Chapter 21 - Rebels
Quel giorno il cielo era colmo di nubi ampie, ma non scure.
Ci mettemmo in viaggio e patii un pochino il freddo, inizialmente, perché il giubbino che indossavo non mi riparava abbastanza; a quel punto presi la giacca di Jake, che lui aveva lasciato sul sedile posteriore.
- Ora dove devo andare? - domandò Jake, cercando di leggere la cartina che tenevo dispiegata sulle gambe.
- A sinistra. - risposi prontamente.
Il ragazzo si sporse verso di me e verificò che dicessi il vero scrutando la mappa; nel frattempo, il profumo gradevole ma caratteristico dei suoi capelli pizzicò le mie narici.
Tornò a guardare la strada e procedemmo senza intoppi lungo l'unica strada asfaltata esistente dopo il bivio. Intorno a noi c'era la brughiera, fredda e selvatica, in tutto il suo fascino naturale: non scorsi alcuna abitazione per miglia.
Capii che eravamo vicini a destinazione quando vidi in lontananza delle costruzioni edilizie.
La distanza diminuì e riconobbi una chiesa, un numero limitato di case e pochi altri edifici, adibiti probabilmente alle funzioni primarie di un paese di quelle dimensioni. Non fui stupita di non trovare altre auto durante il percorso.
Jake parcheggiò l'automobile parallelamente al negozio di ferramenta, talmente evidente e semplice da distinguere grazie all'insegna che anche la persona meno sveglia del mondo l'avrebbe visto.
- Siamo arrivati! - sorrisi, realizzando che non avevamo avuto problemi di alcun tipo durante il percorso.
Eravamo stati davvero così fortunati?
Attraversammo la stradina deserta e io spinsi delicatamente la porta d'ingresso del negozio, che non si aprì.
Notai il cartello che indicava che era chiuso.
- È domenica, come ho fatto a non calcolare che è tutto chiuso? - mi rimproverai ad alta voce.
- Sì, be', in effetti potevi pensarci. - commentò Jake.
Gli rivolsi un'occhiata ammonitrice.
- Avresti potuto pensarci anche tu, però. - sentenziai.
Restò in silenzio, non potendo controbattere in alcun modo.
Mi guardai intorno, sperando che qualche passante potesse aiutarci.
Avevamo fatto un viaggio considerevolmente lungo per arrivare lì e non mi sarei arresa così facilmente. Sarei tornata all'istituto con i miei materiali da ristrutturazione, era poco ma sicuro.
- C'è nessuno? - domandai, a voce molto più alta del solito.
- Se parli così - sussurrò Jake - non ti sente nessuno.
Strinsi gli occhi a due fessure, indispettita. Quel giorno mi stava irritando parecchio.
- C'È QUALCUNO AL NEGOZIO DI FERRAMENTA? - urlò a gran voce.
Una finestrella dell'edificio contiguo a quello del negozio si aprì cigolando.
Una signora corpulenta di età matura si affacciò.
- Perché urlate, giovincelli? - domandò, seccata.
- Abbiamo viaggiato per più di due ore in cerca di un negozio di ferramenta e ora che ne abbiamo trovato uno, è chiuso. - spiegò Jake, esagerando la quantità di tempo che avevamo impiegato.
La signora rifletté alcuni istanti.
- Il negozio è di mio fratello, che oggi è andato in città per fare rifornimento e salutare alcuni amici. Visto che venite da lontano, posso mostrarvi quel che c'è. Di che cosa avete bisogno?
- Piccoli strumenti per ristrutturare oggetti d'antiquariato. - risposi.
La signora uscì di casa alcuni minuti dopo con un cappotto pesante addosso e un mazzo di chiavi in mano. Aprì la porta del negozio e ci invitò ad entrare.
Jake fece un giro tra gli scaffali per conto suo, io mi feci aiutare dalla signora per rintracciare ciò di cui avevo bisogno: trovai tutto, sorprendentemente, a partire dalle viti fino ai barattoli di vernice e ai pennelli. I barattoli erano piccoli, ma noi avevamo bisogno di poca vernice, perciò erano perfetti.
Appoggiai tutto sul bancone dove avvenivano i pagamenti e chiamai Jake, il quale si presentò con tre bottiglie di latta.
- Quelle cosa sono? - domandai subito.
- Bombolette spray. - rispose, innocuo.
Aggrottai la fronte.
Non avevamo bisogno di bombolette spray.
- Possiamo fare dei disegni fantastici con queste! - esclamò, eccitato come un bambino.
Per non fare la solita guastafeste, acconsentii ad aggiungerle agli acquisti, solo dopo aver controllato di avere i soldi necessari per pagare.
- Grazie mille per il suo aiuto, signora, le siamo molto riconoscenti. - sorrisi dolcemente alla donna che ci aveva aiutati.
- Di nulla. Arrivederci, fanciulli! - salutò lei.
Riposi tutti i materiali acquistati nello zaino ed uscimmo dal negozio: l'aria fredda ci investì, perciò io accelerai il passo per attraversare la strada e salire in auto; Jake, invece, pareva non avere troppa fretta e mi afferrò il polso per frenarmi.
Mi voltai di scatto, sorpresa, trovandomi più vicina a lui di quanto pensassi.
- Vuoi già andare via? Ti ricordo che oggi si fa quello che decido io. - fece un sorrisetto sghembo.
- E che cosa vorresti fare, tu? - domandai a bruciapelo.
Fissava insistentemente le mie labbra, ma non gli avrei concesso di baciarmi. Era successo troppe volte.
Voltai il viso e mi appigliai all'unica cosa interessante presente nella mia visuale.
- Una chiesa! - esclamai, fingendomi entusiasta.
Jake mi guardò come se fossi pazza.
Lo strattonai per il braccio, costringendolo a seguirmi in una visita improvvisata alla chiesa di un paesello qualunque.
- È un modo indiretto per dirmi che intendi farti suora? Guarda che la popolazione maschile ci perde. - commentò, indiscreto come al solito.
- Non voglio diventare una suora, andrei contro il principio di vocazione. È giusto che una scelta di questo genere venga dall'anima della persona in questione, che nobilita così l'ordine religioso.
- Riesci a usare parole normali ogni tanto? - mi attaccò Jake, stufo di non comprendermi.
- Nel linguaggio comune, si dice che "non fa per me". - chiarii.
- Era tanto difficile? Dovresti parlare sempre così. - sentenziò lui.
Un senso di contrarietà si impadronì della mia mente e mi trovai immediatamente in disaccordo.
- Utilizzare una terminologia corretta e specifica permette la definizione chiara e univoca di un concetto, senza fraintendimenti. - spiegai.
La sua espressione confusa mi spinse a cercare una traduzione semplice per quello che avevo appena detto.
- Mi piace essere precisa, insomma.
- Per forza, sei una perfettina del cazzo. - sghignazzò lui subito dopo.
Non risposi.
Affrettai il passo e lo precedetti all'interno del luogo sacro, di pianta ottagonale con porticato tutto intorno e prisma ottagonale sovrapposto, su cui un ulteriore prisma ottagonale fungeva da base per una piccola cupola, al culmine della quale vi era una croce dorata. C'erano solo quattro finestre, poste sulle facce del prisma di mezzo alternativamente.
L'interno era per metà un grande atrio buio e vuoto, mentre le panche e l'altare riempivano l'altra metà dello spazio. Non c'era nulla di lussuoso o sfarzoso, era tutto molto semplice e grezzo.
L'ambiente scarno e il silenzio dominante conferivano un'aria solenne al luogo, in piena conformità con quello a cui era adibito.
- Buh! - tuonò Jake al mio orecchio, afferrandomi i fianchi d'improvviso.
Spaventata a morte, io cacciai un urlo e mi dimenai nella sua stretta.
La sua presa rimase ferrea.
- Ferma, non è successo niente. - ridacchiò il furfante.
- Non ti permettere mai, e dico mai, più di farmi uno scherzo del genere! - lo minacciai.
Non ero sicura che avesse ascoltato le mie parole, perché sfilò lo zaino dalle mie spalle e lo posò per terra, continuando poi a stringermi. Fece aderire il mio corpo al suo e iniziò a baciarmi il collo.
No, non poteva cominciare di nuovo a fare i suoi giochetti.
Non potevo permetterlo.
All'interno di una chiesa, poi!
Ma le mie gambe diventarono molli e l'opzione di abbandonarmi completamente nelle sue braccia rappresentava una tentazione assurda.
- L'ultima volta mi hai lasciato un segno sulla pelle. - ricordai.
Lui rise sommessamente e mi stampò un bacio innocente sotto l'orecchio.
- Si chiama succhiotto, mia cara maestrina. - precisò, sfoggiando la sua conoscenza approfondita in un campo linguistico di basso livello con tutta la vanità di un abile studioso della lingua.
Mi staccai di colpo da lui e feci un giro in tondo, poi mi voltai di scatto a guardarlo, mentre lui era ancora bloccato a fissare la mia figura corporea.
- Meno male che sei esperto di parole volgari... Non saprei come potrebbe andare avanti il mondo altrimenti! - ironizzai.
- Fai poco la spiritosa, Archer. Presto finirai nel mio letto a fare cose che neanche la più umile volgarità può descrivere. - sogghignò.
Sollevai le sopracciglia.
- Duemila anni per me non sono convertibili nel termine "presto". - ribattei.
Jake scoppiò a ridere.
La sua risata aveva qualcosa di vagamente cattivo e non durò molto. Il ragazzo mi si avvicinò velocemente e pose una mano sul mio fianco sinistro.
- Tu - scese un poco - sarai impaziente - deviò la rotta verso la parte anteriore della mia coscia - di fare sesso con me - risalì lungo il lato interno - ma non lo vuoi ammettere.
Trattenni il respiro, colta alla sprovvista dalla sua audacia invadente.
Le sue dita premettero nel mio interno coscia e io mi ritrovai a non saper cosa fare.
Rapidamente com'era iniziata questa parentesi, terminò: la mano di Jake fece il percorso di prima in metà del tempo e premette sul fianco.
I suoi occhi richiamarono la mia piena attenzione.
- Ora, però, andiamo a fare qualcosa di divertente. - sorrise.
Si avviò per primo fuori dalla chiesa, senza aspettarmi, e mi domandai che diamine fosse appena successo.
Era previsto che io comprendessi cosa frullava nella sua testolina stramba?
Per non restare lì sola e impalata, mi diedi una mossa e corsi fuori dalla chiesa.
Jake aveva portato il mio zaino con sé ed aveva estratto le bombolette spray dal suo interno.
Stava studiando una facciata laterale della chiesa.
- Prendi questa. - mi diede la bomboletta rossa.
Disegnò l'iniziale del suo nome con il nero e mi esortò ad imitarlo usando il rosso.
- Non profanerò la parete di una chiesa con questo atto di vandalismo. - rifiutai.
- Se non lo fai, ti coloro di nero dalla testa ai piedi. E non so se il tuo adorabile colore di capelli sopravviverà a questa roba industriale indelebile.
Jake brandì la sua bomboletta contro di me ed ebbi seriamente paura che mi colorasse, perciò acconsentii.
- Faccio una S minuscola. - dissi.
Lui scosse la testa.
- Devi farla grande come la mia J.
Osservai la sua iniziale sul muro e decisi di avvolgerla in una S elegante e sinuosa.
Realizzai la mia piccola opera di vandalismo artistico con calma e precisione, ma venni ripagata del tempo speso con un risultato finale soddisfacente.
- Oh, una piccola Picasso. - mi prese in giro Jake.
Scosse la bomboletta che aveva ancora in mano e colorò un'altra zona della parete. Inizialmente non capii che cosa si celava dietro quella massa di scarabocchi, ma con alcune linee di congiunzione in più, apparve chiaro il contorno della testa di un leone.
- Forza, sfogati anche tu. Per una volta, non pensare alle regole e fai quello che ti pare, anche se è una chiesa. Ci sono milioni di chiese nel mondo, nessuno morirà perché questa non è più uguale a prima.
Ero dubbiosa.
La lettera che avevo intrecciato alla sua era un atto di trasgressione più che sufficiente, nella mia ottica.
- Non dirmi che quella S è il tuo unico strappo ala regola! È ora di fare qualcosa che nessuno ti vieta di fare, nessuna legge morale né sociale. È ora di essere liberi di fare quel cazzo che ti pare. Non vuoi assaporare il gusto dell'essere ribelle?
Immaginai di essere di fronte ad un recinto e di vedere Jake che apriva un varco: restare di qua oppure oltrepassare la linea? Rimanere fedeli alle solide certezze oppure buttarsi nelle nuove sensazioni che un atto di ribellione avrebbe suscitato?
Pensai a tutte le soddisfazioni che la diligenza costante mi aveva fornito nel corso della vita.
Se avessi dovuto fare una rappresentazione grafica, avrei tracciato una semplicissima linea retta.
Di fronte alla possibilità di ottenere un grafico diverso, più movimentato, personale e brioso, alzai il braccio e diedi il via ad uno scarabocchio confuso, di colore rosso.
Ero pur sempre precisa nell'anima, però, quindi cercai di rendere il mio scarabocchio un po' più sensato: disegnai delle stelle qua e là, dei cuoricini, delle farfalle.
Sentii il cuore, la mente e il braccio collegati da una vena in cui fluiva tutta me stessa. Mi ritrovai di fronte a tantissimi simboli diversi, collegati in modo diverso, ma nel complesso armoniosi. Mi piaceva quello che avevo disegnato.
- Ecco fatto. - annunciai.
Jake squadrò il mio lavoro, poi osservò il mio viso con interesse. Era come se stesse cercando di stabilire un collegamento fra la mia personalità e la mia "arte".
- Sei così contorta... - commentò, dubbioso.
Mi domandò se fossi contenta di aver dato libero sfogo a me stessa con quella bomboletta spray e mi sorpresi ad annuire. Per alcuni poteva sembrare insignificante il gesto, ma io attribuii grande importanza a quello che avevo fatto. Solo qualche settimana prima, me ne sarei andata prima di permettere ad uno come di Jake di convincermi.
Stavo cambiando.
Stavo cambiando e non sapevo se avrei dovuto essere timorosa oppure audace.
Si trattava di un cambiamento positivo oppure negativo?
Durante il viaggio di ritorno, con gli occhi immersi nel grigiore del cielo e nel verde sbiadito delle distese erbose, ebbi modo di riflettere sulla questione.
Nessun momento vissuto con Jake fino ad allora mi avrebbe portata al rimpianto, nemmeno in quella giornata così diversa dalle altre.
Eppure, compiere atti vandalici su un luogo consacrato avrebbe dovuto portarmi al pentimento più profondo.
Abbandonai il mondo reale ed entrai in quello dei sogni con il pensiero di un conflitto irrisolto, aggravato dalla pace interiore che permeava la mia anima e la sua abitazione.
__________
#Jaint all'attacco.
Love you 🌹
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