Capitolo 3
Andai in esplorazione nel bosco da sola, sapevo che i miei guerrieri sarebbero stati in grado di farcela anche senza i miei ordini, e io di certo non avevo paura di vagare in solitaria. Poi pensandoci, così avremmo sicuramente impiegato meno tempo a scovare i nemici.
Mi inoltrai nella foresta di pini, il mio luogo preferito quando volevo stare un po' da sola e perdermi nei miei pensieri.
La luce filtrava a malapena attraverso la fitta boscaglia sempreverde, un forte odore di resina fresca permeava completamente l'area e il ruscello che scorreva lì vicino emanava calma e tranquillità.
Passeggiando, inevitabilmente, mi ritrovai in quel punto. Quel preciso punto.
«Dai coraggio, più veloce con quelle schivate. E quei fendenti. Devi affondare di più»
Chirone poteva essere sì il più grande allenatore di tutti tempi, ma io ero distrutta! Le gambe a malapena mi reggevano e lui continuava a dirmi che dovevo fare di più.
«Se vuoi diventare Capitano delle Guardie del Cielo dovrai fare molto più di così» mi istigò sapendo di toccare un mio punto debole.
«Come dici tu cavallino» lo presi in giro.
Sapevo che si sarebbe innervosito se lo avessi chiamato in quel modo. Chirone era un centauro piuttosto vanitoso, mettiamola così.
«Come mi hai chiamato?» mi chiese ridendo, per poi cominciare di nuovo ad attaccarmi.
Cercando di schivarlo andai indietro, inciampando in qualcosa che mi sembrava un grande masso.
Chirone accorse in mio aiuto e appena vide la roccia gli si rabbuiò il volto.
Mi voltai a guardarla, era una pietra di onice, scura come la notte, con due triangoli capovolti posti uno di fronte all' altro.
«Cosa significa?» chiesi capendo che quello in cui ero inciampata non era un semplice masso.
«Niente di buono temo» disse il centauro pensieroso facendomi segno di salirgli in groppa.
Ritornati al campo base, dopo aver sapientemente prelevato e portato la roccia misteriosa con noi, venne proclamato un consiglio d'emergenza.
Tutti i capi anziani di ogni specie divina si riunirono sull'Olimpo per un tempo che a noi che rimanemmo lì, fuori dalla riunione, sembrò quasi un' eternità.
«Daphne» sentii tuonare il cielo.
Era la voce di mio padre. Zeus.
«Ti aspetto davanti al mio trono, fa' presto»
Ero leggermente ansiosa, non succedeva spesso che i genitori da parte divina prendessero contatto con i loro figli, specialmente se la divinità in questione poi era il re degli Dei, doveva essere un' occasione piuttosto delicata e particolare.
Accorsi immediatamente alla sua chiamata e mi presentai nel luogo stabilito.
«Figliola, sai con cosa hai avuto a che fare oggi? Sai cosa significa questa pietra?»
Scossi la testa fissando mio padre, che nel frattempo aveva assunto la sua forma umana per poter parlare con me.
«Significa che ci sarà una guerra qui nell'Olimpo, quando un' onice viene lasciata in territorio "nemico", è una chiara minaccia, un avvertimento. Chiunque sia stato non ha le intenzioni più buone e io ho bisogno di una difesa di ferro, per proteggere il mio regno»
«E cosa c'entro io?»
«Daphne, figlia mia, hai il coraggio, la forza e la volontà di proteggere l'Olimpo?»
«Certo ma...»
«Rischieresti anche la tua stessa vita in caso ce ne fosse bisogno, per salvare la tua stirpe?»
«Sicuramente però...»
«E allora io, Zeus, re di tutti gli Dei e soprattutto tuo padre, con il giuramento da te appena compiuto ti proclamo Capitano delle Guardie del Cielo»
Rimasi a bocca aperta, il mio sogno si era avverato così, in un lampo, a causa anche di una pietra trovata per sbaglio. Non avevo parole, avrei preferito essere sicura che mio padre mi ritenesse veramente in grado e non dubitare che la mia carica sia stata assegnata solamente dalla necessità del momento.
«Non deludermi figlia» tuonò mio padre.
«Non lo farò» dissi riesumandomi dai miei pensieri.
«Ne sono certo» e detto questo sparì in un' ondata di luce dorata.
Eravamo pronti all'attacco da mesi ormai, l'aria era molto tesa e sapevamo che sarebbe stata questione di giorni prima che tutte le forze divine si fossero scatenate l'una contro l'altra.
Erano circa venti minuti che setacciavo la zona quando all' improvviso un brivido ghiacciato mi percorse la schiena.
Di colpo tutto era diventato buio e tetro, come se la morte in persona fosse passata di lì. I fiori appassirono, gli alberi diventarono spogli e le acque ghiacciate, e un'ombra nera come la pece avanzava a passo di carica verso di me.
Conoscevo bene la causa di tutta quell'oscurità, un figlio di Ade stava arrivando.
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