Capitolo 28 • Deciso
La domenica mattina per me è un momento d'oro. Non c'è lezione, non ho allenamenti, nessuna seccatura di alcun tipo. Capita che io resti a letto fino a pranzo e oltre, a tratti sveglio e a tratti sonnecchiante, mangiucchiando biscotti o cibo casuale tra un giro in bagno e un video su YouTube.
Mentre preparo il caffé, consapevole di essere solo in casa, ricevo una chiamata da parte di mia madre. Lo squillo mi rende particolarmente nervoso: sono secoli che non mi dà buone notizie.
- Pronto? - sospiro.
Mi gratto la nuca e mi stiracchio svogliatamente.
- Ale, non immaginerai mai cosa sto per dirti! - esulta lei.
- No, infatti... Allora? - la assecondo.
Non ho la minima intenzione di provare ad indovinare cosa mi vuole dire. Imprevedibile come ogni essere umano di sesso femminile che io conosca, mi metterebbe troppo in difficoltà e mi stresserei. E se c'è una cosa per cui non ho spazio la domenica è proprio lo stress.
- Hanno chiamato tuo padre al lavoro. Due settimane di prova e, se va tutto bene, tre mesi per iniziare. - mi comunica infine mia madre.
Potrei quasi dirle che non ci credo.
Un lavoro. Miglioramento della situazione economica. Indipendenza dall'ospitalità di Francesca e Nicola. Un sogno che si avvera.
Prendo la tazzina di caffé e mi appoggio al muro, accanto alla porta-finestra che dà accesso al balcone. Da questa altezza si vede la Mole Antonelliana, anche se non è vicinissima, il picco sulla cupola che squarcia le nuvole nel cielo azzurrino.
È bella, Torino. Ordinata, con il suo reticolo di parallele e perpendicolari che ti fa sentire al sicuro perché non ti puoi perdere veramente: hai sempre la possibilità di recuperare la retta via all'incrocio successivo. Classica, con i portici che parlano ancora di Roma e della gloria di allora, con i resti ancora imperiti, il profumo della storia palpabile. Giovane, grazie a tutti i ragazzini e gli universitari che trafficano sui mezzi pubblici con l'ultimo modello di smartphone o chiacchierano della sessione d'esami in vista, affannandosi per arrivare a lezione in orario. Moderna, per quanto questo aggettivo porti più a pensare ad una città come Milano, perché la metropolitana c'è anche qui ed è più bella di quella milanese. Peccato che non colleghi tutta la città con pari efficienza.
- È fantastico, mamma. Sono molto contento per papà e... Be', in generale per tutti noi. - commento infine, accennando un sorriso anche se non lo vedrà nessuno.
- Sì, adesso si sistemerà tutto. Ci riprenderemo. Tu come stai? Vai ancora d'accordo con Nicola e Francesca, vero? - si informa mia madre.
Il mio sguardo cade su una ragazza che ha appena perso l'autobus. L'ho vista fare un rapido scatto di corsa finale nel disperato tentativo di acchiapparlo, ma appena poco prima che ci riuscisse la vettura ha ripreso a muoversi. Vedo che si dirige verso la metropolitana. Il vero torinese, in effetti, è proprio questo: cerca di prendere l'autobus che lo porterà a destinazione, ma si arrende in fretta e prende la metropolitana, anche se sa che dovrà arrivare a destinazione aggiungendo un tratto a piedi. Oppure, cammina volentieri pur di non venire soffocato nella folla sull'autobus o sul tram.
- Sì, mamma. Va tutto bene. C'è altro?
Una breve pausa silenziosa.
- No, ma... Perché sei così scontroso? Voglio solo accertarmi che tu stia bene. - indaga.
Errato. Vuole accertarsi che, ora che papà ha un lavoro, io non esiga di trasferirmi e richieda spese in più. O, forse, la vedo troppo sotto una luce maligna. I miei genitori non lo farebbero, no? Loro desiderano solo vedermi felice, sapere che sto bene.
- Sto bene, mamma, davvero. Adesso ti saluto, avevo iniziato a studiare e mi tocca continuare. - invento.
- Tu non studi mai di domenica... - protesta lei, debolmente.
- Ho iniziato da poco. Vedi che so cambiare in meglio? - taglio corto, interrompendola.
Nonostante i dubbi di mia madre, riesco a porre fine alla telefonata e a sorseggiare il mio caffé con ritrovata calma.
Mi sorprendo a pensare a Emma. Qualcosa mi attorciglia lo stomaco e recupero il telefono per guardare la sua foto, ma mi arriva un link da parte di Nicola.
Amami, il video ufficiale.
Ho la netta sensazione che premere "play" non mi farà per niente bene, ma tendo ad essere masochista piuttosto volentieri quando si tratta di Emma, perciò lo faccio.
Il filmato inizia inquadrando una terrazza vuota, cui segue l'entrata in scena di Emma non appena Chiara intona la prima strofa della canzone. Compare Chiara stessa, poi Nicola che guarda Emma e infine le telecamere rimangono puntate su loro due. Vengono interrotti più volte dall'immagine di Chiara che canta e noto diversi primi piani sulla mia Emma, bella come il sole. Naturale, spontanea, genuina. Come nella realtà non è quasi mai.
Trovo particolarmente intensa la scena in cui lei e Nicola si guardano negli occhi: mi dà più fastidio di quella in cui si rotolano tra le lenzuola. Com'è possibile?
Chiara continua a cantare e loro danzano sulla terrazza, corpo a corpo, leggeri come piume. Confesso che il risultato è notevole, ma non lo dirò mai ad alta voce. Non dirò mai nemmeno che mi pento di aver lasciato che Nicola prendesse il mio posto in questa messinscena.
Ricordo ancora il giorno in cui Emma mi chiese di partecipare al video. Mi era sembrato qualcosa di stupido, insensato. Lei sapeva già allora che avrebbe interpretato la ragazza? Perché non me l'ha detto?
Sospiro e metto via il telefono.
Viaggiamo dentro ai ricordi e poi restiamo da soli
Il verso mi riecheggia nella mente, un'accusa implacabile, un promemoria lapidario, cuoia strette attorno al torace, i polmoni stanchi.
Sono esausto. Voglio scavalcare l'attesa e arrivare di corsa al nocciolo, prendermi ciò che è mio.
È tempo di chiudere il baule dei ricordi, buttare convinzione e sicurezza in valigia e partire.
Bevo anche l'ultimo sorso di caffé, lascio in ordine la cucina e mi preparo per uscire. Vacillo davanti al colore del maglioncino, ma mi stufo in fretta e prendo il primo che capita. Tanto, se va tutto come previsto, non lo terrò addosso per molto.
Raccatto le cose essenziali ed esco con le chiavi della macchina in mano, pronto a saltare su. Fortunatamente non ho parcheggiato lontano: metto in moto, premo sull'acceleratore e mi bastano dieci minuti per arrivare sotto casa di Emma.
Pigio il bottoncino del citofono.
- Chi è? - domanda quella che riconosco come Sara.
Se le dico che sono io non mi aprirà mai.
Tossicchio un attimo.
- Nicola. - rispondo.
Segue qualche istante di silenzio, poi il portoncino scatta in apertura.
Ha! Che vittoria impagabile quella contro Sara!
Salgo in fretta le scale e busso alla porta ormai familiare con decisione.
- Alessandro? - sussurra Emma, spiazzata.
È adorabile con i capelli ancora in disordine e il pigiama addosso. Se solo non mi guardasse come se fossi la causa delle sue occhiaie profonde...
- Ho... ho visto il video. Bel lavoro. - commento.
Osservo i suoi tratti addolcirsi un minimo, per poi assumere un'espressione seccata.
- Grazie. Ora mi dici come mai sei qui? - domanda.
Mi gratto la nuca. Se la guardo negli occhi, non me lo ricordo più.
Abbasso lo sguardo sul pavimento freddo e noto le sue pantofole pelose, rosa confetto.
Accenno un sorriso.
- Belle le pantofole.
- Sì, ne vado piuttosto fiera. - annuisce, poi mi rimbalza contro l'attesa - Quindi?
Sospiro.
- Quindi avresti fatto un lavoro migliore con me. - confesso.
- Lo penso anch'io. È il motivo per cui ti ho chiesto di collaborar...
- Non mi riferisco solo al video. Quello va anche bene. Ciò che non mi va giù è questa farsa in più fra te e Nico. C'è bisogno di andare avanti? Davvero? Non capisco. - espongo le mie perplessità.
Emma sembra stanca. O forse solo assonnata.
- Non è una farsa, Alessandro. Quando lo capirai? Io e Nicola stiamo bene insieme. È tutto ciò di cui ho bisogno.
Eppure, non mi convince.
- Mi vuoi dire che ti fa stare meglio di me? - chiedo a bassa voce, avvicinandomi.
Ho invaso il suo spazio privato, la soglia di casa, i confini che mi ha imposto.
Mi era mancata la sensazione di potenza che porta con sé tutto questo.
- Sì. Non mi fa diventare matta come fai tu. Mi dice chiaramente le sue intenzioni e, pensa un po', tiene fede a quello che dice! Mi dà delle certezze. Quelle che tu non sai dare. - risponde lei.
Mi appoggio allo stipite della porta.
- Quella che non fa quello che dice sei tu, se vogliamo essere sinceri. - ribatto - E poi, io preferisco non fare promesse che rischio di non mantenere.
Fa una risatina amara.
- Ecco perché non ne fai mai.
- Vorresti che ti dicessi che ci sarò sempre quando sappiamo benissimo che non abbiamo idea di cosa succederà anche solo fra due mesi? Che senso ha? - ragiono a voce alta.
Mi rivolge uno sguardo triste. Azzurro nuvoloso.
- Mi bastava sapere cosa vuoi da me. O da un eventuale "noi" - mima le virgolette - Non chiedevo una promessa di matrimonio.
Alla parola "matrimonio" mi corre un brivido giù per la schiena, ma cerco di rimanere impassibile.
- Non lo sapevo neanch'io, okay? - taglio corto.
- E adesso? Adesso cosa vuoi?
Te. Ho sempre e solo voluto te. E tu l'hai saputo fin dall'inizio, tu che mi capisci prima ancora che lo faccia io stesso. Tu che rendi migliore una parte di me. La parte più importante.
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La svolta è dietro l'angolo, non temete.
Baci ❤
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