CAP 23 DARK SHINES, BRINGING ME DOWN
Oggi mi sento generosa.
Avrei voluto dividere il capitolo in due parti, come al solito, ma lo pubblico tutto insieme, perché per me e per Andrea è troppo importante...
C'erano vestiti sparsi ovunque: sul letto, in terra e la cabina armadio ricordava molto un magazzino molto mal gestito. Una serie infinita di gonne era accumulata su una poltroncina, troppo piccola per sostenerle tutte, così che una buona parte era scivolata verso il pavimento. Una quantità incredibile di top e camicette chiedeva aiuto da un cassettone rimasto drammaticamente aperto, perché il suo contenuto non voleva più saperne di rientrare all'interno e permettergli di richiudersi.
In fondo alla cabina armadio, circondata dai tre specchi, che la ritraevano in tre angolazioni su quattro, c'era Andrea, in piedi, le braccia ciondoloni sui fianchi, le gambe leggermente aperte, abbarbicate su due zeppe bianche con stringhe alla schiava. Indossava una gonna di cotone, color jeans, con stupenda passamaneria di pizzo san gallo, che moriva a circa venti centimetri dalle sue caviglie. Aveva deciso per un top interamente di pizzo bianco, con le spalline larghe; i bottoncini delicati, rosso corallo, cercando di tenere insieme la stoffa all'altezza del suo debordante seno, combattevano una battaglia estenuante; così, mentre uno sbuffo d'aria usciva dalle sue labbra arricciate, una manosi alzò lentamente e slacciò il primo della fila.
Aveva legato i capelli in una coda morbida, scomposta, tenendoli insieme con un fermaglio argentato.
Voleva passare per una sprovveduta ragazza senza pretese, ma il risultato le sembrava ancora troppo sensuale.
Si morse il labbro inferiore da un lato, come le capitava sempre mentre rifletteva.
Così non va...
Sono le otto, chiamalo e annulla.
No, vado così, oramai non posso cambiarmi più.
Ti salterà addosso dopo cinque minuti!
Cazzo! Smettila! Sono io che ho sempre deciso chi e quando. Perché stasera dovrebbe essere diverso?
Perché lui ti mangerà con gli occhi e tu non saprai dirgli di no!
Io amo Steve! Jaime non mi attira più. Potrebbe presentarsi in mutande che lo lascerei comunque insoddisfatto!
Sì, ma lui questo non lo sa e sono certissima che si aspetta un bis da te.
Beh, allora, avrà una brutta sorpresa! Andiamo!
Quando arrivò alla sala prove, si accorse subito che la porta era aperta. Parcheggiò con calma vicino alla BMW di Jaime. Aprì lo sportello, mise un piede fuori dell'auto e si fermò per sospirare. Ancora. Non avrebbe mai immaginato che le sarebbe costato tanta fatica. Era sicura di saper gestire la situazione, conosceva tutti i modi possibili per comportarsi in certe situazioni, solo che...
Ti senti una criminale!
Perché dovrei? In fondo non sto facendo niente di male.
Non ancora...
Stronza!
Ti rendi conto, sì? che se Steve lo viene a sapere, sarai in un mare di guai?
Perché? Davvero tutti si fidano così poco di me?
Mettiamola così: hai dei brutti precedenti e... sei un'incallita recidiva!
IO. AMO. STEVE! Come potete pensare che possa anche solo valutare la possibilità di fargli così male?
La risposta è nella seconda persona plurale che hai usato! Riflettici!
Ora basta! Ti dimostrerò chi è la nuova Andrea!
Entrò con passo deciso, aveva una cosa importante da fare e l'avrebbe svolta con la massima professionalità: i ragazzi si aspettavano questo da lei e non aveva nessuna intenzione di deluderli.
"Buonasera zucchero! Ben arrivata! Incantevole come tuo solito." Furono le parole che la accolsero.
"Buonasera Jaime" esordì cercando di risultare entusiasta.
"I ragazzi?" chiese l'uomo, in attesa. Troppo in attesa...
"Spiacente, ma con così poco preavviso, non sono riusciti a liberarsi dal lavoro." confessò lei, cercando di mantenere un tono neutro.
"Beh, peccato!" le sorrise con una smorfia il moro "Comunque... ci accomodiamo di là?" proseguì, aprendole la porta dell'ufficio: l'unico posto dove potevano trovare un divano e una scrivania su cui appoggiare l'enorme faldone, pieno di spartiti e cd, che Andrea aveva portato con sé.
Le sembrò piuttosto scocciato che non ci fossero i ragazzi, anche se aveva cercato di non farlo vedere. Questo voleva dire che lo spagnolo si aspettava semplicemente un incontro di lavoro, null'altro.
La ragazza si rilassò e si tuffò nella ricerca della canzone da presentare al concorso, dimenticandosi delle sue paure.
Cominciarono a discutere sul da farsi, ogni tanto Andrea si alzava e permetteva a qualche sua canzone, ignota ad Jaime, di riempire di note il grande ufficio in cui si trovavano, attraverso l'impianto stereo. L'uomo ascoltava concentrato. Aveva un modo di fare professionale e acuto. Le sue osservazioni dimostravano alla ragazza che la stava ascoltando, valutando, consigliando, come un vero manager deve fare.
Neanche per un secondo diede l'impressione di provarci con lei. Non la guardò mai in modo lascivo, non pronunciò mai nulla che si potesse interpretare come un accenno a quello che c'era stato fra di loro.
Un'ora dopo e quattro birre dopo, Jaime entrò nell'ufficio con due borse del servizio a domicilio di un noto ristorante messicano dell'Up Town.
"Stoppiamo dieci minuti per la cena?" le chiese galante, ma ancora senza traccia di nessuna intenzione maliziosa.
"Con piacere!" rispose entusiasta Andrea del profumino che arrivava dalle buste.
Jaime mise su un cd che era sulla libreria alle loro spalle:
"Forse è un inedito!" scherzò con la ragazza e si sedette dalla parte opposta della scrivania con un piatto davanti a sé.
Mangiarono, risero, scelsero tre canzoni per il concorso e un'altra ora passò con semplicità.
"Okay, hermosa. Credo che ci siamo! Vedrai che faranno a gara per avervi" la incoraggiò, mentre riponevano le scartoffie nelle cartelle.
"Vorrei esserne sicura come te!" gli rispose dubbiosa Andrea. Era convinta di poche cose nella sua vita e la sua musica non era certo tra quelle.
"Perché non ti fidi di me?" le chiese lui a bruciapelo.
Andrea fece una smorfia, perché si era pentita di aver pensato tutte quelle brutte cose di Jaime e questo, ai suoi occhi innocenti, era apparso addirittura come sfiducia nelle sue capacità di manager. Doveva rimediare.
"Questo non è assolutamente vero! Io ho piena fiducia nelle tue capacità. Solo che non ne ho altrettanta nella mia musica: ancora mi domando che cosa trovino di così entusiasmante in me i miei fin troppo numerosi fans..."
"Innanzitutto, i fans non saranno mai troppo numerosi" e le strizzò un occhiolino malizioso. "In secondo luogo, io sono un esperto, darling e se ti dico che impazziranno, devi credermi!" così dicendo le posò una mano calda sulla schiena, mentre le apriva la porta dell'ufficio.
Andrea ignorò la sensazione di calore che quel tocco cortese e innocente non avrebbe dovuto scatenare, gli sorrise e si avviò verso il portone.
In quel momento però, una mano calda si aggrappò al suo braccio e la costrinse a fermarsi. Si voltò e seguì la direzione di quell'ancora calda che la stava trattenendo, fino a raggiungere le pozze nere di Jaime.
La stava guardando serio, accigliato addirittura.
"Andrea... ioho bisogno di... parlare con te di ciò che è successo... tra noi"
La ragazza divenne paonazza. Ecco era arrivato il momento tanto temuto. E ora come avrebbe dovuto comportarsi?
"Sì... Jaime io..." cercò di iniziare.
"No, aspetta. Lascia parlare me!" la interruppe lui.
Meno male...
"Dimmi allora" lo incoraggiò sollevata.
Jaime abbassò lo sguardo, poggiò le cartelle sulla scrivania della reception della sala prove, mise le mani in tasca e si incamminò lentamente verso il portone. Sembrava imbarazzato, come qualcuno che cerchi le parole adatte per dare una brutta notizia. Infine si decise a parlare, ma non trovò il coraggio di guardarla in faccia.
"Capisco che quando ci siamo conosciuti, qualcosa è scattato fra di noi. Vorrei però, che questa attrazione non influenzi in maniera negativa i nostri rapporti professionali. Sono consapevole che per te non sarà facile creare un distacco, ma vorrei che tentassi. Per la buona riuscita di questo progetto molto importante per entrambi."
Finalmente i suoi occhi cercarono il verde smeraldo di lei "Io non vedo in te solo una donna dalle gambe chilometriche, voglio che tu ne sia consapevole. Ti reputo una bravissima musicista e ci tengo a te, a livello professionale intendo. Quindi ti chiedo, almeno fino a quando questo percorso non sarà concluso, di non pensare a me come allo stallone che ti ha fatto godere per una notte di seguito, ma al tuo manager e basta!" sospirò sofferente "Credi di poterci riuscire?"
Andrea lo guardò sconcertata. Era senza parole, incapace di rispondere.
Era l'uomo più egocentrico, assurdamente presuntuoso, ingiustificatamente pieno di sé che avesse mai incontrato. La situazione era così ridicola che in un istante divenne fin troppo esilarante. Non riuscì proprio a trattenersi e scoppiò in una sonora risata. Non meritava nessun altra replica.
E tu che dicevi che ci avrebbe provato con me!!!
Scusami! Stavolta hai vinto!
Aveva l'aria di uno che sta per spezzarti il cuore... Ahahaha!
Perché sarà un dolore enorme rinunciare a lui... ahahaha!
Girò sui suoi tacchi, continuando a sbellicarsi dalle risate, e uscì dagli studios. Aveva le lacrime agli occhi. Si passò una mano sui capelli, per impedire al fermaglio di perdere la presa, poi però decise di slacciarlo e rifare tutto d'accapo.
Mentre era ancora con le braccia alzate e le mani nei capelli, Jaime si avvicinò e l'aiutò a salire in macchina, aprendole lo sportello e passandole le sue cartelle.
"Non capisco che cosa ti faccia ridere tanto, ma spero che tu sia comunque d'accordo con me" si piegò verso Andrea per guardarla meglio, appoggiandosi alla portiera, mentre lei si asciugava gli occhi dalle lacrime, guardandosi nello specchietto retrovisore.
"Sì, siamo d'accordo Jaime" e l'ilarità ritornò sulla sua bocca.
Successe tutto in un unico fotogramma: Jaime che la osservava ancora curioso del perché la facesse tanto ridere e, subito dopo, Jaime a terra con il sangue che gli usciva dal naso, tanto sangue.
Andrea urlò, ma non ebbe il tempo di muoversi, che un uomo si avventò ancora su di lui e gli sferrò due potenti calci allo stomaco.
"Lurido bastardo! Ti avevo avvisato!" lo sentì urlare, mentre lo sollevava da terra e lo colpiva ripetutamente con un ginocchio sulla faccia.
Jaime non riusciva neanche a respirare, così, in un attimo di pausa dal bombardamento, riuscì a rotolare su un fianco e a risollevarsi da terra.
Si posizionò pronto all'attacco o alla difesa, con il busto e le braccia in avanti e le gambe un po' piegate, pronte a scattare. Si passò la manica della camicia sul viso ricoperto di sangue, per poter vedere meglio e sgranò gli occhi.
"Steve, ma che cazzo fai?"
A quelle parole, Andrea sbiancò e posò lo sguardo sull'aggressore, non riuscendo a credere a quello che aveva visto Jaime. Invece, inspiegabilmente, era proprio quella la verità.
"Steve..." lo chiamò scioccata, con il poco fiato che le rimaneva nei polmoni "...ma che succede?" uscì dall'auto lentamente, le gambe non volevano saperne di obbedirgli e cercò di avvicinarglisi.
Invece di tranquillizzarla, invece di addurre qualsivoglia giustificazione, Steve si avventò di nuovo sul moro, che questa volta però, era preparato all'assalto e non solo schivò il suo pugno, ma reagì dirigendo un colpo fortissimo al torace dello psicologo, che adesso, tutto aveva, tranne l'aria di uno stimato dottore.
Con stupefacente abilità, le mani affusolate, di solito morbide e carezzevoli del suo coinquilino, intercettarono il pugno di Jaime a mezz'aria, riuscendo a deviarne la traiettoria con apparente facilità, bloccandogli il polso in una stretta d'acciaio e torcendogli il braccio dietro la schiena, con conseguente urlo dello spagnolo, di sicuro poco interessato a mostrarsi coraggioso. Infine lo spinse via con forza cercando di buttarlo a terra.
"Fermatevi!" cercò di distrarli Andrea, senza risultati.
Avrebbe voluto mettersi fra di loro, ma lo sguardo duro e cattivo di entrambi la costringeva a rimanere a un paio di metri di distanza. Era tutto così stupefacente che continuava a sbattere le palpebre nella speranza che tutto scomparisse.
Era cosciente di star tremando, terrorizzata per le immagini che le scorrevano davanti e per la crudeltà che aveva saturato l'aria.
La verità, semplice, disarmante, terrificante, era che non riusciva ad intromettersi, perché una parte del suo cervello sapeva che entrambi quei ragazzi, considerati amici fino a pochi secondi prima, avrebbero davvero potuto farle del male fisico, nello stato in cui in quel momento si trovavano le loro menti.
Steve espirò con forza, grugnì di rabbia e ripartì assestando un gancio sinistro nel fianco dello spagnolo, che non poté fare a meno di piegarsi in due. Il ragazzone ne approfittò, assestandogli un colpo fortissimo sulla nuca con il gomito e poi, impassibile, aspettò che il cugino stramazzasse al suolo.
"Steve, smettila!" non riusciva a credere ai suoi occhi. Quello non era il suo uomo, non era il ragazzo elegante che dormiva con lei.
Lo guardò in faccia, mentre, cinico e glaciale, osservava se Jaime era svenuto o no, assestandogli un altro calcio nello stomaco.
Non l'ascoltava affatto, completamente indifferente alla sua presenza e ai suoi richiami. Per una frazione di secondo, volle pensare che fosse un sosia.
Poi però la sua voce le arrivò alle orecchie e il mondo le crollò addosso:
"Ti avevo avvisato che dovevi rimanerne fuori! Pensavi davvero che mi creasse problemi pestare un parente?" la sua voce era lucida, cristallina e tagliente, proprio come una lama. Principalmente però fu la freddezza e il distacco che le trapassò il cuore. Non sembrava neanche una persona arrabbiata.
"Allora dovevi darti una mossa prima! Zio Sam non accetta ritardi, lo sai..." rispose calmo Jaime, alzandosi lentamente da terra con nella mano... una pistola.
Andrea urlò disperata "Jaime? Ma che...? METTILA GIU'! SUBITO!"
Non aveva mai visto un'arma così da vicino, se non la pistola di ordinanza che a volte Jake aveva con sé, sempre però ben chiusa nella fondina.
Qualcosa di glaciale le arrivò al cuore. Inaspettatamente, senza che il suo cervello avesse minimamente preventivato il movimento, i suoi piedi si spostarono verso Steve, a tre passi sulla sua sinistra. I suoi palmi si alzarono davanti a lei in segno di resa, o forse semplicemente per tenere calmo lo spagnolo.
Nello stesso identico istante, i piedi di Steve si spostarono verso di lei e il suo braccio destro arrivò a sfiorare la mano di Andrea a mezz'aria, ponendosi fra lei e la pistola.
Per un attimo Jaime la fissò, sogghignando in una smorfia crudele.
"Che carini! Chissà che cosa ne penseresti di lui se sapessi cosa..."
Non riuscì a finire la frase, che un calcio fece volare la pistola dalle sue mani e un pugno, subito dopo, si andò ad infrangere sulle sue gengive. Jaime stramazzò al suolo, incosciente.
Andrea non riusciva a muovere un muscolo. Era pietrificata di fronte al corpo immobile di Jaime. Il suo cuore le urlava nelle tempie, per la scarica di adrenalina che l'aveva investito. Si voltò lentamente a fissare Steve, che, indifferente, si stava allontanando da entrambi, le mani in tasca.
"MA CHE CAZZO TI E' PRESO? Sei ubriaco o cosa? Dio... e lui che ci fa con una pistola?"
Steve arrestò il suo passo, la guardò accigliato, gli occhi neri come la pece e parlò con voce glaciale:
"Tu... stammi lontana!"
Detto questo, riprese a camminare, salì sulla sua auto che, Andrea non aveva notato fino a quel momento, era parcheggiata a pochi metri da loro, con lo sportello ancora aperto e se ne andò.
https://youtu.be/fU88nehcnBY
Passarono diversi minuti, in cui Andrea continuò a fissare il punto in cui la macchina del suo ragazzo era sparita. A regnare, fu solo il silenzio del parcheggio.
Era completamente svuotata. Non riusciva a sviluppare un pensiero di senso compiuto. Non riusciva neanche ad analizzare coerentemente quello che era successo. Era peggio di uno dei suoi incubi.
Sì, è meglio che vada a farsi un giro e si dia una calmata...
Ma di cosa parli?
E' solo alterato, vedrai che tra poco torna.
Cosa non ti è chiaro delle parole STAMMI LONTANA?
E' solo perché è arrabbiato e ha paura di non riuscire a parlarmi con calma.
Tu sei proprio rincoglionita! Quello ti ha detto chiaro e tondo di andare affanculo!
Steve non lo farebbe mai...
Beh, svegliati, perché lo ha appena fatto. Lo vedi che non c'è più? O sei troppo stupida anche solo per capire che se ne è andato?
Guarda che bello quell'albero. Ha già iniziato ad ingiallirsi. O forse si sta solo seccando.
Andrea smettila di fare così. Ascoltami! Steve se n'è andato!
E' solo nervoso, poi si calma e torna da me!
Andrea cazzo, ti ha mollato!
Non dire così, Steve non può rinunciare a me... Io lo amo...
Beh, lui evidentemente non prova lo stesso sentimento.
Certo che lo prova, solo che ora è arrabbiato e non se lo ricorda...
AAAAAHHHH! Se potessi ti strozzerei! Lo vuoi capire che se n'è andato via da te!
NON DIRE COSI'!!! NON. VOGLIO. CHE. TU. DICA. COSI'!!!
Andrea...
No! Smettila! SMETTILA!!!
Una lacrima calda trasbordò dalle ciglia della ragazza, ancora in piedi, lo sguardo fisso nel punto in cui Steve era scomparso. Iniziò impercettibilmente a tremare, mentre il suo corpo iniziava a rendersi conto che la notte si faceva mano a mano più fresca.
"Ohmm... cazzo! Stronzo bastardo!" la voce proveniva da terra ed ebbe l'effetto di risvegliare la ragazza dal suo turbamento. Si voltò verso l'uomo, lo guardò imbambolata per diversi secondi, prima di decidersi ad inginocchiarsi vicino a lui per aiutarlo ad alzarsi.
"Jaime, tutto okay?" gli chiese scrutando le sue ferite.
"Ci sto provando, querida, ma credo proprio che dovranno farmi una radiografia al costato. Che stronzo, ancora usa la stessa tecnica di merda!"
Lentamente, Andrea lo aiutò a rimettersi in piedi, ma a metà strada, sentì Jaime spostare il suo baricentro in avanti e andare a raccogliere la pistola da terra; lo aiutò a salire sulla sua macchina e lo scrutò mentre, con troppa disinvoltura, poggiava l'arma sul sedile del passeggero.
Insisté per accompagnarlo al pronto soccorso, ma lui rifiutò.
"Andrea, non è niente. Tu piuttosto, visto lo stato in cui era, chiama i ragazzi e vedi di non rimanere sola. Non mi è sembrato che ce l'avesse solo con me!"
"Sì, lo farò, ma... tu sai cosa è successo?" cercò ancora di capire.
Jaime la scrutò per diversi istanti, indeciso; poi sembrò rassegnarsi a darle una risposta:
"Diciamo che Steve, di solito, non si fida molto della gente, in special modo di me!"
"Stai forse insinuando che lo ha fatto perché io ero con te?" cercò di approfondire allibita la ragazza.
Gli occhi profondi del ragazzo ebbero un lampo cattivo, prima di risponderle:
"Credo che lo abbia fatto piuttosto perché IO ero con te!" sogghignò piano "Non gli va proprio giù..." e scuotendo la testa avviò il motore, salutò Andrea con una mano e partì.
Disorientata, adesso scossa da brividi profondi, ancora non completamente conscia di ciò che era successo, lontana dal chiedersi ciò che questo avrebbe comportato, Andrea si sedette sullo scalino del marciapiede, vicino alla sua Barchetta.
Rimase immersa in quella bolla di ghiaccio per parecchio, non riuscendo a formulare un pensiero logico. Le immagini di ciò che era appena avvenuto continuavano a passarle davanti agli occhi e lei non poteva far altro che subirne la visione, senza possibilità di opporsi.
Cominciò piano ad accorgersi che, sulla strada che rasentava il piazzale, le macchine passavano sempre più rade. Prese coscienza che i lampioni erano accesi, adesso. Alzò lo sguardo verso il cielo e lo trovò completamente buio, con pochissime stelle. Per diversi minuti fissò il cerchione di una ruota della sua auto, studiandone con attenzione maniacale i riflessi delle luci, che si rifrangevano sui raggi tubolari.
Un brivido profondo le percosse le spalle nude e si accorse che le dita dei suoi piedi erano davvero fredde.
Andrea, dobbiamo andare a casa.
Sì...
Sta diventando freddo, sali in macchina.
Sì...
Andrea... Ci serve Simon...
Sì... Ci serve Simon.
Quel pensiero fu tutto ciò che riuscì a fare per prendersi cura di se stessa.
Tirò fuori il telefono dalla borsetta e fece quello che l'istinto l'aveva oramai abituata a fare nella sua vita, nei momenti difficili. Guardò lo schermo, aspettò e quando risposero dall'altro capo, mentre le lacrime iniziavano a solcarle il viso, parlò:
"Simon, ho bisogno di te!"
"Che è successo, amore?" la voce dell'amico fu subito in allarme.
"Ho fatto una cazzata!"
"Merda! Dove sei?"
"Davanti alla sala prove"
"Arrivo!" e la comunicazione si interruppe.
Ecco una persona che non l'avrebbe mai guardata come aveva fatto Steve poco prima.
Ecco una persona di cui poteva fidarsi ciecamente, come non era riuscita mai a fidarsi di Steve.
Ecco una persona che non l'avrebbe mai cacciata, solo perché non riusciva a star lontano dai guai... come aveva appena fatto Steve.
Ecco la persona che non mancava mai nella sua vita... come adesso... le mancava... Steve...
All'improvviso, tutto divenne limpido, tutto fu disastrosamente chiaro. Le lacrime vennero sostituite dai singhiozzi: Steve non sarebbe tornato quella sera, Steve se ne era andato.
Tutto il freddo della notte le scoppiò dentro come una valanga di neve. Si raggomitolò sul ciglio del marciapiede, si strinse la pancia con le braccia. Il suo corpo venne percosso da spasmi profondi.
Delle gomme stridettero sull'asfalto e due mani forti la sollevarono da terra, dove si era raggomitolata.
"Andrea, amore, ma che fai? Cos'è successo?" cercò di capire il biondo, mentre la sollevava da terra come una bambina e la stringeva forte a sé.
"Andrea, rispondimi! Perché sei qui da sola?" La voce di Simon era ogni istante più acuta, mentre l'ansia lo assaliva. La poggiò sul sedile della sua macchina e cercò di costringerla a guardarlo.
"Andy? Dov'è Jaime?" chiese ora cercando di modulare la voce in un tono più dolce.
"Al pronto soccorso: Steve lo ha pestato..." e i singhiozzi ritornarono più forti.
"Steve? Ma non era a New York?" rimase ancora più confuso Simon.
Tutto quello che ricevette per risposta fu un diniego con la testa.
"Sì, ma dov'è Jake?" cercò ancora di capirci qualcosa il ragazzo.
A quella domanda, Andrea si spostò sul sedile, cercando di trovare la forza di confessare la verità. Sospirò, annuì con la testa, quasi a farsi coraggio per un lungo salto e alla fine parlò:
"Eravate tutti molto occupati... e questo incontro era importante per il gruppo... Jaime... Jaime ha fatto il bravo..." per un secondo le sue labbra si sollevarono in un debole sorriso, ripensando a quanto il discorso dello spagnolo l'aveva fatta ridere.
"...Lo ha gonfiato a dovere! I suoi occhi erano fumo... La sua voce così cattiva... Jaime ha tirato fuori una pistola per fermarlo!"
"Una pistola? Dio, ma che diavolo...?"
Andrea scosse la testa, capendo anche lei che tutto era così assurdo da risultare incredibile perfino a lei, che l'aveva vissuto in prima persona.
"Okay, amore, dov'è ora Steve?" cercò di far chiarezza Simon, incredulo sì, ma nulla lo spingeva a non credere al racconto che gli stava facendo la sua amica.
A quella domanda, la ragazza abbassò la testa fino quasi a toccare le ginocchia, lacrime calde le solcarono il viso, mentre la realtà distruggeva tutto il sogno che aveva vissuto nelle ultime settimane. Si impose di dirlo ad alta voce, perché le sue parole non avevano lasciato nessuna breccia alla speranza e tanto valeva abituarcisi da subito.
Alzò la testa, guardò disperata Simon negli occhi e nel profondo del suo cioccolato, trovò la forza per sottolineare ciò che era oramai ovvio:
"Se n'è andato..." espirò, come se in quelle poche parole fossero racchiuse le sue ultime forze.
Simon l'abbracciò stretta a sé e le baciò la fronte:
"Schhh... ci sono io adesso. Calmati amore!"
Andrea si aggrappò a lui, lo strinse così forte da sentirgli le costole scricchiolare, ma non lasciò la presa. Il suo tentativo di smettere di tremare però, fallì miseramente e iniziò a piangere ancora più forte.
L'amico le carezzava la schiena con le sue mani calde, ma lei era così completamente gelata da non sentirlo.
Simon capì che era proprio arrivato il momento.
Aveva aspettato fin troppo, era stato troppo indulgente.
Il suo istinto lo aveva avvisato: sapeva che c'era di più di un semplice dottorino saccente, dietro al grande amore di Andrea. Aveva fatto finta di non vedere...
Eppure, quel fuoco, Simon lo conosceva fin troppo bene, non poteva non riconoscerlo: aveva sentito la paura che Steve emanava. Quella di qualcuno che vive, ogni giorno, con il terrore di essere riconosciuto.
La stessa che aveva avuto lui per tutta l'infanzia: ogni volta che pensava che qualcuno lo potesse incontrare per strada, quando decideva di farsi un giro in città, invece di studiare tra le quattro mura dell'orfanotrofio.
La paura di chi ha segreti da nascondere...
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