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Chapter 34 - Heartbeat

Il letto dell'albergo non era esattamente comodo, perché il materasso era più duro di quello su cui ero abituata a dormire di solito, e i cuscini erano mollicci, tanto che preferii invadere lo spazio vitale di Jake e trovare il mio incastro a contatto con il suo corpo. La mia testa poggiava tra il suo petto e la sua spalla e, non riuscivo a capire come, mi trovai a mio agio così.

Un braccio di Jake avvolgeva la mia vita e le dita della sua mano presero a disegnare cerchiolini immaginari sulla seta liscia della mia camicia da notte.

- Jake? - domandai improvvisamente, decretando che poteva essere il momento giusto per le confessioni.

- Sì?

Il suo sussurro suonò come un segnale di via libera alle mie orecchie. Non aspettavo altro.

- Come mai sei finito all'istituto? Voglio dire, mica ti comporti come un soggetto pericoloso. Certo, dici tante parolacce, ma non è un reato.

La mia domanda fu seguita da un silenzio che tergiversava tra quell'atmosfera leggera che dominava la stanza e un pizzico di tensione dovuto alla delicatezza dell'argomento. Se avessi ottenuto una risposta soddisfacente, però, non mi sarei pentita di aver spezzato quell'intesa così particolare fra di noi. Era il momento propizio per porla.

- Serve che io ti dica che è una storia lunga? - tentò di eludere la domanda Jake.

Scossi la testa e posai le labbra sul suo braccio per un fuggevole istante.

- No. - sussurrai.

- D'accordo. Me l'aspettavo. Dunque... io vengo da un sobborgo di Londra, non ti serve sapere quale, e prima di finire qui vivevo come un normale ragazzino della zona: andavo a scuola, anche se non studiavo, sopportavo malvolentieri l'ambiente che c'era in casa e preferivo passare la giornata fuori con i miei amici. Eravamo tutti un po' così: chi più o meno povero, chi con la famiglia disastrata, chi con quattro fratellini da tenere a bada, chi lavorava di già... Tutti diversi, ma ugualmente in difficoltà. Per poter andare avanti, cercavamo tutti di darci una mano a vicenda: uno accompagnava un altro a distribuire giornali per la città, un altro ancora inventava qualche gioco per tenere buoni i fratellini piccoli di qualcun altro e via dicendo. Siamo sempre stati così.

- Solidali. - commentai, precisando il concetto per fissarlo bene nella mente.

- Cioè?

- Solidali sono le persone che si aiutano a vicenda. - spiegai brevemente.

Le dita di Jake si spostarono sulla pelle del mio braccio e seguitarono a tracciare contorni poco definiti.

- Sì, eravamo proprio così. Solidali. - ripeté Jake - Lo eravamo talmente tanto che neanche la legge ci vietava di esserlo. Voglio dire, poi le cose sono cambiate, come vedi, ma pensavamo di essere invincibili. Eravamo convinti che nessuno ci avrebbe mai fatto niente.

Attesi.

Non potei negare che il cuore mi batteva forte: ero vicina a scoprire la verità attorno a cui giravo da settimane. Forse, ne era valsa la pena. In questi casi non si può forzare nulla, se non si intende ottenere l'effetto contrario. Il timore che Jake si chiudesse in se stesso mi aveva terrorizzata.

- E invece non lo eravamo. Cazzo, se non lo eravamo! Il mio amico Walt aveva bisogno di soldi, perché il compagno di sua madre aveva abbandonato lei e i cinque figli, Walt compreso. Sua madre non era ancora riuscita a trovare un lavoro, perché l'ultimo figlio era nato quasi un anno prima e si era dovuta occupare di lui dopo la gravidanza. Così, abbiamo pensato di prendere in prestito i gioielli di una vecchietta che abitava sopra il negozio di dolci dove andavamo sempre da piccoli e impegnarli. La vecchietta non doveva saperlo, ovviamente.

- Ovviamente. - confermai.

- E ovviamente l'ha scoperto.

- Ovviamente. - ripetei, con l'accenno di una risata.

Jake rimase in silenzio per alcuni istanti.

Si trattava di un furto, dunque? Non riuscivo a credere che fosse stato confinato all'istituto per un tentato furto nell'interesse del suo povero amico. Certo, l'azione era sbagliata e condannabile, ma in quel momento mi parve tutto ai limiti dell'assurdo.

- È stata un'amica della vecchietta a chiamare la polizia. Stava andando a comprare il pane di fronte al negozio di dolci, stando a quanto ho saputo, e ha visto che ci stavamo intrufolando in casa, quindi ha chiamato la polizia, quella maledetta. - terminò il racconto.

Annuii e mi accoccolai meglio contro il suo corpo. Non capivo perché, ma sentii che poteva fargli bene percepire la mia vicinanza.

- La settimana dopo è stata investita, sai? Ci ho goduto da matti. - ridacchiò Jake.

Ridacchiai anch'io, di riflesso, nonostante non trovassi il fatto particolarmente comico. Era il suono della sua voce a provocare la mia reazione e, più realizzavo quanto dipendessi dalle sue azioni, più mi sentivo allarmata. Ma, forse, era troppo tardi per tirarsi indietro. Non ero mai stata una codarda e non mi sarei rifiutata di affrontare anche la più temibile sfida.

- Saint, c'è un'altra cosa che devo dirti. - proseguì Jake, con voce meno sicura di prima.

- Ti ascolto. - risposi.

In quel momento non volò una mosca e sentii forte e chiaro il battito impazzito del suo cuore.

Tu-tum. Tu-tum. Tu-tum, tu-tum, tu-tum.

Accelerò a dismisura, tanto che temetti che si arrestasse di colpo.

Il mio battito cardiaco aumentò di conseguenza.

- Io ti amo.

__________

Non ve lo aspettavate così presto, vero? Ma la storia non è lunga...

Intanto ho pubblicato la #stydia (Sour, Sweet & Smart) e la trovate sul mio profilo! Gli aggiornamenti di Amore Senza Disciplina proseguiranno regolari.

Spero abbiate passato una bella giornata ieri e che abbiate mangiato tante uova di cioccolato, felice Pasquetta!

Love you 🌹

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