, si sentiva un po' sollevata.
"Cinque minuti, dottoressa!" la informò soddisfatta di sé Melanie.
"Grazie." le rispose Andrea. Era indecisa su cosa lasciar detto, nel caso in cui Simon fosse arrivato a chiedere notizie, non vedendola uscire dall'ufficio. Capì però che in quel modo, quel povero ragazzo si sarebbe preoccupato inutilmente ed elaborò un piano di riserva.
Non disse nulla, continuando a guardare verso il parcheggio.
Non appena arrivò il taxi, salutò Melanie e corse fuori. Salì in auto come una freccia e diede l'indirizzo al tassista.
Lasciò che la strada scivolasse lenta davanti al suo finestrino. Aveva bisogno di più tempo, il traffico la stava rallentando troppo. Prese il telefono in mano, ma ancora non aveva intenzione di chiamare. Purtroppo però iniziò a vibrarle in mano. Il nome sul display la colpì come uno schiaffo sulla guancia.
"Accidenti!" sbuffò, poi aprì la conversazione, portò il telefono vicino all'orecchio senza avere il coraggio di aprire bocca.
"Cinque minuti e sono lì!" l'informò Simon, senza neanche salutarla.
"Simon, non c'è bisogno che tu venga, sono già andata via..." confessò terrorizzata.
"Che cazzo...?" silenzio. Quell'assenza di parole suonò per lei peggio degli insulti.
"Ho preso un taxi. Devo fare una cosa..." continuò, stringendo il lato del labbro inferiore tra i denti. Era sicura che la sfuriata stesse arrivando.
"Quale cosa? Vuoi davvero litigare oggi? Perché in questo momento mi sto davvero incazzando!" l'apostrofò l'altro, con una voce rauca a cercare di contenere il nervoso.
"Voglio solo vedere se è in Allen Street" cercò di giustificarsi, mentre controllava a che punto del tragitto era arrivato il taxi.
"Ci siamo stati già due volte, con Jake!" tagliò corto l'amico. "Con chi credi di avere a che fare? E' il primo posto dove lo abbiamo cercato. Dopo siamo stati anche nel suo ufficio, ma niente: anche oggi ha fatto annullare tutti i suoi appuntamenti..." precisò il biondo sempre più agitato.
"Ah...è solo che... ho bisogno di trovarlo, Simon. Non sa... è da solo...e..." le sue parole confuse imbestialirono ancora di più Simon.
"Dì al tassista di fermarsi. Dove siete?" le ordinò perentoria la voce al telefono.
"Ti prego... solo un minuto" cercò di convincerlo lei.
"Dimmi dove CAZZO SEI!" le urlò nelle orecchie.
"Siamo in Maple Avenue" rispose sconfitta Andrea.
"Tra due minuti sono lì, aspetta nel taxi, non scendere o quando arrivo, giuro, ti sculaccio, come non ho mai fatto in vita mia!" l'ammonì l'amico.
Poteva essere divertente, l'idea di Simon che la prendeva a sculacciate, come quando giocavano a lotta sul ring. In realtà però, Andrea ne fu terrorizzata e ubbidì all'istante.
Il taxi si fermò sul ciglio della strada, appena all'interno del vialetto d'accesso di un grosso condominio avana e attesero.
Gli occhi della ragazza continuavano a guardare dal lunotto posteriore, nell'attesa del suo infuriato amico biondo.
Ciò che vide però fu una grossa moto nera e madreperla, da strada, che si arrestò a un centinaio di metri sull'altro lato della carreggiata, all'imbocco del parcheggio di un grande edificio di colore rosa. Era all'ombra, sotto gli alberi del marciapiede. Ne scese un uomo, con un casco in testa, nero e argento anch'esso; un giubbotto di pelle nera; un paio di jeans chiari. Si fermò lì, in piedi vicino alla moto, senza togliersi il casco.
Andrea non si chiese niente, anche se era evidente che stesse guardando nella sua direzione, ma non riusciva a vederne il volto. Era immobile. Lo vide mettersi le mani in tasca. Sembrava aspettare...
La Volvo grigia di Simon frenò stridula dietro al taxi e le impallinò la visuale.
L'amico scese di corsa e le andò ad aprire lo sportello. Pagò il taxi in modo brusco. L'afferrò per il braccio trascinandola con sé. Non le faceva davvero male, ma era evidente che era furioso.
Le aprì la portiera dal lato del passeggero, ma un istante prima di salire Andrea guardò di nuovo verso la strada: l'uomo con il casco era risalito in moto, solo. Sfrecciò a tutta velocità fino a pochi metri dalla macchina di Simon, poi, inaspettatamente, girò a sinistra per una strada secondaria e sparì.
"Che cosa guardi?" le domandò spazientito l'amico, vedendo che non saliva.
"Cosa? No, nulla..." rispose lei evasiva. Salì in auto, pronta ad affrontare la furia di Simon.
"Adesso spiegami che cosa non ti è chiaro della frase: NON DEVI USCIRE DA SOLA!" urlò il biondo, non appena si fu rimesso in strada, dirigendosi verso casa di Andrea.
La ragazza sospirò, stanca.
"Andiamo, ragazzi. E' vero che la situazione è confusa, ma non potete davvero pensare che io possa rimanere sotto la vostra ASSILLANTE sorveglianza! Avete una vita sociale!" cercò di schernirsi.
Simon deglutì. Sapeva che era la verità. Solo che la soluzione per il momento era ancora tutto fuorché facile. Decise di informarla comunque.
"Senti, Andy... Lo so! E lo sa anche Jake! Non sappiamo neanche di preciso che cosa pensare!"
"Secondo me, voi siete troppo allarmisti!" lo interruppe disponibile Andrea, vedendo che la rabbia dell'amico stava scemando, lasciando il posto alla ragione.
"ALLARMISTI?" urlò invece di nuovo il biondo, furioso di fronte all'evidente incapacità di Andrea di accettare che avrebbe potuto davvero essere in pericolo.
"Simon, ascoltami per favore..." cercò di spiegarsi con calma "Sono consapevole che qualcuno potrebbe davvero aggredirmi o intrufolarsi in casa mia. Sono cosciente che dobbiamo chiarire al più presto la situazione. Questo però non vuol dire che devo essere controllata a vista..."
"Non è solo questo... E' che non riusciamo a trovare Steve! Non risponde ai nostri messaggi, non è in nessuno dei posti che pensavamo di poterlo trovare e... se lui non è con te, non ci fidiamo a lasciarti da sola." vomitò fuori tutto, come avrebbe fatto se avesse avuto un enorme boccone rancido in gola.
Andrea guardava la strada davanti a sé, impietrita, ma estremamente lucida.
I ragazzi ti ritengono al sicuro insieme a Steve?
Sembrano fidarsi ciecamente di lui.
Beh, da quando c'è Steve sembra davvero tutto più facile!
Sì e senza le sue braccia intorno non faccio altro che tremare...
Però abbiamo visto come le ha prese da quei due balordi nel piazzale davanti a Nicky...
Lo abbiamo anche visto pestare Jaime...
Senza nessuna difficoltà!
Sembrava così lucido, possente, invincibile... di fronte ad Jaime.
Già, magnifico! Un guerriero!
Ma cosa vai a pensare?
Perché tu non hai pensato che strafico che era, mentre pestava lo spagnolo?
No, io mi sono solo chiesta perché...
E non ti sei domandata dove avesse imparato quella tecnica?
E come potesse essere all'improvviso così veloce?
Senza allenamento poi...
Allenamento! I suoi muscoli!
"Simon avete provato a vedere se è inscritto in qualche palestra?"
Il biondo la guardò con la coda dell'occhio, allibito.
"No... non mi risulta che Steve faccia qualche sport. Non ne ha mai parlato..." rispose onesto, riflettendo fra sé.
"Oh, se è per questo non ci ha parlato di parecchie cose!" lo ammonì acida. "Chiamiamo Jake, lui sa come cercare!" lo incalzò.
"Okay, ma tu ora vieni a casa con me e te ne resti buona buona, d'accordo?" la bruciò con lo sguardo l'amico, puntandole un dito contro.
"Va bene, va bene. Ho capito!" si arrese Andrea, ritrovando finalmente il sorriso.
Nell'auto scese un silenzio carico di apprensione e contemporaneamente d'affetto. La rabbia era sparita.
"Che devo fare io con te, eh?" le chiese allora lui, ritrovando un tono più sereno.
"Amarmi?" lo stuzzicò lei come una bambina.
Simon allungò una mano, gliela passò intorno al collo continuando a guardare la strada, l'attrasse verso di sé e inaspettatamente le schioccò un sonoro bacio sulla fronte.
"Sempre!" le rispose dolcemente.
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Ecco, visto che andiamo verso il mare, il caldo torrido e, si spera, le agognate vacanze, intanto vi lascio con questo capitolone che non ho voluto separare.
Per le meningi fumanti delle mie adorate lettrici: sappiate che ho lasciato diversi indizi!
A presto e Buone Vacanze a tutti voi!
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